Cos’è il bene comune?

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1 • I princìpi della Dottrina sociale della Chiesa

Come dicevo un paio di annetti fa, il «Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa» è tipo un “Bignami” di ciò che pensa la Chiesa in àmbito politico.

Quindi, di conseguenza, è anche un “Bignami” di ciò che dovrebbe (*) stare a cuore a tutti i cristiani che si occupano di politica.

politici e cristianesimo

Il quarto capitolo del Compendio della D.S.C. parla dei cosiddetti «princîpi della Dottrina sociale della Chiesa»

…che sono questi:

  • la dignità della persona umana (su questa ho già attaccato due discrete pippe; per chi fosse interessato lo rimando alle due paginette «Quanto vale una persona?» e «Massa, indvidui o persone?»);
  • il principio del bene comune (cfr. DSC 164-170… nel quale rientra la fantomatica/famigerata «destinazione universale dei beni», cfr. DSC 171-184);
  • il principio di sussidiarietà (cfr. DSC 185-188… in cui rientra il concetto di «partecipazione», cfr. DSC 189-191);
  • il principio di solidarietà (cfr. DSC 192-196).

Ora.

Dato che la carne al fuoco è indubbiamente troppa…

E non voglio sdraiarvi con un papirozzo di dimensioni esagerate…

…nella paginetta di oggi vorrei spendere solo due parole sul bene comune… rimanando a più-in-là gli altri temi.

2 • Il bene comune

Secondo la kiesakattolika, il bene comune è:

[…] l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente.

(Costituzione pastorale Gaudium et spes, n.26)

Il bene comune non è l’insieme dei beni materiali che ognuno possiede.

E non è la somma degli interessi di ciascuno.

bene comune e liberta

Il bene comune è un «insieme di condizioni» (cit.).

Per «raggiungere la propria perfezione» (cit.).

La parola «raggiungere» è molto interessante: il bene comune infatti non è una condizione “statica”, ma ha a che fare con un movimento verso una mèta ben precisa: la perfezione

E che cos’è «la perfezione»?

Eh.

Bella domanda.

La risposta ovviamente varia, a seconda che si parli di un cittadino, di una famiglia, di una città, di una nazione, di un’organizzazione sovranazionale…

…ma il punto è che per saper rispondere alla domanda su «che cos’è il bene comune?» bisogna prima saper rispondere alla domanda sulla perfezione…

  • qual è la perfezione che io sono chiamato a raggiungere?
  • (ovvero) qual è il senso della mia vita?
  • (ovvero) in che modo posso portare frutto?

Le stesse domande valgono per una famiglia, una città, una nazione, etc…

…ad esempio:

  • qual è la perfezione che l’Italia è chiamata a raggiungere?
  • (ovvero) qual è il senso dell’esistenza dell’Italia?
  • (ovvero) in che modo l’Italia può portare frutto?

Per dirla con le parole del compendio della D.S.C.:

Nessuna forma espressiva della socialità — dalla famiglia, al gruppo sociale intermedio, all’associazione, all’impresa di carattere economico, alla città, alla regione, allo Stato, fino alla comunità dei popoli e delle Nazioni — può eludere l’interrogativo circa il proprio bene comune, che è costitutivo del suo significato e autentica ragion d’essere della sua stessa sussistenza.

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, punto 165)

Riassumendo:

  • prima devo conoscere QUAL È la «perfezione» di una persona, di una famiglia, di una nazione, etc.
  • e poi potrò provare a pensare a COME raggiungere quella perfezione, ovvero proverò a realizzare il bene comune.

Ovviamente la perfezione che ciascuno è chiamato a raggiungere dipende da cosa ciascuno è chiamato a fare nella vita.

Però, c’è un aspetto che vale per ciascuno: la perfezione ha a che fare con il portare frutto.

Sempre.

