Distacco dalle cose, rinunce, mortificazioni… facciamo chiarezza

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1 • Rinunce, fioretti, mortificazioni ed altre «medievalate» (?)

Se vi dico la parola «cristianesimo», cosa vi viene in mente a bruciapelo?

Forse Dio? La Chiesa? La gente che prega?

E poi?

Terminate le cose che sanno un po’ d’incenso, inizia l’elenco degli aspetti fastidiosi:

  • le regole
  • i divieti
  • le rinunce
  • i fioretti (*)
fioretti quaresimali

Molti santi hanno vissuto una vita che potremmo definire «ascetica».

Quando la gente lo scopre, di solito la reazione è qualcosa tipo:

  • «Oh, san Francesco me sta pure simpatico, ché parlava con gli animali! Ma una vita da pezzente come la sua non la vorrei mai fare!»
  • «Già c’ho avuto tante sfighe nella mia vita! Mo non è che mi vado a cercare altre croci di mia iniziativa!»
  • «Se a qualcuno capita una disgrazia, “a chi tocca nun se ‘ngrugna”… ma ‘sta cosa della penitenza mi sembra un po’ medioevale, ecco…»
  • «I fioretti? Nel duemilaventitre? Ma che davero davero?»
  • etc.

C’è da dire che queste associazioni di idee sono anche un po’ colpa dei cristiani, che spesso offrono una testimonianza triste e caricaturale della loro fede.

A volte sono proprio le persone che dicono di essere “molto cattoliche” a risultare repellenti.

Oh, fâmo a capisse.

Secondo me una “relazione seria” con Dio non può che essere radicale.

Dio non è la tua scopamica: o hai una relazione autentica con Lui, oppure non hai una relazione con Lui.

Detto questo, io purtroppo ho conosciuto molte persone che confondevano:

  • la fede con «l’austerità»;
  • la vita virtuosa con «l’affermazione del potere della volontà contro quello degli istinti»;
  • il cristianesimo con «l’ascetismo», cioè (stando a quel che pensano molte persone) col «pessimismo» e con l’«odio per le cose di questo mondo».

In altre parole, ho conosciuto persone che confondevano il cristianesimo con il dualismo.

Cos’è il dualismo?

Come accennavo in un’altra paginetta del blog, il dualismo era una corrente filosofico/religiosa secondo la quale tutto ciò che è materiale è cattivo.

Per i dualisti:

  • la natura è cattiva
  • le cose sono cattive
  • il corpo è cattivo
  • la riproduzione è cattiva
  • il sesso è cattivo (I dualisti identificavano «la purezza con la sterilità, in contrasto con San Tommaso che sempre connette la purezza alla fecondità»; cfr. GILBERT KEITH CHESTERTON, San Tommaso d’Aquino, Fede & Cultura, Verona 2015, p.67)

Ebbene, il cristianesimo non è una religione dualistica.

Per il cristianesimo, la natura è buona; le cose sono buone; la pasta alla gricia è buona; il sesso è buono; l’orgasmo è buono (sono tutte cose che ha fatto Dio).

La domanda quindi sorge spontanea: come si concilia per un cristiano l’amore per tutte queste cose con la vita ascetica che hanno vissuto – ad esempio – san Benedetto, san Francesco, sant’Antonio abate, santa Caterina da Siena, santa Teresa d’Avila (e un sacco di altri)?

Lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) scriveva che:

L’ideale ascetico, quantunque parte essenziale dell’idealismo cattolico ben compreso, non ne rappresenta che un lato, ed è ben lungi dal costituire la base della filosofia cattolica.

(GILBERT KEITH CHESTERTON, San Tommaso d’Aquino, Fede & Cultura, Verona 2015, p.64)

Sarà vero?

2 • Una vita felice è una vita senza problemi?

Io non sono un sociologo.

Ma a lume di naso, il motivo per cui molte persone sono sospettose quando si parla di ascesi, di rinunce o di mortificazioni è che viviamo in una parte di mondo in cui la cultura piccolo borghese non ha vinto, ma STRAvinto (quella cultura contro la quale Pasolini ha scritto pagine salatissime… lo citavo in quest’altra paginetta del blog).

