Perché la famiglia è in crisi?

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1 • La cultura degli alibi

Una decina di anni fa, mi sono imbattuto in un video, nel quale l’allenatore di pallavolo Julio Velasco (classe ’52) parla di quella che lui chiama «la cultura degli alibi».

Per spiegare cosa intende con questa espressione, Velasco fa alcuni esempî.

Il primo esempio risale a quando era ragazzo, ed andava a giocare a a pallavolo in spiaggia.

Tra una partita e l’altra, gli capitava spesso di sentire persone che dopo aver schiacciato male la palla, o dopo aver murato male, o dopo aver alzato male, si giustificavano dicendo di aver saltato male «per colpa della sabbia».

E, Velasco, prendendo in giro queste persone, diceva: «Allora mi devo arrabbiare con la sabbia! Devo rimproverarla dicendo: “Sabbia, ma perché fai la sabbia? Dovresti fare il parquet! Sennò poi lui salta male!”»

Tornando più serio, l’allenatore argentino commentava la vicenda dicendo che, se qualcuno è al mare e vuole giocare a pallavolo, ha due possibilità:

  • non giocare;
  • oppure adattarsi per imparare a saltare sulla sabbia – che, ovviamente, non è come saltare sul parquet…
pallavvolo

Il secondo esempio che fa Velasco risale a quando è venuto ad allenare in Italia.

In quel periodo, giornalisti ed opinionisti si interrogavano sul perché la nazionale di pallavolo italiana non fosse abbastanza forte.

Anche in quel caso, la carrellata di motivi era lunghissima:

  • perché il campionato è troppo lungo (se i giocatori sono impegnati con i rispettivi club, hanno poco tempo per allenarsi in nazionale);
  • perché lo staff tecnico della nazionale non ha abbastanza osservatori sparpagliati per l’Italia;
  • perché non c’è educazione fisica fin dalle elementari;
  • etc.

Alibi.

Alibi.

Alibi.

(Per chi fosse interessato, qui c’è il link al video completo)

~

Perché ho aperto questa paginetta raccontando questo aneddoto di Velasco?

Perché da quando si parla della crisi delle famiglie, sono stati versati fiumi di inchiostro per interrogarci sulle ragioni di questo problema:

  • la diffusione della televisione, per colpa della quale le coppie sposate hanno smesso di fare l’amore;
  • l’introduzione della legge sul divorzio, che ha fatto sì che ogni promessa di matrimonio fosse «firmata a matita»;
  • la battaglia per i diritti delle donne, che ha consentito di smascherare tanti abusi (fisici, ma anche psicologici) che venivano perpetrati all’interno di tante famiglie;
  • gli anticoncezionali, tra RU486, pillole del giorno dopo e altri bombardamenti ormonali che distruggono il corpo della donna in nome dell’auto-determinazione;
  • la crisi economica, perché se non ci sono soldi non si possono fare figli;
  • la maggiore attenzione all’ecologia, dato che qualche “luminare” del mondo dell’accademia ha detto che «le famiglie inquinano»;
  • la cultura piccolo-borghese, con la sua mentalità edonistica e narcisistica;
  • etc.

Ora.

Premesso che su ognuno di questi temi si potrebbe stare a discutere per ore…

…e che, secondo me, in ognuno dei punti che ho elencato c’è qualcosa che (in misura maggiore o minore) ha scombussolato la realtà della famiglia, per come la conosciamo oggi.

Però penso che se Velasco leggesse questa lista, direbbe che si tratta di alibi.

Cioè.

Secondo me, se vogliamo interrogarci sulla crisi delle famiglie, dobbiamo partire dall’indiziato numero uno: le famiglie stesse!

2 • La famiglia (Addams) del mulino bianco

Nel corso della mia vita, mi è capitato spesso di assistere a catechesi/testimonianze di coppie di sposi.

Avete presente?

Quegli incontri dove lui e lei si alternano il microfono, e raccontano una serie di aneddoti della loro vita matrimoniale, che coinvolgono un numero non precisato di figli, che oscillano tra «troppi» e «livello neocat».

Ora.

Io sono sicuro che tutte queste coppie di santi mariti e mogli, padri e madri, andranno in paradiso «senza passare dal via».

Ci metterei tutte e due le mani sul fuoco!

Però, più di una volta, quando ho sentito alcune coppie raccontare le loro storie, a me – più che «gioia» – hanno trasmesso «ansia».

In che senso?