Facciamo qualche esempio:

  • Sei un insegnante? Porterai frutto se saprai trasmettere ai tuoi studenti l’amore per la conoscenza; se riuscirai a incuriosire i tuoi alunni; se farai capire loro, in modo concreto, che la materia che insegni (qualunque essa sia) ha profondamente a che fare con la LORO vita;
  • Sei un dipendente pubblico (postale, ministeriale, so-un-cavolo-io)? Porterai frutto se sul luogo di lavoro risolverai i problemi con buon senso, in modo equilibrato, ragionevole; se aiuterai in modo premuroso le persone che vengono al tuo sportello per chiedere aiuto; se sarai capace di alleggerire la pesantezza che spesso si portano dietro le persone che sono esasperate dalla burocrazia italiana;
  • Sei l’amministratore delegato di un’azienda? Porterai frutto se amministrerai con cura gli interessi che ti sono stati affidati; se renderai l’ambiente di lavoro un luogo migliore – per te e per le decine di persone che ogni giorno vivono e lavorano in quell’ufficio; se rispetterai ognuno dei tuoi impiegati, responsabilizzandoli e al contempo facendoli sentire necessarî; se darai a ciascuno la paga che si merita;
  • sei un papà o una mamma? Porterai frutto se insegnerai ai tuoi figli la bellezza della vita; se gli insegnerai che anche da una croce o da una sofferenza può fiorire qualcosa di bello; se man mano che i tuoi figli crescono, saprai fare un passo indietro, educandoli alla libertà; se gli insegnerai che la tua paternità è solo l’ombra di una Paternità più grande.

(Vale lo stesso discorso se si allarga il cerchio: le famiglie sono chiamate a portare frutto, ciascuna secondo le proprie caratteristiche… le nazioni sono chiamate a portare frutto, ciascuna secondo le proprie caratteristiche… le organizzazioni sovranazionali sono chiamate a portare frutto, ciascuna secondo le proprie caratteristiche…)

Facendo questa carrellata di esempî, viene da sé che la capacità di «portare frutto» non riguarda SOLO la singola persona, ma ANCHE il suo essere «con» e «per» gli altri (cfr. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n.165).

3 • Uscire dalla logica dei «due schieramenti»

Quando si parla di politica, spesso le persone si contrappongono in due schieramenti:

  • destra e sinistra (qualsiasi cosa vogliano dire queste due parole nel 2022);
  • conservatori e progressisti;
  • reazionarî e riformisti.

Questa divisione, secondo me, è abbastanza miope.

Come dicevo l’anno scorso, una divisione più interessante è quella basata sull’antropologia – cioè sull’«idea che abbiamo dell’uomo».

Riassumendo all’osso, dicevo che:

  • secondo l’antropologia libertaria l’uomo è «buono per natura» e non ha bisogno di regole.
  • secondo l’antropologia societaria l’uomo in natura è cattivo ed egoista («homo homini lupus») e servono tante regole per renderlo buono.

Queste due visioni antropologiche non sono «una di destra e una di sinistra»; ogni programma politico (di destra, di sinistra, di centro, etc.) è un miscuglio tra queste due antropologie…

bene comune antropologia libertaria e societaria

(*) (Per altri esempî sulla questione, vi rimando alla paginetta dell’anno scorso)

Insomma, tagliando con l’accetta… tradotto in un linguaggio da osteria:

  • [ANTROPOLOGIA LIBERTARIA] «Lasciatemi libero di farmi i cazzi miei!»

…e…

  • [ANTROPOLOGIA SOCIETARIA] «Come ti permetti di farti i cazzi tuoi? Arrestatelo!»

La Dottrina Sociale della Chiesa non si basa né sul liberismo (dominio di sé e servizio di sé), né sul socialismo (dominio del prossimo e servizio del prossimo)…

…su cosa allora?

Don Luigi Sturzo (1871-1959) aveva coniato l’espressione popolarismo (disclaimer: da non confondere con «populismo»!), che consiste nel:

  • promuovere il bene di tutti i membri della società (e non di una particolare classe sociale);
  • creare un contesto in cui le persone vivano in armonia, e possano interessarsi le une alla cura delle altre, favorendo la collaborazione tra le classi sociali, e non l’antagonismo.

