Maschile e femminile… natura o cultura?

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1 • Dai «luoghi comuni» al microcosmo di casa mia

Le donne amano lo shopping (?)

Gli uomini pensano solo al sesso (?)

Le donne sono più multitasking degli uomini (?)

Gli uomini non si occupano delle faccende domestiche (?)

Le donne non sanno leggere le cartine (?)

Gli uomini non piangono (?) (Come no? Ma la mia Bibbia è inzuppata di lacrime! Significa che sono gay?)

Conosco molte persone che si infastidiscono quando sentono queste frasi.

Perché?

Perché forse si basano su qualcosa di vero:

  • una tua amica ama lo shopping;
  • un tuo amico pensa solo al sesso;
  • tua madre non sa leggere le cartine;
  • se lasci tuo padre in casa da solo per tre giorni, muore di fame;
  • etc.

…però, anche se questi singoli casi sono veri, si tratta comunque di singoli casi.

Per capire quanto ci sia di vero, occorrerebbe almeno:

  • fare un’analisi statistica per capire quante persone di sesso maschile/femminile corrispondono a queste descrizioni;
  • fare un’analisi socio-culturale per valutare quanti di questi comportamenti sono indotti dalla società e quanti sono intrinseci alla natura maschile/femminile;
  • etc.

Insomma…

…fare considerazioni generali basandosi su casi particolari può portare fuori strada.

Provo a spiegarmi meglio con un esempio autobiografico.

A casa mia, fin da quando sono piccolo, l’autorità è sempre stata in mano alle donne.

La gerarchia della mia famiglia ha sempre avuto una struttura matriarcale.

In cima alla piramide c’era lei: nonna Olga.

Nonna Olga era «l’alfa e l’omega».

Nonna Olga era casalinga; nonno Luigi un magistrato della Corte dei Conti… ma era nonna Olga che portava i pantaloni in casa. Nonno Luigi – con la sua pacatezza e remissività – era una figurina sullo sfondo, se pargonato a nonna.

Nonna Olga era autoritaria.

Nonna Olga era la legge.

Nonna Olga era la CPU grazie alla quale l’hardware e il software della nostra famiglia funzionavano.

Io ho sempre avuto un sentimento di venerazione misto a timore reverenziale nei confronti di nonna Olga.

Nonna Olga era la detentrice della Sapienza…

nonna olga

Quando abbiamo festeggiato il cinquantesimo anniversario di matrimonio di nonno e nonna, il prete durante l’omelia ha chiesto ai miei nonni: «Se doveste riassumere in una sola parola questi cinquanta anni di vita insieme, che parola direste?». Mia nonna (cattolicissima) ha detto a pieni polmoni: «FEDE!». Mio nonno (un po’ tiepidino, un po’ laicista, un po’ ascoltatore di Radio Radicale) ha detto sottovoce: «sopportazione!».

La sproporzione tra nonna e nonno, la vedevo anche (seppur in modo diverso) tra mamma e papà.

Ho sempre pensato che mamma fosse «quella più coatta»: oltre a lavorare (ha sempre fatto un lavoro burocratico che le faceva schifo e la annoiava a morte… ma vabbè…), mamma dipingeva benissimo, cucinava in modo spaziale, tagliava e cuciva, andava in moto (mi veniva a prendere a scuola con la sua Yamaha Virago), etc.

(Disclaimer: quando ero piccolo, nella mia ingenuità, non me ne accorgevo… ma oggi posso dire con certezza che mio padre – anche se era meno “appariscente” di mamma – è sempre stato un uomo santo… nel vero senso di questa parola)

Insomma, immaginate cosa potevo pensare io quando a 10-12-14 anni sentivo parlare (a scuola, al telegiornale, su SuperQuark):

  • della società patriarcale;
  • della violenza sulle donne;
  • delle discriminazioni di genere;

Cioè, nel mio innocente candore – non avendo mai visto altro all’infuori della mia famiglia – il pensiero più educato che mi veniva in mente è: «Ma in quale universo distopico succedono queste cose??».

2 • Maschile e femminile: uno sguardo statistico

Insomma: è sbagliato fare di un caso particolare una legge generale.

Che si fa allora per comprendere quali sono le differenze tra gli uomini e le donne?

Beh.

Ci sono tante strade percorribili.

Spesso si ricorre alla statistica, alla sociologia e a tutte quelle scienze che analizzano una quantità molto grande di dati, per poi cercare un denominatore comune.

Ad esempio, si valuta qual è la percentuale di maschi e femmine nei varî ambiti lavorativi.

Non so.

Si pescano i dati da Eurostat (che è una fonte abbastanza autorevole) e si confrontano le percentuali:

dati eurostat 2015

Di fronte alle analisi statistiche però ho sentito spesso sollevare questa obiezione:

«I dati statistici sono “viziati” dal fatto che la cultura è stata influenzata da un mondo maschilista. Questo metodo pertanto è fallimentare prima ancora che tiriamo fuori qualsiasi risultato»

Ad esempio, uno dei problemi alla base di queste statistiche sarebbe costituito dai “giocattoli sessualizzati”.

Come scriveva il filosofo francese Fabrice Hadjadj (classe ’71):

Il Terrore si esercita attraverso la spartizione arbitraria di bambole e cucine in miniatura riservate alle bambine e pistole e macchinine ai bambini.
Il tegamino della cucina in miniatura plasma il femminile e la pistola col tappo forma il virile.

(FABRICE HADJADJ, Mistica della carne : la profondità dei sessi, Medusa, Milano 2020, p.22)

Ora.

Intendiamoci.

Secondo me questa obiezione è sensata.

A lume di naso, ha un che di ragionevole.

E quando si cerca di interpretare queste statistiche bisogna indubbiamente tenere conto del contesto culturale e dei varî condizionamenti sociali…

…però, molte volte, ho avuto l’impressione che questa critica sia stata portata avanti da persone che…

femminista arrabbiata

Lo psicologo canadese Jordan Peterson (classe ’62) faceva notare che in Scandinavia, cioè in uno stato dove il gender-gap a livello culturale è stato sempre più appiattito, esiste ancora una proporzione di 20 a 1 tra ingegneri maschi e femmine… e la stessa proporzione – invertita – tra infermiere femmine e infermieri maschi (per chi volesse approfondire, su questo articolo del suo blog ci sono altri dati interessanti; ad esempio mostra che in tutte le occupazioni nelle quali il tasso di mortalità è più alto – muratori, operai, minatori, etc. – la percentuale di uomini oscilla tra l’80% e il 99.9%).

