1 • Il problema del male… senza Dio
Chi di voi pensa che il nazismo faccia schifo alzi la mano.
*QUALCHE SECONDO DI PAUSA*
Molto bene.
Come volevasi dimostrare, c’è una foresta di mani alzate.
Ora.
Tra quelli che hanno alzato la mano, i cristiani cattolici possono lasciare la stanza.
E gli ortodossi.
I protestanti.
Gli ebrei.
I musulmani…

Insomma, vorrei che rimanessero davanti a me solo gli atei.
È a loro – a voi – che mi rivolgerò nelle prossime righe…
…a partire da una domanda: perché, secondo voi, il nazismo è sbagliato?
Chi ve lo dice?
Qual è il criterio assiologico – cioè il metro con cui distinguete il bene dal male – in base al quale mettete i nazisti dalla parte dei «cattivi» della storia umana?
Qualcuno dirà: «Me lo dice la coscienza».
«Benissimo!» – dico io… però sappiamo bene che la nostra coscienza si può sbagliare.
Se penso alla mia vita, ci sono tantissime scelte che ho fatto «secondo coscienza» di cui – col senno di poi – non vado molto fiero.
Al che qualcuno ribatterà: «Ma non è solo la mia coscienza a ritenere il nazismo sbagliato. È anche quella del mio amico Simone, del mio amico Roberto, del mio amico Giovanni, della mia fidanzata, e di centinaia di altre persone; poi lo dice la Costituzione italiana, lo dice la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, lo dice il Tribunale di Norimberga, lo dice l’intera comunità internazionale…».
«Ottimo!» – dico di nuovo io.
Non basarsi sulle proprie impressioni, ma tener conto del parere degli altri, penso che sia un segno di grande saggezza.
Però ci sono due problemi:
- il primo è che la maggioranza si può sbagliare: per secoli la quasi totalità dell’umanità ha considerato la schiavitù normale e accettabile; per secoli “il sole girava intorno alla Terra”, finché Copernico non si è accorto dell’errore; e nel 1949 la comunità scientifica ha premiato con il Nobel Antonio Egas Moniz per l’utilizzo della lobotomia (!) nella cura delle malattie mentali; etc.
- il secondo è più sottile: se una persona è atea, per coerenza non crede in nulla che trascenda la realtà materiale – e quindi non può credere in un criterio morale oggettivo, eterno, esterno alla storia. Ma allora la morale non è altro che un prodotto culturale, che cambia nel tempo come cambia tutto il resto. E se cambia nel tempo, chi ci garantisce che tra mille anni la società futura non ritenga giusto ciò che noi oggi condanniamo? Insomma, chi ci dice che noi – agli occhi di qualche civiltà futura distopica ed eugenetica – non saremo percepiti come i “nazisti” della storia?
In una raccolta di saggi dello scrittore britannico Clive Staples Lewis (1898-1963), ce n’è uno dedicato al relativismo, di cui vorrei leggervi qualche stralcio.
Per esempio:
Tutti si indignano quando i tedeschi definiscono la giustizia come ciò che obbedisce all’interesse del Terzo Reich.
Ma spesso si dimentica che è un interesse del tutto senza fondamento se noi stessi consideriamo la moralità come un sentimento soggettivo che può variare a nostro piacimento.
A meno che non vi sia un parametro oggettivo di ciò che è bene, che sovrasta i tedeschi, i giapponesi e noi, sia se lo osserviamo o no, allora è naturale che i tedeschi possano creare la loro ideologia, tanto quanto la possiamo creare noi.
Se il «bene» e il «meglio» sono termini che derivano unicamente dalle ideologie dei singoli popoli, allora è certo che non si può dire che un’ideologia sia migliore di un’altra.
A meno che il metro di misurazione sia indipendente dalle cose da misurare, non si può fare nessuna misurazione.
Per la stessa ragione è inutile paragonare le idee morali delle diverse epoche: il progresso e la decadenza sono ugualmente concetti senza senso.
(CLIVE STAPLES LEWIS, Il veleno del soggettivismo, in Id., Prima che faccia notte: Racconti e scritti inediti, BUR, Milano 2012, versione eBook, 75%)
Forse, dopo aver letto questa frase, ci sarà ancora qualcuno che insisterà nel ritenere che il nazismo è oggettivamente sbagliato.
Forse qualcuno dirà che il senso di giustizia o magari l’istinto di conservazione della specie sono qualcosa di oggettivo, scritto dentro di noi – e dunque le incarcerazioni, le torture, i genocidi e tutte le pratiche barbare perpetrate dal nazismo – andando contro il comune sentire – sono oggettivamente sbagliate, perché minano la sopravvivenza della specie.
