Esiste il libero arbitrio o è tutto «già scritto»?

Condividi sui social:

1 • Il libero arbitrio e «la Scienza»

Ci sono persone che dicono che non esiste il libero arbitrio.

E che è tutto già scritto.

Ma, attenzione… non è una loro opinione: «lo dice la scienza!».

Anzi.

«Lo dice la Scienza.

(le persone che scrivono «Scienza» con la «S» maiuscola secondo me hanno avuto una carenza di affetto quando erano piccole)

Che significa che «tutto è già scritto?».

Beh… significa che l’unica legge che regola il mondo è quella del determinismo materialista.

Ovvero?

Ovvero tutto ciò che accade non è nient’altro che il risultato di una lunga catena di eventi, tutti reciprocamente connessi in modo necessario e inevitabile, dal Big Bang in poi.

Causa -> effetto -> causa -> effetto -> etc.

Dall’origine dei tempi fino ad oggi, tutto ciò che è accaduto non poteva che accadere così.

Ciò che noi chiamiamo «libertà» è semplicemente un’illusione.

Diciamo di essere liberi, ma in realtà semplicemente «siamo ignoranti» – nel senso che «ignoriamo» questa lunga catena di cause ed effetti.

Se – in via del tutto ipotetica – conoscessimo l’esatta posizione, velocità e direzione di ogni molecola dell’universo, e le inserissimo in un computer gigantesco (o nella testa del dr. Manhattan di «Watchmen») potremmo prevedere con assoluta certezza il futuro.

Oppure – calcolando retroattivamente qual era stato il movimento di quelle particelle – potremmo risalire la catena di cause ed effetti fino all’origine dell’universo.

Il resto sono solo chiacchiere…

Sovra-strutture…

Bias cognitivi…

Illusioni…

Ad esempio: quando parliamo di «amore» siamo degli ingenui… dovremmo dire piuttosto che è «un epifenomeno prodotto dal nostro cervello» (*).

Dovremmo smettere di dire «ti amo» (l’amore è solo un costrutto sociale) e iniziare a dire che «la corteccia cerebrale che fabbrica il mio io è eccitata fino alla zona di Broca dagli stimoli nervosi causati da questo aggregato di atomi antropoide che per comodità chiamo “mia moglie”» (*).

La persona che dico di amare «non è un volto, ma un insieme di segnali nervosi attivi in un’apparecchiatura neuronale» (*).

…chi trovasse surreali queste ultime cose che ho scritto, può andare a cercare su Wikipedia Michel Onfray, filosofo e saggista francese, classe ’59, appartenente alla corrente dell’edonismo e del post-anarchismo.

(*) (le frasi che ho scritto per perculare il pensiero di Onfray, le ho scopiazzate da FABRICE HADJADJ, Mistica della carne : la profondità dei sessi, Medusa, Milano 2020, p.27)

Michael Onfray è l’esempio perfetto di ciò che accade quando il materialismo viene portato fino alle sue estreme (e coerenti) conseguenze.

peter singer antispecismo

Insomma…

Secondo me, «lo dice la scienza» è la versione adulta de «l’ha detto la maestra».

2 • È tutto già scritto?

In realtà non è vero che tutto già scritto.

O per lo meno: questa affermazione non è stata dimostrata dalla scienza (*).

(*) (Per i dubbiosi, potete andare a scartabellarvi qualche libro di meccanica quantistica, neurobiologia, termodinamica applicata, ingegneria genetica, neuropsichiatria… non troverete questa frase in nessuna pubblicazione accademica con un minimo di autorevolezza scientifica)

Piuttosto.

Sarebbe più corretto dire che esistono due posizioni filosofiche, diametralmente opposte:

  • il meccanicismo
  • il vitalismo

In che consistono?

1) Secondo il meccanicismo, tutti i fenomeni dell’universo sono riconducibili a leggi fisico-chimiche. Non solo i fenomeni più “elementari” (la digestione, la riproduzione, etc.), ma anche quelli più complessi: lo sviluppo della coscienza umana, i sentimenti, i desiderî, etc… tutto è riconducibile UNICAMENTE a leggi fisiche (leggi molto complesse; leggi che oggi non conosciamo; ma da un punto di vista teorico, tutto è riconducibile all’applicazione del principio di causa-effetto).

leonard hofstadter e leslie winkle

2) Secondo il vitalismo invece, i fenomeni biologici (come la creazione della vita) e psicologici (l’intelligenza, la volontà, la coscienza, le speranze, i sogni, l’amore, etc.) sono irriducibili alle leggi della meccanica, della chimica e della fisica.

