1 • Il mondo… e la mondanità
Il mondo è buono o cattivo?
Lo ha creato Dio… quindi dovrebbe essere buono, no?
Ma allora, perché nel mondo c’è tanto male e tanta cattiveria? È un effetto collaterale che Dio non aveva previsto?
Gesù ha detto ai discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Giovanni 15,18)… quindi il mondo odia Gesù?
Gesù però non sembra odiare il mondo, dato che ha detto che «non è venuto per condannare il mondo, ma per salvarlo» (cfr. Giovanni 12,47). Che significa però? Che ama il mondo così com’è?
All’inizio del suo Vangelo, l’evangelista Giovanni ha scritto che «il mondo è stato fatto per mezzo di Lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto» (Giovanni 1,10).
…
…che casino!
Cioè, andando all’osso: che rapporto dobbiamo avere noi cristiani con il mondo?
Per rispondere a questa domanda, penso che sia prima necessario capire che cosa si intende, nel Vangelo, quando si usa la parola «mondo».
Cos’è il «mondo»?
Siamo «noi tutti» che viviamo?
Sono «gli altri»?
È «il sistema»?

Nel secolo scorso, il teologo e sacerdote ortodosso Sergej Bulgakov (1871-1944) scriveva queste righe:
Nella letteratura cristiana ci imbattiamo sempre nella contrapposizione tra Dio e il mondo. Cristo ha detto agli apostoli: “Non amate il mondo né quello che è del mondo” (1 Giovanni 2,15). Ci sono allora due significati, due comprensioni di “mondo”:
- il mondo come cosmo, come cielo e terra – in questo senso il mondo non sarà distrutto, ma trasfigurato;
- e il mondo che si trova nel male, su cui domina “il principe di questo mondo”, e questo mondo sarà salvato.
(SERGEJ BULGAKOV, «I fondamenti dogmatici della cultura», conferenza al congresso della Lega della cultura ortodossa, 17-19 maggio 1930, in SERGEJ BULGAKOV, Lo spirituale della cultura, Lipa, Roma 2006, p.80-81)
Detto in parole povere… nel Vangelo la parola «mondo» non ha un solo significato:
- a volte indica la creazione voluta da Dio — quindi buona;
- altre volte indica la mentalità che si oppone a Dio.
Questa distinzione non è un dettaglio da teologi.
Non è una supercazzola.
Anzi… è PROPRIO questo il motivo per cui Gesù può dire che il mondo lo odia, ma allo stesso tempo affermare di essere venuto per salvare il mondo: ama le persone, ma non la logica che le allontana da Lui.
Nel II secolo, l’apologeta cristiano Tertulliano (155 circa – 230 circa) scriveva che:
Il mondo è di Dio, ma la mondanità è del diavolo.
(TERTULLIANO, Sugli spettacoli 15, 8, SC 332)
Anche in questo caso, potrebbe sembrare una questione di lana caprina…
…in realtà però Tertulliano va dritto al cuore del problema:
- il mondo è ciò che Dio ha creato e che ama;
- la mondanità è ciò che lo “deturpa”, lo devia, lo allontana da Lui.
Non so se vi ricordate, ma qualche anno fa avevo scritto una pagina del blog intitolata «Che vuol dire “non giudicare”?».
In quell’occasione spiegavo che Dio:
- odia i peccati
- ama i peccatori
Ora non vi attacco di nuovo la pippa… per chi se la fosse persa, la può recuperare a questo link.
Il succo però è lo stesso.
La chiamata cristiana è duplice:
- non dobbiamo «fuggire» dal mondo…
- …ma non dobbiamo neanche imitarlo.
Amiamo la creazione e le persone, ma senza far nostre le logiche della mondanità:
- potere
- egoismo
- narcisismo
- vanagloria
- concupiscenza
- ideologie varie (tra femminismo militante, flirt con i vari schieramenti politici, ideologia gender)
- etc.
Insomma.
Il mondo è di Dio, la mondanità no.
La nostra chiamata è rimanere nel primo senza cadere nella seconda.
2 • I preti influencer
Come si fa a stare nel mondo senza diventare mondani?
Se la Chiesa rifiuta il mondo, non rischia di isolarsi?
Al contrario, se la Chiesa abbraccia il mondo, non rischia di perdersi?
Come se ne esce?
Io penso che – in questa come in altre questioni delicate – occorra esercitare la prudenza.
La prudenza – nella tradizione cristiana – è la virtù che permette di discernere il bene concreto da compiere in ogni situazione, scegliendo i mezzi giusti per raggiungerlo.
È la «retta ragione dell’agire», la facoltà che orienta e armonizza tutte le altre virtù nell’esercizio quotidiano del bene.
Detto in parole ancora più povere: la prudenza è la virtù che ti aiuta a prendere decisioni sensate e ben ponderate.
A scanso di equivoci:
- «prudenza» non significa «paura del diverso»;
- «prudenza» non significa «accettazione acritica delle novità»;
- «prudenza» non significa «pretendere certezza assoluta prima di muovere un passo»;
- «prudenza» non significa neanche «scegliere sempre la via meno impegnativa».