Nel senso che spesso mi è capitato di sentire testimonianze che – parola più parola meno – andavano in questa direzione:

  • i figli richiedono sacrifici;
  • è impossibile portare avanti la carriera e la famiglia;
  • i figli ti tolgono tempo ed energie;
  • devi stare sempre a fare il tassista per portare i figli a catechismo, a fare sport, dagli amici, etc.;
  • i figli ti tolgono ore di sonno;
  • ogni sera, dopo aver cenato, non vedi l’ora di ritirarti in camera da letto…
  • …sei talmente stanco che non hai neanche le forze per fare l’amore con tua moglie (giuro su Dio che una coppia ha detto veramente questa cosa!);
  • crolli a dormire, esausto… sapendo che l’indomani sarà una giornata ancor più stancante.

Che dire?

castrazione

Ascoltando le testimonianze di certi sposi, mi veniva in mente uno sketch della stand-up comedian statunitense Leslie Liao (classe ’87), che diceva:

Nonostante tutto, io voglio sposarmi.
Non posso credere che io voglia sposarmi.
Dico «nonostante tutto» perché quando vedo voi persone sposate, non mi sembra che vi stiate divertendo molto.
Che parole usano gli sposi per descrivere il matrimonio?
Parlano sempre di «lavoro».
«Compromesso».
«Sacrificio».
Siete innamorati o vi state allenando per le olimpiadi?
Cioè… perché siete così sudaticci?
Ogni volta che chiedo ai miei amici sposati «Come va?», «Come va la vita matrimoniale?», sono così abbattuti…
Sembrano un allenatore in un’intervista post-partita, dopo che la sua squadra ha perso.
*SGUARDO BASSO E TONO DIMESSO* «Sì… non è il risultato in cui avevamo sperato… ma credo nella mia squadra!»
Cioè…
Perché siete così tristi?

(LESLIE LIAO, da questa clip di una sua stand-up della fine del 2023; n.b. la traduzione è mia)

Oh, sia chiaro: so bene che l’intento di alcune delle catechesi a cui ho partecipato era dichiaratamente quello di far passare il messaggio che formare una famiglia non è una passeggiata.

So bene che crescere un figlio non è una cosa che si improvvisa.

Che diventare padre o madre significa assumersi una grande responsabilità.

Che ogni figlio chiede ai genitori tante risorse – amore, tempo, energie, soldi, attenzione, preoccupazione, etc…

…ma pensando ad alcune testimonianze che ho ascoltato, mi chiedo se sia necessario scandalizzare (*) l’uditorio di giovani coppie di fidanzati facendo queste carrellate grottesche di esempî?

(*) (perché di scandalo si tratta, mi dispiace)

Cioè.

Facciamo un’analogia.

Poniamo che l’amore che sta nascendo in ciascuna delle coppie che ascoltano sia una piantina.

Una piccola, delicatissima, fragile piantina.

Quale agricoltore prenderebbe quelle piantine per metterle sotto alla grandine?

Ecco.

Come dicevo nel precedente paragrafo: se vogliamo interrogarci sulla crisi delle famiglie, dobbiamo partire dall’indiziato numero uno: le famiglie stesse, che spesso offrono una testimonianza repellente della vita familiare.

3 • Genitori sufficientemente buoni

Quando sento certe coppie che raccontano di come i figli ti succhiano le energie fino al midollo, ripenso ad una cosa che don Fabio Rosini ripete spesso:

In un matrimonio, il primo figlio di cui prendersi cura è la coppia stessa.

(FABIO ROSINI, da una catechesi a cui ho partecipato l’11 febbraio 2024)

Cosa significa questa frase?

Significa che l’amore per i figli non può andare a discapito dell’amore per la propria moglie o il proprio marito.

Ma anche dell’amor proprio, aggiungerei io – dato che Gesù dice di «amare il prossimo come te stesso» (Mt 22,39)… e secondo me, un marito e una moglie che non hanno il tempo di fare l’amore non si amano molto.

Quando sento genitori che si lamentano del fatto che «stanno sempre a fare i tassisti», ripenso alla mia esperienza da bambino.

Cioè… non dico che mia madre o mio padre non mi venissero a riprendere da casa dei miei amichetti…

…ma se non potevano venire a riprendermi, io a casa dei miei amici non ci andavo, punto e basta.

E non dico neanche che non siano venuti a vedere alcune mie partite di basket…

…ma mamma e papà mi hanno iscritto a basket perché c’era una palestra a 3 minuti a piedi da casa mia (ed era pure economica).

