La morte termica dell’universo: una riflessione sul fatto che il creato (prima o poi) finirà

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1 • Il carburante dell’universo si sta esaurendo

Avete presente quanto è grande il Sole?

Tanto.

Il Sole ha una massa di circa 1,989 × 1030 kg – cioè quasi 2 milioni di miliardi di miliardi di miliardi di chilogrammi.

Sapete che significa?

Sono talmente tanti chili, che se volessimo usare il pianeta Terra per pareggiare il peso, dovremmo prendere il nostro pianeta e moltiplicarlo per 335 milioni!

Trecentotrentacinque milioni di Terre fanno un Sole!

Se volessimo fare la proporzione col pianeta Giove, bisognerebbe moltiplicare la massa di quel pianeta per 1 milione e 50 mila!

Un milione e cinquantamila Giovi fanno un Sole!

Se volessimo fare la proporzione con la megalomania di Roberto Saviano, la massa dell’ego dello scrittore basterebbe – lei da sola – per pareggiare la massa del Sole (avrei voluto fare una vignetta satirica inventandomi qualcosa per canzonare il secondo pelato preferito dagli italiani… ma poi mi sono accorto che è sufficiente fare uno screenshoot di un suo post a caso per colmare la misura del suo narcisismo…)

pazienza di paprika

Comunque.

Tornando a noi.

Il Sole, in questo momento, è composto:

  • al 73% da idrogeno;
  • al 25% da elio;
  • il restante 2% sono elementi più pesanti (ossigeno, carbonio, ferro, ecc.).

Come saprete tutti, nel nucleo del sole avvengono continuamente fusioni nucleari: atomi di idrogeno si fondono tra loro per formare elio – e questa reazione chimica rilascia enormi quantità di energia.

Nello specifico, ogni secondo all’interno del Sole 608 miliardi di kg di idrogeno vengono convertiti in elio (ora non vorrei appesantire il discorso, ma di mezzo c’è anche la famosa equazione di Einstein per cui E = mc2 – in questo processo infatti circa 4 milioni di tonnellate di massa vengono convertite in energia pura secondo la suddetta equazione).

Tutta questa energia rilasciata riscalda ed illumina la Terra, permettendo a noi tutti di continuare a vivere.

Bene.

Ora proviamo ad estendere quel che abbiamo detto del Sole ad ogni altra stella che si trova in cielo – conosciuta e sconosciuta.

L’universo è un “motore a combustione” il cui carburante piano piano si consuma:

  • il combustibile del Sole terminerà;
  • il combustibile di Proxima Centauri terminerà (Proxima Centauri è la seconda stella più vicina alla Terra dopo il Sole – a 4,24 anni luce di distanza);
  • il combustibile della Stella di Barnard terminerà (una nana rossa distante 6 anni luce dalla Terra);
  • etc.

La buona notizia è che c’è ancora tantissimo combustibile – il Sole continuerà a brillare come adesso per altri 5 miliardi di anni (poi diventerà una gigante rossa, poi una nana bianca, etc.).

La cattiva notizia è che il combustibile non è infinito.

2 • La morte termica dell’universo

La termodinamica è una branca della fisica che non mi ha mai particolarmente affascinato…

ingegneria chimica

Studiandola, però, ho imparato ad apprezzarla un pochino.

Una delle cose che fin da subito mi ha colpito è questa: i primi scienziati che hanno iniziato a “sistematizzare” la termodinamica non avevano affatto gli strumenti tecnici che abbiamo oggi.

E voi mi direte… e ci voleva una laurea per rendersene conto?

Aspettate, mi spiego un po’ meglio.

Quello che voglio dire è che:

  • un conto è un Newton di turno: per modellizzare la forza di gravità gli è bastato veder cadere una mela – un evento molto semplice e replicabile ovunque;
  • un altro paio di maniche invece è provare a costruire un modello teorico a partire da una macchina termica: una roba complessa da costruire, con gas sotto pressione, perdite, materiali imperfetti e mille variabili non controllabili.

Nonostante questa complessità, già due secoli fa, alcuni studiosi sono riusciti a distillare da questo caos i principi fondamentali di quella che oggi chiamiamo «termodinamica».

Tutto è partito da Nicolas Léonard Sadi Carnot (1796-1832).

All’inizio dell’Ottocento, il fisico e matematico francese ha iniziato ad interrogarsi su una domanda (in apparenza) semplice: perché se sfrego le mani tra di loro, si scaldano?

