Cosa pensa la Chiesa delle altre religioni?

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1 • Il rapporto tra Dio e «gli altri dei» nell’Antico e nel Nuovo Testamento

Il cristianesimo è l’unica vera religione?

Oppure è solo una delle tante possibili strade per raggiungere Dio?

La Chiesa pensa che tutte le altre religioni siano un’accozzaglia di errori?

Oppure – al contrario – le ritiene percorsi analoghi al cristianesimo, che consentono di avvicinarsi a Dio?

Extra Ecclesiam nulla salus?

Oppure c’è un po’ di «salus» fuori dalla Chiesa?

islam esplosione

Buddha, Maometto, Gesù… che differenza c’è?

Essere musulmano, induista o cattolico è la stessa cosa?

Dunque.

Proviamo a dipanare alcuni di questi dubbi.

Per farlo, partiamo dal principio.

Nella Bibbia la questione del rapporto tra Dio e «gli altri dei» è un tema molto discusso – già a partire dall’Antico Testamento.

Spesso il Dio di Israele viene dipinto come un padrepadrone xenofobo, restio al fatto che gli israeliti abbiano contatti (culturali e/o religiosi) con le nazioni straniere.

A sostegno di questa tesi vengono citati quei versetti in cui Dio vieta a Israele di fare alleanze con gli abitanti della terra di Canaan o con altri popoli, per evitare che i matrimoni misti portino i loro figli a «prostituirsi agli dei stranieri» (cfr. ad esempio Esodo 34,15-16; Deuteronomio 7,3-4; Deuteronomio 12,29-31).

Ora, facciamo a capirci.

Nella Bibbia ci sono versetti che dicono questo.

È inutile nascondersi dietro a un dito…

…ma la questione può essere liquidata in modo così sbrigativo?

È sufficiente fare il cherry picking di alcuni versetti per dire di «aver capito» il rapporto tra il Dio di Israele e le altre religioni?

Ovviamente no.

Tanto per cominciare, l’accusa di xenofobia è infondata.

Se proprio volessimo mettere i puntini sulle «i», la preoccupazione in questi testi non è tanto il contatto con gli stranieri, ma la contaminazione religiosa.

Dio non dice «non parlate con gli stranieri», ma «non adorate i loro idoli».

E infatti, nell’Antico Testamento troviamo figure di stranieri che vengono accolti, benedetti, addirittura inseriti nella storia della salvezza:

  • Raab la prostituta cananea (cfr. Giosuè 6);
  • Rut la moabita, antenata di Davide (cfr. libro di Rut);
  • Melchisedek, re di Salem, che pur non appartenendo al popolo di Israele, è definito sacerdote del Dio altissimo (Genesi 14,18-20);
  • Giobbe che pur non essendo israelita, è descritto come «integro, retto e timorato di Dio» (Giobbe 1,1);
  • persino Ciro, re di Persia, che viene chiamato «eletto del Signore» (cfr. Isaia 45,1) – pur non appartenendo al popolo di Israele.

Insomma.

Il “problema” non è l’etnia o la provenienza geografica…

…ma una questione molto più seria: di fronte a chi ti inginocchi?

Facendo un mezzo passo avanti potremmo dire questo: certamente, nell’Antico Testamento, Dio ha un rapporto unico e privilegiato col popolo eletto

…ma si può facilmente dimostrare che Dio non si lascia rinchiudere nei confini etnici o religiosi di Israele.

Non solo Dio accoglie gli stranieri che si avvicinano a lui, ma addirittura lancia un appello esplicito rivolto a tutte le nazioni.

La salvezza non è una “raccomandazione divina” riservata ai discendenti di Abramo; è un’offerta che Dio estende «fino ai confini della terra»:

  • «Volgetevi a me e sarete salvi, voi tutti confini della terra, perché io sono Dio, non ce n’è altri» (Isaia 45,22);
  • «Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti» (Isaia 2,2);
  • «Dall’oriente all’occidente grande è il mio nome fra le nazioni e in ogni luogo si brucia incenso al mio nome e si fanno offerte pure, perché grande è il mio nome fra le nazioni» (Malachia 1,11)

Come è possibile che il nome di Dio sia «grande fra tutte le nazioni» se si è rivelato solo ad Israele?

La risposta è quella che i teologi chiamano «rivelazione cosmica».

Che significa questa espressione?

Con questo termine si intende una forma di rivelazione universale, anteriore e più ampia rispetto alla rivelazione storica fatta ad Abramo, Mosè e ai profeti.

Dio non si è fatto conoscere solo attraverso la Torah, ma anche – e da sempreattraverso la creazione stessa.

Nello specifico, i Salmi (ma non solo loro!) parlano spesso di un Dio che – attraverso il cosmo – si manifesta a tutti:

  • «I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento» (Salmo 19,2);
  • «Tutte le genti che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, Signore, per dare gloria al tuo nome» (Salmo 86,9);
  • «Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore» (Sapienza 13,5);

La creazione stessa è presentata come un linguaggio comprensibile a tutti i popoli, non solo a Israele.

