Tristezza, l’ottavo vizio capitale?

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1 • Tristezza: una patologia… o un peccato?

Sapevate che nei primi secoli, i padri della Chiesa inserivano la tristezza nell’elenco dei cosiddetti «pensieri malvagi»?

In pratica, per Evagrio Pontico (IV sec.), Giovanni Cassiano (IV-V sec.), Gregorio Magno (VI sec.) la tristezza era un «vizio capitale! (*)

(*) (In particolare, Evagrio la collocava tra l’avarizia e l’ira, cioè tra l’attaccamento morboso alle cose e la violenza per il raggiungimento dei proprî fini)

…ma…

…ma come è possibile?

…cioè… mi state dicendo che la tristezza è un peccato?

tristezza vizi capitali

Non è un po’ esagerato?

Senza considerare che nella nostra cultura la tristezza, le ansie, le paturnie, i dispiaceri varî sono all’ordine del giorno, una presenza costante nella vita di tutti…

…anzi, spesso questi sentimenti si mescolano col nostro stile di vita: alzi la mano chi non ha mai detto (o pensato) la frase «mai ’na gioia»!

Insomma, dire che «la tristezza è un peccato», nel terzo millennio, sembra un’affermazione quanto mai esagerata, anacronistica, ingenua…

…o no?

Non so…

…provo a lasciarmi mettere in discussione dai Padri dei primi secoli:

  • È possibile che in tanti momenti tristi della mia vita ci sia stata anche una mia responsabilità?
  • È possibile che la mia volontà abbia avuto un ruolo decisivo per accogliere o meno determinati stati d’animo?
  • E (più in generale) i sentimenti mi piovono addosso in modo passivo e totalmente incontrollato, o c’è un scelta che avviene nel mio cuore, e dunque una mia libertà?

(N.B. Oh, lungi da me negare l’esistenza di disturbi depressivi o altre patologie psicologiche, che spesso giocano un ruolo drammatico nella vita di tante persone; su quelle c’è poco da discutere, serve uno psicologo, uno psichiatra, uno psicoterapeuta, uno specialista… io qui mi riferisco alla vita di tutti i giorni dei poveri somari come me, che fino a prova contraria non hanno malattie psichiche, ma spesso si sono trovati a lottare contro la tristezza)

2 • La tristezza, un inquilino dannoso

Ecco come Evagrio Pontico (345-399), monaco ed asceta greco antico descriveva la tristezza:

La tristezza è un inquilino dannoso, un confidente funesto, un anticipatore dello sradicamento, nostalgia della famiglia, un compagno dell’angoscia, un congiunto dell’accidia, un lamento esasperante, ricordo delle offese, oscuramento dell’anima, umiliazione morale, prudente ebbrezza, antidoto ipnotico, appannamento delle forme, un verme della carne, afflizione dei pensieri, prigione di un popolo.

(EVAGRIO PONTICO, I vizi opposti alle virtù, n. 5)

tristezza lovecraft

Evagrio fotografa molto bene quella sensazione:

  • il torpore paralizzante;
  • la perdita di un orizzonte di aspettative;
  • il sospetto che tutto sia perduto;
  • il timore che il treno sia passato;
  • l’intima certezza che avevi quell’occasione, ma ormai l’hai persa.

Gregorio Magno (540 circa – 604), 64º vescovo di Roma, descriveva così quella voce interiore:

La tristezza è solita esortare quasi in nome della ragione il cuore dominato, dicendo: «Che gusto ci provi a ingoiarne tante da parte del tuo prossimo? Devi mostrare la faccia oscura a quanti ti amareggiano con tanto fiele».

(GREGORIO MAGNO, Commento morale a Giobbe VI, 31, 45, 90)

Ed Evagrio aggiunge che la tristezza, facendo leva sui ricordi passati, deforma la memoria, inquinandola di rimpianti e di rassegnazione per il futuro:

[…] dato che le cose di una volta non sono più né potranno più essere a causa della vita che sto facendo.