In realtà non era proprio questa la domanda che si è posto.

Ve l’ho scritta così per rendere l’idea… ma in realtà la vera domanda era più simile a questa: «come si trasforma il lavoro in calore (e viceversa)?».

Ora non vi voglio attaccare la pippa…

…ma Carnot ha gettato le basi di quella che Lord Kelvin (1824-1907) ha poi chiamato «termodinamica», cioè la scienza che cerca di capire come l’energia cambia forma.

Qualche decennio dopo è entrato in scena Rudolf Clausius (1822-1888), che ha ripreso i ragionamenti di Carnot e li ha ulteriormente sviluppati.

È lui che, nel 1856, ha formulato il secondo principio della termodinamica, secondo il quale:

  • il calore non passa spontaneamente dal freddo al caldo
  • (ma soprattutto) ogni trasformazione reale produce un aumento di entropia

Apriti cielo… l’entropia!

L’entropia è una di quelle parolacce che ci piovono in testa negli ultimi anni del liceo – che non siamo mai sicuri di aver capito del tutto – e che dimentichiamo nel giro di pochi anni, a meno di non scegliere una facoltà S.T.E.M. all’università.

In realtà, l’idea che c’è dietro è meno esoterica di quanto sembri: l’entropia misura quanto una trasformazione “spreca” ordine, ovvero quanto l’energia si degrada in forme “inferiori” non più riutilizzabili.

Ogni processo reale — ogni motore, ogni combustione, ogni volta che ci muoviamo da un punto A a un punto B, ogni volta che mangiamo, ogni volta che ci sfreghiamo le mani, o anche solo respiriamo o pensiamo — crea entropia.

(Quasi) ogni avvenimento nell’universo produce entropia.

Ogni volta che qualcosa accade, c’è “un costo” da pagare, e un po’ di disordine si accumula sotto al tappeto, come una polverina ineluttabile.

(Parentesi più tecnica: questo avviene anche a livello microscopico: all’inizio del Novecento, Ludwig Boltzmann ha collegato l’entropia al comportamento microscopico della materia; con i suoi studî, ha mostrato che a ogni stato macroscopico corrisponde un certo numero di configurazioni microscopiche possibili, e ha introdotto la formula S = k * ln (W) con cui ha definito l’entropia in termini statistici; in questo modo, ha spiegato perché il disordine tenda ad aumentare e perché le trasformazioni reali abbiano sempre una direzione privilegiata. Con la sua intuizione, Boltzmann ha chiarito il legame profondo tra il mondo microscopico e l’irreversibilità che osserviamo ogni giorno)

Seguendo questi ragionamenti, il fisico tedesco Hermann von Helmholtz (1821-1894) ha avuto un’intuizione geniale, per non dire agghiacciante: se consideriamo l’universo come un sistema isolato, c’è una sola evoluzione possibile dello stato del sistema: la progressiva dissipazione dell’energia utile, fino a uno stato finale di equilibrio termico totale — la cosiddetta «morte termica».

In che consisterebbe la morte termica dell’universo?

Immaginate un futuro lontano.

Talmente lontano da sfuggire alla nostra immaginazione: milioni di anni, miliardi, trilioni, fantastilioni, obsquatumatilioni.

In quel futuro lì, tutte le stelle avranno finito il loro combustibile e si saranno spente.

I processi che oggi mantengono “vivo” il cosmo saranno cessati perché l’energia avrà continuato a degradarsi, trasformandosi in forme sempre meno capaci di compiere lavoro – e dunque di sostenere la vita.

La materia tenderà a distribuirsi in modo sempre più uniforme.

Le differenze di temperatura — che sono il vero motore di ogni processo fisico — si appiattiranno sempre più.

Alla fine – in questo scenario limite – l’universo raggiungerà una condizione di equilibrio termico quasi perfetto: nessun gradiente di temperatura, nessun processo spontaneo, nessun cambiamento macroscopico.

Un’immensità silenziosa in cui nulla può più accadere, perché ogni forma di energia utile è ormai stata dissipata.

Questa è – in poche parole – la cosiddetta «morte termica» dell’universo.

3 • L’universo avrà una fine… quindi ha avuto un inizio

Leggendo la conclusione del precedente paragrafo forse a qualcuno di voi sarà venuto un dubbio:

  • «Ma scusa, Sale, io ricordo dai libri del liceo qualcosa tipo che c’è la possibilità che l’universo a un certo punto inizi a contrarsi, fino a tornare alle condizioni precedenti il Big Bang!»
  • «Poi, una volta tornato ad essere un puntino di materia super-condensata, ci sarà un nuovo Big Bang che farà ripartire tutto…»
  • «…e in questo modo, dalle “ceneri” del nostro universo ne nascerà uno nuovo!»