Qualcuno dirà che quello che hanno fatto in Scandinavia a livello culturale per appiattire il gender gap non è ancora abbastanza.

E che «ormai» la società, la cultura, la storia, la letteratura, i film, etc… sono «irrimediabilmente inquinati»

Il mio sospetto è che alcun* militant* – qualsiasi cosa possa essere fatta – diranno comunque che «non è stato fatto abbastanza» finché le proporzioni di uomini e donne non saranno al 50% in ogni settore (infermiere, muratori, maestre d’asilo, sviluppatori web).

Ovvero:

  • partono da un presupposto ideologico (= «le statistiche DEVONO essere 50% e 50%»), non riscontrabile empiricamente…
  • …e sulla base di questo «dogma», giudicano la realtà.

Tra l’altro, se la cultura fosse a tal punto «inquinata» da questi pregiudizî di genere… quale sarebbe la soluzione? Resettare tutto?

E nello specifico, cosa bisognerebbe fare?

Una nuova arca di Noè?

Ripartiamo da una coppia di uomo e donna, e bruciamo tutti i libri, le opere d’arte, i film, le serie tv (tranne quelle gender fluid di Netflix… che quelle, sì, sono assolutamente prive di ideologie…), le poesie, i vestiti, i gioielli, etc.?

E se assecondassimo questo progetto surreale, e le statistiche rimanessero sbilanciate?

Peraltro, non credo che serva una laurea in biologia per notare che esiste una certa differenziazione di genere anche tra gli animali.

Gli animali non hanno tutte le nostre sovra-strutture culturali/sociali/psicologiche, ma hanno ruoli differenti a seconda del sesso.

Perché non dovremmo pensare che anche tra uomini e donne avvenga qualcosa di analogo (disclaimer: non ho detto «qualcosa di identico», ma «qualcosa di analogo»).

E niente…

Per chiudere il discorso sulle statistiche…

…ho trovato un commento molto intelligente sotto a un video di Roberto Mercadini (vedetevi pure il video, a tempo perso), che diceva:

Io non sono per la “parità statistica” di genere, ma contro le discriminazioni di genere.
Sono due cose ben distinte. Le donne, così come gli uomini, hanno il diritto di avere interessi che possono dipendere dal loro essere donne. Nessuno si scandalizza se nelle scuole materne ci sono molte più donne che uomini, vogliamo davvero che ci sia una parità 1:1 in quei ruoli?
Se ci fossero pari interessati a lavorare in un tale ambito sarebbe giusto, al netto delle competenze, vedere un numero analogo di uomini e donne, in caso diverso la parità non ha senso.
Allo stesso modo chi propone che in parlamento ci sia il 50% di donne, quando molte meno donne si dedicano alla politica, non ha alcun senso.
La parità deve essere nei diritti, nel trattamento e nelle opportunità, non nella presenza.

3 • Maschile e femminile: uno sguardo filosofico

Bene.

Mettiamo da parte le statistiche, i numeri, il calcolo della proporzione tra maestre delle elementari e programmatori informatici, tra infermiere e minatori, tra suore e preti.

Cambiamo àmbito.

Passiamo alla filosofia.

Si può dire qualcosa sull’uomo e la donna da un punto di vista filosofico?

Si può provare a ragionare su quale sia l’essenza (azz… che parola tosta!) dell’uomo e della donna?

L’«essenza» (dal latino essentia, in greco τί ἦν εἶναι, ti en èinai) secondo il Dizionario di Filosofia della Treccani è «ciò che fa sì che una cosa sia quella e non un’altra».

Cos’è che fa sì che un uomo sia un uomo?

E cos’è che fa sì una donna sia una donna?

Domanda difficilissima.

Se qualcuno prova… non dico a dare una risposta… ma a interrogarsi sulla domanda… si trova fuori dalla porta di casa un corteo di femministe con i seni al vento, armate di forconi, molotov e bombe carta…

E dato che io sono un cacasotto…

E sono terrorizzato a morte dalle paladine del «free the nipple»

…la prenderò mooolto laaarga…

Nel IV secolo a.C., Aristotele scriveva che:

Per maschio intendiamo l’essere che genera in un altro, e con femmina l’essere che genera in sé.

(ARISTOTELE, De Generatione animalium, I, 716 a)

Ecco…

Sento i loro passi…

Si avvicinano…

Abbiamo sbarrato i cancelli ma non possiamo resistere a lungo…

La terra trema, tamburi, tamburi negli abissi

femminismo argomento fantoccio

(*) Come ho già spiegato nella paginetta su Chiesa e omosessualità, l’«argomento fantoccio» è una fallacia logica che consiste nell’attribuire a qualcuno una versione deformata delle sue parole (un «fantoccio», appunto), per poterle confutare più facilmente…

  • …esagerando
  • …ipersemplificando
  • …decontestualizzando
  • etc.

(Per chi volesse approfondire il discorso sulle fallacie logiche, lo rimando a questo mazzo di carte)

Aristotele parte da un dato biologico… ma proviamo a leggere la sua affermazione non in modo letterale, ma filosofico.

In che senso?

Provo a spiegarlo partendo da una frase di Hadjadj:

L’uomo penetra e la donna viene penetrata; l’uomo genera al proprio esterno, la donna concepisce nel proprio ventre.
Questo non significa che l’uno sia attivo e l’altra passiva, bensì che l’azione maschile è transitiva (trova il proprio compimento all’esterno dell’agente) e l’azione femminile è immanente (trova il proprio compimento all’interno).

(FABRICE HADJADJ, Mistica della carne : la profondità dei sessi, Medusa, Milano 2020, p.45)

La distinzione di Hadjadj mi sembra molto interessante:

  • Femminile = immanenza
  • Maschile = transitività

Ripeto: non leggete questa suddivisione (solo) (e banalmente) in termini sessuali…

Pensatela in modo analogico (dal greco ἀναλογία, analoghìa, «relazione di somiglianza, corrispondenza, proporzione»)…

Ovvero?

Facciamo un esempio.

Pensate al modo in cui sono state raffigurate le divinità nella storia delle religioni (a prescindere dal fatto che gli dèi esistano o meno! Non voglio fare un discorso religioso; rimaniamo sul filosofico).