NOTA BENE: il vitalismo non nega che – ad esempio – ci sia una relazione tra l’attrazione sessuale e il testosterone nel sangue di un uomo; MA afferma che fenomeni complessi come l’innamoramento o il desiderio di paternità non siano TOTALMENTE riconducibili a leggi fisico-chimiche.

Queste due posizioni sono sempre state presenti nella storia del pensiero umano.

Tra i filosofi greci, Democrito e Leucippo erano meccanicisti.

Aristotele invece era vitalista.

Nel corso della storia, altri meccanicisti sono stati Voltaire (*), Hobbes, una caterva di altri positivisti (Jean Meslier, d’Holbach, Diderot), Freud… fino ad arrivare ai materialisti moderni.

(*) (alla voce «Destino» del suo «Dizionario Filosofico», pubblicato nel giugno del 1764, Voltaire scriveva: «O il mondo sussiste per sua propria natura, per le sue leggi fisiche, o è stato formato da un Essere supremo secondo le sue leggi superne: nell’un caso o nell’altro queste leggi sono immutabili; nell’un caso o nell’altro, tutto è necessario […]. Io ho necessariamente la passione di scrivere questo; tu hai la passione di condannarmi: siamo entrambi egualmente inutili, egualmente balocchi del destino»)

Tra i vitalisti, invece, ci sono Plotino, Boezio, Agostino, Kierkegaard e una serie di altri pensatori che potete facilmente trovare su Wikipedia.

Da un certo punto di vista, meccanicismo e vitalismo sono entrambe posizioni “dogmatiche” – nel senso che vengono prese per buone da alcune persone o da altre, ma nessuna delle due è stata “scientificamente” dimostrata.

A tal proposito, mi pare interessante citare un aneddoto.

Jacques Monod (1910 -1976) è stato un biologo e filosofo francese, che nel 1956 ha vinto il Premio Nobel per la medicina.

Cinque anni dopo aver vinto il premio, ha scritto un saggio intitolato «Il caso e la necessità».

Riducendo all’osso la questione, il libro prova a riflettere su questi interrogativi:

  • «Come diamine è stato possibile il passaggio dalla materia inorganica e non vivente a quella organica e vivente?»
  • «Si tratta “solo” di un aumento della complessità delle varie strutture molecolari in gioco?»
  • «La realtà è unicamente e incondizionatamente la somma di caso e necessità?»

Domande tutt’altro che “risolte”…

…a cui solo gli sciocchi danno risposte sbrigative.

~

Insomma.

Secondo me, se si studia la storia del pensiero filosofico e scientifico con un minimo di onestà, bisognerebbe come minimo riconoscere la stessa dignità e ragionevolezza ad entrambe le posizioni.

Il materialismo sembra (cinicamente) sensato…

…ma il vitalismo è altrettanto (empiricamente) ragionevole.

Questo, in teoria.

In pratica però, nell’epoca moderna il materialismo ha vinto a mani basse nella “cultura pop”.

In che senso «nella cultura pop»?

Nel senso che se parli con una persona a caso tra…

  • un compagno di classe
  • Adrian Fartade
  • il professore di scienze
  • quel tuo zio “studiato” (il marito della zia che a Natale ti chiede «quando trovi la fidanzatina?»)
  • il tuo vicino di pianerottolo, tesserato all’U.A.A.R.
  • Barbascura X
  • tuo cugino
  • Rick DuFer

…probabilmente, ti dirà che «quello che noi chiamiamo “libero arbitrio” in realtà non è nient’altro che la nostra ignoranza nei confronti del principio di causa/effetto; se conoscessimo meglio la neurobiologia, la struttura molecolare del nostro DNA, i relativi rapporti di causalità con le nostre azioni, etc… ci renderemo conto che la libertà non esiste e che tutto è pre-determinato».

Oh.

Non so voi.

Ma a me il determinismo materialista mi sembra la versione intellettualoide dell’oroscopo.

In che senso?