(EVAGRIO PONTICO, Trattato pratico 10)

La tristezza dunque, insinuandosi attraverso questi pensieri, allenta la tensione che spinge verso il bene, intorpidisce, toglie motivazioni, ci impedisce di rimboccare le maniche.

3 • La causa della tristezza

Secondo Giovanni Cassiano (360-435), monaco originario della Scizia, la causa della tristezza è la seguente:

A volte la tristezza è conseguenza dell’ira che l’ha preceduta, oppure è generata da un desiderio frustrato o da qualche guadagno mancato, quando cioè uno si vede svanire la speranza che nutriva per questa o quella cosa.

(GIOVANNI CASSIANO, Istruzioni cenobitiche IX, 4)

Cos’è un «desiderio frustrato»?

È un desiderio che non si riesce a realizzare (o perché si fallisce nel tentativo, o perché la meta è così lontana che la disillusione fa mollare la presa).

Aspe’, ma quindi la causa della tristezza sono i desiderî?

Quindi che cosa dovrei fare se sono triste? Entrare in modalità zen?

tristezza nirvana

Ovviamente no.

I desiderî sono una componente naturale della vita dell’uomo.

Il problema però è quando un desiderio è affetto da egoismo.

Quando attacco il cuore ad un desiderio. Quando quel desiderio diventa «il mio tessssoro». Quando diventa il centro dei miei pensieri. Quando ho l’illusione che «quella cosa lì» mi renderà felice. Quando credo che se non la otterrò, “morirò”.

In altre parole, quando un desiderio è vissuto nella filautia.

Con questa parola, i Padri indicavano «l’amore smodato per sé stessi», vivere in modo auto-centrato, «io voglio», «io esigo», «io pretendo», «io», «io», «io»

~

Attenzione! È possibile attaccare il cuore anche al desiderio più buono, bello e santo del mondo! In quel caso, il desiderio rimane buono… ma l’attaccamento no:

La persona può essere così tanto attaccata alla sua proposta positiva, al suo progetto, alla sua visione della missione da compiere, perché è così buona, così evangelica, che neanche si accorge che si tratta di autentica filautia.
La filautia infatti si può camuffare dietro un attaccamento alle cose e ai propositi buoni, alle idee e ai progetti buoni.
Può darsi anche che la persona che ha un attaccamento si renda conto che sarebbe bene essere completamente liberi, perché solo così ci si può affidare a Dio e fondare la propria vita su di Lui. Ma anche se sa che questo è necessario, non si dà nessuna mossa, non fa niente per questo, sposta sempre in avanti la decisione senza usare i mezzi che la spiritualità cristiana offre per questo passo.
Si può arrivare a pregare ore ed ore, senza tuttavia farlo in modo che la preghiera aiuti ad arrivare alla libertà.
Si può digiunare, senza che questo diventi un profitto per una maggiore libertà interiore. La persona quindi può sia non usare i mezzi dell’ascesi cristiana, sia essere capace di usarli ma non a questo scopo.

(MARKO IVAN RUPNIK, Il discernimento : 1: Verso il gusto di Dio, 2: Come rimanere con Cristo, Lipa, Roma 2009, p. 191)

4 • Àmbiti turbati dalla tristezza

Secondo Giovanni Cassiano (in «Al vescovo Castore. Gli otto pensieri viziosi») la tristezza inquina due àmbiti:

  • il rapporto con Dio (in particolare la preghiera);
  • il rapporto con il prossimo.

4.1 • Il rapporto con Dio

La tristezza alimenta una sensazione di sfiducia generalizzata

…tutto sembra sgretolarsi… tutto sembra perdere di senso…

tristezza dubbi

…ogni azione sembra inutile, a partire da quelle che richiedono tempo e che non sembrano portare un frutto immediato… la prima di queste è la preghiera:

Il monaco (*) afflitto dalla tristezza non conosce la gioia spirituale, come uno che ha molta febbre non gusta il miele. Il monaco rattristato non muove la mente alla contemplazione né fa salire al cielo una preghiera pura; la tristezza è ostacolo a ogni bene. Avere i piedi legati è un ostacolo alla corsa, la tristezza lo è per la contemplazione.
(EVAGRIO PONTICO, Gli otto spiriti della malvagità 1)