Scriveva Hadjadj:

La divinità, quando s’insiste sulla sua trascendenza, viene chiamata “Padre”, e, quando s’insiste sulla sua immanenza, “Madre”.
L’atto divino di creazione, a meno che non si cada nel panteismo, si presenta sotto una figura paterna; l’atto divino di misericordia, a meno che non venga alterato in una dura giustizia, si presenta sotto una figura materna.

(FABRICE HADJADJ, Mistica della carne : la profondità dei sessi, Medusa, Milano 2020, p.46)

Questa distinzione è presente anche nel giudeo-cristianesimo; in molti brani della Bibbia Dio viene descritto in modo materno PROPRIO per indicare alcune caratteristiche a cui NON pensiamo – di primo acchito – quando diciamo che «Dio è Padre».

Ad esempio:

Perché così dice il Signore:
«Ecco, io farò scorrere verso di essa,
come un fiume, la pace;
come un torrente in piena, la gloria delle genti.
Voi sarete allattati e portati in braccio,
e sulle ginocchia sarete accarezzati.
Come una madre consola un figlio,
così io vi consolerò
;
a Gerusalemme sarete consolati.

(Is 66,12-13)

Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l’anima mia.

(Sal 131,2)

Io sono la madre del bell’amore e del timore,
della conoscenza e della santa speranza;
eterna, sono donata a tutti i miei figli,
a coloro che sono scelti da lui.

(Sir 24,18)

Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!

(Mt 23,37; cfr. anche Lc 13,34)

…e, a dirla tutta, anche i padri della Chiesa utilizzavano questa analogia; ad esempio, il teologo e filosofo Clemente Alessandrino (150-215) scriveva che:

[Dio] nel suo essere ineffabile è Padre; nel suo amore infinito per noi è divenuto Madre. Nell’amore il Padre si manifesta anche madre.

(CLEMENTE ALESSANDRINO, Omelia «Quale ricco potrà salvarsi?», 37)

Ripeto: non è un discorso religioso o teologico, ma filosofico! Facciamo pure finta che tutte le religioni siano false… ma alle divinità sono sempre state attribuite caratteristiche maschili quando si è voluta sottolineare la transitività, la trascendenza, la giustizia, o tratti analoghi… e caratteristiche femminili quando si è voluta sottolineare l’immanenza, la misericordia, la tenerezza, o attributi simili.

~

Arrivati a questo punto, vorrei presentarvi una filosofa tedesca: Edith Stein (1891-1942).

Edith Stein è nata in una famiglia di origini ebraiche. Durante gli anni della formazione scolastica, Edith è diventata atea.

Nel periodo universitario, era molto attiva nel Partito Democratico Tedesco (DDP) e nelle battaglie per i diritti delle donne: da quelle per ottenere il voto, a quelle per integrare le donne nel mondo lavorativo moderno.

Nel 1921 Edith si è convertita al cattolicesimo… e qualche anno dopo è entrata nell’Ordine delle Carmelitane Scalze!

Negli anni successivi, le sue giornate sono state divise tra:

  • preghiera;
  • insegnamento (tra le tante attività, nel 1931 è diventata lettrice all’Istituto di pedagogia scientifica a Münster… però poi è stata costretta a licenziarsi nel 1933, con l’entrata in vigore delle leggi razziali del governo nazista);
  • vita comunitaria;
  • studio personale (uno dei tanti filosofi di cui ha approfondito il pensiero è stato Tommaso d’Aquino, di cui ha tradotto in tedesco le «Quaestiones disputatae de veritate»)

A seguito dell’avvento del nazismo, Edith è stata trasferita nel convento carmelitano di Echt, nei Paesi Bassi. Purtroppo però, questo non le ha permesso di sfuggire ai rastrellamenti nazisti: Edith è stata catturata nel luglio del 1942, ed è morta ad Auschwitz il 9 agosto.

Nel 1998 (quarantasei anni dopo la sua morte), Edith Stein è stata canonizzata da Giovanni Paolo II… e l’anno successivo è stata dichiarata patrona d’Europa.

(Tra l’altro, non vorrei dire una scemenza, ma mi sembra che sia iniziato l’iter per riconoscere ad Edith Stein il titolo di «dottore della Chiesa»)

Insomma, non vi volevo attaccare una pippa sulla sua vita… queste due righe erano giusto per dirvi che Edith Stein non è una scappata de casa, ma una persona con una capoccia grossa così – in àmbito accademico, in àmbito sociale, e nella storia della Chiesa.

Cooomunque…

…in uno dei suoi saggi più famosi, Edith Stein ha scritto queste righe: (*)

(*) (N.b. Nel testo ho SOTTOLINEATO alcune parole… tenetele presenti… poi dopo dirò una parola a riguardo…)

Primo nostro compito è dunque tratteggiare brevemente le caratteristiche della femminilità, perché solo così se ne può comprendere il valore particolare.
La psicologia degli ultimi decenni si è occupata molto delle differenze psichiche fra i sessi; ma pur con gli esperimenti e la statistica non ha superato di molto ciò che già ci insegna l’esperienza quotidiana.
Vorrei ricordare qui due soli di quelli che vengono detti «caratteri distintivi», perché hanno un’importanza particolare per il problema del valore caratteristico della donna:
1. L’orientamento dell’uomo è più oggettivo; per lui è più naturale applicare le sue forze in un settore specialistico (sia questo la matematica o la tecnica, l’industria o il commercio), e sottomettersi alle leggi di questo oggetto.
L’orientamento della donna è personale; e ciò ha un senso molteplice.
Anzitutto ella partecipa volentieri con tutta la persona a ciò che fa.
Poi ha un interesse particolare per la persona viva concreta, e ciò, sia nei riguardi della propria vita personale, sia per le persone estranee o i valori personali altrui.
2. Nell’uomo, per la sua applicazione ad un solo settore, si verifica uno sviluppo unilaterale; nella donna vi è una tendenza naturale alla pienezza e alla completezza; e ciò ancora in duplice senso: ella desidera sviluppare in pieno e in tutte le direzioni la propria umanità, e desidera inoltre aiutare gli altri a questo o, in ogni caso, quando deve trattare con persone umane, tiene conto di tutta la loro umanità.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.280)

Ora…

Prima che qualcun* si arrabbî…

Fatemi dire una cosa sulle parole che ho sottolineato

gogna mediatica

Edith Stein non scrive che «l’uomo è così» o che «la donna è cosà»

Rileggete le parole che ho sottolineato!