La Dottrina Sociale della Chiesa si basa sul «popolarismo» che (tagliando un po’ con l’accetta) significa «dominio di sé e nel servizio del prossimo» (*).

(*) (di nuovo: non torno sull’argomento, ho già sviscerato la questione l’anno scorso)

4 • Chi è il responsabile della realizzazione del bene comune?

Sarà banale a dirsi, ma il «problema» del bene comune tocca una grande varietà di àmbiti:

  • la cultura;
  • l’educazione;
  • il lavoro;
  • le condizioni sociali;
  • l’alimentazione;
  • la salute
  • la libera circolazione delle informazioni;
  • la tutela della libertà religiosa;
  • la salvaguardia dell’ambiente;
  • etc.

A questo punto può sorgere una domanda: chi è il principale responsabile della realizzazione del bene comune?

Il sindaco della tua città?

Il parlamento?

presidente della repubblica

Sicuramente i politici hanno un ruolo di primo piano:

La responsabilità di conseguire il bene comune compete, oltre che alle singole persone, anche allo Stato, poiché il bene comune è la ragion d’essere dell’autorità politica.
Lo Stato, infatti, deve garantire coesione, unitarietà e organizzazione alla società civile di cui è espressione, in modo che il bene comune possa essere conseguito con il contributo di tutti i cittadini.
L’uomo singolo, la famiglia, i corpi intermedi non sono in grado di pervenire da se stessi al loro pieno sviluppo; da ciò deriva la necessità di istituzioni politiche, la cui finalità è quella di rendere accessibili alle persone i beni necessari — materiali, culturali, morali, spirituali — per condurre una vita veramente umana.
Il fine della vita sociale è il bene comune storicamente realizzabile.

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, punto 168)

Tuttavia questa responsabilità non è solo dello Stato.

La realizzazione del bene comune riguarda tutti:

Il bene comune impegna tutti i membri della società: nessuno è esentato dal collaborare, a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo.

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, punto 167)

Il bene comune riguarda ciascuno di noi, perché segue una logica che tende alla più larga assunzione di responsabilità…

…facile, no?

No, neanche per niente!

La ricerca del bene comune infatti richiede la capacità di riuscire a interrogarci in modo costante sul bene degli altri, come se fosse il nostro (cfr. PAPA FRANCESCO, Lettera enciclica Laudato si’, n.158).

Richiede la capacità di riuscire a guardare più in là del nostro ombelico.

Richiede che ciascuno sia in grado di farsi un esame di coscienza… a partire da quello che proponeva Pio XI, in una sua enciclica del 1931:

Bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale.

(PIO XI, Lettera enciclica Quadragesimo anno, n.197)

5 • L’utopismo del «paradiso in terra»

Nel paragrafo precedente ho citato un passo del Compendio, che terminava con questa frase:

Il fine della vita sociale è il bene comune storicamente realizzabile.

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, punto 168)

Che significa «storicamente realizzabile»?

Perché sono state aggiunte queste due parole alla fine della frase?

Il perché è presto detto: l’uomo non è buono per natura.

La sua libertà è misteriosamente inclinata al male (a causa di quella strana cosa che si chiama «peccato originale»).

L’uomo, lasciato alle sue forze, non è in grado di realizzare il paradiso in terra.

Esiste un bene comune «storicamente realizzabile».

E poi c’è l’utopismo del paradiso in terra, ovvero un bene comune «storicamente IRirealizzabile».

comunismo urss bene comune

Sergej Bulgàkov (1871-1944), filosofo, teologo e scrittore russo del secolo scorso, scriveva queste righe nel 1906:

Non si può negare il valore e il significato dei nobili sforzi degli umanisti contemporanei per eliminare le cause esterne del male e dell’ostilità, ma essi si sbagliano profondamente se pensano che con la rimozione degli ostacoli esteriori si risolva positivamente la questione della libertà e dell’uguaglianza.
L’unione economica o lo stato socialista possono eliminare gli ostacoli esterni che esistono tra le persone e che violano gravemente la giustizia, ma sono privi della forza creativa dell’unione, posseduta soltanto dall’unione religioso-mistica della fede e dell’amore, basata sull’unità reale mistica, cioè sulla Chiesa.
[…]
Coloro che a priori negano la religio, cioè l’unico reale nesso interiore tra le persone, stabilito dal loro legame comune con Cristo, costruiscono la loro casa sulla sabbia, senza comprendere la vera natura delle relazioni umane.