Come scriveva il teologo e cardinale francese Jean Daniélou (1905-1974):

Prima di parlare per bocca di Mosè e di Gesù Cristo, Dio ha parlato a tutti gli uomini attraverso il cosmo e la coscienza.

(JEAN DANIÉLOU, Dio e noi, Rizzoli, Milano 2009, cap. I «Il Dio delle religioni»)

Passiamo ora al Nuovo Testamento.

Al Carpentiere più famoso della storia.

A Gesù di Nazaret.

Cosa pensava Gesù dei pagani?

Cosa pensava delle persone all’infuori della cerchia del popolo di Israele?

testimoni di geova

Col passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, le cose non cambiano.

In modo analogo alla rivelazione veterotestamentaria, Gesù di Nazaret:

  • da un lato, riconosce che la benevolenza di Dio si estende ben oltre i confini del popolo di Israele e della Chiesa;
  • dall’altro lato, si presenta come l’unica via al Padre, rivendicando per sé un’autorità divina ed un esclusività che nessun profeta o maestro spirituale ha mai preteso di avere – che si parli di Mosè, Buddha, Maometto o Ibrahimović.

Quando Gesù descrive il Padre, lo fa con una grandissima tenerezza.

Il Dio di cui parla Gesù ha uno sguardo buono anche sui lontani, sugli ingiusti, sui cattivi:

Egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
(Matteo 5,45)

Nei Vangeli, Gesù non ha problemi ad elogiare persone non ebree: un centurione romano (cfr. Luca 7,9), una donna cananea (cfr. Matteo 15,28), un samaritano… cioè un eretico (cfr. Luca 10,33).

Dall’altro lato però Gesù usa parole nette, radicali, pesantissime – di cui non possiamo non tenere conto:

  • «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Giovanni 14,6);
  • «Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti» (Giovanni 10,8);
  • «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (Matteo 12,30; Luca 11,23);
  • «Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato» (Giovanni 5,23);
  • «Io sono la via, la verità e la vita» (Giovanni 14,6).

(per chi volesse altre citazioni, lo rimando a Matteo 28,18; Giovanni 8,58; Giovanni 10,30; Giovanni 11,25)

Gesù non si presenta come un maestro spirituale tra i tanti, né come una delle possibili vie verso Dio.

Non dice di essere una via, una verità, una vita.

Dice: LA via, LA verità, LA vita.

Gesù è mite, ma anche radicale.

Inclusivo, ma anche esclusivo.

Universale nel suo amore, ma assoluto nella sua pretesa.

La Chiesa, nei secoli, ha cercato di tenere insieme questi due poli apparentemente inconciliabili.

Proviamo a vedere come.

2 • La Chiesa e le altre religioni

La tensione di cui parlavo nel precedente paragrafo non è un’invenzione teologica dell’altro ieri.

Partendo dalla Bibbia, attraversa tutta la storia della Chiesa… fin dalle sue origini.

Nella Chiesa nascente infatti – di cui gli Atti degli Apostoli offrono una testimonianza eloquente – troviamo la stessa logica:

  • da un lato, uno sguardo buono verso i lontani;
  • ma allo stesso tempo la necessità di essere innestati in Cristo per salvarsi.

Da un lato, negli Atti degli Apostoli, Pietro – dopo l’incontro con Cornelio – afferma:

«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga»

(Atti degli Apostoli 10,34-35)

Sempre negli Atti, quando Paolo e Barnaba parlano davanti ai pagani, affermano che Dio non ha mai cessato di essere benevolente nei loro confronti.

La Provvidenza divina infatti si estende a tutti i popoli; grazie a questa Provvidenza gli uomini possono giungere a una qualche conoscenza di Dio… come Paolo ribadisce prima a Listra, e poi ad Atene, davanti all’Areopago:

«Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori»
(Atti degli Apostoli 14,16-17)

«Dio non [è] lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: «Perché di lui anche noi siamo stirpe».
(Atti degli Apostoli 17,27-28)

Qualche anno dopo, nella lettera ai Romani, Paolo riconosce che persino chi non ha ricevuto la Legge mosaica può agire secondo la volontà di Dio:

Quando i pagani, che non hanno la Legge, per natura agiscono secondo la Legge, essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori.

(Romani 2,14-15)

Come scriveva il filosofo e teologo ortodosso russo Sergej Bulgàkov (1871-1944):

I Magi d’Oriente portano i loro doni a Cristo bambino, gli Elleni vengono a vedere Gesù (Giovanni 12,21). Si può senza esagerazione affermare che tutto ciò che vi è di buono, anche nel paganesimo, appartiene a Cristo, ed è per esso un naturale Antico Testamento.

(SERGEJ BULGÀKOV, Cristo nel mondo, Lateran University Press, Città del Vaticano 2020, p.38)

Anche in questo caso però, sarebbe disonesto fermarsi a queste citazioni.

Nella Chiesa nascente infatti esiste fin da subito quella radicalità cristologica di cui parlavo più sopra.

