1 • Le fallacie logiche… e la fede cristiana
Le fallacie logiche sono errori all’interno di un ragionamento.
Sono argomentazioni che sembrano corrette, ma che in realtà non lo sono…
…non perché le conclusioni siano necessariamente false, ma perché il modo in cui si passa dalle premesse alla conclusione è scorretto.
Detto in parole più povere: una fallacia logica è quando qualcuno ti convince “barando” (anche senza rendersene conto).
Quel qualcuno magari usa un ragionamento che «suona bene», che fila, che ti dà l’impressione di essere sensato…
…ma in realtà – se lo si esamina con più attenzione – c’è qualcosa che non torna.
Ancora non è chiaro? Proviamo a chiarire con qualche esempio.
Vi è mai capitato che qualcuno vi dicesse cose tipo:
- «Un mio amico ha mangiato sushi ed è stato male tutta la notte… l’ho sempre detto che il sushi non è sano!»
- «O accetti questa soluzione, oppure il problema non si risolverà mai!»
- «Tutti quelli che criticano questa persona sono ignoranti… se fossero intelligenti, sarebbero d’accordo!»
- «Quell’attore famoso ha detto che al prossimo referendum voterà così! Se lo dice lui, mi fido!»
Se avete riconosciuto tutte e quattro le fallacie nascoste in questi esempî, non avete bisogno di proseguire oltre con la lettura di questa pagina.
Se invece c’è qualcosa che vi ha lasciato perplessi… proseguiamo! 🙃
Le frasi che ho scritto qui sopra, nel contesto giusto, magari possono convincere il vostro interlocutore, o farvi guadagnare l’applauso dell’uditorio che avete davanti…
…eppure, in ciascuna di esse, c’è qualcosa che non torna nel modo di ragionare.
Ora.
Se il discorso è un po’ più chiaro, forse qualcuno di voi potrebbe dire: «Ok Sale! Sembra tutto molto interessante… ma che c’entra tutto questo con l’apologetica, con la Chiesa e con le cose cristiane di cui parli nel blog?»
C’entra perché — non so voi, ma a me è successo spesso — discutendo con amici non credenti, agnostici, atei moderati, invasatei militanti inc🍆zzati neri contro la Chiesa – di sentirmi rivolgere obiezioni di questo tipo:
- «Che pecoroni i cattolici: obbedendo al Papa cadono nella fallacia logica dell’appello all’autorità! Se dici che qualcosa è vero solo perché lo dice qualcuno di autorevole, sei un fagiano!»
- «Come puoi credere a quello che dice la Chiesa sulla morale sessuale? I preti sono degli anaffettivi repressi… e infatti spesso commettono abusi sui minori!»
- «Hai mai notato che i paesi più religiosi del mondo sono anche i più poveri e arretrati! Mi sembra palese che la religione causi povertà e ignoranza!»
- «Ma lo sai che credere a qualcosa perché lo hanno sempre creduto tutti è solo una tradizione, non un argomento?»
- «O credi nella scienza o credi in Dio. Non puoi essere un vero scienziato e credere alle favole!»
- «Quelle sono idee di 2000 anni fa! Oggi siamo nel terzo millennio, siamo evoluti, quelle credenze sono superate!»
- «Voi cattolici credete in un vecchietto con la barba bianca seduto sulle nuvole… come fate a essere così ingenui? La Bibbia più che un testo sacro è un libro fantasy!»

A volte queste accuse sono delle palesi scempiaggini.
Altre volte sono obiezioni giuste, ma poste in modo sbagliato e/o assolutizzato.
A che serve allora conoscere le fallacie logiche?
- se siamo NOI ad utilizzarle: a smettere di farlo, perché invece di usare argomenti solidi per supportare le nostre tesi, stiamo ricorrendo a scorciatoie, che lì per lì magari ci possono anche far sembrare più furbi, ma ci fanno solo girare a vuoto;
- se qualcun ALTRO le utilizza contro di noi: a non cadere in queste “trappole” e non farci intortare dagli altri.
Questo vale in ogni ambito della vita, che si parli di:
- geopolitica
- economia
- scienza
- religione
- vita quotidiana
- etc.
L’identificazione delle fallacie allora diventa essenziale per sviluppare un pensiero critico e per valutare rigorosamente la qualità degli argomenti – nostri o degli altri -, che si tratti del dibattito pubblico o di una conversazione con amici non credenti che ci vogliono “mettere alle strette”.
Imparare a riconoscere le fallacie logiche ci rende più “difficili da fregare” e ci aiuta a difendere le nostre idee in modo più efficace.