(SERGEJ BULGAKOV, articolo «Chiesa e cultura» del 1906, in SERGEJ BULGAKOV, Lo spirituale della cultura, Lipa, Roma 2006, p.43)

Tenete presente che Bulgakov, negli anni della sua formazione, aveva creduto molto nell’ideale marxista…

…poi, cammin facendo, è diventato perplesso nei confronti di questa ideologia…

…poi deluso…

…e infatti Sergej ha abbandonato la causa marxista tra il 1901 e il 1906 (negli anni successivi, è passato per un periodo di nichilismo filosofico… dopo il quale si è convertito al cristianesimo) (*).

(*) (Tra l’altro, a causa delle sue idee contrarie al regime, Bulgakov fu cacciato dall’Unione Sovietica nel 1923, e trascorse il resto della sua vita in Francia; in quel periodo, l’URRS deportò e uccise molti intellettuali amici di Bulgakov, tra i quali c’era il caro amico Pavel Florenskij… per chi volesse approfondire, vi consiglio di leggere la biografia di Bulgakov su Wikipedia)

Insomma… penso che l’opinione di un uomo con una storia così travagliata, che per tanti anni ha creduto all’utopismo del paradiso in terra, sia molto interessante.

Ecco cosa diceva Bulgakov a proposito del «paradiso in terra»:

E quando queste persone […] parlano del futuro “paradiso sulla terra” […], non sai di che cosa ti devi stupire di più, se della loro ingenuità o della loro cecità spirituale.
[…]
La vera unione delle persone può essere solo mistica, religiosa e, per quanto ci si sforzi di raggiungerla, fuori della religione è una meta assolutamente irrealizzabile.

(SERGEJ BULGAKOV, articolo «Chiesa e cultura» del 1906, in SERGEJ BULGAKOV, Lo spirituale della cultura, Lipa, Roma 2006, p.42)

Potrebbe sembrare una posizione “estrema”…

…come è possibile che all’infuori di uno sguardo religioso non si possa raggiungere una «vera unione» tra le persone?

Non è un po’ esagerato?

No, non lo è.

O, per lo meno, io sono assolutamente d’accordo con Bulgakov.

Come, d’altronde, è d’accordo con Bulgakov il «Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa»:

Il bene comune della società non è un fine a sé stante; esso ha valore solo in riferimento al raggiungimento dei fini ultimi della persona e al bene comune universale dell’intera creazione.
Dio è il fine ultimo delle sue creature e per nessun motivo si può privare il bene comune della sua dimensione trascendente, che eccede ma anche dà compimento a quella storica.
[…]
Una visione puramente storica e materialistica finirebbe per trasformare il bene comune in semplice benessere socio-economico, privo di ogni finalizzazione trascendente ovvero della sua più profonda ragion d’essere.

(Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, punto 170)

Conclusione

Chiudo la paginetta con alcune parole della prima enciclica di Benedetto XVI, abbastanza simili a quelle di Bulgakov qui sopra:

L’esclusione della religione dall’ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono l’incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell’umanità.
La vita pubblica si impoverisce di motivazioni e la politica assume un volto opprimente e aggressivo.
I diritti umani rischiano di non essere rispettati o perché vengono privati del loro fondamento trascendente o perché non viene riconosciuta la libertà personale.
Nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo e di una proficua collaborazione tra la ragione e la fede religiosa.
La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente.
A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano.
La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità.

(BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Caritas in Veritate, n.56)

sale

(Autunno 2022)

Fonti/approfondimenti

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