Se avete un ricordo simile dal liceo, in realtà ricordate bene… ma è un ricordo sbagliato!

scuola italiana

Dunque.

Quando io ho fatto il liceo – tra il 2005 e il 2010 – nel mio libro di geografia astronomica c’era scritto (parola più parola meno) quanto segue:

Secondo il modello cosmologico standard, dopo il Big Bang l’universo ha iniziato a espandersi e continua a farlo ancora oggi. Gli scienziati spiegano che il suo destino dipende dall’equilibrio di due forze: da una parte c’è la spinta iniziale dell’esplosione cosmica, che tende a far crescere l’universo; dall’altra c’è la forza di gravità, che invece tende a far avvicinare le molecole tra loro. E dunque:

  1. se la gravità fosse abbastanza forte da rallentare e poi fermare l’espansione, l’universo a un certo punto inizierebbe a contrarsi, fino a collassare in un “Big Crunch”;
  2. se invece la spinta del Big Bang prevalesse, l’espansione proseguirebbe per sempre, rendendo lo spazio sempre più grande e la materia sempre più dispersa

Questa affermazione in teoria è vera…

…in pratica però, già alla fine degli anni ’90 questa «doppia possibilità» ha iniziato a scricchiolare: gli astronomi infatti hanno trovato modi sempre più precisi per misurare quanto velocemente l’universo si espande (mi dicono dalla regia che al momento uno dei sistemi più precisi si ricava dall’osservazione delle supernove di tipo Ia – esplosioni stellari che brillano tutte più o meno con la stessa intensità)…

…e grazie a queste misurazioni, nel 1998 hanno dimostrato che l’universo non sta affatto rallentando. Anzi: sta accelerando la propria espansione.

Le galassie lontane si allontanano da noi più velocemente di quanto ci si aspetterebbe se l’espansione dovuta al Big Bang fosse frenata dalla forza di gravità.

La scoperta scientifica è stata così importante che i tre scienziati che guidavano la ricerca hanno vinto il Premio Nobel per la fisica nel 2011 (si tratta di Saul Perlmutter, Brian Paul Schmidt e Adam Riess).

Dagli anni 2000 in poi infatti, le prove hanno continuato a crescere – e tutte hanno puntato nella stessa direzione: ad oggi, non c’è alcun segnale di una futura contrazione dell’universo.

Di conseguenza, l’ipotesi del Big Crunch – quella che ci raccontavano ai tempi del liceo – seppur non è stata definitivamente confutata, certamente non è lo scenario favorito dalla maggior parte delle evidenze attuali.

Infatti la gravità, da sola, non basta a invertire la rotta.

C’è qualcosa che spinge l’espansione ad accelerare, non a rallentare (Parentesi più tecnica: non voglio entrare troppo nei dettagli tecnici – sui quali, tra l’altro, non sono neanche abbastanza preparato – ma per chi volesse approfondire, può documentarsi sull’energia oscura, una sorta di “pressione cosmica” che, al contrario della gravità che attrae, spinge lo spazio ad espandersi sempre più velocemente).

Morale della favola: no, l’universo non sembra avere alcuna intenzione di contrarsi.

Al contrario, sta accelerando la sua corsa verso uno stato sempre più rarefatto.

E sapete qual è l’aspetto interessante di questa storia?

Torniamo all’analogia che facevo nel primo paragrafo.

Immaginate una macchina, che ha fatto il pieno milioni di anni fa, e che piano piano sta consumando la propria benzina.

Oppure immaginate un fuoco che sta bruciando nel camino, la cui brace è ancora accesa (cfr. MICHEL-YVES BOLLORÉ, OLIVIER BONNASSIES, Dio. La scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione, Sonda, Milano 2024, p.59-60).

Cosa ci dicono queste analogie?

  • Se vedo una macchina che sta ancora consumando benzina, deduco che ha fatto il pieno non troppo tempo fa – altrimenti il serbatoio sarebbe già vuoto.
  • Se vedo che in un camino c’è della brace ancora accesa, deduco che qualcuno ha acceso il fuoco non troppo tempo fa – altrimenti il fuoco sarebbe già spento.