In realtà – come avevo già spiegato in quest’altra occasione – se si segue una logica ateo-materialista, quello che noi chiamiamo «senso del dovere» non è nient’altro che il risultato dell’evoluzione.
Cosa intendo?
Decine di migliaia di anni fa, i nostri antenati che cooperavano tra loro sopravvivevano di più; quelli che invece rubavano, uccidevano, tradivano il gruppo, venivano esclusi… o morivano prima.
La selezione naturale ha premiato certi comportamenti e ne ha scartati altri.
Col tempo, i comportamenti utili alla sopravvivenza si sono trasmessi di generazione in generazione – prima come abitudini, poi come regole sociali… e a un certo punto l’uomo ha cominciato a chiamarli «morale», «coscienza», «senso della giustizia».
In altre parole: ciò che oggi sentiamo come «giusto» o «sbagliato» non sarebbe altro che il sedimento di comportamenti antichissimi, cristallizzati nel tempo in quello che chiamiamo «coscienza» o «senso della giustizia»…
…o per dirla di nuovo con le parole di Lewis:
A volte [il materialista] cerca di giustificarsi basandosi sull’istinto.
Può dire che «abbiamo l’istinto a preservare la nostra specie».
Ma è proprio così?
E se sì, chi ci dice che dobbiamo obbedire proprio a questo istinto, a scapito di tutti gli altri impulsi che vanno in direzione contraria rispetto alla preservazione della specie?
Il riformatore sa che qualche istinto è più importante degli altri solo perché giudica basandosi su uno standard, il quale altro non è, ancora una volta, se non la morale tradizionale che pretende di rimpiazzare.
È ovvio che gli istinti, di per sé, non possono fornirci un fondamento su cui stabilire una gerarchia.
Se non si ha già una conoscenza della loro rispettiva importanza mentre li si studia, non si può far derivare tale sapere da loro.
Questo tentativo complessivo di gettare a mare la morale tradizionale considerandola qualcosa di soggettivo e sostituirla con un nuovo sistema di valori è sbagliato.
È come cercare di sollevarsi facendo leva sul proprio bavero della giacca.
(CLIVE STAPLES LEWIS, Il veleno del soggettivismo, in Id., Prima che faccia notte: Racconti e scritti inediti, BUR, Milano 2012, versione eBook, 75-76%)
(Se non siete ancora del tutto convinti di quel che ho scritto – ripeto – ho dedicato un’intera pagina del blog a confutare questo ragionamento fallace dei materialisti e dei riduzionisti)
2 • Il sistema di riferimento… senza Dio
L’epistemologia è quella branca della filosofia che si interroga su cosa significa conoscere la realtà e su quanto possiamo fidarci di ciò che crediamo di sapere: quali sono i meccanismi e i processi che avvengono dentro la nostra testa, quali sono le capacità e i limiti dei cinque sensi, della ragione, dell’intuizione, della memoria, del linguaggio con cui descriviamo e interpretiamo ciò che vediamo.
Detto in parole più semplici, l’epistemologia è la disciplina per cui ci chiediamo «come facciamo a sapere quello che sappiamo?».
Ora.
Prima che qualcuno pensi che io stia per partire col pippone filosofico… perché ho scritto questa definizione?
Perché ognuno di noi percepisce la realtà in modo leggermente diverso.
Non perché la realtà ci inganni – la realtà è quella che è – ma perché ognuno di noi è cresciuto in modo diverso.
Ognuno di noi ha avuto:
- una famiglia diversa;
- un’educazione diversa;
- un percorso di studi diverso;
- esperienze, traumi, gioie, delusioni, cetrioli, pali in faccia…

Tutte queste cose – la nostra storia, i nostri schemi mentali, i nostri bias cognitivi – filtrano il modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo.
E a proposito di bias: io (come tutti) ne ho tanti… e molti di questi derivano dal fatto che all’università ho studiato ingegneria.
Ad esempio.
In ogni esercizio di fisica che ho fatto nell’arco della mia vita (da quelli di meccanica classica al liceo, fino a quelli più complessi per l’esame di «Modelli matematici di reattori e bioreattori chimici» durante l’ultimo anno di uni) era necessario specificare, per ogni grandezza, il cosiddetto sistema di riferimento:
- «La concentrazione del composto è 30!» – «Sì… ma 30 cosa?»
- «Il punto è lontano 1500…» – «Ok, ma 1500 cosa? E a partire da dove?»
- «L’aereo è super-veloce!» – «Quanto? E rispetto a quale sistema di riferimento?»
Ora non dico di essere un grammar-nazi delle unità di misura…
…però ogni volta che vedo Star Wars, e Han Solo dice di «aver percorso la rotta di Kessel in meno di 12 parsec», mi sale un brivido lungo la schiena (*).