Se vicino casa ci fosse stato un campo da tennis, anziché da basket, sarei finito a fare tennis.

E se il tennis fosse stato troppo costoso, probabilmente non avrei fatto neanche quello.

Se mi fosse piaciuto uno sport il cui campo di allenamento non era a portata di macchina e di “servizio taxi”, non avrei potuto farlo.

E infatti a tante feste di compleanno che hanno organizzato i miei compagni di classe non sono potuto andare…

…e la sapete una cosa?

Anche se, lì per lì, alcune di queste cose forse mi hanno procurato un piccolo dispiacere o una piccola frustrazione, sono felice che sia andata così.

È vero che i genitori cristiani sono chiamati ad amare e – perché no – a «dare la vita» per i figli.

Ma i figli vanno amati, non viziati.

A tal proposito, il pediatra e psicoanalista britannico Donald Winnicott (1896-1971) ha coniato un termine che – da quando l’ho scoperto – ha rivoltato come un calzino la mia percezione della genitorialità.

Winnicott diceva che – per svolgere bene il suo ruolo – un genitore deve essere «sufficientemente buono».

Che significa «sufficientemente buono»?

Significa che un genitore deve voler bene ai suoi figli… ma può “permettersi il lusso” di avere momenti di stanchezza o momenti in cui ha bisogno di tempo per sé.

Significa che un genitore deve essere attento ai bisogni e alle esigenze dei figli… ma anche ai proprî bisogni ed esigenze.

Significa che un genitore deve sapere quando dire «sì» ai figli… ma anche quando dire «no» e imporre dei limiti – fosse anche per presevare la sua sanità mentale.

In soldoni, il miglior genitore del mondo non è quello «che ha tutti 10 in pagella», ma quello «con la media del 6.5».

I motivi per cui un genitore deve essere «sufficientemente buono» sono due:

  • il primo l’ho già detto in apertura di questo paragrafo: marito e moglie devono prendersi cura della coppia PRIMA che dei figli, altrimenti ameranno i figli “in apnea”… cioè, NON li ameranno; se un genitore si prende cura dei figli “in apnea”, prima o poi finisce per “presentare il conto” di tutta la fatica fatta, con espressioni infelici come «dopo tutto quello che ho fatto per te!» o simili;
  • il secondo motivo è che i figli hanno il diritto di vedere i genitori sbagliare: hanno il diritto di vederli cadere, hanno il diritto di vederli spaparanzati sul divano, hanno il diritto di sapere che una famiglia può stare in piedi anche se tante volte papà e mamma pensano un po’ a sé stessi, etc.

Quest’ultima frase forse potrà aver fatto storcere il naso a qualcuno, perciò vi racconto un aneddoto autobiografico.

Quando a 30 anni ho iniziato a fare psicoterapia, in una delle prime sedute la terapeuta mi ha chiesto di raccontarle qualcosa della mia famiglia.

Io ho iniziato a dirle che nella mia famiglia non ho MAI visto mio padre e mia madre litigare, non li ho MAI sentiti urlarsi a vicenda, non li ho MAI sentiti discutere, li ho SEMPRE visti andare d’amore e d’accordo, ho SEMPRE visto papà prendersi cura di mamma e mamma prendersi cura di papà, lì ho SEMPRE visti a messa seduti felicemente uno accanto all’altra, etc.

E dicevo alla mia terapeuta: «Sono stato proprio fortunato io, perché ho avuto veramente una famiglia perfetta»

…in realtà però, continuando a fare psicoterapia di settimana in settimana, ho scoperto che anche quando vivi nella «famiglia perfetta» puoi venir su con qualche problema.

Ad esempio?

Ad esempio, dato che ho avuto i genitori che ho avuto, tutte le volte che penso al futuro ho una grande ansia al pensiero di poter un giorno diventare padre, perché mi confronto con un modello così alto (quello di papà e mamma) che spesso mi sento atterrito: penso infatti che non sarò mai paziente come papà e mamma, non sarò mai generoso come loro, non dedicherò mai ai miei figli il tempo che mi hanno dedicato loro, non li porterò in vacanza in tutti i posti in cui mi hanno portato loro, etc.

la mamma si arrabbia

Non fraintendetemi: non sto dicendo che avrei voluto vivere in una famiglia dove papà e mamma si urlavano addosso…

E non avrei mai voluto vivere in una famiglia di divorziati – che è una croce che grava sulle spalle di un numero sempre più grande di bambini e adolescenti…

Vivere in una famiglia felice è una delle grazie più immeritate che ho ricevuto…

E sono felice che quando tra cento anni papà e mamma moriranno, avrò due santi che pregano per me in paradiso…

…però lo sapete perché ho iniziato a fare psicoterapia alla veneranda età di 30 anni?