Infatti:

  • La benzina NON è eterna.
  • Il legno che alimenta il fuoco nel camino NON è eterno.

Allo stesso modo, il fatto che l’universo stia ancora consumando il suo combustibile (cioè stia aumentando la propria entropia), ci dice che l’universo non esiste da sempre.

In altre parole, l’universo ha avuto un inizio.

Oggi a noi sembra normale questa affermazione: conosciamo tutti il Big Bang (per chi avesse la memoria corta, ricordo che il Big Bang è stato teorizzato da un sacerdote cattolico belga).

Eppure fino al secolo scorso, le cose non erano così scontate.

L’idea che l’universo abbia avuto un inizio non è sempre stata accettata serenamente dalla comunità scientifica. Anzi: per buona parte dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento, molti scienziati di primo piano la guardavano con profonda diffidenza…

…e il motivo non era (solo) tecnico, ma spesso anche filosofico.

In che senso?

Proviamo a scendere leggerissimamente un po’ più in profondità.

Come ho spiegato poco fa utilizzando l’analogia del carburante e del fuoco che brucia, il secondo principio della termodinamica implica una conclusione scomoda: se l’universo evolve verso uno stato finale di esaurimento, allora non può esistere da sempre.

Questa implicazione ha iniziato a emergere chiaramente nella seconda metà dell’Ottocento, soprattutto grazie ai lavori di Ludwig Boltzmann (tra gli anni 1870 e 1890).

Questa conclusione però risultava inaccettabile per molti. Non mancarono quindi i tentativi di trovare contro-argomenti alle implicazioni cosmologiche del secondo principio della termodinamica.

Alla fine dell’Ottocento, Henri Poincaré (1854–1912) – uno dei più grandi matematici e fisici teorici del suo tempo – ha formulato il celebre teorema di ricorrenza, secondo cui i sistemi fisici possono (almeno in linea di principio) tornare arbitrariamente vicini a stati precedenti. Questo teorema è stato ben presto utilizzato come argomento contro Boltzmann: nel 1896 il matematico Ernst Zermelo lo ha richiamato per contestare la validità generale del secondo principio della termodinamica, sostenendo che in un sistema che ricorre ciclicamente l’entropia non può sempre crescere. l’obiezione di Zermelo però si è rivelata ben presto infondata: Boltzmann rispose che i tempi di ricorrenza previsti dal teorema di Poincaré sono talmente lunghi (dell’ordine di 101019 anni) da essere praticamente irrilevanti per i fenomeni osservabili.

Negli stessi anni, a Vienna, Ernst Mach (1838–1916) era apertamente ostile all’impostazione statistica della fisica boltzmanniana. Mach diffidava dell’atomismo e, più in generale, di tutto ciò che non fosse direttamente osservabile. L’idea che il tempo avesse una direzione privilegiata e che l’universo potesse “consumarsi” gli appariva come una costruzione teorica eccessiva, con implicazioni filosofiche inaccettabili.

Anche fuori dalla fisica teorica le reazioni di fronte a queste scoperte hanno suscitato un certo fastidio.

Il biologo Ernst Haeckel (1834–1919) – famoso per essere stato uno dei principali divulgatori del darwinismo in Germania – ha rifiutato esplicitamente le conseguenze cosmologiche del secondo principio, perché erano incompatibili con una visione monistica e materialista della natura. Un universo destinato a spegnersi non si conciliava con l’idea di una materia eterna e autosufficiente.

Su un piano più esplicitamente ideologico si colloca Friedrich Engels (1820–1895). Nelle sue riflessioni sulla natura (Dialektik der Natur, rimasta incompiuta e pubblicata postuma nel 1925), Engels ha difeso l’idea di un tempo ciclico, privo di un inizio e di una fine assoluti. L’irreversibilità del tempo — e quindi la possibilità di un’origine cosmica — rappresentava un problema serio per il materialismo dialettico, che presupponeva una realtà eterna in continuo mutamento, ma senza un “primo atto”.

karl marx friedrich engels

All’inizio del Novecento, posizioni simili sono emerse anche da parte di Svante Arrhenius (1859–1927; premio Nobel per la chimica nel 1903, sosteneva un modello di universo eterno, cercando di evitare l’idea di una morte termica definitiva; per lui, un cosmo con un inizio assoluto era concettualmente inaccettabile, perché sembrava violare il principio di conservazione dell’energia) e di Marcellin Berthelot (1827–1907; chimico di enorme prestigio e figura centrale della Terza Repubblica, si è schierato apertamente contro qualsiasi visione del mondo che implichi un inizio o una fine della materia; per Berthelot, la scienza moderna doveva garantire l’eternità dell’universo: tutto il resto gli appariva come un passo indietro verso concezioni pre-scientifiche).