Gli apostoli – gli stessi che elogiano i pagani timorati di Dio – predicano anche che Cristo è l’unico mediatore:

Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù.
(1 Timoteo 2,5)

In nessun altro c’è salvezza.
(Atti degli Apostoli 4,12)

Anche nella predicazione della Chiesa dunque troviamo questa doppia verità:

  • da un lato, un Dio che non ha mai smesso di parlare a tutta l’umanità;
  • dall’altro, la convinzione che in Gesù Cristo questa rivelazione abbia raggiunto la sua pienezza.

Da duemila e passa anni, l’annuncio della Chiesa cerca di rimanere in equilibrio tra queste due verità di fede.

Essendo entrambe le verità «vere», più che risolvere questa apparente contraddizione, bisogna avere l’umiltà di starci dentro.

In che senso?

Nel senso che tante volte si cerca di iper-semplificare il Vangelo, alzando o abbassando il volume rispetto ad alcune parole di Gesù che troviamo fastidiose, a scapito di altre.

E dunque:

  • a volte si insiste eccessivamente sulla necessità di Cristo per raggiungere la salvezza – travisando però questa espressione, e finendo per trasformarla in qualcosa tipo: «se vuoi andare in Paradiso, devi mandare una PEC al Vaticano, entro il termine della tua vita, dichiarando formalmente, esplicitamente e inequivocabilmente la tua appartenenza alla Chiesa Cattolica s.p.a., altrimenti sei fottuto»
  • altre volte si insiste sull’estremo opposto, dipingendo un dio petaloso che ama tutti, vicini e lontani, gay ed etero, cristiani, musulmani, buddhisti ed atei, perché tanto alla fin fine «una religione vale l’altra, l’importante è che ci vogliamo tutti bene!»

Nel corso dei secoli, la Chiesa ha avuto scossoni, nell’una o nell’altra direzione, a seconda delle mode del momento.

Probabilmente, all’epoca dei miei nonni, il pendolo era maggiormente inclinato in direzione della prima opzione…

…oggi, invece, ci troviamo nella situazione opposta.

Oggi va di moda pensare che tutte le religioni siano sostanzialmente la stessa cosa.

relativismo religioso

Oggi va di moda pensare che essere cristiano, musulmano, induista o buddhista è un po’ come tifare Roma o Lazio: questione di nascita, di geografia, di cultura familiare.

L’importante – dicono in molti (anche sacerdoti, vescovi e teologi 😅🔫) – è che «ci comportiamo bene» e diventiamo «persone per bene».

Peccato che nessun cristiano nella storia ha mai detto questo.

E neanche Gesù ha mai detto cose simili.

Non è vero che «una religione vale l’altra»!

Questo non significa che chi non è cristiano è automaticamente dannato (ci mancherebbe!), ma significa che se qualcuno si salva – chiunque si salvi – lo fa grazie alla grazia di Cristo.

È un po’ come respirare: una persona ignorante può non sapere che esiste l’ossigeno, può non conoscere come funzionano i polmoni… ma se respira è perché c’è l’aria.

Allo stesso modo, se c’è salvezza – ovunque ci sia salvezza – c’è perché c’è Cristo.

Ecco perché non è la stessa cosa essere cristiano o musulmano, cattolico o buddhista.

Da questo punto di vista, le altre religioni non hanno alcuna efficacia salvifica.

Da un punto di vista liturgico, tutti i loro culti e i loro riti non sono mezzi di salvezza.

Da un punto di vista logico-formale (anche in base al principio di identità e non contraddizione per il quale se sono vere alcune cose che ha detto Gesù, sono necessariamente false quelle dette da Maometto o Buddha), le religioni non cristiane sono vie errate, sia sul piano teologico che su quello esistenziale.

Dopo aver scritto queste frasi, già immagino che qualcuno torni alla carica con l’obiezione, camuffata da argomento fantoccio: «Sale, ma quindi stai dicendo che le persone che credono in altre religioni finiscono all’inferno?».

No!

Non ho detto questo.

Una cosa sono le religioni, altra le singole persone e la loro religiosità.

Se le religioni non cristiane non salvano «in quanto religioni», questo non significa che i non cristiani siano tagliati fuori dalla salvezza.

La strada che Dio ha aperto per loro non passa attraverso i loro riti o le loro credenze teologiche, ma attraverso qualcosa di molto più semplice: la ragione.

Ogni essere umano – cristiano o no – ha in dono la capacità di ragionare, di cercare la verità, di interrogarsi sul senso delle cose.

Ed è proprio attraverso questa ricerca razionale che Dio può farsi trovare, anche da chi non ha mai sentito parlare di Gesù (*)… o da chi magari ne ha anche sentito parlare, ma da parte di persone tiepide e noiose, e non ha avuto la fortuna di imbattersi nei testimoni che hai incontrato tu che stai leggendo, o io che sto scrivendo.

(*) (Pensate ai grandi filosofi greci: Platone, Aristotele, Socrate… non erano cristiani, eppure con la sola forza della ragione hanno intuito verità profonde su Dio, sull’anima, sul bene e sul male. E infatti la Chiesa ha sempre considerato la filosofia pagana come «una preparazione al Vangelo» – non perché le usanze pagane fossero efficaci «in sé», ma perché la ragione di questi pagani era orientata alla verità)

Dio è un padre buono.