La prudenza è – al contrario – l’arte di valutare con serenità, ascoltare la realtà e scegliere il bene possibile qui e ora.
Ora.
Chi mi conosce – anche solo leggendo il blog o ascoltando il podcast – sa che io non sono un entusiasta delle novità «solo perché sono nuove».
Ma non sono neppure un nostalgico di un’età dell’oro che non è mai esistita.
Non credo che ogni cambiamento sia di per sé un passo avanti.
E allo stesso tempo non penso che «si stava meglio quando si stava peggio».
Per carità, ho dei ricordi bellissimi degli anni ’90 – quando ero bambino – e a volte vorrei che tornassero…

Comunque.
Negli ultimi anni c’è stato un fenomeno che ha attraversato la Chiesa cattolica (e la cristianità in generale) che mi ha interrogato: la comparsa dei preti influencer.
Negli Stati Uniti questo trend è nato parecchi anni fa: già prima della pandemia di Covid-19 c’erano sacerdoti attivissimi su YouTube, e alcuni di loro avevano già centinaia di migliaia di follower.
In Italia questa realtà è ancora piuttosto “di nicchia” – i sacerdoti che hanno più di diecimila follower sulle loro pagine sono veramente pochi.
Piano piano però, mi sembra che sempre più «don» si stiano buttando sui social per evangelizzare.
Che dire?
In teoria non c’è nulla di male, per un sacerdote, a stare sul web…
In teoria i social sono solo uno strumento neutro: dipende da come li usi…
In teoria come dicono le persone studiate – tra teologi, teologhesse, il Dicastero della Comunicazione de stoca🍆o – «il Vangelo va portato in ogni continente: e dato che il web è un “continente digitale”, bisogna evangelizzare anche lì»…
In teoria più persone raggiungi, più anime puoi portare potenzialmente a Cristo…
…
…tutta questa «teoria» ha di fatto dato il via libera a molti preti (ma anche suore e laici, ché qui non siamo clericali) per tuffarsi nel web e dire la loro.
Che è successo però in pratica?
In pratica, quando il palcoscenico è il web, la tentazione del protagonismo è sempre dietro l’angolo.
Si fa presto a dire «testimoni digitali» (*)…
(*) (termine coniato in ambienti cattolici per indicare tutte quelle persone che cercano di fare evangelizzazione online)
…la realtà dei fatti, però, è che è molto molto mooolto difficile rimanere miti ed umili di cuore quando ci si espone costantemente a telecamere e riflettori, ed i like e i follower aumentano.
È veramente difficile, sul web, non cedere alla tentazione di trasformarsi in tromboni narcisisti.
E purtroppo, di fronte a questa tentazione, nessuno è al sicuro – men che meno i preti.
Non voglio fare il Nostradamus di turno…
E non mi interessa avere ragione a tutti i costi…
…perciò domando a voi: quanti sacerdoti – di quelli che vedete sui social – vi sembrano miti?
Quanti sacerdoti – di quelli che vedete sui social – vi sembrano umili di cuore?
Quanti sacerdoti – di quelli che vedete sui social – li vorreste nella vostra parrocchia?
Quanti sacerdoti – di quelli che vedete sui social – li vorreste tra i vostri amici?
Quanti sacerdoti – di quelli che vedete sui social – vi ricordano anche solo vagamente Gesù Cristo?
Non voglio essere cattivo.
Ma se scrollo il mio feed di Instagram o di TikTok, molti sacerdoti (italiani e stranieri) in cui mi imbatto mi sembrano pavoni gonfi di sé, sempre in posa per compiacere il proprio ego.
Mi sembrano esibizionisti egocentrici ed egoriferiti.
Mi sembrano professionisti dell’autocelebrazione affamati di applausi e conferme.

Fuor di battuta, vi faccio un paio di esempî, per provare a spiegare quello che intendo.
Ovviamente non farò nomi e cognomi, perché non mi interessa puntare il dito contro il singolo sacerdote (parafrasando quel che diceva Francesco di Assisi – ogni sacerdote merita il mio rispetto già solo per il fatto che con le sue mani assolve i peccatori e consacra il pane e il vino e li trasforma in corpo e sangue di Cristo), ma condannare piuttosto un atteggiamento.
Primo esempio: qualche anno fa, un sacerdote tedesco è stato invitato in una trasmissione televisiva.
Ora.
Non so se conoscete la situazione della Chiesa cattolica in Germania.
Per chi non sapesse nulla, faccio un mega-riassuntone.
La Chiesa cattolica in Germania vive da anni una situazione di forte secolarizzazione e smarrimento: il Cammino Sinodale Tedesco ha prodotto proposte dottrinalmente controverse e divisioni interne; i pochi cattolici rimasti in Germania — quelli che ancora “resistono” — guardano tutto questo con sgomento, si sentono sempre più isolati e soffrono profondamente nel vedere la loro Chiesa locale che va «alla deriva».