Last but not least c’è Albert Einstein (1879–1955). Quando nel 1915 ha pubblicato la teoria della relatività generale, le sue equazioni suggerivano un universo dinamico. Ma Einstein, all’epoca, non accettava questa possibilità… al punto che nel 1917 ha introdotto la costante cosmologica proprio per ottenere un universo statico, eterno e immutabile. Solo negli anni Venti e Trenta, di fronte alle osservazioni astronomiche, ha cambiato posizione — arrivando a riconoscere nel secondo principio della termodinamica una delle leggi più solide di tutta la scienza.

Insomma.

Nonostante tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, molti dei più grandi nomi della scienza europea pensavano che un universo con un inizio fosse un’idea problematica (non tanto perché manchino i dati, ma perché non in linea con un’immagine di un cosmo eterno, autosufficiente e filosoficamente “chiuso”), ad oggi la ricerca scientifica ci ha portati in tutt’altra direzione.

(Parentesi più tecnica: lascio qui scritta piccola un’ultima osservazione; anche nel caso in cui in futuro scoprissimo che l’universo prima o poi rallenterà, e che si tornerà ad un Big Crunch, il modello «a rimbalzo» in cui ad un Big Bang segue un Big Crunch, poi un nuovo Big Bang, poi di nuovo Big Crunch, all’infinito, non regge: nel 2003 i fisici Arvind Borde, Alan Guth e Alexander Vilenkin hanno dimostrato matematicamente che qualsiasi universo con un tasso di espansione medio positivo non può essere infinito nel passato, ma deve avere avuto un inizio. Questo risultato, noto come teorema di Borde-Guth-Vilenkin (o teorema BGV), si applica anche ai modelli ciclici: anche se l’universo oscillasse tra Big Bang e Big Crunch, non potrebbe farlo da sempre — la catena di cicli deve comunque aver avuto un primo anello. Per chi volesse approfondire a questi link trova il paper originale del 2003 e una discussione di Vilenkin del 2012)

4 • Tutto si disgregherà… e allora cosa resta?

Arrivati a questo punto, a qualcuno potrebbe essere venuta qualche perplessità… del tipo:

  • «Ok Sale, tutto molto interessante… ma che c’entra questo con l’apologetica?»
  • «Mi sa che con questo pistolotto scientifico sei riuscito soltanto a perderti 99 lettori su 100…»
  • «Sono arrivato/a a leggere fin qui solo perché volevo capire se Piero Angela ti avesse rubato i dati di accesso del blog e si fosse messo a pubblicare al posto tuo…»

Sarò sincero, Piero ci ha provato…

tomba piero angela

Scherzi a parte (che a Piero Angela gli si vuole bene, e Super Quark era tanto bello!).

Perché ho scritto questa pagina sull’entropia e sulla morte termica dell’universo?

In che modo si ricollega alla fede cristiana?

Per rispondere, vorrei partire citando una lettera di Louis Martin.

Per chi non lo conoscesse, Louis Martin (1823-1894) è il padre di Thérèse Martin… meglio nota come Teresa di Lisieux (1873-1897) – la santa ventiquattrenne carmelitana, terza donna ad essere proclamata «Dottore della Chiesa», dopo Caterina da Siena e Teresa d’Avila.

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di leggere le 389 pagine dell’epistolario tra Louis e sua moglie Marie-Azélie Guérin (ah, a proposito: sono santi anche loro due! E sono anche i primi sposi della storia ad essere stati canonizzati insieme!).

A voler mettere i puntini sulle «i», in realtà, di quelle 389 pagine, 368 contengono le lettere di Marie-Azélie, e le restanti 21 pagine sono le laconiche e telegrammatiche lettere di Louis (*).

(*) (Qualcuno dirà che è una bella sproporzione… ma quel qualcuno non ha conosciuto nonna Olga, che permetteva a nonno Luigi di pronunciare tra le 7 e le 13 parole al giorno – che salivano a 15 nei festivi)

Tra queste lettere, ce n’è una che Louis ha scritto da Milano alla figlia Marie-Louise.

In quell’occasione, aveva fatto un viaggio molto lungo – passando per Costantinopoli, Napoli, Roma, Milano – ed era in procinto di tornare a casa.