E Cristo è generoso…

…e illumina la mente di chiunque cerchi sinceramente la verità – anche se quella persona non sa che è Lui la luce che sta cercando.

Ecco perché un ateo onesto, che vive secondo coscienza e ragione, può essere più vicino a Cristo di un cristiano che va in chiesa per abitudine, ma si limita a «timbrare il cartellino» come se fosse un impiegato.

È per questo che nel II secolo, il teologo e filosofo Clemente Alessandrino (150-215) scriveva che:

La via della verità è dunque una sola; ma in essa, come in un fiume perenne, confluiscono ruscelli da ogni parte.
(CLEMENTE ALESSANDRINO, Stromata, Libro I, Capitolo 5; link ad una traduzione dal greco all’inglese, per chi volesse leggerlo in forma estesa)

Ripeto a scanso di equivoci: le altre religioni non sono qualcosa di cattivo o di sbagliato.

Anzi, praticare una religione è un comportamento virtuoso – di qualunque religione si tratti.

Vi faccio presente che questa non è una mia idea più-o-meno-liberale… ma è ciò che insegna la Chiesa: la religione è una virtù umana

…o per usare le parole di un manuale di teologia morale:

Religione è quella virtù per cui rendiamo a Dio, nostro Creatore e assoluto Signore, il dovuto onore, e gli manifestiamo la nostra sottomissione.

(JOSEPH MAUSBACH, Teologia Morale, vol. II (La Morale Speciale), ed. Paoline, Alba 1959, p.218)

Inoltre, come insegna Tommaso d’Aquino (1225-1274):

La religione non è una virtù teologale né intellettuale, ma morale poiché è parte della giustizia.

(TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, II-II, q.81, a.5, ad 3um)

Perché Tommaso dice che la pratica di una religione «è parte della giustizia»?

Dunque.

Avete mai incontrato una di quelle persone che dicono di essere «spirituali ma non religiose»?

Ecco.

Quelle persone sentono qualcosa al loro interno…

sentire qualcosa

Dicevo che le persone «spirituali» sentono qualcosa… ma non riescono (o non vogliono) a dare una forma a questo qualcosa.

La religione serve a questo: a dare una forma a questo “impulso naturale” verso Dio.

Se volessimo fare un’analogia: la spiritualità sta alla religione come la sensazione di essere innamorati sta alle parole e ai gesti con cui esprimiamo questo amore nei confronti di qualcuno.

Ecco.

Tommaso dice che la religione «è parte della giustizia» perché è giusto (oltre che bello!) che qualcuno sia in grado di esprimere concretamente il proprio amore.

Se è chiaro quello che ho detto, non vi stupirà leggere che il cristianesimo è l’opposto della religione.

Nella religione infatti, è l’uomo che cerca Dio.

Nel cristianesimo invece è Dio che dona sé stesso all’uomo.

La strada è la stessa… però (come spiega molto bene padre Giuseppe Barzaghi in questo reel):

  • nel caso della religione, la strada è percorsa in salita, dal basso verso l’alto (è l’uomo che cerca Dio);
  • nel caso del cristianesimo invece, la strada è percorsa in discesa, dall’alto verso il basso (è Dio che cerca l’uomo).

(Per chi volesse approfondire ulteriormente la questione della virtù della religione da un punto di vista teologico, lo rimando a JOSÉ MARIA GALVÁN, Scelti in Cristo per essere santi : II. Morale teologale, EDUSC, Roma 2018, p.36-37)

3 • Il cristianesimo e le altre religioni… in Occidente

Non so se tutto lo spiegone fatto fin qui vi ha persuasi…

…fatto sta che il cristianesimo spesso risulta antipatico in Occidente perché viene percepito come una religione esclusiva/escludente.

Credere nel Dio «giusto» implica necessariamente il non credere negli altri «dei sbagliati»… e questo viene interpretato come una sorta di “snobismo spirituale”.

Ora.

Prima di andare avanti col discorso, vorrei farvi notare una curiosità: in Occidente, quest’accusa di intolleranza viene riservata (quasi) esclusivamente ai cristiani.

Se chiediamo ad un musulmano nato a Milano, Parigi o Londra cosa pensa del rapporto tra l’Islam e le altre religioni, ci risponderà serenamente che Allah è l’unico Dio e che Muhammad è il suo profeta… con buona pace della falsità delle altre religioni.

Punto.

Senza sé, senza ma.

Senza giri di parole.

Senza quell’imbarazzo che spinge a edulcorare la risposta.

Ho fatto l’esempio di un musulmano, ma si può dire qualcosa di analogo per un ebreo ortodosso, per un induista devoto, per un buddhista convinto.