Nel senso che, in entrambi i casi, le tue azioni sono pre-determinate da forze esterne:

  • (nell’astrologia) dalla posizione dei corpi celesti rispetto alla Terra.
  • (nel materialismo determinista) dal tuo DNA, dalla tua struttura cerebrale, dal principio di causa-effetto inscritto nella materia.

Da un certo punto di vista, chi crede all’oroscopo è solo un materialista «che non ci ha creduto abbastanza».

3 • La testimonianza di Viktor Frankl

Qualche mese fa ho letto un libro (straordinario) di Viktor Frankl.

Per chi non lo conoscesse, Viktor Frankl (1905-1997) – oltre ad essere stato un medico specializzato in neurologia e psichiatria – è stato uno dei più importanti psicoterapeuti del ‘900.

È famoso per essere stato l’inventore della logoterapia – un approccio psicoterapeutico che (Wikipedia alla mano) «ha come obiettivo primario, la riscoperta del significato (logos) dell’esistenza dell’essere umano».

Il libro che ho letto si intitola «L’uomo in cerca di senso. Uno psicologo nei lager».

Sì, esatto… Frankl era ebreo, e tra il 1942 e il 1945 è stato prigioniero in quattro campi di concentramento nazisti.

Leggendo questo libro, mi è tornato in mente un pensiero che ho avuto spesso negli ultimi due anni… ovvero che il dolore è veramente uno spartiacque nella vita delle persone:

  • può far emergere il meglio di una persona
  • ma può anche far emergere il peggio di una persona

Nel caso di Viktor Frankl, credo che il dolore che ha vissuto sia stato il catalizzatore di un’intelligenza fuori dal comune, una grandissima empatia e una capacità di osservazione della realtà incommensurabile (*).

(*) (Lascio qui tra parentesi un pensiero “importuno”: nelle scuole italiane siamo soliti leggere «Se questo è un uomo» di Primo Levi. Ora. Lungi da me impedire alle persone di leggere quel libro. Ma se fossi un professore, come minimo accosterei a quel libro ANCHE il libro di Frankl. Se però devo dirla tutta – pistola alla tempia – penso che il libro di Frankl sia pedagogicamente migliore di quello di Levi – sotto ogni punto di vista; il motivo più importante è che Viktor Frankl è stato trasfigurato dal suo dolore e il suo libro emana Luce. Con tutto il rispetto per il dramma che ha vissuto Primo Levi, non riesco a dire lo stesso di «Se questo è un uomo»)

Il libro di Frankl è diviso in due parti:

  • nella prima parte, l’autore descrive la sua esperienza all’interno dei campi di concentramento (anche da un punto di vista psicologico/psicoterapeutico);
  • nella seconda parte, descrive il proprio metodo di lavoro come psicoterapeuta: spiega quali sono le basi della logoterapia, qual è la sua concezione antropologica, quali sono gli obiettivi, etc.

Uno dei passaggi del libro che più mi ha colpito è una critica a Freud

…o meglio: una critica al riduzionismo di Freud.

Tagliando con una spada vorpal (e scusandomi con tutti gli psicologi/psicoterapeuti che stanno leggendo queste righe): Freud aveva uno sguardo fortemente riduzionista e materialista.

Non a caso, uno dei maestri di Freud è stato Ernst Brücke (1819-1892), un fisiologo tedesco che – contrapponendosi a qualsiasi concezione vitalista – riteneva che ogni aspetto dell’uomo (non solo biologico, ma anche psicologico) fosse univocamente riconducibile a leggi fisico-chimiche.

sigmund freud e ernst brucke

Insomma.

Frankl non era per nulla d’accordo con le idee riduzioniste di Freud (idee che, ad esempio, emergono in modo evidente quando Freud parla delle pulsioni).

Ecco cosa scriveva Frankl:

C’è un pericolo inerente all’insegnamento della teoria del “nient’altro che” dell’uomo, la teoria secondo la quale l’uomo non è altro che il risultato di condizioni biologiche, psicologiche e sociologiche, o il prodotto dell’ereditarietà e dell’ambiente.
Una visione del genere porta un nevrotico a credere a ciò a cui comunque tenderebbe a credere, ovvero che è la pedina e la vittima di influenze esterne e circostanze interne.
Questo fatalismo nevrotico è stimolato e rafforzato da una psicoterapia che nega che l’uomo sia libero.