In quella lettera, Louis – commentando il viaggio e le tante cose belle viste – ha scritto queste righe:

Tutto quello che vedo è splendido, ma è sempre una bellezza terrena e il nostro cuore non è sazio di nulla finché non vede la bellezza infinita che è Dio.

(LOUIS MARTIN, da una lettera alla figlia Maria del 6 ottobre 1885, in ZELIA GUÉRIN, LUIGI MARTIN, Lettere familiari: dei genitori di santa Teresa di Gesù Bambino (1863-1888), Edizioni OCD, Roma 2019, versione Kindle, p.382)

Che strano commento…

…soprattutto, se pronunciato dopo aver fatto un viaggio che ti ha riempito gli occhi e il cuore di tante cose belle.

Quando ho letto le parole del papà di Teresina di Lisieux, mi è venuto in mente l’incipit del libro del Qoelet (o Ecclesiaste), uno dei libri dell’Antico Testamento.

L’avrete sentito centinaia di volte… ma per chi di voi non sapesse di cosa sto parlando, ve lo riporto qui sotto:

Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità
.
Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?
Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.
Il sole sorge e il sole tramonta,
si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;
gira e rigira
e sopra i suoi giri il vento ritorna.
Tutti i fiumi vanno al mare,
eppure il mare non è mai pieno
:
raggiunta la loro mèta,
i fiumi riprendono la loro marcia.
Tutte le cose sono in travaglio
e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l’occhio di guardare
né mai l’orecchio è sazio di udire
.
Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Guarda, questa è una novità»?
Proprio questa è gia stata nei secoli
che ci hanno preceduto.
Non resta più ricordo degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso coloro che verranno in seguito.

(Qoelet 1,1-11)

Disclaimer: ogni volta che qualcuno legge questo testo, temo sempre che si dia per scontata una cosa che invece bisognerebbe dire.
La parola «vanità» – in questo passaggio – non indica un «modo vanitoso di apprezzare se stessi».
Con «vanità» qui si intende piuttosto «ciò che è effimero e precario». Forse non dovrei nemmeno chiarire questa cosa… ma purtroppo il numero di italiani che non ha neanche l’A1 di italiano è in costante aumento.

Le parole ebraiche che in italiano sono state tradotte con «vanità delle vanità» sono הֲבָלִים֙ הֲבֵ֤ל, havèl havalìm – letteralmente «soffio dei soffi» o «vapore di vapori».

La traduzione CEI ha reso quest’espressione con «vanità delle vanità».

Ravasi l’ha interpretata così: «Un immenso vuoto – dice Qoelet, / un immenso vuoto, tutto è vuoto».

Paolo Sacchi ha proposto invece «Vanità immensa».

Guido Ceronetti ha optato per «Infinito vuoto».

Enrico De Luca, infine, ha scelto «Spreco degli sprechi».

Quale che sia la traduzione… qual è il senso del testo?

Il senso del testo (e del libro di Qoelet in generale) è che non c’è nulla che riempie veramente il nostro cuore:

  • non sono sufficienti i soldi;
  • non basta aver viaggiato tanto e visitato i posti più belli;
  • non è sufficiente il successo sociale o professionale;
  • né il riconoscimento degli altri;
  • né l’essere “studiati”, aver letto tanti libri e aver accumulato per anni conoscenze su conoscenze;
  • neppure il piacere – per quanto sia intenso – dura in eterno.

Tutto ciò che è umano, misurabile, accumulabile… è vanità, una cosa effimera, «fiato», vapore che passa.

Qoelet non sta dicendo che queste cose siano inutili in sé, ma che nessuna di esse è capace di reggere il peso ultimo del senso.

E qui torniamo alla fisica.

L’universo prima o poi di disgregherà.

La Terra prima o poi si sbriciolerà.

E con essa la mia casa, le persone a cui voglio bene, i miei discendenti, le mie cose… tutto.

Qualcuno potrebbe obiettare: «Sale, ma la Terra ha ancora almeno 5 miliardi di anni di vita (stando all’età del Sole); a quel punto, l’umanità avrà trovato sicuramente un altro pianeta dove vivere! Avremo colonizzato Marte, o magari qualche esopianeta nella zona abitabile di Proxima Centauri! O magari succederà qualcosa di simile a ciò che è successo nel film Interstellar!»

Sì, per carità, l’idea dell’umanità che sfugge alla morte del proprio pianeta e ricomincia altrove è affascinante…

…ma anche se fuggissimo su un altro pianeta… anche quel pianeta si sbriciolerà.