Ognuno crede nella verità della propria fede, ed è perfettamente normale.

cristiano occidentale

Noi cristiani invece soffriamo di un mix tra:

  • un complesso di inferiorità spirituale: ci sentiamo costantemente in dovere di giustificarci, di spiegare che no, non pensiamo che le altre religioni siano sbagliate, o almeno non del tutto, o forse sì ma con rispetto;
  • i sensi di colpa per la salvezza eterna di chi non è cristiano: non so voi, ma a me è stata posta molto spesso la domanda «ma quindi chi non è cristiano va all’inferno?»… E anche quando nessuno pone esplicitamente questa domanda, siamo noi cristiani stessi a farci mille pippe mentali per le sorti spirituali dei «lontani»… Nove volte su dieci, il risultato è che ci comportiamo come se Dio fosse il cattivo della situazione — quello che vuole punire gli infedeli — mentre noi, più misericordiosi di Lui, facciamo gli avvocati difensori dei non credenti, impegnati a proteggerli dal castigo eterno.

Oggi – almeno in Occidente – credere davvero in Gesù Cristo (*) è diventato socialmente inaccettabile in moltissimi contesti.

(*) (poi se uno crede nella Chiesa cattolica, ciaone proprio!)

Perché questa differenza tra noi cristiani e i credenti di altre religioni?

Bella domanda…

Da un lato, bisogna considerare il fatto che noi cristiani occidentali paghiamo lo scotto di essere stati «la maggioranza» per secoli.

Anche se oggi in Occidente i cristiani sono quattro gatti (mi riferisco ai cristiani che credono davvero in ciò che professano e che mettono Dio al primo posto), culturalmente è rimasta l’idea di «società cristiana».

E questo ci fa assumere una posizione schizofrenica:

  • da un lato, non riusciamo a rinnegare del tutto le nostre radici: c’è sempre quella vocina che ci sussurra: «E se poi le anime dei nonni defunti vengono a perseguitarmi nel sonno?». Fuor di battuta: il cristianesimo è talmente radicato nella nostra cultura che – nonostante l’avanzata inesorabile della secolarizzazione – è difficile eliminarlo alla radice;
  • dall’altro lato, però ci vergogniamo di queste stesse radici cristiane, perché il cristianesimo «non è un pensiero all’altezza dei tempi moderni: è roba da bigotti, da ignoranti, da gente che non ha ancora letto Nietzsche».

Al contrario, chi appartiene ad altre religioni — soprattutto in Occidente — si trova in una posizione completamente diversa.

Fa parte di una minoranza.

E una persona che appartiene a una minoranza (religiosa, politica, etnica, culturale, quello-che-vi-pare) ha “gli anticorpi” molto più preparati a sopravvivere in una cultura differente.

Perché?

Beh, molto semplicemente, perché ha dovuto approfondire le ragioni del proprio credere.

Chi fa parte di una minoranza religiosa non può permettersi di essere un credente «per inerzia», un credente «perché si è sempre fatto così». Deve sapere perché crede, deve essere capace di spiegarlo, di difenderlo, di viverlo in un contesto che non lo sostiene automaticamente.

Noi cristiani occidentali, invece, siamo come gli eredi di una grande ricchezza che non abbiamo mai dovuto guadagnare: l’abbiamo ereditata, ci sembrava scontata… e ora che ce la stanno portando via non sappiamo nemmeno più perché dovrebbe valere la pena difenderla.

~

Bene.

Detto questo, farei un ulteriore mezzo passetto avanti.

Se da un lato il cristianesimo è diventato socialmente poco accettabile, convertirsi a religioni orientali o «new age» è diventato un segno di profondità, di ricerca interiore, di apertura mentale.

Negli ultimi 20-30 anni è esplosa una vera e propria moda intorno alle «religioni alternative»:

  • Richard Gere, Sharon Stone, Roberto Baggio e un sacco di altri vip si sono convertiti al buddhismo;
  • Leonardo DiCaprio – non contento di essersi convertito al buddhismo – ha anche incontrato il Dalai Lama più volte;
  • Julia Roberts ha praticato l’induismo per diversi anni;
  • Madonna ha praticato la Kabbalah;
  • Tom Cruise è diventato il volto più famoso del movimento Scientology;
  • etc.

D’altronde, come si fa a resistere a quel fascino un po’ esotico e un po’ misticheggiante?

Per la serie:

  • «Io mica sono come voi banali cristiani… io leggo la Bhagavadgītā!»
  • «Io pratico il tantra!»
  • «Io sto studiando i chakra e la medicina ayurvedica!»

Oh facciamo a capirci: non voglio banalizzare le altre culture!

Io sono molto affascinato dalla cultura orientale – non fosse per il fatto che mio bagaglio culturale nerd attinge a piene mani da Naruto, Dragon Ball, One Piece, e decine di altri manga e anime.

E se penso alla sapienza che viene dall’Oriente, non ho problemi ad ammettere che molti dei saggi e dei santoni delle religioni che provengono da lì sembrano effettivamente molto più «mistici» di quelli cristiani…

…ma essere mistici non significa essere più veri!

O per usare nuovamente le parole del teologo e cardinale francese Jean Daniélou:

In tutti gli uomini c’è una attitudine religiosa, che può essere a volte più forte nei non cristiani che nei cristiani.
Budda e Maometto sono geni religiosi più grandi di san Pietro o del Curato d’Ars.
Ma alla salvezza non si giunge attraverso l’esperienza religiosa, bensì attraverso la fede nella Parola di Dio.