Edith parla di «tratteggiare»… di «orientamenti»… di «tendenze naturali»

…non di «necessità»!

Non scrive che «le donne sono NECESSARIAMENTE così», ma che «tendono NATURALMENTE a…».

(In un altro punto del libro, seguendo queste linee antropologico-filosofiche, Edith parla di quali àmbiti lavorativi siano più affini alla natura maschile e quali a quella femminile, cfr. p.95-96)

Quando si parla di antropologia, è sempre difficile “tracciare dei confini” o trovare un “denominatore comune”; e infatti Edith non ha esordito dicendo «ecco le 10 qualità di una donna… se te ne manca una, non sei una donna!»

…Edith Stein sa bene che l’uomo e la donna sono dotati di libero arbitrio; anche se alla nascita sono dotati di determinate caratteristiche psico-somatiche, facoltà spirituali, e tendenze naturali, nel corso della propria esistenza possono assecondare o meno queste tendenze.

Tant’è che in un altro passaggio del libro, la filosofa scrive:

Non sarebbe difficile trovare, per ogni professione, qualche donna capace di affermarvisi in modo eminente.
Ma con ciò non si sarebbe dimostrato che si tratta di una attività specificamente femminile.
Non ogni donna è la pura personificazione dell’essenza muliebre [cioè «femminile»].
Le varie individualità non sono semplici differenziazioni della natura femminile; alcune donne, anzi, si avvicinano notevolmente alle peculiarità virili, e sono atte perciò ad una attività che non si può dire specificamente femminile.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.128)

Forse qualcuno/a è rimasto offeso/a/e/i/o/u da quest’ultima citazione: «donne femminili», «donne virili», etc…

…e qualcunə liquiderà il discorso di Edith come «retrogrado», usando parole come «maschilismo tossico» o «sessismo interiorizzato» (o qualche altro neologismo coniato dagli ultimi cinquant’anni per nulla condizionati da pressioni ideologiche)…

Non so…

A me invece sembra che Edith Stein stia descrivendo qualcosa che è profondamente radicato nel cuore umano…

4 • Maschile e femminile: uno sguardo teologico

Le persone che si interrogano sulle differenze tra «maschile» e «femminile» si dividono in due grandi gruppi:

  • quelle che credono che la differenza sia unicamente culturale (e che il significato delle parole «maschile» e «femminile» sia totalmente arbitrario);
  • quelle che credono che esista una differenza essenziale tra uomo e donna, indipendente dalla cultura.

Come scriveva Edith Stein nel suo saggio sulla donna:

Vi è oggi un grande numero di uomini e donne, che si preoccupano seriamente di conoscere a fondo le proprietà e il valore specifico della donna, con i mezzi della filosofia e della teologia, della fisiologia e della psicologia, della sociologia e della storia della cultura.
Certo, anche qui vi sono differenti concezioni: da una parte vi è l’inclinazione a considerare le differenze dei sessi come un frutto della storia, condizionato da fattori esteriori: cambiando questi rapporti esterni, tali differenze si potrebbero progressivamente superare giungendo a ciò che è essenziale alla natura umana in genere, comune ai due sessi; dall’altra parte vi è la convinzione di una differenziazione essenziale della natura umana.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.165)

Come accennavo nei precedenti paragrafi, per capire se c’è una differenza tra «maschile» e «femminile»…

  • …si può usare un approccio statistico, cercando di ricostruire un quadro generale basandosi sulla media dei singoli casi;
  • …si può usare un approccio filosofico, per capire se esiste un archetipo di maschile e di femminile;
  • …si può usare un approccio ideologico, decidendo a priori che «maschile» e «femminile» sono parole obsolete, e che se ci sono più maestre femmine rispetto ai maestri maschi è colpa del «maschilismo interiorizzato»;
sigmund freud

E poi?

Che altro metodo d’indagine possiamo seguire?

L’ultimo tassello del puzzle è quello che Edith Stein ha scoperto dopo la conversione…

…il metodo teologico:

Giungiamo così all’ultimo metodo con cui si può trattare il nostro problema: il metodo teologico.
È d’importanza fondamentale per noi sapere ciò che la fede ci dice sull’essenza o natura della donna [e dell’uomo].

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.193)

5 • Cosa dice la fede cristiana sull’uomo e la donna?

La prima parola che mi viene in mente se penso agli insegnamenti della Chiesa sul mistero della natura maschile e femminile è «complementarietà».

«Com-ple-men-ta-ri-e-tà».

Ovvero, l’opposto di «antagnosimo».

Della complementarietà dei sessi parla Paolo di Tarso (*):

La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie.
(1Cor 7,4)

(*) (Paolo di Tarso sarebbe «il maschilista per antonomasia», secondo una lettura ideologica delle sue lettere, fatta da persone che estrapolano alcune sue frasi dal contesto… chi fa questo tipo di lettura, cade nella fallacia del cherry-picking, chiamata così perché «come quando da un cesto si scelgono solo le ciliegie migliori, un soggetto può selezionare solo le prove che sostengono la sua tesi, tralasciando volutamente o inconsciamente tutte le altre che la potrebbero confutare»; cit. dal mazzo di carte «Fallaciae»)

La complementarietà tra uomo e donna è presente fin dalle prime pagine della Bibbia:

Nella descrizione di Genesi 2, 18-25 la donna viene creata da Dio «dalla costola» dell’uomo ed è posta come un altro «io», come un interlocutore accanto all’uomo, il quale nel mondo circostante delle creature animate è solo e non trova in nessuna di esse un «aiuto» adatto a sé.
La donna, chiamata in tal modo all’esistenza, è immediatamente riconosciuta dall’uomo come «carne della sua carne e osso delle sue ossa» (cfr. Gen 2, 23) e appunto per questo è chiamata «donna».
Nella lingua biblica questo nome indica l’essenziale identità nei riguardi dell’uomo: ‘is (אִשׁ) – ‘issah (אִשָּׁה), cosa che in generale le lingue moderne non possono purtroppo esprimere.
«La si chiamerà donna (‘issah), perché dall’uomo (‘is) è stata tolta» (Gen 2, 23).

(GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Mulieris Dignitataem, n.6 (15 agosto 1988))

L’uomo e la donna sono uguali davanti a Dio, dal punto di vista dell’umanità e della dignità.