Ebbene.
Questo sacerdote tedesco – dialogando con la conduttrice (una donna molto bella) – faceva il piacione, con quei modi un po’ affettati, compiaciuti, quasi civettuoli, da ospite che vuole apparire brillante a tutti i costi.
Sembrava quasi che stesse “flirtando” con lei: ogni tanto inseriva qualche battutina ammiccante, ogni tanto strizzava l’occhio al mondo woke con riferimenti compiaciuti all’ideologia gender, qualche battuta sarcastica sulla morale sessuale cattolica… poi, a tratti, si lanciava in critiche alla Chiesa accusandola di essere «rimasta indietro», «incapace di dialogare con la modernità», o «ancora impantanata in strutture rigide e patriarcali».
Insomma: più che un sacerdote cattolico, sembrava un influencer ansioso di compiacere il pubblico secolarizzato della trasmissione.
Secondo esempio: ci spostiamo dall’altro lato dell’oceano, per commentare l’episodio di un podcast sudamericano in cui è stato invitato un prete, poco dopo il Covid.
In quell’occasione, il sacerdote in questione si faceva vanto di non vestirsi da prete: niente clergyman, niente colletto da prete, niente di niente.
In realtà non è il primo sacerdote a cui sento dire questa cosa: uso questo episodio solo perché – in quell’occasione – mi era rimasto impresso un dettaglio che tra poco vi dirò… ma negli ultimi anni più di un prete ha ripetuto lo stesso identico discorso.
Secondo questo sacerdote — e secondo altri che ragionano così — il classico abito da prete non farebbe che allontanare le persone, quasi fosse un simbolo respingente. E naturalmente il conduttore del podcast — ateo convinto — non ha fatto altro che confermare questa impressione, rafforzando il bias di conferma del sacerdote e convincendolo ancora di più di essere sulla strada giusta.
Ora.
Sperando di non scandalizzare nessuno.
Io non mi sento particolarmente turbato quando un sacerdote non si veste da sacerdote.
Intendiamoci.
Mi fa sempre piacere quando sono in giro per strada vedere un prete vestito da prete (ho ascoltato fin troppe testimonianze di persone che – in metro o alla fermata dell’autobus – vedendo un sacerdote riconoscibile, gli hanno chiesto una confessione, una benedizione, una parola, una estrema unzione… insomma: è sempre utile sapere se c’è un prete nei dintorni!).
E confesso che, quando passeggio per il centro di Roma e incrocio qualche seminarista polacco o dell’Europa dell’est, è un balsamo per il cuore vedere i seminaristi in talare (lo so, sono stato plagiato da don Camillo, ma io trovo che la talare abbia il suo fascino anche nel terzo millennio!).
Però se un sacerdote di tanto in tanto vuole vestirsi in modo più comodo, non sarò io a fargli venire i sensi di colpa.
Giusto ieri sera (sto scrivendo questo paragrafo il 20 novembre 2025) ho invitato a cena a casa due sacerdoti colombiani della mia parrocchia – miei coetanei.
Don Carlos aveva il clergyman, don Julian invece è venuto vestito comodo, con una felpa col cappuccio… e non ci ho visto nulla di male nel modo in cui era vestito.
A scanso di equivoci: io non credo che sia vero il proverbio per cui «l’abito non fa il monaco»: sicuramente l’abito non dice TUTTO di una persona, ma dice tante cose: se è precisa, se è disordinata, se è trasandata, se è un gran troione da battaglia.
Detto questo, penso anche che don Julian sia un santo sacerdote, che vive il suo ministero con dedizione e con una fede limpida… e se ogni tanto vuole mettere una felpa col cappuccio, non sarò io a rimproverarlo.
Cos’è allora che mi ha fatto storcere il naso nell’episodio del podcast sudamericano in cui è stato ospitato il sacerdote vestito casual e contrario al clergyman?
La sua spocchia.
Il dettaglio che mi ha colpito non è stato il modo in cui era vestito, ma i commenti sotto al post di Instagram che rilanciava l’intervista.
Tra i commenti ce n’era uno dello stesso sacerdote che trasudava:
- orgoglio
- supponenza
- narcisismo
- il fatto che fosse intellettualmente superiore e «di ampie vedute» rispetto a chi nella Chiesa è rimasto «indietro col programma»
Alcune persone – con tono pacato e persino affettuoso – gli hanno fatto notare che magari quell’atteggiamento non era il massimo… che forse c’era un modo più umile di spiegare le proprie scelte…
…ma lui niente: invece di ascoltare, si è irrigidito: ha liquidato ogni osservazione come se fosse una critica infondata e un fastidio da scrollarsi di dosso.
Ora non vorrei generalizzare.
Prendete con le pinze quello che sto per scrivere…
…ma quanti sacerdoti che non si vestono da sacerdoti – dietro a questo rifiuto – nascondono una certa insubordinazione alle regole e una mancanza di umiltà?
Non so.
Magari mi sbaglio.
Ma lascio qui questa domanda.
~
Detto questo.