Perché l’ascesi ci sembra una cosa strana?

Perché ci danno fastidio cose come le rinunce o i fioretti?

Perché la parola «mortificazione» ci risulta repellente?

san francesco d assisi

L’ascesi ci sembra assurda perché pensiamo che questo “stile di vita” causi problemi anziché risolverne.

E nessuno di noi vorrebbe crearsi problemi di propria iniziativa.

Pensiamo che una vita felice sia una vita senza problemi.

Mentre invece non è vero per niente.

E non bisogna essere cristiani per crederlo…

…sentite cosa scrive lo scrittore e “guru” statunitense Mark Manson (che non è una persona religiosa, come ha ribadito in un suo post su Facebook del 2019):

I problemi sono una costante nella vita.
Quando risolvi quelli di salute iscrivendoti in palestra, ne crei di nuovi, come doverti alzare presto per arrivarci in tempo, passare mezz’ora a sudare come un tossico sull’ellittica, e poi farti la doccia e cambiarti prima di andare a lavoro per non appestare l’intero ufficio.
Quando risolvi il problema di non trascorrere abbastanza tempo con il/la partner scegliendo il mercoledì per la “serata degli appuntamenti”, ne generi di nuovi, come dover decidere ogni mercoledì sera qualcosa da fare che non risulti odioso a entrambi, assicurarti di avere abbastanza soldi per pagare cene decenti, riscoprire la chimica e la scintilla che sentite entrambi di aver perso e sbrogliare la logistica di come scopare in una vasca da bagno troppo piccola e strapiena di bollicine.
I problemi non finiscono mai; vengono solo sostituiti e/o potenziati. […]
La vita è essenzialmente una serie infinita di problemi.
[…] La soluzione di un problema è semplicemente la creazione di quello successivo.

(MARK MANSON, La sottile arte di fare quello che c***o ti pare, Newton Compton Editori, Roma 2017, versione Kindle, 15%)

Qualcuno di voi forse dirà:

  • «Vabbè, ‘sto guru ha scoperto l’acqua calda!»
  • «Ci voleva tanto ad accorgersi che la vita è piena di problemi?»
  • «Questo non toglie che i problemi non piacciano a nessuno!»

Sentite come risponde Manson a queste obiezioni:

Il segreto sta nella risoluzione dei problemi, non nella loro assenza.
Per essere felici abbiamo bisogno di qualcosa da risolvere.
La felicità è pertanto una forma di azione; è un’attività, non una cosa conferita passivamente, non qualcosa che scopriamo come per incanto in una top ten dell’«Huffington Post» o nell’insegnamento di qualche guru specifico.
Non compare magicamente quando fai abbastanza soldi da aggiungere quella nuova stanza alla casa. Non ti sta aspettando in qualche posto, in un’idea, in un lavoro – o in un libro, se è per questo. La felicità è in perenne corso d’opera, perché anche la risoluzione dei problemi non è mai finita: la soluzione dei problemi di oggi mette le basi per i problemi di domani, e così via.
La vera felicità arriva solo quando scopri quali sono i problemi che ti diverti ad avere e risolvere.

(MARK MANSON, La sottile arte di fare quello che c***o ti pare, Newton Compton Editori, Roma 2017, versione Kindle, 15-16%)

…e ancora:

Se ti chiedo: «Cosa vuoi dalla vita?» e tu dici qualcosa come: «Voglio essere felice e avere una famiglia fantastica e un lavoro che mi piace», la tua risposta è così comune e prevedibile che in realtà non significa niente.
[…]
Tutti vogliono questo.
È facile desiderarlo.
Una domanda più interessante, una domanda che la maggior parte della gente non prende mai in considerazione, è: «Quale dolore vuoi nella tua vita? Per cosa sei disposto a lottare?». Perché questo sembra determinare in modo molto più decisivo quello che diventeranno le nostre vite.
Per esempio, la maggior parte della gente vorrebbe un ufficio ai piani alti e fare un fracco di soldi – ma non molti vogliono sorbirsi sessanta ore di lavoro a settimana, lunghi spostamenti, burocrazie insopportabili e arbitrarie gerarchie corporative per sfuggire ai confini di un infinito inferno di cubicoli.