Ho iniziato a fare psicoetrapia a 30 anni (e l’ho proseguita per i due anni successivi), perché l’anno prima avevo lasciato la mia prima fidanzata.

E sapete perché ho lasciato la mia prima fidanzata (dopo poco più di un mese che stavamo insieme)?

L’ho lasciata perché trovandomi a 29 anni di fronte al primo vero litigio della mia vita, ho pensato qualcosa tipo: «Se queste sono le premesse, non saremo mai una coppia all’altezza di papà e mamma!», ho tirato il seggiolino eiettabile e l’ho lasciata all’improvviso, ferendola.

4 • Perché non si fanno più figli?

Io ho un rapporto un po’ ambivalente con papa Francesco.

La maggior parte delle volte che lo sento parlare, mi suona un po’ troppo petaloso

…però ogni tanto se ne esce con degli exploit talmente clamorosi e politicamente scorretti, che compensano gli altri momenti.

Non so.

Può succedere che per parecchi discorsi di fila sia un po’ moscetto: «comportatevi bene!», «mi raccomando, non fate i cattivi!», «fate i bravi, sennò Gesù piange!» o frasi simili…

…e poi SBEM! Prende a schiaffi le mani di una donna asiatica, lanciandole un’anatema che nel giro di qualche mese scatenerà una pandemia globale!

Poi di nuovo riprendono i discorsi moscetti: «dobbiamo essere tutti fratelli!», «viva la fratellanza!», «liberté, égalité, petalosité!»

…e poi SBEM, se ne esce con una frase come:

L’altro giorno, parlavo dell’inverno demografico che c’è oggi: la gente non vuole avere figli, o soltanto uno e niente di più.
E tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno soltanto uno perché non ne vogliono altri, ma hanno due cani, due gatti… Eh sì, cani e gatti occupano il posto dei figli.
Sì, fa ridere, capisco, ma è la realtà.
E questo rinnegare la paternità e la maternità ci sminuisce, ci toglie umanità.
E così la civiltà diviene più vecchia e senza umanità, perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità.

(PAPA FRANCESCO, dall’udienza generale del 5 gennaio 2022)

papa francesco e femministe

Comunque.

Il titolo di questo paragrafo forse è un po’ pretestuoso.

Io non sono un sociologo.

Né un economista.

Né un demografo.

Né un demiurgo.

Però, secondo me, papa Francesco ci ha visto giusto.

Spesso infatti si sente dire le famiglie fanno meno figli per problemi economici.

Per capire se è vero, bisognerebbe confrontare i grafici degli ultimi 100 anni di:

  • PIL
  • stipendio medio
  • costo della vita
  • natalità

Se devo essere sincero però, anche se tra questi dati ci fosse una correlazione, sarei comunque un po’ incerto sul fatto che ci sia anche causalità.

Cosa intendo?

Intendo che non è vero che i figli non nascono per ragioni economiche: ognuno di noi ha avuto nonni, nonne, zii e parenti di un paio di generazioni fa, cresciuti in famiglie molto numerose, che vivevano in condizioni di vita estremamente frugali e povere.

Le famiglie – come sottolinea il Papa – fanno meno figli per ragioni culturali.

E quali sarebbero queste ragioni?

È presto detto:

  • i figli sono «una gran rottura di palle»
  • i figli mettono un enorme limite al nostro «Io»
  • dopo che ti nasce un figlio non puoi più fare «quello che ti pare»
  • i figli sono un freno ai nostri capricci (in quest’altra pagina del blog parlavo della «dittatura del capriccio» in cui viviamo)

E sapete qual è la cosa buffa?

La cosa buffa è che queste sono le condizioni per diventare adulto.

In che senso?