(VIKTOR FRANKL, L’uomo in cerca di senso: Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti, Franco Angeli Edizioni, Milano 2017, versione Kindle, 80%)

…e ancora:

La psicoanalisi è stata spesso criticata per il suo cosiddetto pan-sessualismo.
[…]
Tuttavia, c’è un’ideologia che mi sembra ancora più errata e pericolosa, quella che io chiamo il “pan-determinismo”.
Con ciò mi riferisco al fatto che l’uomo si considera incapace di prendere una posizione nei confronti di qualsiasi condizione, qualunque cosa succeda.
L’uomo non è completamente condizionato e determinato, ma piuttosto determina sé stesso sia che si abbandoni alle condizioni o che reagisca ad esse.
In altre parole, l’uomo è l’ultimo determinante di sé stesso.
L’uomo non esiste semplicemente, ma decide sempre quale sarà la sua esistenza, cosa diventerà nel prossimo momento.
Allo stesso modo, ogni essere umano ha la libertà di cambiare in ogni istante.

(VIKTOR FRANKL, L’uomo in cerca di senso: Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti, Franco Angeli Edizioni, Milano 2017, versione Kindle, 80-81%)

Al che qualcuno potrebbe obiettare:

  • «Ma come fa Frankl a dire che l’uomo ha l’ultima parola sulla propria esistenza?»
  • «E se a qualcuno capita qualcosa di brutto?»
  • «A me sono capitate tante cose tristi sulle quali non ho avuto alcuna scelta!»
  • etc.

Ehm…

Frankl non è un ingenuo… è uno psicoterapeuta.

E non solo è uno psicoterapeuta, ma è anche un ebreo sopravvissuto alla Shoah.

È lo stesso Frankl ad interrogarsi su queste domande…

…e, nel libro, lo fa dopo aver descritto la propria vita nel Lager (come erano scandite le giornate, a quali abusi era sottoposto, quali erano i ritmi di lavoro, e via dicendo):

Ci potremmo dunque chiedere: dov’è la libertà dell’uomo?
Non esiste alcuna libertà spirituale nel comportamento dell’individuo, nella sua reazione alle condizioni ambientali?
È vero dunque, com vorrebbe farci credere una Weltanschauung naturalistica, che l’uomo è solo il prodotto di alcune componenti e condizioni biologiche, psicologiche o sociali?
L’uomo è dunque veramente solo il risultato casuale della sua costituzione corporea, della sua inclinazione caratteriale e della sua posizione sociale?
E in particolare: le reazioni psichiche dell’uomo all’ambiente socialmente condizionato della vita in un Lager sono in grado di testimoniare veramente che egli non può mai sottrarsi agli influssi della forma di esistenza alla quale egli è forzatamente sottoposto?
Deve egli soccombere a questi influssi?
«Sotto la costrizione delle circostanze», delle condizioni di vita esistenti nel Lager, «non ci si può comportare diversamente?»
Ecco: possiamo rispondere a queste domande sia basandoci sulle nostre esperienze, che in linea di principio.
In base alle esperienze, proprio la vita nel Lager ci ha mostrato che l’uomo è veramente in grado «di comportarsi diversamente».
Potremmo riferire molti esempi, spesso eroici, che hanno provato come, in certi casi, si possa soffocare quell’apatia e quella irritabilità; come dunque sopravvive un resto di libertà spirituale, di libero atteggiamento dell’io verso il mondo, anche in quello stato solo in apparenza di assoluta coazione tanto esterna quanto interiore.
Chi, tra coloro che hanno vissuto in campi di concentramento, non potrebbe parlare di persone che percorrevano le piazze d’armi o le baracche del Lager, dicendo una buona parola o regalando l’ultimo boccone di pane?
E se pure sono stati pochi – bastano questi esempi per dimostrare che all’uomo nel Lager si può prendere tutto, eccetto una cosa sola: l’ultima libertà umana di affrontare spiritualmente, in un modo o nell’altro, la situazione imposta.
Ed esistevano veramente, le alternative!
Ogni giorno, ogni ora passati nel Lager offrirono mille spunti per questa decisione interna: la decisione dell’uomo che soccombe o reagisce alle potenze dell’ambiente che minacciano di rubare quanto egli ha di più sacro – la sua libertà interna – inducendolo a diventare solo una palla da giuoco e un oggetto delle condizioni esterne, rinunciando a libertà e dignità e rendendolo il “tipico” internato in un campo di concentramento.
[…] Tutto ciò che accade all’anima dell’uomo, ciò che il Lager apparentemente “fa” di lui come uomo, è il frutto d’una decisione interna.
In linea di principio, dunque, ogni uomo, anche se condizionato da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere che cosa sarà di lui – spiritualmente – nel Lager: un internato tipico – o un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo.