Di aneddoti ce ne sarebbero decine di altri – stranieri e nostrani (non nomino neanche il caso dei preti che fanno i balletti su TikTok, sennò potrei rischiare di mettermi a bestemmiare)…
Sicuramente non tutti gli esempî di sacerdoti online sono negativi… anzi!
Ad esempio, negli Stati Uniti, ci sono bishop Robert Barron (classe ’59) o father Mike Schmitz (classe ’74)…
In Italia invece c’è don Luigi Maria Epicoco (classe ’80)…
…ma per ognuno di loro, ce ne sono dieci, venti, trenta che sembrano dei tromboni narcisisti egocentrici ed egoriferiti.
3 • La Chiesa “simp” e “sottona”
Il termine «simp» è un neologismo nato negli ultimi anni su social.
Con questa parola si intende una persona che si sottomette eccessivamente o fa troppi complimenti a qualcuno per conquistarne l’affetto o l’attenzione, spesso senza ricevere nulla in cambio.
L’origine di questo termine è controversa:
- alcuni dicono che sia un acronimo: S.I.M.P. = «Sucker Idolizing Mediocre People» cioè letteralmente «idiota che idolatra persone mediocri»;
- altri dicono che sia l’abbreviazione di «simpleton», cioè «sempliciotto, ingenuo» (questo termine veniva usato già negli anni ’80-’90 in alcune sottoculture – come quella hip-hop… e probabilmente ha contribuito alla formazione moderna del termine).
Comunque.
A prescindere dall’etimologia, questo termine solitamente è usato su TikTok, Twitch o Reddit dalla Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012) in modo ironico/sarcastico per indicare una persona che:
- fa tutto ciò che vuole la persona che gli piace, pur di ottenere attenzioni o affetto;
- si mette «a tappetino» per lei;
- accetta dinamiche o comportamenti sbilanciati pur di compiacerla.
Ebbene.
Negli ultimi tempi, frequentando varî ambienti di Chiesa, mi sono trovato davanti scene come:
- cristiani che cercano l’approvazione del mondo a ogni costo, adattandosi a qualsiasi moda pur di non sembrare “rigidi”;
- preti–influencer più preoccupati dei like che del Vangelo, che annacquano i contenuti pur di cavalcare l’onda dell’algoritmo;
- vescovi cerchiobottisti che tentano di piacere a tutti, sacrificando la chiarezza per non scontentare nessuno;

Insomma.
Mi sono imbattuto in situazioni simili… e pensavo che tante volte noi cristiani siamo i «simp» del mondo.
Tante volte, noi cristiani facciamo la parte dei sottoni – tanto compiacenti quanto irrilevanti.
Come ha scritto don Fabio Rosini nel suo ultimo libro:
Siamo diventati esattamente il contrario di quello che dovevamo essere: eravamo chiamati a essere nel mondo ma non essere di questo mondo, come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni [cfr. Gv 17,11.14].
[Invece] siamo diventati gente che ragiona secondo il potere di questo mondo ma nello stesso tempo è fuori dal mondo, in una parola: del mondo ma fuori dal mondo. Una mentalità mondana in un contenitore obsoleto.
(FABIO ROSINI, Ma anche no : la sfida della complessità e l’arte dell’et-et … per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.86)
Leggendo queste righe, qualcuno di voi potrebbe dire: «Mammamia, Sale, ma che pesantone che sei! E che preti pesantoni che citi!».
E sia, accolgo l’obiezione!
Facciamo così… anziché citare un prete, cito una persona omosessuale: Pier Paolo Pasolini (1922-1975) – che può essere accusato di tutto, tranne che di essere un bacchettone.
Ecco cosa scriveva Pasolini in un suo articolo del 1974:
Se molte e gravi sono state le colpe della Chiesa nella sua lunga storia di potere, la più grave di tutte sarebbe quella di accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo.
[…] è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa.
Essa dovrebbe passare all’opposizione.
[…]
Dovrebbe passare all’opposizione contro un potere che l’ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore.
Dovrebbe negare sé stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un «nuovo» bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l’hanno abbandonata.
[…] la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano […] il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante […].
È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa. Ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta.
O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi.
(PIER PAOLO PASOLINI, dall’articolo del 22 settembre 1974 sul «Corriere della Sera» dal titolo «I dilemmi di un Papa, oggi», in PIER PAOLO PASOLINI, Scritti corsari, Garzanti, Milano 2011, versione Kindle, 32%)
Prima di andare avanti col discorso, vorrei fare un disclaimer importante.
Qualcuno forse – leggendo questa pagina del blog – potrà pensare che sono una persona rigida, che non riesce a disaffezionarsi dalle proprie idee o a cambiare opinione di fronte a un mondo che cambia rapidamente.
In realtà, non vi nascondo che la pressione culturale a cui siamo sottoposti – sia nel mondo che all’interno della Chiesa – è talmente intensa che tante volte mi sono chiesto:
- «Non è che il problema sono io, che dovrei lasciare che la Chiesa “si evolva”?»