(*) (Il parsec infatti è un’unità di misura della DISTANZA, non del TEMPO! In pratica, è come se Han Solo avesse detto: «Ho percorso la distanza Roma-Milano in meno di 200 chilometri!»)
Se è chiaro quel che ho detto, concedetemi di allargare il ragionamento: io credo che il discorso sul sistema di riferimento non valga solo per le cosiddette grandezze fondamentali (lunghezza, massa, intervallo di tempo, temperatura, etc.)…
…ma che dovrebbe essere applicato (mutatis mutandis) a un po’ tutti gli ambiti della realtà:
- la filosofia
- l’arte
- il diritto
- l’economia
- la politica
- l’etica
- l’educazione
- la giustizia
- etc.
Provo a spiegare un po’ meglio quel che voglio dire facendo un salto nel passato.
Nel Medioevo (ma anche in molti altri contesti culturali disseminati nello spazio-tempo), tutti gli àmbiti della vita – pubblica e privata – rimandavano ad un fine trascendente.
In che senso?
Nel senso che ogni aspetto della vita – la politica, l’arte, l’economia, il diritto, la famiglia, l’educazione – non era ripiegato su sé stesso, ma poggiava su un “sistema di riferimento”: Dio…
…su Dio, cioè sulla Sintesi di tutte le perfezioni: il Bene, la Bellezza, la Verità, la Giustizia, l’Unità, la Santità.
Se Dio è il Bene, la Bellezza, la Verità, etc. allora tutto il resto può essere misurato in base a quanto si avvicina o si allontana da Lui.
E dunque, in quel contesto storico, si poteva affermare che…
- la politica o l’economia sono buone se corrispondono a quella Giustizia;
- la filosofia è vera se corrisponde a quella Verità;
- l’arte è bella se corrisponde a quella Bellezza;
- il diritto è giusto se corrisponde a quel Bene;
- etc.
Dio funzionava da sistema di riferimento assoluto: un punto fisso, esterno e indipendente, rispetto al quale si poteva misurare – o per lo meno valutare – tutto il resto.
In realtà, funziona ancora così per chi è cristiano e – in generale – per chi crede in Dio.
Io oggi – da cristiano – posso affermare che:
- il fine della politica è il perseguimento del bene comune, cioè «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (Costituzione pastorale Gaudium et Spes, n.26); ovviamente anche un ateo può dire che «desidera perseguire il bene comune»… il problema è che – da quando Dio è stato buttato nel cesso e tirato lo sciacquone – nessuno sa più dire con certezza cosa sia davvero “bene” per l’uomo: senza coordinate antropologiche solide, il “bene comune” finisce per essere definito in base alla cultura del momento, al consenso della maggioranza, agli interessi di chi governa, o semplicemente a «quello che mi sembra»;
- il fondamento della filosofia è la ricerca della Verità… ma la Verità può essere cercata solo se esiste oggettivamente, indipendentemente da me e da te; e una Verità oggettiva accessibile alla ragione ha senso solo se c’è un Logos che precede e fonda la ragione stessa («In principio era il Logos», Giovanni 1,1); senza questo fondamento, la filosofia non cerca la verità: cerca UNA verità… e alla fine si scivola nel relativismo;
- il senso dell’arte è glorificare il Creatore attraverso il bello… perché la bellezza non è un’opinione soggettiva, ma un riflesso di Dio stesso; senza questo fondamento, l’arte perde qualsiasi criterio oggettivo per distinguere il bello dal brutto, e si riduce a puro estetismo;
- il fondamento del diritto è la legge morale naturale, scritta da Dio nel cuore di ogni uomo (cfr. Romani 2,15) – cioè un insieme di principi morali oggettivi, universali, che non dipendono dalla volontà del legislatore né dal consenso della maggioranza; il punto cruciale è questo: una legge naturale ha senso solo se c’è un legislatore naturale; se non c’è Dio, la legge naturale diventa una convenzione come un’altra – e allora non si capisce perché il Tribunale di Norimberga abbia potuto condannare i nazisti per crimini «contro l’umanità», visto che i nazisti stavano semplicemente seguendo le leggi del loro Stato;
- lo scopo dell’economia è la destinazione universale dei beni («Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità», Gaudium et Spes, n.69), perché i beni della terra non appartengono agli uomini, ma a Dio; l’uomo ne è custode, non padrone; senza questo fondamento, la redistribuzione delle risorse diventa una questione di forza o di consenso politico, non di giustizia oggettiva;
- etc.
Ora.
Cosa accade invece se si perde di vista Dio?
Cosa accade se si perde questo “sistema di riferimento”?
Cosa accade quando si butta via il metro con cui si misura tutto il resto?