Detto questo.
Nei prossimi paragrafi, vorrei fare una rapida carrellata di quelle che – secondo me – sono le fallacie logiche più importanti – che chiunque dovrebbe conoscere.
(Per non fare un torto a nessuna fallacia, procederò in ordine alfabetico)
2 • L’appello all’autorità
L’appello all’autorità (argumentum ab auctoritate) è quella fallacia logica che consiste nel ritenere vera un’affermazione solo perché proviene da qualcuno considerato autorevole, senza valutare le prove o i ragionamenti che la sostengono.
Nel primo paragrafo facevo questo esempio:
«Quell’attore famoso ha detto che al prossimo referendum voterà così! Se lo dice lui, mi fido!»
In che consiste la fallacia qui?
L’errore sta nel sostituire le ragioni con la notorietà: il fatto che una persona sia famosa non rende automaticamente valida la sua opinione su un tema complesso come un referendum.
A questo punto – se siete stati attenti – qualcuno di voi potrebbe citare un altro esempio che ho fatto nel precedente paragrafo… ossia:
«Che pecoroni i cattolici: obbedendo al Papa cadono nella fallacia logica dell’appello all’autorità!»
Ma è possibile?
L’obbedienza che i cattolici devono al Papa è una fallacia logica?
Come si può rispondere a questa obiezione?
La risposta è molto semplice: obbedire a un’autorità non significa cadere AUTOMATICAMENTE nella fallacia logica dell’«appello all’autorità»…

Purtroppo, nell’epoca in cui viviamo, abbiamo un po’ tutti un bias per cui connotiamo negativamente la parola «autorità».
Ma la parola «autorità» non è una parolaccia.
Anzi, come scriveva saggiamente lo scrittore, saggista e teologo brittanico Clive Staples Lewis (1898-1963):
Non lasciatevi spaventare dalla parola autorità. Credere una cosa in base a un’autorità significa soltanto crederla perché ce l’ha detta qualcuno che riteniamo degno di fede. Il novantanove per cento delle cose che crediamo le crediamo sull’autorità altrui.
Io credo che esista una città chiamata New York.
Personalmente non l’ho mai vista, e non potrei dimostrarne l’esistenza con un ragionamento astratto. Ci credo perché persone degne di fede mi hanno detto che esiste. L’uomo comune crede al sistema solare, agli atomi, all’evoluzione, alla circolazione del sangue in base a un’autorità – perché lo dicono gli scienziati. Ogni affermazione storica viene creduta in base all’autorità. Nessuno di noi ha visto la conquista normanna o la sconfitta dell’Armada spagnola. Nessuno sarebbe in grado di dimostrarle per logica pura, come si dimostra un teorema geometrico.
Crediamo a queste cose semplicemente perché persone che le hanno viste hanno lasciato scritti che ce ne parlano: ci crediamo, insomma, in base a un’autorità.
Chi si inalberasse contro l’autorità in altri campi, come alcuni fanno in materia religiosa, dovrebbe accontentarsi di non sapere nulla per tutta la vita.
(CLIVE STAPLES LEWIS, Il cristianesimo così com’è, Adelphi, Milano 1997, p.91)
Si cade nella fallacia logica dell’appello all’autorità SOLO quando l’autorità viene usata come UNICA giustificazione della verità di una proposizione.
Detto in altre parole, l’appello all’autorità è fallace quando si dice «è vero perché lo dice lui/lei» E BASTA — senza portare altri argomenti o prove – e soprattutto quando quella persona non ha competenza specifica sulla questione.
Facciamo degli esempi concreti.
Quando dico che:
- l’O.M.S. ha raccomandato il vaccino contro il CoViD-19;
- Alessandro Barbero sostiene che Carlo Magno non sapeva leggere;
- papa Pio IX ha proclamato l’Immacolata Concezione di Maria come dogma di fede;
…in tutti questi casi non sto cadendo nella fallacia dell’appello all’autorità (*).
(*) (Ebbene sì, si possono usare le fallacie logiche in modo fallace!)
Perché?
Perché mi sto fidando di autorità che hanno una competenza riconosciuta nel loro specifico ambito:
- l’O.M.S. in materia di salute pubblica: gli studi clinici hanno dimostrato una riduzione significativa dei ricoveri in terapia intensiva dopo il vaccino (sebbene la questione dei vaccini contro il CoViD sia molto spinosa, e non priva di “zone d’ombra” e ingerenze politiche);
- Alessandro Barbero in materia di storia medievale: la sua affermazione si basa sulle fonti storiche dell’epoca e sulla biografia di Eginardo;
- il Papa in materia di fede e morale cristiana: la definizione dei dogmi è sempre avvenuta in continuità con la Tradizione apostolica e il Magistero della Chiesa.