(MARK MANSON, La sottile arte di fare quello che c***o ti pare, Newton Compton Editori, Roma 2017, versione Kindle, 18%)

Quello che determina il tuo successo non è: «Di cosa vuoi godere?». La domanda rilevante è: «Quale dolore vuoi sopportare?». La strada verso la felicità è piena di mucchi di merda e vergogna.

(MARK MANSON, La sottile arte di fare quello che c***o ti pare, Newton Compton Editori, Roma 2017, versione Kindle, 19%)

3 • L’ascesi è un fine o un mezzo?

Come si concilia il discorso del guru americano con la fede cristiana?

Molte persone credono (ingenuamente) che nella vita si possa scegliere tra:

  • rinunciare, sacrificarsi o mortificarsi;

…oppure…

  • NON rinunciare a nulla, non sacrificarsi, non mortificarsi.

…come se la seconda possibilità fosse realmente una scelta.

In realtà rinunciamo di continuo a tante cose.

Facciamo continuamente sacrifici.

E ci mortifichiamo ogni giorno:

  • vorresti uscire con gli amici, ma la sessione d’esami si avvicina… quindi mandi giù il rospo, e rimani a casa a studiare;
  • vorresti lavorare di meno, ma poi non avresti abbastanza soldi per portare la macchina dal meccanico… quindi ti fai qualche turno di straordinarî per mettere da parte i soldi;
  • vorresti farti quel weekend vacanza, ma poi chi la paga la bolletta della luce? …quindi rinunci alla vacanza.

Molte persone credono che i santi abbiano fatto dei sacrifici insensati, abbiano vissuto delle vite “al limite”, e si siano sottoposti a delle privazioni fini a sé stesse…

Tutti noi, sotto sotto, guardiamo con sospetto san Francesco, san Benedetto, santa Caterina o san Simeone Stilita (*)…

simeone stilita

In realtà i santi non facevano sacrifici insensati.

Ma dei sacrifici «per».

Non erano dei «No!» e basta.

Ma dei «No» per poter dire più forte altri «Sì».

San Francesco digiunava, ma per qualcosa di più saporito…

Santa Caterina ha rinunciato a tante cose, perché aspirava a qualcosa di meglio…

E anche quando le mortificazioni comportano una perdita di libertà (pensiamo, ad esempio, alla vita di clausura di molti ordini religiosi), questa perdita è accettata in nome di un bene maggiore.

In questo non c’è nulla di “estremo” o di “religioso”… è la vita che funziona così; cito di nuovo Manson:

La libertà ti dà l’opportunità di raggiungere un significato più grande, ma di per sé non ha nulla di particolarmente significativo.
Alla fine, l’unico modo di dare senso e importanza alla propria vita è rifiutare le alternative, restringere la libertà, scegliere di impegnarsi con un posto, un credo o (gulp) una persona.
Sono giunto a questa consapevolezza lentamente, nel corso dei miei anni di viaggio.
Come con quasi tutti gli eccessi della vita, devi annegarci dentro per accorgerti che non ti fanno felice.
A me accadde con il viaggio.
Mentre annegavo nel mio cinquantatreesimo, cinquantaquattresimo, cinquantacinquesimo Paese, iniziai a comprendere che sebbene quelle esperienze fossero eccitanti e favolose, poche mi avrebbero lasciato qualcosa di durevole.

(MARK MANSON, La sottile arte di fare quello che c***o ti pare, Newton Compton Editori, Roma 2017, versione Kindle, 79%)

I santi che hanno vissuto una vita di ascesi, non erano autolesionisti.

Non erano masochisti.