E se fuggissimo su un altro ancora… anche quel terzo pianeta si sbriciolerà.

Tutti i pianeti dell’universo – prima o poi – si sbricioleranno, perché l’entropia non risparmia nessuno.

La morte termica dell’universo è democratica: colpisce tutto e tutti, stelle e pianeti, galassie e civiltà.

Quando rifletto su queste cose, penso ai miei tentativi di crearmi una «tana hobbit» nella quale mi illudo di proteggermi da tutto ciò che accade «fuori».

Penso al mio «recinto di false sicurezze», all’interno del quale credo di stare al sicuro dall’entropia – che sia quella della fisica, o quella del declino dell’Occidente:

  • una casetta in cui stare
  • con mia moglie… e gli eventuali figli che Dio potrebbe donarmi
  • con i miei libri
  • i miei giochi da tavola
  • la mia tavoletta grafica per disegnare
tana hobbit

Quando ho pensieri simili, mi sento molto un elfo di Tolkien.

In che senso?

Non so se sapete che gli Elfi, nell’universo di Tolkien, hanno creato dei regni nei quali cercano di preservare la bellezza delle cose e di rallentare lo scorrere del tempo – proteggendo ciò che amano dal decadimento e dalla corruzione.

Da un certo punto di vista, sembra un’iniziativa lodevole, da parte di un popolo immortale.

In una sua lettera però, Tolkien constata amaramente che – anche in questo modo di fare – si nasconde una sottile tentazione:

La tentazione [degli Elfi] è diversa: una pigra malinconia, appesantita dalla memoria, che li conduce a tentare di fermare il tempo.

(JOHN RONALD REUEL TOLKIEN, da una lettera a C. Ouboter del 10 aprile 1958, in JOHN RONALD REUEL TOLKIEN, La realtà in trasparenza : lettere 1914-1973, Bompiani, Milano 2001, p.302)

Perché gli Elfi si comportano così?

Anzi… forse una domanda più interessante è: perché io mi comporto così?

Credo che la risposta sia abbastanza semplice: a me il futuro spaventa.

Senza stare a disturbare l’entropia o la fine dell’universo… già solo quando sento i discorsi di certi ambientalisti riguardo le ripercussioni climatiche sul futuro del pianeta Terra mi angoscio.

Sia chiaro: non voglio minimizzare la questione ambientale — anzi, mi sta tremendamente a cuore.

Faccio la differenziata scrupolosamente, cerco di ridurre gli sprechi, e ogni volta che sento parlare di quell’isola di rifiuti nell’oceano Pacifico più grande della Spagna mi viene un colpo al cuore.

Ma c’è un certo modo di parlare del futuro — dell’universo come del pianeta Terra — che è talmente pessimistico, opprimente e catastrofista che non aiuta nessuno.

Un modo di parlare che ti fa sentire in trappola, schiacciato da un destino ineluttabile.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: di fronte a tutto questo, dove si può poggiare la speranza?

O, per porre la domanda con le parole di don Fabio Rosini:

Chi sta raccontando il futuro a questa generazione? Quale lettura del nostro futuro stiamo assimilando dalla cultura odierna?
Generalmente, purtroppo, facciamo i conti con angoscia e prospettive nere.
Si oscilla dalla negligenza del consumismo edonista, via via fino a tutti i più disparati futuri, in ipotesi che vanno rendendosi sempre più cupe, fino ad arrivare alle ossessioni per le mille incognite di domani.

(FABIO ROSINI, Ma anche no : la sfida della complessità e l’arte dell’et-et … per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.185)

Come si vince la paura del futuro?

Come si disinnescano certi pensieri ossessivi?

Come si combatte questo combattimento spirituale?

Su cosa si può fare affidamento?

Qualche riga dopo, don Fabio cita un passaggio molto famoso del discorso della Montagna in cui Gesù dice queste parole:

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.

(Matteo 6,25-34)

Gesù non ci gira troppo intorno:

  • «Il Padre vostro sa…»
  • «Il Padre vostro li nutre…»
  • «Dio farà molto di più per voi…»

Non è questione di fare training autogeno, o di usare chissà quale strano metodo meditativo per «pensare positivo» rispetto al futuro.

O sai che c’è un Padre onnipotente ed onnisciente che provvede – e allora va tutto bene, perché il futuro è nelle mani migliori possibili: le Sue…

…oppure sono cazzi amari.