- «Forse non è il mondo ad andare fuori strada, ma sono io che sono una zavorra?»
- «Forse dovremmo permettere ai preti di fare gli influencer?»
- «Dovremmo permettere che il Vangelo si adatti alle sensibilità del momento, invece che il contrario?»
- «Bisognerebbe interrogarsi sullo sguardo che il mondo ha sulla Chiesa più che sul Magistero della Chiesa stessa?»
- «La Chiesa dovrebbe parlare più di ascolto, e meno di conversione?»
Ho conosciuto molti sacerdoti (ma anche tanti laici, teologi e teologhesse) che – in modo più o meno esplicito – sostengono queste tesi.
Chi ha idee simili dice di voler «avvicinare» le persone…
Dice che la Chiesa con le sue regole allontana la gente da Dio…
Dice che parlare di verità crea solo muri e incomprensioni…
…
…però non posso fare a meno di domandarmi: chi sostiene queste posizioni «a cosa» sta avvicinando le persone?
A Gesù Cristo?
Al regno di Dio?
Alla conversione?
Alla vita eterna?
Una persona che segue un sacerdote che ha posizioni simili, cosa cerca davvero?
A me sembra che – nella stragrande maggioranza dei casi – chi segue simili preti cerca semplicemente una legittimazione del proprio stile di vita.
Per la serie:
- «Io nella mia vita sono libero di fare i miei comodi…»
- «…ma questo non mi basta: io esigo che la Chiesa cattolica legittimi il mio stile di vita»
Questo però mi sembra l’esatto opposto della conversione a cui sono chiamati i cristiani.
Per carità, io lo so che la parola «conversione» è fastidiosa…
…ma è la parola che utilizza Gesù – quindi mi sentirei di fargli un torto se ne utilizzassi una diversa:
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
(Matteo 4,17)
«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»
(Matteo 3,2)
…e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
(Marco 1,15)
Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati
(Atti degli Apostoli 3,19)
Che significa «convertirsi»?
Dato che i sacerdoti di cui parlavo sopra dicono che «il Catechismo della Chiesa Cattolica andrebbe aggiornato», ho provato a porre a chatGPT questa domanda:
Mi scrivi in cinque righe in che consiste la conversione cristiana?
Ecco la sua risposta:
La conversione cristiana è il passaggio interiore in cui una persona riconosce la verità del Vangelo e decide liberamente di orientare la propria vita a Cristo.
È un cambiamento di mente e di cuore (metanoia) che porta a rivedere criteri, priorità, relazioni e scelte concrete.
Non è un gesto isolato, ma un cammino continuo di ritorno a Dio, fatto di ascolto della Parola, preghiera e sacramenti.
Include il riconoscimento del proprio peccato e l’apertura alla misericordia che trasforma.
È, in definitiva, lasciare che Cristo sia il centro, e non più il proprio ego o le pressioni del mondo.
(ChatGPT, modello 5-1, consultato il 25 novembre 2025)
Ebbene.
Sapete qual è il rischio più grande di una Chiesa mondana (e dei sacerdoti mondani)?
È quello di smettere di annunciare al mondo la necessità di convertirsi.
E sapete che succede quando accade questo?

Ovviamente – neanche a dirlo – non si tratta di essere duri.
Non si tratta di essere «ridigi» o pesantoni.
Non si tratta di non essere misericordiosi.
La misericordia è necessaria….
Fondamentale…
Imprescindibile…
La misericordia è l’anima della Chiesa…
…ma la misericordia non consiste nel compiacere il mondo.
Come scriveva il vescovo francese Francesco di Sales (1567-1622):
Si vedono fior di uomini e donne passare l’intera notte, e persino più notti di seguito, a giocare d’azzardo, a scacchi o a carte: vi è forse un’attività più triste, noiosa e angosciante di quella? Eppure la gente del mondo non dice una parola, gli amici non se ne danno la minima pena.
Mentre per noi, se ci vedono fare un’oretta di meditazione o alzarci un po’ prima del solito per prepararci alla comunione, tutti si improvvisano medici e vogliono farci guarire dal malumore o dal nervosismo.
[…]
Non possiamo andar bene al mondo senza perderci con lui. Non si può accontentarlo: è troppo capriccioso.
(FRANCESCO DI SALES, Siate santi… nella gioia! Testi scelti per cristiani immersi nel mondo, Itaca : Oratorium, Castel Bolognese (RA) 2018, p.116)
4 • Cosa manca (secondo me) all’annuncio del Vangelo oggi?
Non so se si è capito bene – nel dubbio, lo ripeto: quello che io desidero, di fronte a un contesto culturale secolarizzato e mondano, non è una Chiesa rigida o intransigente.
Non desidero una Chiesa che trasformi la Tradizione in una clava da suonare in testa alle persone – che spesso è solo la reazione dettata dalla paura di chi si irrigidisce per autodifesa.
E neanche che la Chiesa confonda la fermezza con l’aggressività o con la tendenza a fare il «bastian contrario» a tutti i costi.