(VIKTOR FRANKL, L’uomo in cerca di senso: Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti, Franco Angeli Edizioni, Milano 2017, versione Kindle, 45-46%)

…e ancora:

Un essere umano è una cosa finita, e la sua libertà è limitata.
Non è libero dalle condizioni, ma è libero di prendere una posizione nei confronti delle condizioni.
Come una volta dissi: «Da professore in due settori, neurologia e psichiatria, sono pienamente consapevole di quanto l’uomo sia soggetto a condizioni biologiche, psicologiche e sociologiche. Ma oltre ad essere un professore, sono un sopravissuto di quattro campi di concentramento e come tale sono anche testimone dell’inaspettata capacità dell’uomo di sconfiggere e affrontare anche le peggiori condizioni immaginabili» (“Value Dimensions in Teaching”, film prodotto da Hollywood Animators, Inc., per la Californian Junior College Association).

(VIKTOR FRANKL, L’uomo in cerca di senso: Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti, Franco Angeli Edizioni, Milano 2017, versione Kindle, 80%)

~

Ciò che dice Frankl, ovviamente vale anche al negativo.

In che senso?

Nel senso che l’uomo è libero anche quando decide di fare il male.

Nella nostra epoca, spesso siamo soliti “de-responsabilizzare” i criminali, attribuendo la colpa a fattori esterni a loro:

  • al contesto culturale
  • all’educazione ricevuta in famiglia
  • a fattori ambientali
  • alla psiche
  • alla biologia
  • al DNA

Il mafioso, il fondamentalista islamico, il terrorista delle Brigate Rosse, lo stupratore, etc. date le loro condizioni di partenza, «non potevano agire diversamente da come hanno agito».

Il male, in pratica, sarebbe pre-determinato da condizioni esterne alla persona che lo compie.

Ebbene…

…ecco cosa scrive Frankl a riguardo:

Dare una spiegazione completa ed assoluta del crimine di qualcuno, equivarrebbe a liquidare la sua colpa e vedere in lui o in lei non un essere umano libero e responsabile, ma una macchina che va riparata.
Anche gli stessi criminali detestano questo trattamento e preferiscono essere considerati responsabili delle loro azioni.
Un condannato che scontava la sua sentenza in un penitenziario dell’Illinois mi ha mandato una lettera in cui si lamentava che «il criminale non ha mai la possibilità di spiegarsi. Gli vengono offerte una serie di scuse tra cui scegliere. Viene incolpata la società e, in molti casi, la colpa è poi messa sulle spalle della vittima».
Quando parlai ai prigionieri di San Quintino, dissi loro: «Voi siete esseri umani come me, e come tali eravate liberi di commettere un crimine, di diventare colpevoli. Ora tuttavia potete superare la colpa alzandovi al di sopra di essa, crescendo oltre voi stessi, cambiando per il meglio».
Si sentirono capiti.

(VIKTOR FRANKL, L’uomo in cerca di senso: Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti, Franco Angeli Edizioni, Milano 2017, versione Kindle, 90%)

Disclaimer: oh, rega… famo a capisse: Frankl non ha gli occhi foderati di prosciutto! Sa bene che la cultura, l’ambiente, la pressione sociale, le dinamiche di branco, etc… possono condizionare fortemente le scelte di una persona. Non è nato ieri!

Tuttavia, pur con tutti i fattori esterni del caso – che spesso hanno un ruolo importante – l’uomo conserva la sua libertà

…e (pur con tutte le attenuanti, valutando con criterio caso per caso) conserva la sua responsabilità:

[…] questo è il motivo per cui io raccomando che la statua della libertà sulla Costa orientale venga affiancata da una statua della responsabilità sulla Costa occidentale.

(VIKTOR FRANKL, L’uomo in cerca di senso: Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti, Franco Angeli Edizioni, Milano 2017, versione Kindle, 81%)

Insomma, come scriveva il filosofo francese Albert Camus (1913-1960) – che tra l’altro era ateo:

L’inferno è un favore speciale riservato a chi lo ha chiesto molto.