Tertium non datur.

Se Dio è Padre, esercita la sua paternità nella mia storia personale, nell’andamento climatico del pianeta Terra, nel destino dell’universo (ma soprattutto, nel fatto che non siamo fatti per questo mondo, perché c’è dell’altro).

Questo non significa che mi risparmierà tutti i dolori e le preoccupazioni… ma che queste cose sono ricapitolate in un rapporto con Qualcuno che mi vuole bene.

Anche quando soffro, Dio non si è dimenticato di me. Anzi…

Ripeto a scanso di equivoci: non si tratta di sforzarsi di pensare positivo.

La paternità di Dio si scopre gradualmente, goccia dopo goccia.

Se dovessi dire la mia però, penso che il metodo migliore per “accelerare questo processo” è la preghiera.

A volte può essere una preghiera libera, del tipo: «Dio, se ci sei, fatti vivo! Mostrami che il mondo non è in mano a forze cieche! Mostrati nella mia vita, fammi scoprire che non sono un orfano, ma che sono tuo figlio!»

A volte si può stare in ginocchio davanti al crocifisso… o magari si può fare adorazione eucaristica (in ogni caso, consumare i pantaloni stando un po’ in ginocchio è una cosa che – nel tempo – porta tanta grazia e libertà di cuore).

A volte si può recitare un rosario quando si è imbottigliati nel traffico.

A volte si può fare una rapida invocazione allo Spirito Santo.

Tutto questo porta – nel tempo – come dice Gesù, ad abbandonarsi alla Provvidenza:

Abbiamo bisogno che, come dice il Vangelo di Giovanni, lo Spirito Santo ci annunci le cose future (cfr. Giovanni 16,13). […] Quando arriva lo Spirito Santo, il Maestro interiore, insegna le cose future e se un uomo si lascia annunciare da Dio il suo futuro, la storia, il futuro diventa Provvidenza.
Dice san Paolo: «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio» (Romani 8,16).
La paternità di Dio è la filigrana di ogni prospettiva, di ogni ipotesi, di ogni sguardo oltre l’oggi.

(FABIO ROSINI, Ma anche no : la sfida della complessità e l’arte dell’et-et … per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.185-186)

Conclusione

Commentando il passaggio del discorso della Montagna che ho citato nel precedente paragrafo, don Fabio ha scritto queste righe:

Come mangeremo? Come berremo? Come vestiremo? Di queste cose si preoccupano i pagani, cioè quelli che non conoscono il Dio vero.
Queste sono le cose tipiche di una mentalità che, avendo perso il rapporto con Dio, vive con un orizzonte solo umano e quindi tutto dipenderà da noi e sarà angoscioso perché ogni nostra minima fragilità diventa una minaccia insostenibile.
Se non c’è nessuno che provvede a noi, la nostra vita è veramente sgradevole, pesante, insostenibile.
Se non c’è Provvidenza, se non c’è una paternità, se viviamo in questa orfanezza tragica, saremo sempre angosciati e apprensivi, vivendo da prede, seguiti dai nostri predatori che sono le nostre paure.

(FABIO ROSINI, Ma anche no : la sfida della complessità e l’arte dell’et-et … per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.196)

Come scrivevo sopra: tertium non datur:

  • O c’è un Dio che provvede…
  • …oppure sono cazzi amari.

Qualche anno fa, anche papa Francesco (1936-2025) aveva parlato dell’assenza di una relazione con Dio usando parole simili a quelle di don Fabio.

Chiudo questa paginetta con le parole con cui ha concluso un’omelia nel 2020:

Chiediamo allo Spirito Santo che ci ricordi sempre, sempre, questo accesso al Padre, che ci ricordi che noi abbiamo un Padre. E a questa civiltà, che ha un grande senso di orfanezza, dia la grazia di ritrovare il Padre, il Padre che dà senso a tutta la vita e fa che gli uomini siano una famiglia.

(PAPA FRANCESCO, da un omelia della messa domenicale celebrata a santa Marta il 17 maggio 2020)

sale

(Inverno 2025-2026)

Fonti/approfondimenti
  • MICHEL-YVES BOLLORÉ , OLIVIER BONNASSIES, Dio. La scienza, le prove. L'alba di una rivoluzione, Sonda, Milano 2024
  • Il libro di Qoelet (nella Bibbia; è uno dei libri dell'Antico Testamento)
  • FABIO ROSINI, Ma anche no : la sfida della complessità e l'arte dell'et-et ... per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025

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