E quando guardavano sé stessi – con tutti i limiti, i difetti e i peccati che si portavano dietro – lo facevano con bonarietà.

Con dolcezza.

Senza condannarsi a morte.

Questa benevolenza verso sé stessi però non è una cosa che si sono dati da soli.

È maturata negli anni.

E come è maturata?

Stando, giorno dopo giorno, sotto lo sguardo di Dio.

Uno sguardo che da soli non si sapevano dare.

Uno sguardo che riempie il cuore.

Come ricorda il monaco trappista André Louf (1929-2010), l’ascesi, le rinunce o le mortificazioni non servono a nient’altro che a questo:

Non è possibile parlare di ascesi o di penitenza se non in vista della gioia. La penitenza non deve mai aggredire la nostra gioia, come se ogni gioia dovesse sempre essere guardata con sospetto e andasse vissuta in cattiva coscienza, come se ogni gioia dovesse essere corretta o ristretta dall’esterno.
L’ascesi non è altro che offrirsi alla vita autentica e alla gioia profonda che ci abitano.
In questo senso non è tanto un agere contra, un “agire contro”, ma piuttosto un agere secundum, un “agire secondo” la gioia, in armonia con il nostro essere profondo; o se vogliamo accentuare ancora la dinamica particolare della gioia, l’ascesi può essere solo un agere ultra, un “andare oltre”, un superamento della gioia provvisoria e limitata che era data solo per ieri e oggi e che domani sarà interamente nuova.
Ecco perché la vera ascesi ha poco a che fare con la forza di volontà e non deve mai sfociare nell’irrigidimento.

(ANDRÉ LOUF, Sotto la guida dello spirito, Qiqajon, Magnano (BI) 2005, p.136)

[Altrimenti corriamo il rischio di] compiere uno sforzo, anche se siamo privi di gioia.
È il tipico esempio di un’ascesi cattiva, un’ascesi che non è guidata dall’impulso dello Spirito santo, di cui la gioia è il frutto sensibile. Agli occhi di Dio una simile ascesi è nulla e non avvenuta, non è altro che sforzo pagano.

(ANDRÉ LOUF, Sotto la guida dello spirito, Qiqajon, Magnano (BI) 2005, p.138)

4 • Vale la pena di sacrificarsi?

Facciamo un gioco.

Proviamo a pensare all’indentikit di un peccatore.

Chi è un peccatore?

  • Un ladro?
  • Un bugiardo?
  • Un traditore?
  • Un assassino?
  • Uno che abbandona il cane prima di partire per le vacanze?
congiuntivo

Domanda successiva.

Qual è invece una «mentalità da peccatore»?

In che senso?

Nel senso… cosa pensa un peccatore?

Cose cattive?

Cose molto cattive?

Cose contro Dio?

Non necessariamente…

Spesso e volentieri, il peccato non nasce da un pensiero «contro Dio», ma dalla suggestione che «amare non sia conveniente».

Prima di mentire…

Prima di rubare…

Prima di arrivare ad ammazzare qualcuno…

…qual è il primo passo?

Il primo passo è pensare che sacrificarmi sia inutile.

Pensare che non ci sia nulla che meriti il sacrificio del mio tempo, della mia attenzione, dei miei soldi, dei miei progetti.

Pensare che sacrificarmi sia un’inculata.

Oh, rega’, famo a capisse: non è questione di dolorismo!

Come vi dicevo un paio di mesi fa, io sono il primo ad essere terrorizzato al pensiero di soffrire (fisicamente o emotivamente) se qualcosa non va secondo i miei piani.

Ma la sofferenza è condizione necessaria per amare.

Nel canto XVI del Purgatorio, c’è un passaggio in cui Dante sembra avere la stessa esitazione: «il passo che sto per fare mi farà soffrire molto… ne varrà la pena?».

A quel punto, Virgilio lo rincuora:

Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: “Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.