(ALBERT CAMUS, Carnets II, p.254)

4 • Le condizioni sono diverse per tutti… ma c’è sempre spazio per fare una scelta!

Sapete chi è un’altra persona che diceva chiaramente che l’uomo non è pre-determinato da fattori esterni?

Dante Alighieri!

Nella terza cornice del Purgatorio, Dante incontra Marco Lombardo e inizia a discutere con lui; una delle prime domande che gli rivolge è questa: «Di chi è la colpa che il mondo sia privo di ogni “virtù cavalleresca”? Del cielo? Del fato? Del determinismo?».

Marco (un po’ alterato) risponde così:

Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica,
lume v’è dato a bene e a malizia

e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col cielo dura,
poio vince tutto, se ben si notrica.

(DANTE ALIGHIERI, Purgatorio, canto XVI, vv.73-78)

Parafrasi per chi non capisce questi versi scritti in ostrogoto (*): «Gli uomini nascono in contesti culturali differenti, ognuno con i suoi condizionamenti (“lo cielo i vostri movimenti inizia”); ma – in ogni caso – la libera volontà (=“libero voler”) degli uomini è in grado di scegliere tra bene e male (=“bene e malizia”); e anche se all’inizio è più difficile vincere la pressione esterna (“se fatica ne le prime battaglie col cielo dura”), poi, se la volontà si nutre correttamente, riesce ad avere l’ultima parola sui condizionamenti»

dante alighieri liberta

Franco Nembrini (insegnante e pedagogista italiano, classe ’55) commentava così questi versi del Purgatorio:

È vero […]: tutti nasciamo in un tempo, in un luogo, in una famiglia, in una condizione sociale, in una tradizione culturale; tutte cose che influiscono sulla nostra sensibilità, sul nostro temparamento, sulla concezione morale che ci formiamo.
Questo però, dice Dante, semplicemente «inizia» i nostri movimenti, pone le basi della nostra vita. Ma anche se all’origine di tutto quel che accade ci fosse il «ciel» – il fato, la biologia, la società -, comunque «lume v’è dato a bene e a malizia».
Ecco il punto: c’è dentro di voi un criterio per distinguere il bene dal male.
C’è qualcosa in voi di più profondo del temperamento, di più determinante del gusto o della sensibilità che la natura vi ha dato.
C’è qualcosa di ancora più decisivo della storia in cui siete cresciuti, «un centro di gravità che neanche la più pazza educazione è riuscito a spostare» direbbe Kafka (citato in LUIGI GIUSSANI, Il senso di Dio e l’uomo moderno, Rizzoli, Milano 2010, p. 107). C’è un criterio di giudizio che Dio ha messo in voi – la legge «scritta nei cuori» di cui parla san Paolo (Rm 2,15) – quando vi ha creati a Sua immagine e somiglianza, che vi permette di riconoscere il bene e il male.
E con questa capacità di discernimento Dio pone in voi il «libero voler», ovvero la possibilità di decidere di seguire il giudizio dato.
[…]
Certo, non è un compito facile. «Le prime battaglie col ciel» sono dure: è tutt’altro che semplice combattere le inclinazioni naturali, le abitudini acquisite da piccoli, le convenzioni sociali. Ma il «libero voler» può farcela, e poco a poco può “vincere tutto”, può affermarsi compiutamente.
A una condizione: «se ben si notrica», se ben si nutre, se si alimenta adeguatamente.
Di che cosa nutri la tua intelligenza, la tua volontà, il tuo cuore giorno per giorno? Che libri leggi, che programmi guardi, che amici frequenti?
All’inizio, affermare il bene può essere faticoso, tendiamo a seguire l’impulso del momento, le inclinazioni naturali.
Ma quando la capacità di giudicare e di scegliere è educata, è alimentata da amicizie, da gesti, da letture che la aiutano, poco a poco diventa una virtù.
Come una propensione al male, un’attrattiva che subiamo verso il male, costantemente praticata, non corretta, diventa un vizio, così l’adesione abituale al bene è una virtù.
Ma perché questo accada serve un’educazione: c’è un cammino da fare, una scelta da rinnovare giorno dopo giorno.

(FRANCO NEMBRINI, dal suo commento al Purgatorio di Dante Alighieri, Canto XVI, Mondadori, Milano 2020, pag.370-371)

Provate a pensare il contrario.