Accade quello che vediamo ogni giorno intorno a noi: mai come oggi nella storia dell’occidente, si è persa una dimensione trascendente dell’esistenza (cioè immateriale, soprasensibile, metafisica).
Senza queste coordinate, senza un «centro di gravità permanente», tutti gli àmbiti della società, della cultura, del sapere sono diventati auto-referenziali.
Cioè si sono rattrappiti su sé stessi.
Cioè cercano un fine al proprio interno.
Senza un riferimento trascendente infatti:
- il fine della politica diventa il potere;
- il fondamento della filosofia diventa il relativismo;
- il senso dell’arte diventa un vuoto estetismo;
- il fondamento del diritto diventa il legalismo;
- la scienza finisce per rincorrere gli interessi del mercato;

Se togliamo di mezzo Dio, qualsiasi altro sistema di riferimento è parziale, soggettivo, instabile – perché si finisce sempre per dire che qualcosa «è buono» o «è cattivo»…
- «…per me»;
- «…per la maggioranza»;
- «…per chi comanda»;
- etc.
Ora.
So bene che ciò che sto per scrivere non può essere «dimostrato scientificamente»…
…ma io credo fermamente che la perdita della dimensione trascendente sia alla radice di buona parte dei problemi con cui si sta confrontando il mondo contemporaneo – le crisi geo-politiche internazionali, l’inquinamento, l’ingiusta distribuzione delle risorse, le condizioni di lavoro disumane di moltissime persone, la crisi demografica, il nichilismo tra i giovani, la crescente solitudine e perdita di coesione sociale, il numero di suicidî in aumento, etc.
Non sono problemi economici, o politici, o tecnici…
…sono problemi di chi prova ad orientarsi dopo che ha perso la bussola.
Non a caso, il filosofo e teologo russo Vladimir Solov’ëv (1853-1900) aveva scritto queste righe sul finire dell’800:
L’interesse egoistico, singolo, il fatto casuale, il particolare angusto, l’atomismo nella vita, nella scienza e nell’arte, sono l’ultima parola della civiltà occidentale […].
Questa civiltà elaborò forme particolari e materiali esteriori per la vita ma non diede all’umanità il contenuto interiore della vita stessa; dopo aver evidenziato certi elementi singoli, li portò al massimo grado di sviluppo, per quanto è possibile nella loro separazione, ma li lasciò senza un nesso organico e quindi privi di spirito vivente per cui tutta questa ricchezza è un capitale morto.
(VLADIMIR SOLOV’ËV, Filosofskie načala cel’nogo znanija, Sobranie Sočinenij I, Bruxelles 1966, tr. it. I principi filosofici del sapere integrale, in Sulla Divinoumanità e altri scritti, Milano 1971, p.48)
3 • La materia… senza Dio
Detto questo.
Concedetemi di togliermi un altro sassolino dalla scarpa.
Secondo il riduzionismo materialista, l’uomo non è nient’altro che materia: un insieme più-o-meno-complesso di atomi, ordinati in modo più-o-meno-elaborato, che si muovono seguendo unicamente il principio di causa ed effetto.
Nient’altro.
I pensieri più profondi che tu possa avere non sono nient’altro che reazioni elettrochimiche nel tuo cervello.
L’amore per la tua fidanzata, per tua moglie, per i tuoi figli non è nient’altro che un epifenomeno dell’ossitocina.

Ora.
Vorrei dire ciò che sto per dire nel modo più gentile possibile.
E anche nel modo più laico possibile – facendo appello al solo uso della ragione.
Io penso che il materialismo sia una posizione filosofica molto stupida.
Per carità, ha un fascino innegabile: sembra scientifico perché tira in ballo atomi, neuroni, l’evoluzione, le leggi della natura…
Sembra solido…
Sembra verificabile…
Sembra moderno…
Il problema è che – come ha notato il filosofo e storico della scienza belga Dominique Lambert (classe 1960) – questa solidità è un’illusione:
La [posizione] materialista non è completamente consistente, dato che pretende di servirsi esclusivamente della scienza, mentre nasconde nei fatti un postulato filosofico – «Non esiste altro che la materia» -, postulato che non può essere giustificato dalle scienze stesse.
(DOMINIQUE LAMBERT, Scienza e teologia. Figure di un dialogo, Città Nuova, Roma 2006, p.158)
Non so se si è capito il concetto.
Se io dico che «esiste solo la materia», questa frase NON può essere dimostrata scientificamente.
Intendiamoci: si può fare un ATTO DI FEDE e credere che esista solo la materia…
Ma questa presa di posizione viene prima della scienza.
La scienza – da sola – non è in grado né di dimostrare né di smentire questa affermazione.