Nulla di tutto ciò.
La Chiesa deve essere dolce, mansueta, mite…
…e così i suoi pastori: docili, pazienti, accoglienti, a immagine di Cristo.
Però – e scusatemi se mi ripeto – la misericordia non consiste nel compiacere tutti per sembrare buoni.
La misericordia non consiste nel dire «va bene tutto» per non dispiacere nessuno.
La misericordia non significa annacquare la verità per renderla più digeribile o meno impegnativa.
Come dice il Salmo 85:
Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
(Salmo 85,11)
Amore E verità.
Et-et.
Non aut-aut.
L’amore va di pari passo con la verità.
Cioè – parafrasando – la misericordia per chi è lontano va di pari passo con il Magistero della Chiesa e con ciò che è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica.
La pazienza nei confronti delle fragilità dei peccatori va di pari passo con la ferma condanna dei peccati.
Se si perde di vista questo duplice orizzonte – come scrivevo sopra – il mondo continuerà sempre a ridere di noi…
…e infatti – almeno in Europa – è ciò che accade:
Stiamo diventando una Chiesa – almeno in Europa – che fa la corte al mondo per apparire gradevole, che rischia di servire i poveri per solo legittimarsi (e non per adorare il mistero di Cristo in loro), che ha abdicato dal compito di trasmettere la fede a favore di un po’ di generica formazione alle relazioni e al rispetto.
A volte sembra che la predicazione della “bontà” sia solo un modo per ripiegare, una strategia per dispensarci dalla profezia. Ma questo arretrare fatto di slogans, agli occhi stessi del mondo, risulta essere in realtà ancora più ridicolo. Il secolo disprezza chi gli fa la corte.
Per carità, intendiamoci, oggi custodire e promuovere il fattore umano dell’umanità è essenziale: la barbarie è sotto gli occhi di tutti! Ma è questo il compito della Chiesa? O non piuttosto annunciare nel deserto ciò che c’è di più umanizzante, ossia il Vangelo?
Forse siamo diventati più moderni, ma certamente meno attuali, più “passabili” sì, ma realmente insignificanti.
(GIUSEPPE FORLAI, Cuore celeste : un cammino con Evagrio Pontico, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2024, p.258)
Arrivati a questo punto, qualcuno potrebbe chiedere:
- «Ok, Sale, la teoria mi è chiara… ma in pratica cosa bisognerebbe fare?»
- «Cosa dovrebbe cambiare, secondo te, nella vita delle comunità?»
- «E noi, nel quotidiano, da dove dovremmo cominciare?»
- «Insomma: tu che soluzioni proponi?»
Dunque.
Come ho già scritto decine di altre volte qui sul blog, diffidate di chi vi propone «soluzioni».
Nella pastorale – così come in tanti altri àmbiti della vita – non esistono ricette preconfezionate.
Non esistono «idee creative» che possano risolvere la situazione in cinque minuti.

Più che una «soluzione», io al massimo vi posso lanciare una provocazione (come se questa pagina del blog non fosse stata già abbastanza provocatoria).
La provocazione che vi offro proviene da un sacerdote che – soltanto a nominarlo – suscita il risolino del mondo.
Il personaggio in questione infatti non è molto carismatico su internet.
Ad essere famoso è famoso, eh…
…ma la maggior parte delle persone lo conosce perché ha visto un suo quadretto a casa dei nonni, o una sua gigantografia sul retro dei camion in autostrada.
Il sacerdote di cui sto parlando è Pio da Pietrelcina (1887-1968).
Ecco cosa scriveva il frate cappuccino in una lettera ad una sua figlia spirituale, nel 1918:
Quando non riesci a camminare a gran passi per la via che a Dio conduce, contentati dei piccioli passi ed aspetta pazientemente che abbi gambe per correre, o meglio ali per volare. Contentati, mia buona figliuola, di essere per ora una piccola ape di nido, che ben presto diventerai una grande ape abile a fabbricare il miele. Umiliati amorosamente avanti a Dio ed agli uomini, perché Iddio parla a chi tiene le orecchie basse.
(PIO DA PIETRELCINA, da una lettera ad Annita Rodote, 16 agosto 1918, in PIO DA PIETRELCINA, Epistolario (3) : Corrispondenza con le figlie spirituali (1915-1923), Voce di Padre Pio, San Giovanni Rotondo (FG) 1980, p.115)
Cosa voglio dire con questa frase che ho citato?
Qual è la caratteristica più importante che dovrebbe avere una persona che annuncia il Vangelo – che sia un prete anziano di una sperduta parrocchia dell’appennino laziale, un laico impegnato, o un sacerdote che utilizza i social?
L’umiltà.
La modestia.
La sobrietà.
La semplicità di cuore, mantenendo un basso profilo.
Spesso e volentieri, i preti influencer sui social rincorrono il successo (o almeno ci provano)…
…ma non è a quello che siamo chiamati noi cristiani:
Il cielo è pieno di umiltà, non di successi.