Se non fossimo liberi di indirizzare la nostra vita.

Se fossimo incondizionatamente “schiavi” della cultura, delle leggi della biologia, della chimica, del DNA e del principio di causa/effetto… come potremmo dire che qualcuno è «buono» e qualcun altro «cattivo»?

Perché dovremmo premiare chi si comporta bene, e punire chi si comporta male, se – date le condizioni al contorno – «non potevano che comportarsi in quel modo»?

La stessa domanda se la pone Dante:

Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.

(DANTE ALIGHIERI, Purgatorio, canto XVI, vv.70-72)

Parafrasi: «Se fosse così [ovvero se il comportamento delle persone fosse guidato dalla biologia, dalla chimica, dal DNA] non sareste liberi… ma allora non sarebbe giusto dare un premio a chi si comporta bene, e una punizione a chi si comporta male» (cfr. FRANCO NEMBRINI, dal suo commento al Purgatorio di Dante Alighieri, Canto XVI, Mondadori, Milano 2020, pag.369)

Insomma, rubando nuovamente le parole a Franco Nembrini:

Per farmi capire, a scuola proponevo ai miei alunni un esempio estremo: “Scusate, ma se fosse così, se davvero le nostre azioni fossero determinate dalla biologia e dall’ambiente, che differenza ci sarebbe fra Hitler e madre Teresa di Calcutta?
Potremmo dire che uno è ‘cattivo’ e l’altra ‘buona’?
No, evidentemente.
I neutroni dell’uno, nelle circostanze storiche in cui si sono trovati a operare, hanno dato una certa risposta, quelli dell’altra una risposta differente.
Che senso avrebbe condannare il primo ed esaltare la seconda?”

(FRANCO NEMBRINI, dal suo commento al Purgatorio di Dante Alighieri, Canto XVI, Mondadori, Milano 2020, pag.370)

E infatti, nel Paradiso, Beatrice dice a Dante queste parole (sta volta non serve la parafrasi dai… Beatrice – a differenza di Dante – parla italiano 😅):

Lo maggior don che Dio per sua larghezza
fesse creando
, e a la sua bontate
più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,

fu de la volontà la libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate.

(DANTE ALIGHIERI, Paradiso, canto V, vv.19-24)

5 • Il libero arbitrio

Bene.

Se qualcuno interrompesse qui la lettura, potrebbe pensare che io sostengo che «l’uomo è libero».

Ma si sbaglierebbe.

🤔

Riprendiamo le due domande che ho scritto più volte in questa paginetta:

  • siamo liberi?
  • o è tutto determinato?

Se ponessimo queste domande a Agostino d’Ippona… oppure a Tommaso d’Aquino… o a qualche altra mente particolarmente acuta degli ultimi due millennî… probabilmente ci risponderebbe: «Nessuna delle due!».

Come sarebbe a dire?

Allora.

Proviamo ad uscire dalla logica del bivio: bianco/nero, sì/no, libertà/determinismo…

…ed entriamo nel magico mondo della «scala di grigi»!

C’è qualcosa tra la «libertà» e i «condizionamenti»?

Sì, c’è il libero arbitrio!

Il libero arbitrio è la facoltà della volontà di decidere di fare una cosa oppure un’altra.

Proviamo a spiegare in che consiste il libero arbitrio con un esempio: Damiano deve scegliere se studiare oppure guardare una serie tv.

Per compiere la scelta, Damiano passerà in rassegna nel proprio intelletto tutte le ragioni a favore dell’una o dell’altra opzione:

  • «Se studio, arriverò più preparato all’esame!»
  • «È pur vero che la data d’esame è ancora molto lontana!
  • «Però è meglio studiare 30 minuti ogni giorno, anziché cazzeggiare per un mese e ridurmi all’ultimo momento!»
  • «Ma questi giorni sono stato sempre puntuale con la tabella di marcia! E ieri ho studiato per ben due ore!»
  • etc.

Alla fine la volontà di Damiano farà una scelta.

Detto in altri termini: Damiano ha fatto uso del libero arbitrio.

Ma… possiamo dire che Damiano è stato pienamente libero nel fare questa scelta?