E badate bene: per dire quello che sto dicendo non è necessario tirare in ballo la Bibbia, né alcuna rivelazione religiosa…
…è sufficiente usare la ragione – quella stessa ragione di cui gli atei materialisti si vantano di essere «gli unici eredi fedeli».
Sarà un po’ antipatico, ma vale la pena ricordare che una volta il biochimico statunitense Christian Anfinsen (1916-1995) – Premio Nobel per la chimica nel 1972 – disse provocatoriamente queste parole:
Penso che solo un idiota possa essere ateo.
Dobbiamo ammettere che esiste una potenza o una forza incomprensibile, dotata di preveggenza e conoscenza illimitate, che ha messo in moto l’Universo sin dalla sua origine.
(CHRISTIAN ANFINSEN, in Cosmos, Bios, Theos, a cura di Margenau e Varghese, Open Court, 1992, p.139)
Ora.
Lungi da me ricorrere alla fallacia logica dell’appello all’autorità e prendere per oro colato la frase del primo scienziato che tiri acqua al mio mulino.
È una provocazione, non una dimostrazione!
Quello che trovo significativo però è che un premio Nobel – cioè una persona che è arrivata in cima alla “piramide alimentare” della ricerca scientifica – si sia sentita legittimata a dire una cosa del genere.
Chissà.
Forse, guardando abbastanza “in fondo” alla materia, si finisce per trovare qualcosa (*) che la materia da sola non riesce a spiegare.
(*) (o Qualcuno)
Ecco.
Io penso che le persone che dicono che «non siamo nient’altro che materia» siano in grave errore…
…e faccio mie le parole che l’insegnante e pedagogista Franco Nembrini (classe 1955) ha scritto nel suo commento al Purgatorio di Dante:
Se siamo esclusivamente materia, hanno ragione Piero Angela e Voltaire: siamo «balocchi del destino», quella che chiamiamo libertà non è che l’ignoranza delle leggi che ci governano.
Solo se sussiste in noi qualcosa di non riducibile alla materia, un principio di natura diversa, quello che il linguaggio tradizionale chiama anima, possiamo essere liberi; solo se c’è un Dio che ha creato le leggi di natura ma anche un punto che misteriosamente non è loro sottomesso, allora la libertà è possibile. In estrema sintesi: o ci sono un Dio e un’anima immateriale, o c’è soltanto la natura con le sue leggi immutabili.
(FRANCO NEMBRINI, dal suo commento al Purgatorio di Dante Alighieri, Canto XVIII, Mondadori, Milano 2020, p.419)
O c’è Dio, o non esiste libertà.
O tu sei dotato di un’anima metafisica – e allora c’è qualcosa in te che va oltre la materia – oppure sei una macchina biologica più-o-meno-sofisticata, ma la tua “libertà” è solo l’inconsapevolezza dei meccanismi che ti muovono.
Se sei una macchina però:
- non hai davvero responsabilità morale, perché le macchine non scelgono;
- non hai davvero diritti, perché i diritti presuppongono un soggetto che li detiene, non un aggregato di atomi;
- non hai davvero dignità, perché le macchine non hanno valore intrinseco, solo funzionale…
Forse qualcuno potrebbe obiettare qualcosa tipo: «Vabbè, Sale, ma queste sono solo pippe mentali… nella pratica, anche un ateo crede che le persone abbiano una dignità e dei diritti inviolabili, le rispetta, è capace di vivere civilmente in società, etc.».
Sì, è vero.
Non ho mai negato questo.
Quel che sto dicendo è un’altra cosa: senza un fondamento solido, prima o poi la struttura cede.
Non necessariamente nella vita del singolo.
Ma nella storia di un popolo, di una nazione, di una civiltà.
Le conseguenze non si vedono nel singolo atto, ma si accumulano nel tempo.
Gutta cavat lapidem, dicevano gli antichi.
La goccia scava la pietra.
A tal proposito, mi viene in mente un pensiero di un autore russo.
Non so se conoscete Aleksandr Solženitsyn (1918-2008) – scrittore e filosofo russo, sopravvissuto ai gulag sovietici, Premio Nobel per la letteratura nel 1970.
Solženitsyn è una persona (*) che ha vissuto sulla propria pelle cosa accade quando una società decide sistematicamente di fare a meno di Dio.
(*) (tra milioni di uomini che hanno vissuto quest’esperienza)
Ebbene.