Questa verità di fede è scritta a più riprese nella Bibbia…

…ed è ribadita nella tradizione della Chiesa fin dai primi secoli (tra i Padri della Chiesa che affermano l’eguaglianza fondamentale dell’uomo e della donna davanti a Dio, cfr. Origene, In Iesu nave, IX, 9: PG 12, 878; Clemente Alessandrino, Paed. I, 4: S. Ch. 70, 128-131; Sant’Agostino, Sermo 51, II, 3: PL 38, 334-335; etc.)

Il racconto di Genesi – nel suo simbolismo – descrive una grande verità: dopo che è stato plasmato da Dio, l’uomo ha a disposizione il creato, le foreste, i mari, i fiumi, gli animali… ma si sente inquieto; sente che c’è qualcosa che manca; manca un «tu»; manca un altro «io»; solo dopo che Dio crea la donna, trova in lei «un aiuto che gli corrisponda» (cfr. Gen 2, 20):

La donna è aiuto dell’uomo, «a lui corrispondente», non solo per il fatto che prende parte ai suoi interessi, ma anche perché lo completa, e controbilancia i pericoli insiti nelle stesse inclinazioni della natura virile […].

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.127)

Fin dalla creazione però, c’è una distinzione:

Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò.

(Gn 1,27)

L’uomo è immagine di Dio nella sua differenziazione sessuata, nel suo essere «maschio E femmina»:

Già nella prima narrazione della creazione dell’uomo si parla subito della differenziazione in maschio e femmina.
Poi all’uno e all’altra viene imposto il triplice compito: essere immagine di Dio, procreare una posterità e dominare la terra.
Non si dice qui direttamente che questo triplice compito debba venir compiuto dai due in modo diverso, tuttavia lo si può considerare eminentemente enunciato dalla stessa distinzione in sessi.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.69)

Avendo ben presente il brano della creazione (così come tutta l’antropologia teologica che da questo è scaturita) Edith Stein scriveva queste righe:

Sono convinta che la specie uomo si articoli in due specie: specie virile e specie muliebre, e che l’essenza dell’uomo, alla quale nell’un caso e nell’altro nessun tratto può mancare, giunga in due modi diversi ad esprimere sé stessa, e che solo l’intera struttura dell’essenza renda evidente l’impronta specifica.
Non solo il corpo è strutturato in modo diverso, non sono differenti solo alcune funzioni fisiologiche particolari, ma tutta la vita del corpo è diversa, il rapporto dell’anima col corpo è differente, e nell’anima stessa è diverso il rapporto dello spirito alla sensibilità, come il rapporto delle potenze spirituali tra di loro.
La specie femminile dice unità, chiusura dell’intera personalità corporeo-spirituale, sviluppo armonico delle potenze; la specie virile dice elevazione di singole energie alle loro prestazioni più intense.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.204)

E ancora:

Io sarei del parere che già il rapporto tra anima e corpo di solito nella donna è naturalmente più intimo […].
Mi pare che l’anima della donna viva e sia presente con maggiore intensità in tutte le parti del corpo e, di conseguenza, venga toccata più a fondo da ciò che interessa il corpo.
Nell’uomo, invece, il corpo ha più chiaro il carattere di strumento: serve a lui nel suo operare; fatto questo che comporta un certo distacco.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.109-110)

Vi convince?

Sì? No? Forse?

Leggendo queste righe, a me venivano in mente le mie due sorelle, che utilizzano un sapone per le mani, un sapone e una crema idratante per il viso, uno shampoo e due balsami per i capelli, due bagnischiuma e un olio emolliente per il corpo…

maschile e femminile

6 • La parolaccia delle parolacce: «maternità»

Non so se qualcuno è arrivato a leggere fino a qui…

…per i pochi temerarî, adesso vi faccio leggere un altro stralcio di Edith Stein.

Preparatevi, perché potrebbe farvi innervosire, se letto in modo superficiale!

Prima di arrabbiarvi però, leggete almeno fino alla fine di questa paginetta (ché ormai manca poco):

Esiste una vocazione naturale della donna?
E quale disposizione profonda dell’anima essa esige?
Solo chi è accecato dalla focosa parzialiltà della disputa può negare la realtà evidentissima che il corpo e l’anima della donna sono strutturati per un particolare scopo.
E la parola chiara e inoppugnabile della Scrittura esprime ciò che fin dall’inizio del mondo l’esperienza quotidiana c’insegna: la donna è conformata per essere compagna dell’uomo e madre degli uomini.
Per questo scopo il suo corpo è particolarmente dotato, e a questo scopo si confanno anche le particolari caratteristiche della sua anima.
Che vi siano queste particolarità caratteristiche è una realtà che si può sperimentare con immediatezza […].

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.51)

Ecco.

Apriti cielo!

femminile maternita

Ora…

Con calma…

…e con una bella tazza di melatonina…

…vi chiederei di fare lo stesso “sforzo” fatto qualche paragrafo fa: leggiamo le parole di Edith Stein in modo analogico.

OGNI donna è chiamata a essere «sposa e madre»

…significa forse che TUTTE le donne devono sposarsi e avere figli?

Ovviamente no!

Edith Stein non era sposata.

Chiara d’Assisi non era sposata.

Madeleine Delbrêl non era sposata.

Teresa di Lisieux non era sposata.

Se volete, possiamo fare lo stesso discorso a sessi inversi.

OGNI uomo è chiamato ad essere «marito e padre»

…significa forse che TUTTI gli uomini devono sposarsi e avere figli?

Ovviamente no!

Filippo Neri non era sposato.

Giuseppe Moscati non era sposato.

Vladimir Solov’ev non era sposato.

Luigi Giussani non era sposato.

Gesù non era sposato.

Che significa allora che siamo tutti chiamati ad essere «spose e madri», «mariti e padri»?

Significa che (in un modo o nell’altro) siamo chiamati ad esercitare una paternità o una maternità!

Lo ha fatto Edith Stein (pur non avendo figli).

Lo ha fatto Madeleine Delbrêl (pur non avendo figli).

Lo ha fatto Gesù (pur non avendo figli).

Sei chiamato/a a farlo tu.

E sono chiamato a farlo anch’io.

Io non sono sposato.

E non ho figli.

Ma OGGI sono chiamato ad esercitare la mia paternità.

Ed ho modi, luoghi e contesti nei quali posso esercitare questa paternità:

  • con i miei amici
  • con mia nipote
  • a lavoro
  • attraverso le pagine del blog
  • con il podcast su Spotify
  • etc.