(JEAN DANIELOU, Dio e noi, Rizzoli, Milano 2009, dal capitolo I «Il Dio delle religioni»)

In un’altra occasione, qui sul blog, avevo già citato il pastore protestante Cliffe Knechtle (classe ’54) e il suo secondo figlio Stuart Knechtle (classe ’88) – pastore anche lui.

Quando sono stati ospitati da Logan Paul nel suo podcast Impaulsive, a un certo punto Cliffe ha detto questa frase:

La validità della fede non dipende da quanto tu sia convinto o “infervorato”.
Se sei convinto che il ghiaccio sottile di un lago possa reggerti — «ci credo con tutto me stesso, sento proprio che terrà!» — non cambia nulla.
Non appena ci metterai piede, finirai dritto sotto, caro mio.
Questo perché il valore della fede non sta nell’intensità del tuo sentimento, ma nell’affidabilità dell’oggetto su cui quella fede poggia.
[…]
Io non andrò in Paradiso perché sono un uomo appassionato o fervente.
Al contrario: sono un peccatore della peggior specie.
Ma Cristo è morto in croce per me.
Ed è in Lui che ho riposto ogni mia certezza.

(originale: The legitimacy of faith is not determined by passion. If you’re passionate about thin ice on a lake – «I really believe this thin ice is going to hold me up» – that doesn’t matter. You walk out on that thin ice, you’re going through, sir. So the legitimacy of faith is determined by the trustworthiness of the object of your faith. […] I’m not going to heaven because I’m passionate. No. I’m a dirty rotten sinner. Christ died on a cross for me. I have put my faith in Him)

(CLIFFE KNECHTLE, dall’episodio n.417 del podcast Impaulsive, 21 maggio 2024, minuto 1.00.19)

Il cristianesimo non è «un’opzione tra le tante».

Il relativismo è incompatibile con la fede cristiana.

Questo però non significa che le altre religioni siano completamente sbagliate o prive di valore.

Anzi, la sapienza della Chiesa — nel confronto/scontro con tutte le culture con cui è entrata in contatto in più di venti secoli — penso che sia arrivata a un felicissimo punto di equilibrio con la dichiarazione del Concilio Vaticano II nella quale si parla del rapporto tra la Chiesa cattolica con le religioni non cristiane:

La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.

(CONCILIO VATICANO II, Dichiarazione Nostra Aetate, sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, n.2)

La Chiesa non dice che «tutto è falso» nelle altre religioni.

Ma non dice neanche che «tutto è vero».

Dice che riconosce ciò che è vero e santo, ovunque si trovi («Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo», TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, I-II, quaestio 109, articulus 1, arg. 1).

È un atteggiamento di apertura… ma non di relativismo.

Di rispetto… ma non di confusione.

Nel 1964, in occasione del messaggio Urbi et Orbi, papa Paolo VI (1897-1978) aveva espresso questo stesso concetto con parole simili:

Ogni religione ha in sé bagliori di luce, che non bisogna né disprezzare né spegnere, anche se essi non sono sufficienti a dare all’uomo la chiarezza di cui ha bisogno, e non valgono a raggiungere il miracolo della luce cristiana, che fa coincidere la verità con la vita; ma ogni religione ci solleva alla trascendenza dell’Essere, senza di cui non è ragione per l’esistere, per il ragionare, per l’operare responsabile, per lo sperare senza illusione.
Ogni religione è alba di fede; e noi l’attendiamo a migliore aurora, all’ottimo splendore della sapienza cristiana.

(PAOLO VI, Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua di Risurrezione – domenica 29 marzo 1964)

Parafrasando il papa, se ogni religione è un’alba…

…il cristianesimo è il mezzogiorno.

Non perché noi cristiani siamo «più bravi»

…ma perché, in Cristo, Dio si è fatto carne.

4 • Chi non è cristiano andrà all’inferno?

Prima di chiudere questa paginetta, volevo dedicare un ultimo paragrafo alla domanda quotata 1.01 alla SNAI quando si parla di questi argomenti.

Immaginiamo un aborigeno nato e cresciuto in un villaggio su un’isola sperduta della Papua Nuova Guinea: non ha mai sentito parlare di Gesù, non ha mai letto la Bibbia, non sa cosa sia il battesimo, non gli ha mai citofonato un Testimone di Geova (beato lui!).

Se muore… va in paradiso o all’inferno?

Questa domanda sembra molto “moderna”, molto legata alla sensibilità dei nostri giorni…

…ma in realtà la poneva già Dante Alighieri (1265-1321) nella Divina Commedia:

[…] Un uom nasce a la riva
de l’Indo
, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;

e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.

Muore non battezzato e sanza fede:
ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
ov’ è la colpa sua, se ei non crede?

(DANTE ALIGHIERI, Paradiso XIX, v.70-78)

Ovviamente, se una persona muore senza conoscere Cristo, non può essere colpevole di non averlo scelto!