Mhh… difficile a dirsi:

  • potrebbe scegliere di studiare spinto dalla paura di essere bocciato;
  • potrebbe scegliere di vedere la serie tv perché sta notte ha dormito male ed è stanco;
  • potrebbe scegliere di studiare perché spinto da un eccessivo perfezionismo;
  • potrebbe dover studiare una materia che non gli piace, perché i genitori non gli hanno fatto scegliere all’università la facoltà che avrebbe voluto;
  • potrebbe lasciar decidere la sorte…
testa o croce

Cosa voglio dire con questo esempio? Voglio dire che:

  • siamo tutti dotati di libero arbitrio
  • ma non siamo (del tutto) liberi

Potremmo dire che il libero arbitrio è “il punto di partenza” e la libertà il “punto di arrivo”.

La libertà è una meta da raggiungere.

La libertà è un habitus virtuoso.

E come si diventa liberi?

Purtroppo, temo che la parola «libertà» sia veramente fraintesa:

  • alcune persone chiedono una maggiore «libertà di parola»… ma sotto sotto vorrebbero essere libere di insultare gli altri;
  • alcuni militanti politici chiedono «libertà di stampa»… ma spesso è una scusa per poter pubblicare libri in cui si fa l’apologia di dittature del passato;
  • alcuni artisti parlano di «libertà di espressione»… ma spesso è una “foglia di fico” per mascherare la loro mancanza di pudore;
  • alcune attiviste parlano della «libertà di scelta» di una donna… ma è solo un giro di parole orweliano per legittimare l’uccisione di un frugoletto col cuore pulsante all’interno di un utero;
  • etc.

La libertà non coincide con il libero arbitrio.

Avevo già citato questa frase del cantautore Giovanni Lindo Ferretti (classe ’53):

La libertà è una cosa più complicata dei “diritti”, la libertà è una forma di disciplina.
C’è un aneddoto che mi è sempre piaciuto: ti prendo, ti butto in mezzo al deserto e ti dico “vai, sei libero”.
Tu non sei libero, anche se in apparenza lo sei.
Per essere libero dovresti conosce le oasi più vicine, sapere dove andare, saperti orientare.
Oggi l’uomo è disorientato.
Ma questo disorientamento lo chiama “libertà”
.
Bisogna al contrario essere consapevoli di com’è questo mondo, per tracciare un sentiero che è la tua vera, disciplinata libertà.

(GIOVANNI LINDO FERRETTI, da un intervista del 25 luglio 2016)

La libertà – in altre parole – ha a che fare con la conoscenza.

Ma non con la conoscenza “intellettuale”.

Conosco persone che hanno letto centinaia di libri, hanno lauree, master e PhD… ma sono tutt’altro che libere – anzi, sono schiave di quella cascata di divertimenti e distrazioni narcotizzanti di cui parlavo qualche mese fa.

Non è la conoscenza di qualcosa che ci rende liberi.

Ma la conoscenza di qualcuno.

Qualcuno che diceva:

Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.

(Gv 8,31-32)

Conclusione

E niente.

Chiudo questa paginetta con alcune righe di Benedetto XVI:

Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona.
E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi.
Una tale consapevolezza ha determinato nell’antichità gli spiriti schietti in ricerca.
Il cielo non è vuoto.
La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia […].

(BENEDETTO XVI, Lett. enc. Spe Salvi, 5)

sale

(Inverno 2022-2023)

Fonti/approfondimenti
  • VIKTOR FRANKL, L'uomo in cerca di senso: Uno psicologo nei lager e altri scritti inediti, Franco Angeli Edizioni, Milano 2017
  • FEDERICA BERGAMINO, La struttura dell'essere umano - Elementi di antropologia filosofica, EDUSC, Roma 2007
  • DOMINIQUE LAMBERT, Scienza e teologia. Figure di un dialogo, Città Nuova, Roma 2006
  • JACQUES MONOD, Il caso e la necessità : saggio sulla filosofia della biologia contemporanea, Mondadori, Milano 1988
  • DANTE ALIGHIERI, Purgatorio (commentato da Franco Nembrini, illustrato da Gabriele dell'Otto), Mondadori, Milano 2018
  • DANTE ALIGHIERI, Paradiso (commentato da Franco Nembrini, illustrato da Gabriele dell'Otto), Mondadori, Milano 2021

Condividi sui social:

Ti piace il blog?


Clicca la tazzina per aiutarmi a farlo crescere!