A prescindere dal fatto che tu voglia avere o meno figli – per diventare adulto è necessario che tu:

  • ponga dei limiti al tuo «Io»
  • accetti che in tanti aspetti della tua vita non puoi più fare «quello che ti pare»
  • poni un freno ai tuoi capricci

La cultura piccolo-borghese nella quale siamo nati e cresciuti ci rimbambisce di distrazioni, serie tv, fregnacce e narcotici varî, col solo fine di impedirci di diventare adulti, secondo il mantra per cui «la vita più avventurosa implica la sterilità biologica» (FABRICE HADJADJ, Mistica della carne : la profondità dei sessi, Medusa, Milano 2020, p.104):

  • «Senza figli, posso fare tutti i viaggi che voglio!»
  • «Senza figli, posso togliermi tutti gli sfizi che voglio!»
  • «Senza figli, posso suonare in tutti i locali d’Italia con la mia band
  • «Senza figli, posso scrivere la serie di romanzi che ho in mente da anni, e diventare più famoso/a della Rowling

Oh, per carità…

Se qualcuno vuole dedicarsi corpo e anima al suo lavoro, penso che faccia bene a non formare una famiglia: ho fin troppi amici ed amiche che sono cresciuti “orfani” di padre, perché lui – preso dal lavoro di medico/avvocato/commercialista – non riusciva ad essere mai a casa prima di cena.

Questo perché, al giorno d’oggi, ci sono fin troppi lavori incompatibili con la vita familiare (molte specializzazioni della medicina, secondo me, dovrebbero essere accessibili solo da parte di persone che scelgono di vivere il celibato per tutta la vita… no, non sto esagerando).

Cioè, tanto per fare un esempio: Giuseppe Moscati è stato un medico che ha rinunciato ad avere una famiglia… e si è dedicato talmente bene al suo lavoro che è stato definito «il medico dei poveri»… e infatti Giovanni Paolo II lo ha canonizzato nel 1987.

Il problema non è lavorare troppo per dedicarsi agli altri.

Il problema è la mentalità piccolo-borghese che ci abitua ad essere rattrappiti su noi stessi e sui nostri capricci, e ci impedisce di diventare adulti.

Nella parte di mondo in cui vivo, siamo un po’ tutti (chi più chi meno) spaventati dal fatto che avere una famiglia ci possa portare ad avere una vita noiosa, quando preferiremmo piuttosto vivere una vita più eccitante.

Ironia della sorte, in realtà è vero l’esatto opposto:

Se domattina venissimo bloccati dalla neve nella strada in cui viviamo, entreremmo improvvisamente in un mondo molto più grande e stravagante di quello che siamo abituati a conoscere.
E il più grande desiderio dell’uomo tipicamente moderno è proprio fuggire dalla strada in cui vive. […] Raggiunge i confini fantastici della terra, pretende di sparare alle tigri, va quasi a dorso di cammello.
E in tutto ciò sta ancora essenzialmente fuggendo dalla strada in cui è nato, e ha sempre una giustificazione pronta per spiegare tale fuga.
Dice di voler fuggire dalla sua strada perché è noiosa, ma sta mentendo.
In realtà fugge dalla sua strada perché è decisamente troppo eccitante.
È eccitante perché è esigente ed è esigente perché è viva
.

(GILBERT KEITH CHESTERTON, Eretici, Lindau, Torino, 2010, p.147)

5 • «E se mi sposo e poi non la amo più?»

Una delle critiche più ricorrenti al matrimonio cristiano riguarda l’indissolubilità.

Nel contesto fluido in cui viviamo, le obiezioni si sprecano:

  • «E se non lo amo più?»
  • «E se i sentimenti svaniscono?»
  • «E se un’altra persona mi fa venire le farfalle nello stomaco?»
  • «E se mia moglie mi trascura, e la mia segretaria mi fa gli occhi dolci?»

In uno dei suoi libri più belli, il filosofo francese Fabrice Hadjadj (classe ’71) scriveva provocatoriamente:

Mutiamo contiunamente, come il resto della natura.
Come fissare un sentimento passeggero con una promessa?

Questa ci spinge in un circolo vizioso.
Ammettiamo che io giuri a una donna un amore sempiterno.
Arriva il giorno in cui non l’amo più e che mi attrae un’altra: o le rimango fedele, ma allora la tradisco, in quanto faccio finta di amarla ancora, oppure mi sforzo di non tradirla, ossia la tradisco con l’altra e allora manco al mio giuramento.

(FABRICE HADJADJ, Mistica della carne : la profondità dei sessi, Medusa, Milano 2020, p.84)

Insomma.

Non sarebbe meglio vivere come don Giovanni?