Sapete qual è l’alternativa?

Sapete che succede se io non esercito OGGI questa paternità?

Succede che per tutta la vita faccio il bambinone.

Succede che per tutta la vita rischio di fare il piccolo-borghese; rischio di trascorrere gli anni a ciucciare dalla grande tetta del consumismo, svolgendo il mio lavoro la mattina, e spendendo i soldi la sera, per svagarmi e distrarmi in mille modi – perché sì sa, la vita è breve e «bisogna fare esperienze»

Ovviamente, vale la stessa cosa per le donne: se non esercitano la propria maternità, restano delle eterne ragazzine.

E ripeto: questo non significa «avere figli biologici», ma «proteggere, custodire e tutelare, nutrire e far crescere» (EDITH STEIN, Ibidem, p.52)… il modo in cui fare questa cosa sta a te: a seconda del lavoro che svolgi, del contesto in cui vivi, della tua sensibilità, della tua creatività, etc.

E infatti, Edith ribadisce che:

L’ingresso della donna in vari rami professionali può essere una vera benedizione per tutta la vita sociale, sia privata che pubblica, purché ella custodisca lo specifico ethos femminile. E anche qui possiamo volgere lo sguardo alla madre di Dio.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.58)

In che senso «possiamo volgere lo sguardo alla madre di Dio»?

Beh, ora non mi pare il caso di aprire una parentesi su Maria, sennò finiamo nel 2036…

…vi lascio solo uno spunto da parte di Edith, poi unite voi i puntini:

Considerando l’ordine della redenzione, abbiamo visto che non vi è un unico fine assolutamente differenziato per tutte le donne. Maria stessa ne è un esempio chiaro: scegliendo la verginità, ella si è allontanata da quello che tutta la tradizione del suo popolo considerava compito della donna.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.220)

7 • L’origine del maschilismo

Negli ultimi decennî, il maschilismo è stato sempre più stigmatizzato.

Se i media ti etichettato come «maschilista», sei spacciato.

Non c’è redenzione.

È una macchia indelebile.

maschilismo

Maaa…

…qual è l’origine del maschilismo?

Nella Bibbia se ne parla?

È tematizzato da qualche parte?

Ebbene… sì!

Dove?

Ancora una volta, nella Genesi

…e, nello specifico, nel racconto del peccato originale (se vi va, c’è un’altra paginetta qui sul blog in cui spiego qual è il senso di quel brano: l’albero proibito, la mela, il serpente parlante, etc.).

Disubbidendo a Dio, Adamo ed Eva hanno rotto il rapporto di fiducia con Lui.

E poiché non si fidano più di Lui, non riescono più a fidarsi l’uno dell’altra.

Dio pronuncia delle parole molto dure nei confronti di Adamo ed Eva.

A prima vista potrebbero sembrare punizioni che Dio sta dando ai due, per avergli disubbidito…

…in realtà, Dio sta semplicemente constatando ciò che accadrà ai due, da quando hanno iniziato a non fidarsi più di lui.

Ad Adamo dice:

«Maledetto il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l’erba dei campi.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane,
finché non ritornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere ritornerai!»

(Gen 3,17-19)

Ad Eva invece dice:

«Moltiplicherò i tuoi dolori
e le tue gravidanze,
con dolore partorirai figli.
Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ed egli ti dominerà»

(Gen 3,16)

«Egli ti dominerà».

Nel 1988 Giovanni Paolo II ha scritto una lettera apostolica sulla dignità e vocazione della donna (*).

(*) (Se ti definisci «cattolica e femminista» e non hai letto la lettera di Giovanni Paolo II… sei ancora in tempo per colmare questa lacuna! Ma sbrigati! Hai 72 ore di tempo!)

Ecco come il Papa commentava questo passaggio del libro della Genesi:

Quando dunque leggiamo nella descrizione biblica le parole rivolte alla donna: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà» (Gen 3, 16), scopriamo una rottura e una costante minaccia proprio nei riguardi di questa «unità dei due», che corrisponde alla dignità dell’immagine e della somiglianza di Dio in ambedue.
Tale minaccia risulta, però, più grave per la donna.
Infatti, all’essere un dono sincero, e perciò al vivere «per» l’altro subentra il dominio: «Egli ti dominerà».
Questo «dominio» indica il turbamento e la perdita della stabilità di quella fondamentale eguaglianza, che nell’«unità dei due» possiedono l’uomo e la donna: e ciò è soprattutto a sfavore della donna, mentre soltanto l’eguaglianza, risultante dalla dignità di ambedue come persone, può dare ai reciproci rapporti il carattere di un’autentica «communio personarum».
Se la violazione di questa eguaglianza, che è insieme dono e diritto derivante dallo stesso Dio Creatore, comporta un elemento a sfavore della donna, nello stesso tempo essa diminuisce anche la vera dignità dell’uomo.

(GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Mulieris Dignitataem, n.10 (15 agosto 1988))

Possiamo fare un elenco lungo così di problemi sociali che generano una mentalità maschilista…

Di echo chamber culturali…

Di periferie esistenziali dove l’educazione non arriva…

(e, per carità, è anche utile fare questi «censimenti»)

ma la causa ultima del maschilismo è il peccato originale.

La radice di ogni discriminazione di cui le donne sono oggetto sta nel fatto che l’uomo e la donna hanno perso la fiducia in Dio, e in questo clima di sfiducia non riescono più a vivere in comunione tra di loro.

Se Dio non è Padre, ma «qualcuno da cui difendersi», la donna – che Dio ha posto accanto all’uomo – non è più «carne della sua carne» (Gen 2,23), la persona con cui sperimentare una comunione di vita che il resto del mondo non gli sa dare… ma un «oggetto» per colmare le carenze dell’uomo (affettive, esistenziali, sessuali, etc.).

Se Dio non è Padre, tra l’uomo e la donna non c’è più complementarietà, ma antagonismo.

Sfiducia.

Volontà di dominare.