E Dio – che è buono e giusto – non condanna qualcuno per qualcosa che non dipende dalla sua libertà.

Non a caso, la Chiesa nel Catechismo dice che:

Ogni uomo che, pur ignorando il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, cerca la verità e compie la volontà di Dio come la conosce, può essere salvato. È lecito supporre che tali persone avrebbero desiderato esplicitamente il Battesimo, se ne avessero conosciuta la necessità.

(Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1260)

Bene.

Alziamo l’asticella della domanda.

E se qualcuno invece ha sentito parlare di Gesù nell’arco della sua vita, ma non si è mai convertito… che succede quando muore?

In questo caso, le opinioni tra i cristiani divergono — e spesso purtroppo tendono a polarizzarsi:

  • da un lato c’è chi sostiene che, se una persona ha avuto la possibilità di conoscere Gesù nell’arco della sua vita e non ha scelto di seguirlo, allora la sua sorte dopo la morte è segnata: l’inferno;
  • dall’altro c’è chi liquida tutto con un atteggiamento petaloso: «l’importante è essere una brava persona — se si è comportato bene, andrà in paradiso, stai tranquillo! Anche perché, diciamocelo, una religione vale l’altra… non darei tutta questa importanza a Gesù!».

Chi ha ragione?

Come si risponde agli uni e agli altri?

teste dure

Partiamo dai primi.

Le persone che dicono che «chi ha sentito parlare di Gesù nell’arco della sua vita e non si è mai convertito, va all’inferno» mi mettono un po’ di tristezza.

Chi sostiene questa tesi, poggia la sua convinzione su versetti come:

Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.
(Marco 16,16)

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio
(Giovanni 3,18)

Ora, tralasciando il fatto che estrapolare versetti dal Vangelo per farsi un’idea sul giudizio finale delle persone non è un modo corretto di fare teologia (è una fallacia logica, e si chiama cherry picking)…

…quello che mi lascia perplesso è questo: chi sostiene questa tesi crede davvero che per annunciare il Vangelo a qualcuno sia sufficiente parlargli cinque minuti di Gesù, e poi se non crede sono fatti suoi?

O che basti taggare qualcuno in un post su Facebook con un versetto delle Scritture e un’emoji di una colomba?

O che basti lasciargli un bigliettino con scritto «Gesù ti ama» sotto il tergicristallo della macchina?

Non so.

Io credo che – quando si parla di un tema così delicato – occorra tenere in considerazione che la persona non credente che sente parlare di Gesù:

  • proviene da un determinato contesto culturale: magari viene da una famiglia di invas-atei in cui la Chiesa è sempre stata considerata «il Nemico», in cui il nome di Gesù veniva pronunciato solo per bestemmiare — e nessuno gli ha mai dato la possibilità di farsi un’idea propria;
  • ha una sua storia personale: forse ha ricevuto una testimonianza infelice in un ambiente decchiesa – magari non necessariamente uno scandalo sessuale, ma a volte un prete freddo e distaccato, o una famiglia bigotta, o esempi simili possono lasciare segni nel tempo;
  • ha nel cuore tante domande che nessuno ha mai preso sul serio: forse ha dubbi genuini, cerca risposte vere, ma ogni volta che ha provato ad aprirsi si è sentito rispondere con frasi fatte o con un imbarazzante silenzio;
  • non ha mai sentito qualcuno che le annunciasse il Vangelo in modo bello: come dicevo sopra, forse questa persona ha anche sentito parlare di Gesù… ma da parte di persone tiepide e noiose, e non ha avuto la fortuna di imbattersi nei testimoni che hai incontrato tu che stai leggendo, o io che sto scrivendo… o magari sei proprio tu la persona che le sta parlando di Dio in modo noioso, moralista, respingente (ognuno si faccia un serio esame di coscienza su questo punto!)

Ovviamente, solo Dio conosce i cuori delle persone… e solo a Lui spetta il giudizio finale… ma dall’alto del mio nulla, penso che in molti di questi casi si possa parlare di «ignoranza invincibile» (il termine «ignoranza invincibile» indica quella condizione in cui una persona non è riuscita a conoscere la verità del Vangelo nonostante la buona volontà — non per pigrizia, rifiuto ostinato o malafede, ma per ragioni che andavano al di là delle sue possibilità. Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n.1793 afferma chiaramente che «se l’ignoranza è invincibile, o il giudizio erroneo è senza responsabilità da parte del soggetto morale, il male commesso dalla persona non può esserle imputato»).

Insomma.

Prima di sbilanciarmi sulla «dannazione eterna» di chi non ha formalmente accolto il Vangelo durante la propria vita, ci andrei molto molto cauto…

…perché magari una persona potrebbe non averlo accolto formalmente, ma (per grazia di Dio) forse sostanzialmente.

Che significa questo?

Se ci si può salvare senza riconoscere la regalità e la signoria di Cristo… allora che bisogno c’è di Lui? (su questo, cfr. anche FRANCO NEMBRINI, nel suo commento a DANTE ALIGHIERI, Paradiso, Mondadori, Milano 2021, p.451).