Verso la fine della sua vita, riflettendo su decenni di ricerca storica sulla Rivoluzione russa e sulle sue conseguenze (le stime più conservative parlano di almeno 20 milioni di morti – tra carestie indotte, fucilazioni, deportazioni e gulag – ma molte ricerche arrivano fino a 60 milioni, includendo tutte le morti indirette imputabili al regime) ha detto queste parole:
Più di mezzo secolo fa, quando ancora ero un bambino, ricordo che un certo numero di anziani offriva questa spiegazione per i disastri che avevano devastato la Russia: «Gli uomini hanno dimenticato Dio, perciò tutto questo è accaduto». Da quel giorno, ho passato 50 anni a lavorare sulla storia della nostra rivoluzione; ho letto centinaia di libri, raccolto centinaia di testimonianze personali. Ma se mi fosse domandato di formulare in maniera più concisa possibile la principale causa della rovinosa rivoluzione che ha inghiottito quasi 60 milioni di russi, non potrei metterla in maniera più accurata che ripetendo: «Gli uomini hanno dimenticato Dio, perciò tutto questo è accaduto».
(ALEKSANDR SOLŽENITSYN, citato in EDWARD E. ERICSON JR, Solzhenitsyn – Voice from the Gulag, Eternity, ottobre 1985, pp.23–24)
4 • Come si giunge a Dio?
Fin qui ho provato a condividervi due/tre pensieri sul perché – secondo me – il mondo senza Dio non regge (e infatti non sta reggendo).
Arrivati a questo punto però, qualcuno potrebbe giustamente chiedere:
- «Ma scusa, Sale, cosa dovremmo fare allora?»
- «Sforzarci di credere in Dio?»
- «Auto-convincerci del fatto che esista?»
- «È una questione di buona volontà? O di fortuna?»
- «Come si fa ad arrivare a Dio?»
Eh, bella domanda.
In un’altra pagina del blog provavo a spiegare che non si arriva a Dio con un ragionamento matematico.
Dio non è il risultato che si ottiene dopo aver risolto un sistema di equazioni differenziali alle derivate parziali.
Dio non si “dimostra”.
Però si può intuire la Sua esistenza per convergenza di indizi.
Indizi che si trovano un po’ ovunque – nella natura, nel cuore dell’uomo, nella struttura stessa della realtà.
Ciascuno di questi indizi – preso singolarmente – può anche avere una sua spiegazione più-o-meno scientifica… ma io penso che ci voglia un gran coraggio (o un gran cinismo) a liquidarli TUTTI come coincidenze casuali (senza contare che le persone non sanno neanche bene cosa intendono quando dicono che qualcosa è accaduto per caso).
Ad esempio:
- il fatto che esista qualcosa invece del nulla;
- il fatto che le costanti fisiche fondamentali – la velocità della luce, la massa dell’elettrone, la forza gravitazionale – siano calibrate con una precisione tale che se una sola di esse variasse di una frazione infinitesimale, la vita non potrebbe esistere;
- la struttura del DNA, che in ogni singola cellula contiene più informazioni di un’enciclopedia in 30 volumi;
- la capacità del cervello umano di contenere circa 100 miliardi di neuroni, connessi tra di loro da circa 100 trilioni di sinapsi;
- la bellezza “inutile”, che non è funzionale all’evoluzione della specie umana: la commozione davanti a un brano di Mozart, ad un tramonto sulla spiaggia, a una poesia di Manzoni, a un neonato che sorride, etc;
- l’amore gratuito, che non porta nessun vantaggio evolutivo: un volontario che assiste malati terminali sconosciuti, un soldato che si butta su una granata per salvare i commilitoni, etc;
- l’esistenza della coscienza, cioè il fatto che a tutti i processi fisici che avvengono nel nostro cervello si accompagna un’esperienza soggettiva – tu non sei solo «un cervello che elabora dati», c’è qualcuno che li vive e li esperisce dall’interno!
- la perfezione della natura: i cristalli di neve, nessuno dei quali è mai identico a un altro; la disposizione dei semi di girasole, che seguono la sequenza di Fibonacci; la geometria frattale dei broccoli, che ripete la stessa forma su scale sempre più piccole con una precisione che sembra uscita da un manuale di matematica…

Alcuni degli argomenti a cui ho accennato in questo elenco rientrano nelle famose «cinque vie» di Tommaso d’Aquino (1224/1225 – 1274).
Nonostante tutto questo, so bene che ci sono moltissime persone (magari anche tu che stai leggendo) che di fronte all’elenco che ho scritto qui sopra avranno fatto spallucce.
Come mai?
È difficile azzardare un’ipotesi sul perché alcune persone – guardando la realtà e unendo i puntini in un certo modo – dicono: «Ecco un segno dell’esistenza di Dio!»… mentre altre – guardando le stesse cose – “non sentono nulla”.
Certamente – come accennavo qui sopra – la fede non è il frutto di un ragionamento, ma è un dono di Dio…
…detto questo però, io penso che viviamo in un’epoca molto strana – in cui succedono cose molto strane ed anti-intuitive.
Viviamo in un’epoca in cui i giovani si disprezzano e non riescono a guardarsi allo specchio senza farsi schifo.