Come sicuramente saprete, don Giovanni è il protagonista sregolato e lussurioso di una celebre opera di Mozart…

…talmente libertino che il suo servo Leporello flexa tutte le conquiste del suo padrone: tra contadine, cameriere, contesse, baronesse, principesse in lungo e in largo per l’Europa, don Giovanni ha sedotto 640 donne in Italia, 231 in Germania, 100 in Francia, 91 in Turcia, 1003 in Spagna!

don giovanni e leporello

Il personaggio di don Giovanni è un’esagerazione letteraria, ma penso che oggi molte persone sarebbero d’accordo con lui, per una serie di ragioni:

  • don Giovanni è «spontaneo»;
  • è «autentico»;
  • sta con le donne finché le ama… dopodiché «non le inganna sforzandosi di continuare a stare con loro»;
  • sarà pure libertino… ma almeno «è più genuino di tanti uomini e donne che sono sposati da tanti anni e stanno insieme solo per abitudine, o per paura di rimanere da soli»;
  • il matrimonio, al contrario, è una trappola: per sposarsi, bisogna rinunciare a tutte le donne tranne una!

Volete sapere la mia?

A me questi sembrano capricci da bambini cresciuti secondo la mentalità consumistica dell’usa-e-getta.

Diventare adulti significa imparare a fare il contrario, ovvero:

  • smettere di rincorrere tutti gli uomini che ti fanno venire le farfalle nello stomaco… o tutte le donne che ti fanno venire l’alzabandiera…
  • …e imparare l’arte di amare la persona che hai accanto.

Più in generale, diventare adulti significa:

  • Smettere di «fare ciò che ami»
  • e imparare l’arte di «amare ciò che fai»

Quando si entra in quest’ordine di idee, si scopre che non è vero che quando ci si sposa «si riuncia a tutte le donne tranne una»

…anzi, a dirla tutta è vero quasi l’esatto contrario, ovvero che:

[…] quando ci si sposa, si accolgono tutte le donne in una.
Bisogna essere sufficientemente contemplativi per accorgersene.
E abbastanza pazienti.
In ciò risiede l’enorme difficoltà.
È, per così dire, una poligamia di fondo.

(FABRICE HADJADJ, Mistica della carne : la profondità dei sessi, Medusa, Milano 2020, p.84)

Conclusione

Ci sarebbe tanto altro da dire.

Oltre alla cultura piccolo-borghese, che fa sì che le persone non vogliano «compromettersi» la vita con i figli…

…c’è anche una certa «cultura da salotto», che negli ultimi anni ha contribuito a gettare fango sulla famiglia (penso a tutte le castronerie che hanno detto a riguardo Michela Murgia, Roberto Saviano o altri organismi acefali).

In risposta ai loro stoltiloquî, chiudo questa paginetta con una frase di Chesterton:

Gli scrittori moderni i quali, in modo più o meno diretto, hanno insinuato che la famiglia è un’istituzione dannosa, si sono solitamente limitati a insinuare, con molta acredine, amarezza o pathos, che forse la famiglia non è sempre così armoniosa.
Naturalmente la famiglia è una bella istituzione proprio perché non è armoniosa.
È sana proprio perché contiene così tante discrepanze e diversità.
[…]
Gli uomini e le donne che, per ragioni giuste e sbagliate, si ribellano alla famiglia, si ribellano semplicemente, per ragioni giuste e sbagliate, al genere umano.
Zia Elisabeth è irragionevole, come il genere umano.
Papà è nervoso, come il genere umano.
Il nostro fratellino è irrequieto, come il genere umano.
Il nonno è stupido, come il mondo; è vecchio, come il mondo.

(GILBERT KEITH CHESTERTON, Eretici, Lindau, Torino, 2010, p.151-152)

sale

(Primavera 2024)

Fonti/approfondimenti
  • MARIOLINA CERIOTTI MIGLIARESE, La famiglia imperfetta. Come trasformare ansie & problemi in sfide appassionanti, Ares, Milano 2010
  • MARIOLINA CERIOTTI MIGLIARESE, La coppia imperfetta. E se anche i difetti fossero un ingrediente dell'amore?, Ares, Milano 2012
  • JULIO VELASCO, «La cultura degli alibi», video-intervista
  • MARIOLINA CERIOTTI MIGLIARESE, Erotica & materna. Viaggio nell'universo femminile, Ares, Milano 2015
  • MARIOLINA CERIOTTI MIGLIARESE, Maschi. Forza, eros, tenerezza, Ares, Milano 2017
  • GILBERT KEITH CHESTERTON, Eretici, Lindau, Torino 2010

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