(*) (Evagrio descrive questa dinamica nel cuore del monaco, ma questa cosa vale per tutti: padri, madri, figli, laici, preti, suore, cardinali, papi)

Come l’aceto e il vino mescolati assieme non hanno lo stesso sapore, così la tristezza frammista allo Spirito Santo non conserva la stessa preghiera.
(PASTORE DI ERMA, Precetto X, 42, 3)

4.2 • Il rapporto con il prossimo

Quando il cuore è avvelenato dalla tristezza, anche le relazioni con gli altri perdono serenità; quando siamo giù, ma siamo “costretti” a interagire con qualcuno, ci scopriamo a pensare cose tipo:

  • «Mentecatto, come ti permetti di essere felice davanti a me!»
  • «Sì, ok, sei sposato ed hai una famiglia! Vuoi un applauso?»
  • «Maledetto il giorno in cui sei stato copulato!»
  • «Non ho altre spiegazioni: sei nato dar culo!»

[…] si fa fatica a guardare l’altro con serenità; si preferisce fuggirlo, come se l’altro fosse la causa della propria desolazione e del proprio fallimento.
(ADALBERTO PIOVANO, Tristezza, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2012, p. 64-65)

Nelle relazioni con gli altri, la tristezza si annida soprattutto in due atteggiamenti, strettamente uniti: l’invidia e il rancore.
(Ibid., p.88)

Un cuore incatenato e soffocato dalla tristezza, privo della gioia e della consolazione dello Spirito, rischia di riversare sugli altri questa tenebra interiore procurando sconforto e scoraggiamento.
(Ibid., p.89)

5 • Guarire dalla tristezza?

La nostra cultura è piena zeppa di film tristanzuoli, canzoni melanconiche, artisti depressi…

…tutto questo, in realtà, fa leva su una tendenza nel cuore dell’uomo: c’è un certo compiacimento nella tristezza.

Non è raro […] che il malato si compiaccia di questo male, ne tragga il “beneficio secondario” di un certo godimento morboso, e si abbandoni quindi passivamente al suo stato, senza tra l’altro accorgersi che è preda di una passione particolarmente grave per i suoi effetti nefasti su tutta la vita spirituale.

(JEAN-CLAUDE LARCHET, Terapia delle malattie spirituali. Una introduzione alla tradizione ascetica della Chiesa ortodossa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2003, p. 578)

C’è un che di appagante nel fare la vittima.

C’è un certo piacere nello stare dalla parte dei martiri.

tristezza tiziano ferro

Insomma… in questo contesto avverso, se qualcuno volesse combattere la tristezza, da dove può partire?

I Padri dei primi secoli hanno scritto fiumi d’inchiostro a riguardo… ma – stringi stringi – il loro pensiero può essere sintetizzato in questi due versetti:

Perché ti rattristi, anima mia,
perché ti agiti in me?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio.
(Sal 43,5)

Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera.
(Rm 12,12)

I rimedî più fecondi contro la tristezza sono due:

  • nutrirsi di Speranza;
  • continuare a pregare.

5.1 • Nutrirsi di Speranza

Se la tristezza annebbia talmente lo sguardo da rendere impossibile ogni visione di bene, per sé e per gli altri, e da togliere ogni fiducia in ciò che Dio può fare per l’uomo, la speranza diventa lo sguardo verso una meta possibile (e non ancora posseduta) e desiderabile; la gioia è il frutto di questo sguardo.

(ADALBERTO PIOVANO, Tristezza, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2012, p. 135)

La tristezza mi spinge ad abbassare lo sguardo, a chiudere la mia prospettiva, a farmi voltare indietro con nostalgia…

…la Speranza invece mi fa alzare la testa, mi permette di guardare il futuro senza angosciarmi.

Ma che significa che per vincere la tristezza occorre «nutrirsi di Speranza»?