In cui si può avere tutto – benessere materiale, intrattenimento, relazioni, svaghi di ogni tipo – e sentirsi comunque vuoti.
In cui il tasso di suicidî tra gli adolescenti non ha precedenti nella storia moderna.
In cui gli uomini più ambiziosi – dopo aver ottenuto tutto quello che si erano prefissati – si ritrovano a cinquant’anni a chiedersi: «e mo?».
In cui le persone anziane muoiono abbandonate in ospizi e case di riposo.
In cui molti miei coetanei hanno perso la speranza e chiamano questa rassegnazione «realismo».
In cui le guerre continuano – e dietro ogni guerra c’è sempre un popolo, un’ideologia, un regime che ha sostituito Dio con qualcos’altro: la nazione, la razza, la classe, il progresso, la sottomissione degli infedeli, «la terra promessa», l’esportazione della democrazia, la sovranità nazionale del mondo slavo, etc.
Ecco.
In un’epoca come la nostra – in cui abbiamo perso ogni bussola – forse è anche “normale” che molte persone leggano l’elenco degli indizi che ho scritto qui sopra, e anziché vederci un’impronta di Dio, rimangano indifferenti o ciniche.
Come si può arrivare a Dio allora?
Non so.
Forse oggi la «corsia preferenziale» per arrivare a Dio potrebbe non essere quella filosofica, intellettuale, speculativa, che si basa sulla «perfezione dell’universo»…
…ma una corsia più esistenziale, che passa dalle ferite che ogni uomo ha nel suo cuore.
In che senso?
La butto lì.
Avete mai avuto la sensazione che niente di quello che avete ottenuto (e che otterrete) nella vita vi soddisfi davvero?
Si tratti del successo, dell’amore, del piacere, dei viaggi, di quello-che-vi-pare: ogni “conquista” lascia sempre un residuo di insoddisfazione.
C’è qualcosa dentro di noi – una fame, un’inquietudine, una nostalgia per qualcosa che gli atei non riescono neanche a nominare – che nessuna cosa materiale sazia mai del tutto.
Ebbene.
Forse oggi la via per arrivare a Dio non passa tanto dalle cinque vie di Tommaso, ma da questa cosa qui…
…o, per rubare le parole dall’autobiografia del vescovo americano Fulton Sheen (1895-1979):
Anni fa le anime erano portate a credere in Dio dall’ordine dell’universo. Oggi le anime sono portate a Dio dal disordine dentro di sé. È meno la bellezza del creato e più i serpenti che si attorcigliano nel petto umano ciò che le spinge a cercare riposo in Cristo.
(FULTON SHEEN, La mia vita: un tesoro in un vaso di argilla, Ares, Milano 2025, p.341)
Cosa intendo?
Per spiegarlo vi racconto un aneddoto.
A giugno 2026 sono stato a Milano a fare un incontro live di Salesalato, davanti ad un gruppo di ragazzi – età media tra fine liceo e primi anni di università.
Durante l’incontro si è parlato di varî temi – dell’amore, della castità, dei rapporti di coppia, del matrimonio, del saper riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, della pornografia, etc.
Non ricordo quale è stato il pretesto, ma a un certo punto – per fare un esempio – ho citato Zerocalcare e la serie Netflix Due Spicci, uscita pochi giorni prima.
Al termine dell’incontro, mi si è avvicinato uno dei ragazzi (avrà avuto 22-24 anni), e mi ha detto che «Zerocalcare gli sta sul c🍆zzo».
Gli ho chiesto come mai, e mi ha detto una cosa molto interessante.
(Parola più, parola meno) il ragazzo ha detto che la cosa che più gli dà fastidio di Zerocalcare è il fatto che – nonostante abbia avuto successo nella vita – continui ad ergersi davanti al pubblico come «paladino della mediocrità»: lui, che di mestiere fa il fumettista e “ha sfondato” nella vita, recita la parte dello svogliato, di quello che non vuole uscire di casa, che vuole stare tutto il giorno sul divano a disegnare, mangiare plumcake e fare binge-watching su Netflix, al riparo dagli “accolli” esterni.
E il problema – ha aggiunto il ragazzo – è che il pubblico trova questo modello “relatable”.
Cioè il pubblico si identifica in questo modello e (implicitamente) pensa: «Se Zerocalcare è un mediocre, anch’io mi sento autorizzato ad essere un mediocre».
Zerocalcare suscita molta vicinanza ed empatia.
Un po’ perché – tra una battuta e l’altra – spesso condivide riflessioni intime sulle sue inquietudini…
…un altro po’ perché la cadenza romana sta simpatica a tutti – e quindi risulta doppiamente vicino allo spettatore quando parla dei sentimenti indicibbbili e delle paure inenarrabbbili all’interno del suo cuore, che è circondato da rovi, filo spinato, fascisti e coccodrilli.