Questo è esattamente ciò che facciamo ogni santo giorno in mille ambiti della nostra vita: ci fidiamo di chi ne sa più di noi, quando la sua competenza è verificabile e riconosciuta.
Poi, certo, bisogna mantenere lo spirito critico.
Anche le autorità possono sbagliare — o possono uscire dal loro campo di competenza.
Alessandro Barbero – quando esce fuori dal suo ambito di studî – dice tante scempiaggini.
Papa Francesco – in tante interviste e botta-e-risposta improvvisati – ha detto un discreto numero di frasi fuffose e petalose che non mi sentirei di inserire nel Magistero della Chiesa.
E per quanto riguarda l’O.M.S., io mi sono fidato dell’O.M.S. quando si è trattato di vaccinarmi contro il CoViD, perché si trattava di una questione medico-scientifica su cui l’organizzazione ha competenza…
…ma ritengo che l’O.M.S. abbia detto delle putt🌈nate sesquipedali riguardo all’ideologia gender, perché lì non stiamo più parlando di medicina, ma di antropologia, filosofia e — chiamiamo le cose per nome — ideologia (per chi volesse approfondire, lo rimando alla pagina del blog in cui parlo di transizioni di genere, bloccanti della pubertà ed altre amenità).
Insomma.
A costo di ripetermi.
Ci troviamo di fronte alla fallacia logica dell’appello all’autorità quando si usa l’autorità di qualcuno IN MODO SCORRETTO per chiudere la discussione.
Ad esempio:
- «Stephen Hawking ha detto che Dio non esiste, quindi è così!»;
- «Il mio dentista dice che i vaccini sono inutili, e lui è un dottore!»;
- «Il premio Nobel per la letteratura Dario Fo ha sostenuto quella teoria del complotto, quindi ci sarà del vero!»;
- «Mia zia è professoressa di filosofia da vent’anni e dice che il riscaldamento globale è una bufala!»
- «Pasolini criticava la società dei consumi, quindi chi compra all’Ikea è un conformista!»;
- «Elon Musk ha affermato che l’intelligenza artificiale ci sterminerà, e lui è un genio!»
2.1 • L’appello alla modernità
L’appello all’autorità può essere declinato in varî modi.
Una variante – ad esempio – è l’appello alla modernità.
L’appello alla modernità (argumentum ad novitatem) è quella fallacia logica per cui si assume che ciò che è nuovo è AUTOMATICAMENTE vero o migliore:
- «Oggi siamo moderni, mica come i primitivi che credevano nei miti!»;
- «Quelle sono idee di 2000 anni fa! Viviamo nel terzo millennio, siamo evoluti, quelle credenze sono superate!»
- «I nostri nonni facevano durare i loro matrimoni per sempre! Poverini, non sapevano niente di psicologia! Oggi siamo più consapevoli e siamo liberi di divorziare quando vogliamo!» (*)
- «I nonni crescevano i figli senza psicologi e guardate quanti problemi hanno i nostri genitori! Per fortuna oggi siamo più informati!» (*)
- «I latini non sapevano neanche cos’è l’elettricità, figuriamoci se possono insegnarci qualcosa sulla vita!»
- «Le virtù cardinali? Roba medioevale! L’unica cosa che vale la pena allenare oggi è l’intelligenza emotiva!»
(*) (E infatti si vedono i risultati…)
Peccato che ciò che è nuovo non è automaticamente vero, né migliore.
Né da un punto di vista logico, né da un punto di vista storico.
2.2 • L’appello alla tradizione
La fallacia logica speculare alla precedente è l’appello alla tradizione.
L’appello alla tradizione (argumentum ad antiquitatem) è quella fallacia che si presenta quando qualcuno sostiene che qualcosa è vero o giusto semplicemente perché «si è sempre fatto così», oppure quando si rifiuta qualcosa semplicemente perché è una novità o un cambiamento.
Peccato che – specularmente al caso precedente – ciò che è antico non è automaticamente vero, né migliore.
Né da un punto di vista logico, né da un punto di vista storico.
Disclaimer: una tradizione non è una prova automatica di verità, questo è vero… ma non è neppure automaticamente priva di valore razionale.