(DANTE ALIGHIERI, Purgatorio XXVII, vv.19-21)

Franco Nembrini commenta così questi versi:

“Guarda che qui potrai far fatica” lo esorta Virgilio, “potrai soffrire, ma è condizione per la vita, non corri il rischio di morire”.
Il sacrificio, la fatica che la vita ti mette davanti sono duri, ma non sono mai contro di te: non sono per la morte, ma per la vita. Quante volte il sacrificio ci pare obiezione, ostacolo, sembra negare il bene; invece proprio quando la fatica della vita ti si rovescia addosso, lì c’è una possibilità di bene.
Adesso è sconosciuta, ma fidati, vai, buttati!
Non ritrarti davanti a questa sfida, a questa ferita che la vita ti procura dentro, perché è per te.

(FRANCO NEMBRINI, dal suo commento al Purgatorio di Dante Alighieri, Mondadori, Milano 2020, pag.606)

A questo punto, qualcuno potrebbe dire:

  • «Sale, però un conto è sacrificarsi per qualcuno a cui vuoi bene, altra cosa sono le rinunce o le mortificazioni dei santi cristiani?»
  • «Se mia moglie sta male, io rinuncio alla partita di calcetto, per accudirla…»
  • «Se un amico ha bisogno, metto da parte i miei interessi per venire incontro alle sue necessità…»
  • «…ma che senso ha rinunciare a qualcosa per Dio?»

Io credo che nel nostro contesto culturale, dove tutto è a portata di click, abbiamo perso di vista una virtù che in passato era molto esercitata (anche in contesti non cristiani): la sobrietà.

In che consiste la sobrietà?

Consiste non tanto nel «rinunciare», ma nel «custodirsi».

Non è questione di perseguire un’ideale o un valore (quanto odio queste parole!)…

…ma è questione di non sentire il bisogno di disperdersi in mille cose superflue.

Non è questione di “coerenza morale”.

Se hai assaggiato il meglio, non torni alla mediocrità.

Se hai mangiato al ristorante più buono di Roma, fai più fatica a tornare dal McDonald.

5 • La «santa indifferenza»

Sicuramente avrete sentito nominare Ignazio di Loyola (1491-1556), il fondatore dei gesuiti.

Negli «Esercizi spirituali» (la sua opera più importante), Ignazio sviscera in tutti i modi possibili e immaginabili il problema del discernimento:

  • Come faccio a trovare il mio posto nel mondo?
  • Come faccio a capire se un desiderio viene da Dio o no?
  • Come posso capire qual è la mia vocazione?
  • Come si concilia la volontà di Dio con la mia libertà? (domanda alla quale ho provato a rispondere qui)

Un concetto molto caro ad Ignazio è quello di «santa indifferenza».

Che significa?

Parola più, parola meno, significa che:

  • tutte le volte che nella vita devo fare una scelta importante tra «A» e «B», non devo attaccare il cuore né ad «A», né a «B»;
  • si tratti di un desiderio, di qualcosa che possiedo, della relazione con una persona… devo «rimetterla nelle mani di Dio».

I primi tempi in cui mi imbattevo in queste frasi, vi confesso che sentivo una certa ansietta.

Mi dicevo infatti:

  • «Ma come faccio ad essere “indifferente”? Mica sono un monaco buddhista!»
  • «Cioè, un conto è non attaccare il cuore alla cioccolata (che vabbè, amen)! Ma come faccio a non attaccare il cuore al lavoro che ho sempre desiderato fare?»
  • «Come faccio a non attaccare il cuore all’amicizia col mio migliore amico?»
  • «Come faccio a non attaccare il cuore a “Genoveffa”? Quando sto con lei sono felice… e sento il profumo di qualcosa di più grande e più bello!»

Tutti questi pensieri, in realtà, nascondevano questo retro-pensiero: «Ho paura che se “restituirò a Dio” questo lavoro, questa amicizia, questa relazione… Dio se la terrà per sé, e io rimarrò a mani vuote!»

dio cattivo

Il concetto di «santa indifferenza» mi ha sempre spaventato… ma in realtà, il motivo per cui mi spaventava è che si basava su un’idea di Dio terribile (*).