Ora.
Cosa c’entra Zerocalcare col discorso che stavo facendo?
C’entra perché i rovi e il filo spinato di cui parla il fumettista esistono… è inutile negarlo.
Fulton Sheen – nella frase che vi ho riportato qui sopra – parla di «serpenti che si attorcigliano nel petto».
La domanda però è: tu cosa ci vuoi fare con i tuoi serpenti?
Premesso che non voglio essere cattivo nei confronti di Zerocalcare (anzi, gli sono molto grato – già solo per il fatto che è stato “per colpa” del suo blog a fumetti che mi è venuta l’idea di creare Salesalato).
Michele Rech è molto bravo a diagnosticare la presenza di quell’inquietudine nel suo cuore – e in quello di ciascuno di noi…
…ma – dopo averla identificata con precisione chirurgica – si limita a recitare la parte del Tiziano Ferro romano in crisi post-adolescenziale.
Dell’eterno adolescente di 42 anni che ha fatto della sua tristezza e del «a noi nessuno ci capisce» la gallinella dalle uova d’oro.
Oh, ripeto: non ne faccio una colpa di Zerocalcare.
Non è lui ad essere un piagnone…
…è una tendenza scritta nel cuore dell’uomo.
Tanto per dire.
Nel 1817, il poeta Ippolito Pindemonte (1753-1828) in una sua poesia scriveva qualcosa di molto simile – flirtando con questo tipo di tristezza:
Melanconia,
Ninfa gentile,
La vita mia
Consegno a te.
I tuoi piaceri
Chi tiene a vile,
Ai piacer veri
Nato non è.
(IPPOLITO PINDEMONTE, La Melanconia, versi 25-32, tratta dalla raccolta Poesie Campestri)
Ma dopo esserci lamentati (in modo sottilmente narcisistico) per la nostra malinconia da «eterni incompresi»…
Dopo esserci detti l’un l’altro: «Maddai, anche tu provi la stessa inquietudine come me? Pensavo di essere l’unico!»…
Dopo aver recitato la parte di Jacopo Ortis o del giovane Werther, travagliato dai suoi dolori…
…che ci vogliamo fare con questo vuoto?
La butto lì.
Forse… e dico forse…
Quel vuoto che c’è nel cuore di ciascuno di noi ha la forma di qualcosa – anzi, di Qualcuno – che può riempire quella voragine.
Forse dietro a queste sensazioni “inenarrabbbili” che ogni tanto ci abitano si nasconde una domanda implicitamente rivolta a Qualcuno.
Forse, nonostante le angosce esistenziali, non siamo vedove.
Non siamo zitelle.
Siamo vergini (*) in attesa dello sposo.
(*) (anche chi la verginità l’ha fisicamente persa, tranquilli!)
Tante volte, tutta la fatica, tutto il rumore, tutta la distrazione con cui riempiamo le nostre giornate non sono altro che il tentativo – più o meno consapevole – di non metterci in contatto con questa nostalgia.
Di non ammettere che aspettiamo Qualcuno.
Perché ammettere di aspettare Qualcuno significa ammettere di essere soli.
E ammettere di essere soli – davvero soli, nel profondo – è la cosa più difficile che esista…
…ma è anche – forse – il primo passo.
…perché poi, quando arriva lo Sposo, è festa grande.
Conclusione
In un’omelia che ha pronunciato due anni dopo aver rassegnato le dimissioni, nascosto in Vaticano, il papa emerito Benedetto XVI (1927-2022) ha pronunciato queste parole:
Se Dio non c’è, il resto non funziona più, non ha più consistenza, come vediamo oggi: dove si toglie Dio, tutto il resto non ha più consistenza.
(BENEDETTO XVI, da un’omelia pronunciata l’8 marzo 2015 nel Monastero Mater Ecclesiae, in BENEDETTO XVI, Il Signore ci tiene per mano: omelie inedite 2005-2017: Avvento, Quaresima, Pasqua, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2025, p.112)
sale
(Autunno 2026)
- CLIVE STAPLES LEWIS, L'abolizione dell'uomo, Jaca Book, Milano 2016
- JEAN-PAUL SARTRE, La nausea, Einaudi, Torino 2014
- HENRI DE LUBAC, Il dramma dell'umanesimo ateo, Morcelliana, Brescia 1988
- VLADIMIR SOLOV'ËV, I tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo, Fazi, Roma 2017
- FABIO ROSINI, 9° Incontro sul Credo Apostolico - II Parte - la remissione dei peccati
- FËDOR DOSTOEVSKIJ, Memorie dal sottosuolo, Biblioteca Economica Newton, Roma 2005