Giovanni Paolo II sottolinea che le conseguenze del peccato originale non riguardano solo l’ambito matrimoniale, ma si spingono oltre:

Quelle stesse parole si riferiscono direttamente al matrimonio, ma indirettamente raggiungono i diversi campi della convivenza sociale: le situazioni in cui la donna rimane svantaggiata o discriminata per il fatto di essere donna.
La verità rivelata sulla creazione dell’uomo come maschio e femmina costituisce il principale argomento contro tutte le situazioni, che, essendo oggettivamente dannose, cioè ingiuste, contengono ed esprimono l’eredità del peccato che tutti gli esseri umani portano in sé.
I Libri della Sacra Scrittura confermano in diversi punti l’effettiva esistenza di tali situazioni ed insieme proclamano la necessità di convertirsi, cioè di purificarsi dal male e di liberarsi dal peccato: da ciò che reca offesa all’altro, che «sminuisce» l’uomo, non solo colui a cui vien fatta offesa, ma anche colui che la reca. Tale è l’immutabile messaggio della Parola rivelata da Dio. In ciò si esprime l’«ethos» biblico sino alla fine (*).

(GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Mulieris Dignitataem, n.10 (15 agosto 1988)

(*) (È appunto appellandosi alla legge divina che i Padri del IV secolo reagirono fortemente contro la discriminazione ancora in vigore, nei confonti della donna, nel costume e nella legislazione civile del loro tempo. Cf. S. Gregorio di Nazianzo, Or. 37, 6: PG 36, 290; S. Girolamo, Ad Oceanum ep. 77, 3: PL 22, 691; S. Ambrogio, De institut. virg. III, 16: PL 16, 309; S. Agostino, Sermo 132, 2: PL 38, 735; Sermo 392, 4: PL 39, 1711)

Anche Edith Stein era dello stesso avviso:

Tutti i difetti della natura dell’uomo, che non gli permettono più di adempiere la sua vocazione primordiale, hanno la loro radice in una deformazione del rapporto con Dio.
L’uomo può corrispondere all’eccelsa chiamata originaria – essere immagine di Dio – solo se cerca di sviluppare le sue potenze in umile soggezione alla guida divina: conoscere, nelle forme e nei limiti dati da Dio; godere, con il dovuto rispetto per Dio e per il creato, con riconoscenza alla gloria divina; operare a perfezionare il creato, come Dio lo presenta alla libera iniziativa dell’uomo… tutto ciò significa, in fondo, rispettare l’immagine della sapienza, della bontà e della potenza divina.
Il non serviam opposto a Dio ha come conseguenza il pervertimento di ogni relazione verso il creato.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.85)

8 • Una critica pacata, gentile, serena, (cristiana?) al femminismo

Qualche anno fa ho letto «Good Omens» di Neil Gaiman e Terry Pratchett (due dei miei scrittori preferiti).

Senza stare a raccontare la trama… a un certo punto c’è questo scambio di battute tra la strega Anatema Device (Occultista Pratica e Discendente Professionista) e Newton Pulsifer (Impiegato, settore amministrazione e retribuzioni, e Recluta dei Cacciatori di Streghe):

«Svariate profezie sostengono che per prima cosa deve apparire l’Anticristo» disse Anatema. «Agnes parla di un lui. E io non riesco a trovarlo…»
«O una lei» disse Newt.
«Cosa?»
«Potrebbe essere una lei» disse Newt. «In fondo siamo nel XX secolo. Le pari opportunità.»
«Non mi sembra che tu prenda questa faccenda con la dovuta serietà» disse severa.

(TERRY PRATCHETT, NEIL GAIMAN, Good omens : le belle e accurate profezie di Agnes Nutter, strega, Oscar Mondadori, Milano 2019, versione Kindle, 55%)

Ora.

Il romanzo è del 1990…

E probabilmente, oggi, Neil Gaiman non avrebbe scritto una battuta del genere (essendo un artista vicino alla «cultura woke»)…

Però mi ha fatto pensare a molte “battaglie” femministe degli ultimi anni:

  • la protesta del «free the nipple»;
  • l’utilizzo dello schwa;
  • la polemica tra la comunità LGBT e le femministe TERF riguardo agli atleti trans che «nel loro intimo si sentono donne» e vogliono partecipare alle gare di sollevamento pesi nelle categorie femminile (dove si portano facilmente a casa la medaglia d’oro);
  • chiedersi se sia più femminista dire «madrepatria» o «padrematria»;
streghe di salem

Ora.

Lungi da me generalizzare.

«Femminismo» è una parola mooolto generica.

C’è femminismo e femminismo.

Ci sono persone che si definiscono «femministe», ma ogni volta che aprono bocca fanno danni.

E ci sono donne che non hanno mai utilizzato la parola «femminismo» nella loro vita, ma di fronte alle quali dovremmo tutti toglierci il cappello e fare quattro passi indietro, con timore e tremore (penso alla già citata Edith Stein, a Wanda Półtawska, a Madeleine Delbrêl, a Gianna Beretta Molla, ad Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, a Chiara Corbella Petrillo, a Teresa Sánchez de Cepeda Dávila, a Marie-Françoise Thérèse Martin, etc.).

So bene che la lotta per l’emancipazione femminile ha riguardato battaglie ben più serie di quelle dell’elenco che ho scritto qui sopra.

E sono felice che ci siano state.

Sono felice che in molte nazioni ci sia il suffragio universale (*).

Che le donne possano studiare (*).

Fare il lavoro che più le aggrada (*).

Ricevere un equo compenso per il proprio lavoro (*).

(*) (E spero che un giorno queste cose diventino «normali» in tutto il mondo: in Iran, in Afghanistan, nel Corno d’Africa… ma anche in Occidente, in tanti contesti socio-culturali in cui le donne fanno più fatica degli uomini)

Fatta questa premessa, adesso dirò una cosa un po’ antipatica.

A me sembra che tante battaglie di un certo «femminismo radicale» abbiano perso di vista il bene della donna.

Se dovessi descrivere in due parole l’obiettivo (che a volte è esplicito, altre volte è inconscio, e spesso chi fa queste battaglie neanche se ne rende conto) di molte femministe, direi:

  • antagonismo
  • individualismo (come scrive Edith Stein, nel libro che citavo più sopra, p.278)

Queste due parole sono l’esatto opposto rispetto a ciò che dicevo prima, quando parlavo di:

  • complementarietà
  • collaborazione

~

Prima scrivevo che il problema del maschilismo è l’individualismo maschile.

La radice di ogni cosa brutta che le femministe trovano nel «patriarcato» o nel «maschilismo tossico» è tutta lì: nell’individualismo, ovvero nel fatto che un maschilista crede di essere il centro del mondo e che tutto ruoti intorno a lui.