  • «Immaginare che tutto andrà bene?»
  • «Sforzarsi di credere che le cose si aggiusteranno?»
  • «Vedere il bicchiere mezzo pieno?»
  • «Pensare positivo?»
tristezza preti idioti

Non si tratta di sforzarsi.

La Speranza infatti non è qualcosa di umano, ma è una virtù teologale… ovvero è un dono di Dio; non poggia sulle mie forze e non me la do da solo:

La speranza libera dalla tristezza, se essa ha la qualità dell’eterno, se essa è rivolta verso ciò che non muore, ciò che contiene la vita, ciò che è al di là del posseduto.
Ogni speranza che rimane chiusa nell’umanamente prevedibile, nel già conosciuto o programmato, nel visibile, è destinata a fallire.

(ADALBERTO PIOVANO, Tristezza, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2012, p. 137)

5.2 • Continuare a pregare

Per sconfiggere la tristezza, la speranza deve fare un «salto di qualità».

Questo salto è reso possibile dalla preghiera.

La tristezza porta a diffidare di Dio… a stare in silenzio con Lui… a vivere un rapporto con il Padre da separati in casa… a rinfacciargli: «Signore, se tu fossi stato qui» questa cosa non sarebbe successa (cfr. Gv 11,32)… a togliere di mezzo la preghiera…

…al contrario, la preghiera ci spinge a «stare»:

  • stare con Lui;
  • stare sotto il Suo sguardo;
  • stare sulla Sua parola;
  • aprire i pugni in cui tengo stretti (troppo stretti?) i miei progetti;
  • riconsegnare a Dio i miei desiderî, chiedendoGli di restituirmeli (se corrispondono veramente a qualcosa che mi ha messo Lui nel cuore), ma senza “esserne posseduto” come Gollum con l’Anello.

Una delle preghiere più feconde è quella sulla Parola di Dio: che sia il libro di Giobbe, Qohelet, i Salmi, il Vangelo di Marco, quello di Giovanni…

ruminando la Parola, si scopre che non è vero che è arida; anzi, è un balsamo che, goccia dopo goccia, guarisce in profondità un cuore indurito dalla tristezza:

Fintanto che questa ferita della tristezza non sarà chiusa, vi si applicherà il rimedio della consolazione. Se, infatti, i medici curano le piaghe del corpo fino a quando ogni dolore sarà cessato, non dobbiamo agire allo stesso modo riguardo ai mali dell’anima?
La piaga delle vostre anime è la tristezza e occorre versarvi continuamente l’acqua benefica di dolci parole… I medici hanno bisogno di una spugna, noi applichiamo il rimedio con le parole: noi non abbiamo bisogno di fuoco, come i medici per riscaldare l’acqua; è la grazia dello Spirito Santo che scalda i nostri discorsi.

(GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sulle statue VI, 1)

Conclusione

Per chi avesse mezz’ora da spendere in modo utile, suggerisco caldamente di ascoltare questa catechesi di don Fabio Rosini.

Per il resto, chiudo con un’altra parola del prete romano, che mi ha fatto tanto bene…

…sulla quale torno spesso, quando si insinuano certi pensieri neri, che altrimenti mi porterebbero a interpretare la realtà sempre nel modo sbagliato:

E se quello che ti sta accadendo fosse una Grazia? E se in quello che tu stai maledicendo ci fosse una grande benedizione per te? Non buttare via niente della tua vita, della tua storia, di quello che ti sta accadendo.
Forse non lo stai capendo adesso.
C’è una Grazia in tutto.
Dio può trasformare in bellezza anche la storia più disperata e dolorosa, perché il Signore mette una radice di salvezza in quel dolore.
Non pensare male di Dio, del tuo passato. Tutto nella misericordia e nella potenza di Dio diventa luce! Non sprecare quello che ti sta succedendo.
La più grande menzogna del demonio è farci credere che Dio ci vuole fregare.

(FABIO ROSINI, citato in CLAUDIA VIOLA, ROBERTO REIS, E poi volarono i piatti. Come dal litigio può rinascere l’amore, Porziuncola, Assisi (PG) 2019, p.79-80)

sale

(Estate 2021)

Fonti/approfondimenti

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