(FABIO ROSINI, San Giuseppe – Accogliere, custodire e nutrire, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2021, p.155)
Secondo me, l’annuncio del Vangelo – in un mondo così secolarizzato – dovrebbe ripartire non dalla pretesa di cambiare il mondo…
E neanche dall’utopia di cambiare la Chiesa…
…ma dal santo proposito di lasciarsi cambiare il cuore da Dio.
Prima di inseguire l’ansia del fare, del progettare, del cambiare, secondo me dovremmo tutti (io per primo) imparare di nuovo a stare in silenzio.
A pregare.
A rimanere piccoli e nascosti abbastanza da poter udire la Sua voce.
Secondo me, la vera riforma nella Chiesa comincia sempre da un cristiano che – scoprendosi peccatore – abbassa la testa… e non dai tromboni narcisisti che alzano la voce sui social.
Un’altra cosa che mi verrebbe da dire è di non fidarsi di chi fa «l’amicone» con Dio.
O, per dirla con le parole dell’eremita don Giuseppe Forlai:
Dio non è un soprammobile per arredare il mio salotto interiore.
Dirgli «Tu sei lontano» è confessare che almeno lui è libero, è imparare a diffidare fortemente di chi parla di fede come se andasse a giocare ogni sera a carte con il Signore, ostentando familiarità con le cose del cielo.
Confessare che Dio è liberamente lontano è fare un atto di fede nella testimonianza dell’evangelista Giovanni, il quale ricorda che «nessuno ha mai visto Dio» (Giovanni 1,18) se non il Figlio che abita presso di lui.
Il fatto che il Verbo di Dio si sia incarnato non dispensa il cristiano dall’avere la giusta considerazione della distanza che esiste tra la vita terrena e il cielo […].
(GIUSEPPE FORLAI, Incontrare l’Inatteso : vita cristiana per gente perplessa, Paoline, Roma 2010, p.12)
In un altro suo libro, parlando del futuro del presente della Chiesa, don Giuseppe scriveva queste righe – che dovrebbero essere imparate a memoria da tutti i seminaristi:
Venerare la Madre del Signore e prenderla come maestra e compagna nella scuola del Maestro conviene soprattutto a noi cristiani europei. Il nostro continente vedrà tra pochi decenni la trasformazione radicale di un modo di essere Chiesa, di pensarci e di organizzarci come tale. Molto poco rimarrà di quel che oggi diamo ancora per scontato o riteniamo indispensabile.
Si estingueranno molti istituti religiosi; si accorperanno parrocchie e seminari.
Abbiamo usato il “futuro”… in realtà molte di queste cose sono già abbondantemente sotto i nostri occhi. Ci aspetta un modo di fare Chiesa meno visibile e più povero di mezzi. Forse più evangelico e minoritario. È necessario, già da oggi, conservare l’essenziale distinguendolo dall’urgente; evitare le derive culturali mondane e ancorarsi alla genuina tradizione ecclesiale. Da evitare assolutamente è l’accanimento terapeutico per tenere in vita realtà associative o comunitarie ormai agonizzanti. Gesù ce lo ha ricordato: «Vino nuovo in otri nuovi» (cfr. Luca 5,38).
In Europa la comunità cristiana del domani potrà essere una minoranza creativa e missionaria se riproporrà un “modello mariale” di vivere la fede, cioè uno stile di vita ancorato alla Parola, al discernimento, alla sequela radicale, ai carismi, ai sacramenti della fede. Meno organizzazione e più risorse umane. Meno riunioni inutili, più missione. Meno programmi, più preghiera.
Seguire Gesù prendendo come compagna la Discepola di Nazaret è rischioso. Ma ne vale la pena. Alla fine di un cammino fatto con lei si trova sempre quel che si cerca. La mèta del viaggio è assicurata, come lo fu per i magi che seguirono la stella: «Entrati nella casa videro il bambino con Maria sua madre e si prostrarono davanti a lui in adorazione» (Matteo 2,11).
(GIUSEPPE FORLAI, Quello che so di lei : piccola mariologia per continuare a credere, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023, p.147-148)
Di fronte ad un “programma” del genere qualcuno forse potrà obiettare che sono idee antidiluviane e «non al passo con i tempi».
Qualcuno dirà che: «Sì, per carità, la preghiera è importante, eh! Ma dobbiamo anche rimboccarci le maniche e sfruttare i social, YouTube, Spotify, l’algoritmo, etc.».
Non so.