Non sarebbe più onesto dire che Dio salva le persone sulla base dell’esercizio della loro buona volontà — senza tutte queste fregnacce dell’Incarnazione, della Croce, della Resurrezione?

metodo kebab

La risposta è no (e già lo dicevo nei precedenti paragrafi).

La salvezza non è un premio che Dio assegna «a chi ha fatto tutti i compiti».

La salvezza è stare in una relazione.

È vita condivisa con Dio.

È — come diceva Paolo — essere «innestati» in Cristo come un ramo su un olivo (cfr. Romani 11,16-24).

Però – come dicevo sopra – bisogna tenere insieme TUTTE le parole della Scrittura, e non solo alcune…

…e, come ha detto Gesù a Nicodemo, «il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Giovanni 3,8)…

…ovvero – parafrasando – la grazia di Dio a volte, misteriosamente, per motivi che a noi non è dato sapere, opera anche all’infuori dei confini visibili della Chiesa cattolica.

A tal proposito, prima di chiudere il paragrafo, vorrei soffermarmi sulla descrizione da parte di Gesù del giudizio finale:

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». Anch’essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me». E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

(Matteo 25,31-46)

Le parole di Gesù sono di una profondità vertiginosa…

…ma qui vorrei soffermarmi solo su un dettaglio: i giusti non sapevano di aver incontrato Cristo.

Non lo hanno riconosciuto.

Gli chiedono: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato, assetato, straniero, nudo, malato…?»

Eppure vengono accolti (poche righe prima nello stesso capitolo, nella parabola delle vergini stolte, Gesù descrive l’immagine speculare: persone che credevano di conoscerlo, a cui risponde: «In verità vi dico: non vi conosco», cfr. Matteo 25,11-12).

Il criterio del giudizio, dunque, non è la conoscenza formale di Gesù.

È «lo avete fatto a me».

Ovvero: avete amato? Avete servito? Avete riconosciuto il volto di Dio nel volto del povero, dello straniero, del malato?

Chi lo ha fatto — sapendolo o no — è stato strumento della grazia di Dio… e ha incontrato Cristo.

Chi non lo ha fatto — anche se conosce tutta la teologia, il catechismo e la Summa Theologiae a memoria — non lo ha mai davvero conosciuto.

Badate bene: questo non è relativismo (io odio il relativismo).

È il contrario.

È la pretesa assoluta di Cristo, portata fino alle estreme conseguenze.

Gesù non dice che tutte le strade sono uguali…

…dice che al momento del giudizio, sarà Lui a riconoscere chi lo ha cercato — anche senza saperlo.

Conclusione

Nel suo celebre libro Il cristianesimo così com’è, lo scrittore, saggista e teologo britannico Clive Staples Lewis (1898-1963) scriveva queste righe – che penso cadano a fagiolo come conclusione di questa pagina del blog:

Mi hanno chiesto di dirvi che cosa credono i cristiani, e comincerò con una cosa che i cristiani non sono tenuti a credere.
Se sei cristiano non sei tenuto a credere che tutte le altre religioni siano sbagliate da cima a fondo.
Se sei ateo, devi credere per forza che il nocciolo di qualsiasi religione sia un errore madornale.
Se sei cristiano, sei libero di pensare che tutte le religioni, anche le più strane, contengano almeno un barlume di verità.
Quando io ero ateo doevo cercare di convincermi che la maggior parte del genere umano si fosse sempre ingannato sul punto che più gli importava; quando divenni cristiano fui in grado di adottrae una visione più liberale.
Ma va da sé che essese cristiani significa ritenere che là dove il cristianesimo differisce da altre religioni, il cristianesimo ha ragione e le altre torto.
È come in aritmetica: in un problema aritmetico la soluzione giusta è una sola, e tutte le altre sono sbagliate; ma alcune di esse si avvicinano a quella giusta molto più di altre.

(CLIVE STAPLES LEWIS, Il cristianesimo così com’è, Adelphi, Milano 2011, p.61)

Detto in altri termini: il cristianesimo non è un bunker antiatomico, sigillato rispetto «all’esterno»; noi cristiani non crediamo che fuori dai confini visibili della Chiesa non cresca nulla di buono.

Al contrario — parafrasando un pensiero di Giovanni Paolo II (1920-2005) — il cristianesimo è un centro di gravità verso cui tutto ciò che è autentico, ovunque si trovi, tende naturalmente:

[La Chiesa] serve il Regno diffondendo nel mondo i “valori evangelici”, che del Regno sono espressione e aiutano gli uomini ad accogliere il disegno di Dio. È vero, dunque, che la realtà incipiente del Regno può trovarsi anche al di là dei confini della Chiesa nell’umanità intera, in quanto questa viva i “valori evangelici” e si apra all’azione dello Spirito che spira dove e come vuole (cfr. Gv 3,8); ma bisogna subito aggiungere che tale dimensione temporale del Regno è incompleta, se non è coordinata col Regno di Cristo, presente nella Chiesa e proteso alla pienezza escatologica.

(GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Redemptoris missio, 20)

sale

(Primavera 2026)

Fonti/approfondimenti

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