Un Dio da cui bisogna stare in guardia.

Un padrone sadico.

Un infame.

(*) (di questa immagine distorta di Dio ho già parlato abbondantemente in un’altra pagina del blog, quindi vi risparmio la pippa; per chi fosse interessato, questo è il link)

In realtà il senso della «santa indifferenza» è diametralmente opposto… e lo spiega molto bene Jacques Philippe (classe ’47), sacerdote e teologo francese della Communauté des Béatitudes:

[…] è importante saper smascherare un’astuzia frequente del demonio per infastidirci e scoraggiarci.
Di fronte a certi beni di cui disponiamo (un bene materiale, un’amicizia, un’attività che amiamo, ecc.), il demonio, per impedire che ci abbandoniamo a Dio, ci fa immaginare che, se gli rimettiamo tutto, Dio effettivamente prenderà tutto e divorerà ogni cosa nella nostra vita!
Questo suscita in noi un terrore che ci paralizza completamente; ma non bisogna lasciarsi prendere in trappola.
Molto spesso il Signore ci chiede soltanto un atteggiamento di distacco a livello del cuore. Ci chiede d’essere disposti a donargli tutto, ma non toglie necessariamente tutto. Ci lascia il pacifico possesso di molte cose, quando queste non siano cattive di per sé stesse e possano essere utili ai suoi disegni, arrivando anche a rassicurarci di fronte agli scrupoli che potremmo avere, a volte, perché godiamo di certi beni o certe gioie umane.

(JACQUES PHILIPPE, La pace del cuore, EDB, Bologna 2020, p.30-31)

Se pensi che Dio sia il cattivo, ancora non l’hai visto in faccia.

Se pensi che Dio sia infame, lo stai confondendo con un’idea di Dio che hai nella tua testa.

Se pensi che Dio sia contro di te, ti stai sbagliando.

Dio è dalla tua parte più di te stesso!

Dio guarda la tua debolezza con tenerezza.

Dio guarda i tuoi desiderî contraddittori con dolcezza.

Se pensi che Dio abbia uno sguardo cattivo sui tuoi desiderî, lo stai confondendo con un’altra persona, di cui papa Francesco ha parlato spesso:

Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi.
Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità.
Solo la tenerezza ci salverà dall’opera dell’Accusatore (cfr Ap 12,10).
Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel Sacramento della Riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e tenerezza.
Paradossalmente anche il Maligno può dirci la verità, ma, se lo fa, è per condannarci.
Noi sappiamo però che la Verità che viene da Dio non ci condanna, ma ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, ci perdona.
La Verità si presenta a noi sempre come il Padre misericordioso della parabola (cfr Lc 15,11-32): ci viene incontro, ci ridona la dignità, ci rimette in piedi, fa festa per noi, con la motivazione che «questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (v.24).

(PAPA FRANCESCO, Lettera apostolica Patris corde, n.2)

Insomma, la «santa indifferenza» non è una prestazione a cui devo corrispondere.

Non è uno “sforzo intestinale” (il cui unico risultato è quello di farmi uscire un’ernia… o un grappolo di emorroidi).

La «santa indifferenza» è la naturale (o meglio, la «sopranaturale») e diretta conseguenza di chi – poco a poco – inizia a fare esperienza dello sguardo buono di Dio:

[…] noi non bastiamo. Ci vuole un Liberatore.
Non potrò guardarmi in un altro modo se prima non mi sentirò guardato in un altro modo.
Non potrò amare la povera cosa che sono se prima non scopro che è amabile.
Qualcuno me lo dovrà far sperimentare.

(FABIO ROSINI, L’arte di guarire: l’emorroissa e il sentiero della vita sana, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2020, versione Kindle, 27%)

Quando scopri che Dio ti guarda in quel modo lì, capisci che non hai nulla da temere a dirgli: «Signore, ho questo desiderio nel cuore… e, ti giuro, mi sembra un desiderio buono! Purtroppo però, nella vita ho imparato a mie spese (e con tante sederate) che tante altre cose che ho desiderato si sono rivelate un fuoco di paglia! Perciò metto questo desiderio nelle tue mani. Se non viene da te, inclina i miei desiderî verso ciò che hai pensato per me, e che ancora non vedo. Se invece questo desiderio viene da te, restituiscimelo purificato e moltiplicato cento!».