Forse avete ragione voi, e sono io che mi impunto…
…quando però sento un don Fabio Rosini di turno che scrive queste righe, torno a credere che abbia ragione padre Pio da Pietrelcina:
Chi ragiona secondo il Padre celeste ha una strategia diversa dal comune: ma come?! La pubblicità è fondamentale […]! Fatti conoscere! Coraggio, don Fabio, metti video su YouTube, fai un podcast su Spotify, fatti notare, perché vieti la diffusione delle tue catechesi più importanti? Perché non fai un libro sui 10 comandamenti o sui 7 segni? È un bene, pensa a quante persone puoi arrivare? Opinioni da coach…
Ma quando mai?!? Quando qualcuno mi dice così so già chi me lo manda, chi è il sapiente strisciante che c’è sotto a questa mentalità, una mentalità utilitaristica e imperialista, per cui si deve arrivare a tutti, devi conquistare tutto, devi fare tutto, andate a quel paese, ingannati che non siete altro, e credete di essere pure buoni ma non sapete chi vi “telecomanda”: il padre della menzogna. Dio Padre ha altre strategie: ama restare nascosto e non si manifesta se non quando è il momento, è recondito fin dalla fondazione del mondo, abita nel segreto, e suo Figlio si è addestrato alla libertà restando nascosto per 30 anni, fosse stato per le strategie insipide degli influencer cristiani avrebbe messo in piedi tutto al momento sbagliato; nessuna fretta invece. Invece…:
Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni (Marco 1,35-39).
(FABIO ROSINI, Ma anche no : la sfida della complessità e l’arte dell’et-et … per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.116)
Conclusione
Ci sarebbero tante altre cose da dire su questo tema.
Ma penso di aver già abusato a sufficienza della vostra pazienza.
Ne riparleremo – se Dio vorrà – in qualche altra pagina del blog.
Chiudo con un ultimo pensiero.
Sapete qual è il problema di una Chiesa mondana?
Sapete cos’è che stona in un prete influencer?
Per spiegarlo, rubo le parole allo scrittore inglese John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973).
In una sua lettera al figlio Christopher – scritta durante la Seconda Guerra Mondiale – Tolkien ha scritto queste righe al figlio, che prestava servizio sotto le armi:
Il corpo in cui tu presti servizio è naturalmente, come chiunque con un briciolo di intelligenza e orecchie e occhi può constatare, pessimo, sopravvive grazie alla reputazione di pochi uomini valorosi, e tu sei probabilmente in un settore particolarmente messo male.
Ma tutte le grandi cose programmate dall’alto danno questa impressione alla rotellina di un ingranaggio, benché in un quadro più generale abbiano una loro funzione.
Una funzione il cui fine ultimo è malefico.
Perché noi stiamo tentanto di conquistare Sauron utilizzando l’Anello.
E ci riusciremo (sembra).
Ma lo scotto sarà, come tu ben sai, di nutrire nuovi Sauron e di trasformare lentamente uomini ed elfi in orchi.
Non che nella vita reale le cose siano così definite come in una storia, e noi siamo partiti con un gran numero di orchi al nostro fianco.
[…] Bè, eccoti qua: uno hobbit in mezzo allo Urukhai. Conserva nel cuore la tua hobbitudine, e pensa che tutte le storie sono così quando ci sei in mezzo. Tu sei dentro una storia molto grande!
(JOHN RONALD REUEL TOLKIEN, da una lettera a Christopher Tolkien del 30 aprile 1944, in JOHN RONALD REUEL TOLKIEN, La realtà in trasparenza : lettere 1914-1973, Bompiani, Milano 2001, p.91)
«Stiamo tentanto di conquistare Sauron utilizzando l’Anello».
Che significa?
Nella lettera, Tolkien allude al paradosso morale della guerra contro la Germania nazista: gli Alleati stanno combattendo contro un male tirannico (Sauron/Hitler)…
…ma per farlo sono costretti a utilizzare metodi che comportano una corruzione morale simile: la violenza su larga scala, la macchina burocratica militare impersonale, la logica della guerra totale.
Secondo me però l’analogia dell’«uso dell’Anello» si presta molto bene quando parliamo dell’annuncio del Vangelo.
In che modo vogliamo convertire chi non crede in Dio?
Vogliamo usare l’Anello del Potere – cioè il narcisismo, la mondanità, la logica dei social, la filautia?
Oppure la strada è un’altra?
Lascio aperta la domanda…
…e chiudo con una frase provocatoria di un libro di don Giuseppe Forlai – di cui consiglio la lettura per intero:
A Roma, quando ero adolescente e frequentavo la mia bella parrocchia di Santa Paola Romana alla Balduina, spesso gli animatori dicevano a noi del postcresima che, sì, la Chiesa in Occidente era in grande crisi, ma sarebbe venuta presto la primavera, una “rinnovata Pentecoste” (specie a opera dei movimenti postconciliari).
Dopo quasi quarant’anni sto ancora aspettando l’avverarsi della profezia.
(GIUSEPPE FORLAI, Chiesa : riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.9)
sale
(Inverno 2025-2026)
- GIUSEPPE FORLAI, Chiesa : riflessioni sull'evaporazione del cristianesimo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025
- SERGEJ BULGÀKOV, Lo spirituale della cultura, Lipa, Roma 2006
- FABIO ROSINI, Ma anche no : la sfida della complessità e l'arte dell'et-et ... per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025
- GIUSEPPE FORLAI, Quello che so di lei : piccola mariologia per continuare a credere, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023
- GIUSEPPE FORLAI, Incontrare l'Inatteso : vita cristiana per gente perplessa, Paoline, Roma 2010