Questo individualismo maschile è alimentato in mille modi dalla cultura moderna: la sessualizzazione spinta delle pubblicità, l’oggettificazione del corpo della donna, gli youtuber che giocano a «la bombi o la passi», la pornografia, etc… tutte queste cose mandano (in modo più o meno esplicito) un unico messaggio: «la donna è tua, è un oggetto con cui puoi trastullarti, è sempre a portata di click, e non ti dice mai di no».

Io sono l’ultimo dei somari…

…ma, secondo me, una delle battaglie che dovrebbe combattere il femminismo è contro questa cultura.

Contro la cultura che porta l’uomo ad essere un individualista, un narcisista e (in ultima analisi) un antagonista.

Restituirgli il suo (vero) ruolo: essere complementare.

A me invece sembra che gran parte del femminismo contemporaneo, anziché cercare di trasformare la «società patriarcale», cerchi invece di trasformare le donne in «uomine».

Cioè alimenta una cultura che insegna alle donne ad essere antagoniste.

Per la cronaca: questa stronzata non la penso solo io.

Thérèse Hargot – classe ’84 – è una sessuologa belga (peraltro, atea) che ha scritto uno dei libri più audaci che io abbia letto negli ultimi dieci anni, che non fa sconti a nessuno.

Ecco cosa scriveva a riguardo:

Noi siamo eredi di un femminismo che si ritorce oggi contro le donne stesse, perché invece di modificare la società patriarcale le si è totalmente sottomesso, incoraggiando le donne a modificare il proprio corpo al fine di adattarvisi.
Le istituzioni si sono effettivamente aperte alle donne, ma non hanno cambiato il loro funzionamento.
Tocca alle donne adattarsi a un mondo di uomini, retto da uomini, pensato per gli uomini.
Per arrivarci, abbiamo altre possibilità a parte l’isolare temporaneamente la differenza tra i sessi – vale a dire la capacità di generare la vita – poiché è questa che impone dei limiti?
Servire la causa delle donne non dovrebbe consistere nel trasformare le strutture delle imprese e delle istituzioni – dalle modalità di reclutamento delle risorse umane fino agli orari di lavoro –, perché le donne possano inserirvisi in modo equilibrato, perché dei percorsi professionali non lineari ed esponenziali vengano valorizzati quanto gli altri, a immagine dei differenti periodi che segnano la vita di una donna, per lottare contro l’isolamento di quelle che si occupano a tempo pieno del proprio bambino, per valorizzare le competenze sviluppate nella gestione del focolare?
Servire la causa delle donne non dovrebbe consistere pure nel valorizzare ciò che non è nell’ordine dell’efficacia, della performance, della produttività; ciò che è nell’ordine della relazione, dell’attenzione agli altri e delle cure, insomma tutto quel che è necessario all’umanità?
Perché dover scegliere?
Perché non si può vivere tutto?
Tocca a noi donne pagare l’incapacità della nostra società di rinnovarsi?

(THÉRÈSE HARGOT, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), Sonzogno, Milano 2017, versione Kindle, 98%)

A tal proposito, vi riporto un commento (di una donna) lasciato sotto al video di Roberto Mercadini che citavo prima:

«Esiste un femminismo equilibrato che combatte ma dialoga, che non contrappone la maternità alla carriera ma armonizza.
Poi esiste un femminismo più estremo che non dialoga, e da quanto ho notato, spesso, co-generatore per reazione (dall’altra parte), del peggiore maschilismo, che già si autorigenera di suo per secoli di patriarcato assolutista e che risponde raddoppiando il suo livore.
C’è bisogno di dialogo e occorre costruire, riflettere, armonizzare e certamente anche combattere perché non vi siano più discriminazioni.
Ma appunto per fare questo è necessario allontanarsi dall’assolutismo fazioso che sbrana, falcia, accusa senza neppure lasciare parlare.
Chi riflette, chi PENSA fa uso continuo dei MA e dei PERÒ»

(commento sotto a un video di Roberto Mercadini)

E fin qui, il discorso vale un po’ per tutti – credenti e non.

Invece volendo aggiungere uno spunto teologico (per le femministe credenti), penso che sia molto interessante ciò che dice Jo Croissant – laica francese (classe ’49), membro della Comunità delle Beatitudini – nel suo libro «Il mistero della donna»:

Poiché non ha coscienza della grandezza della propria vocazione, la donna moderna si mette di fianco all’uomo per accusare Dio di essere l’artefice della sua infelicità, invece di mettersi di fianco a Dio per salvare l’uomo.

(JO CROISSANT, Il mistero della donna, Berica, Arzignano (VI), versione Kindle, 93%)

Anche Giovanni Paolo II, parlando del modo in cui le donne devono opporsi al maschilismo, afferma che questa battaglia

[…] non può a nessuna condizione condurre alla «mascolinizzazione» delle donne.
La donna – nel nome della liberazione dal «dominio» dell’uomo – non può tendere ad appropriarsi le caratteristiche maschili, contro la sua propria «originalità» femminile.
Esiste il fondato timore che su questa via la donna non si «realizzerà», ma potrebbe invece deformare e perdere ciò che costituisce la sua essenziale ricchezza.
Si tratta di una ricchezza enorme.
Nella descrizione biblica l’esclamazione del primo uomo alla vista della donna creata è un’esclamazione di ammirazione e di incanto, che attraversa tutta la storia dell’uomo sulla terra.

(GIOVANNI PAOLO II, lettera apostolica Mulieris Dignitataem, n.10 (15 agosto 1988)

Conclusione

Normalmente le paginette del blog hanno tra le 20 e le 30mila battute.

Questa che ho appena scritto sfiora le 70mila.

E mi sembra di aver appena scalfito la superficie di ciò che vorrei dire…

  • sulla parità dei sessi (quanto a dignità);
  • sulla estrema differenza dei sessi (quanto a natura);
  • sul ruolo delle donne nella Chiesa;
  • su san Paolo che è ingiustamente accusato di essere maschilista;
  • etc.

Vabbè.

Avremo modo di tornarci.

Per ora, passo e chiudo con un’ultima citazione di Fabrice Hadjadj:

L’uomo diventa tanto più virile quanto più è rivolto verso la donna.
La donna tanto più femminile quanto più è rivolta verso l’uomo.

(FABRICE HADJADJ, Mistica della carne : la profondità dei sessi, Medusa, Milano 2020, p.11)

sale

(Inverno 2022-2023)

Fonti/approfondimenti

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