Una persona che ha fatto esperienza del fatto che Dio è così, non teme di fare un passo indietro.

Di staccarsi (temporaneamente o definitivamente) da qualcosa.

Di rinunciare.

Di sacrificarsi.

Di mortificarsi.

E anche quando i sensi “si ribellano”, quella persona rimane al suo posto.

Conclusione

Nella lettera agli Ebrei è scritta questa frase:

La Legge infatti, poiché possiede soltanto un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha mai il potere di condurre alla perfezione per mezzo di sacrifici – sempre uguali, che si continuano a offrire di anno in anno – coloro che si accostano a Dio.

(Eb 10,1)

Che significa?

Significa che la vita cristiana non è questione di “regolette”.

Non è questione di “seguire delle istruzioni” per diventare delle persone migliori.

La vita cristiana ha a che fare con l’incontro con Qualcuno.

Se quell’incontro c’è stato, allora sarà normale e perfettamente naturale che nella vita si presenti l’occasione di rinunciare a qualcosa, di fare un passo indietro rispetto a un desiderio, di offrire a Dio una sofferenza che sto vivendo, perché anche attraverso il dolore Dio possa dirmi qualcosa…

Se quell’incontro non c’è stato, allora ogni rinuncia o fioretto non solo è inutile, ma dannoso.

Come scriveva il sacerdote francese Max Huot de Longchamp:

Avanzare nella vita spirituale non vorrà mai dire “fare delle cose per Dio”, bensì lasciare che Dio “faccia la sua dimora” in noi, liberare il nostro desiderio di lui e svelare i falsi desideri provocati dai nostri tristi appetiti.

(MAX HUOT DE LONGCHAMP, San Giovanni della Croce : per leggere il Dottore Mistico, Oratorium, Roma, p.77)

La vera rinuncia sta in questo: volere meglio, e non volere meno.
[…]
La rinuncia cristiana si verifica solo per amore e preferenza di Cristo.

(MAX HUOT DE LONGCHAMP, San Giovanni della Croce : per leggere il Dottore Mistico, Oratorium, Roma, p.78)

E niente.

Chiudo questa paginetta con un testo di Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa:

Se vuoi essere tutto per tutti, seguendo l’esempio di colui che si è fatto tutto per tutti, lodo la tua umanità, ma a condizione che sia piena e totale.
Ma come può esserlo se te ne escludi?
Anche tu sei un uomo.
Quindi perché la tua umanità sia piena e completa, deve includere anche te, in questa apertura di cuore che riservi a tutti.
Altrimenti, a cosa ti serve, come ha detto il Signore, guadagnare tutti gli uomini, se perdi te stesso?
Quindi, poiché tu sei il bene di tutti, sii tu stesso uno di quelli che lo possiedono.
Perché solo tu dovresti essere privato di questo favore?
Per quanto tempo il tuo spirito vagherà senza tornare a te?
Per quanto tempo trascurerai di ricevere te stesso, a tua volta, tra tutti quelli che si fanno avanti?
Lo fai ai saggi e agli ignoranti, e solo a te stessi rifiuteresti? […]
Le tue acque siano versate nelle strade, ne bevano uomini e bestiame; ne bevano anche i cammelli del servo di Abramo. Ma, fra tutti loro, bevi anche tu all’acqua che sgorga dal tuo pozzo. […]
Ricordati dunque, non dico sempre, non dico nemmeno spesso, ma almeno di tanto in tanto, di abbandonarti a te stesso. Tra molti altri, o anche dopo molti altri, pensa ai tuoi bisogni.

(BERNARDO DI CHIARAVALLE, Sulla considerazione I, 5,6)

sale

(Primavera 2023)

Fonti/approfondimenti

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