Il fatto che una pratica, un’idea o una credenza sia sopravvissuta per secoli può indicare che ha retto alla prova del tempo, che generazioni di persone intelligenti l’hanno esaminata e trasmessa, che ha dimostrato la sua utilità o validità.
La vera domanda da porsi è: questa tradizione ha delle ragioni valide a suo sostegno?
O come diceva Chesterton: «Prima di abbattere un muro, chiediti perché è stato costruito!»
3 • L’argomento «ad hominem»
L’argomento «ad hominem» (argumentum ad hominem) è quella fallacia logica che consiste nell’attaccare la persona che sostiene una tesi invece di confutare la tesi stessa.
La struttura della fallacia potrebbe essere più o meno questa:
«Certo che parli così tu! Ma guarda chi sei! Non hai nessuna credibilità in quanto XXX!»
…declinata a seconda dell’interlocutore che si ha davanti:
- «Non puoi parlare di morale tu che sei divorziato!»
- «Non puoi pronunciarti sull’aborto tu che sei un uomo!»
- «Tu che vieni dall’Africa non puoi insegnarci come si governa un paese!»
- «Sei troppo vecchio per capire come funziona il mondo oggi!»
- «Sei troppo giovane, che ne sai tu della vita?»
- «Facile parlare di povertà quando vivi in una villa!»
- «Non hai figli, quindi non puoi capire cosa significa educare!»

3.1 • «Nessun vero scozzese»
Una variante di fallacia «ad hominem» è la cosiddetta fallacia del «nessun vero scozzese» (no true scotsman).
Per presentarvela, rubo le parole al filosofo britannico Antony Flew (1923-2010):
Immaginiamo Hamish McDonald, uno scozzese, seduto a leggere il suo Glasgow Morning Herald, che vede un articolo intitolato «Lo stupratore di Brighton colpisce ancora».
Hamish è sconvolto e dichiara che «Nessuno scozzese potrebbe mai fare una cosa del genere».
Il giorno dopo è di nuovo seduto a leggere il Glasgow Morning Herald; e questa volta trova un articolo su un uomo di Aberdeen le cui azioni rendono al confronto lo stupratore di Brighton un gentiluomo.
Questo mostra che l’opinione di Hamish era sbagliata, ma lui lo ammetterà?
Probabilmente no.
Questa volta dirà: “Nessun vero scozzese potrebbe mai fare una cosa del genere”.
(ANTONY FLEW, Thinking About Thinking: Do I Sincerely Want to Be Right?, Londra, Collins Fontana, 1975)
Nell’esempio riportato da Flew, Hamish sta spostando continuamente i paletti della definizione di «scozzese» per evitare di ammettere che la sua tesi iniziale è sbagliata.
Ogni volta che un controesempio dimostra che la sua affermazione è falsa, lui aggiunge un nuovo requisito («vero scozzese») per escludere quel caso particolare.
È un modo subdolo per proteggere le proprie convinzioni senza mai metterle veramente alla prova.
3.2 • L’avvelenamento del pozzo
Un’altra variante particolarmente insidiosa dell’argomento ad hominem è l’avvelenamento del pozzo (poisoning the well).
Questa fallacia consiste nello screditare preventivamente un interlocutore prima ancora che possa esprimere le sue argomentazioni, in modo da far sì che qualsiasi cosa dirà venga automaticamente considerata inaffidabile:
- «Prima di ascoltare il prossimo relatore, sappiate che è finanziato dall’industria farmaceutica X!»
- «Non credete a quello che dirà: è un noto complottista che vede cospirazioni ovunque!»
- «Ascoltatelo pure, ma tenete presente che vota [a sinistra] / [a destra]!»
- «Ciò che state per sentire esce dalla bocca di una persona che ha sempre odiato la nostra comunità!»
Questa tecnica è particolarmente subdola perché scredita l’interlocutore senza nemmeno entrare nel merito delle sue argomentazioni.
In ambito ecclesiastico, esempî calzanti potrebbero essere questi:
- «Dice che le donne non possono diventare sacerdoti? Chiaramente ha un problema irrisolto con la figura femminile!»
- «Difende la morale tradizionale sul matrimonio? Mmmh, dev’essere represso sessualmente!»
- «Propone un’apertura pastorale? È solo un relativista che vuole distruggere la Chiesa dall’interno!»
- «Ha una visione conservatrice? Evidentemente ha problemi affettivi irrisolti con l’autorità paterna!»
In questo modo, qualsiasi cosa l’interlocutore dirà successivamente sarà vista sotto la lente della presunta “diagnosi”, e non sarà più presa sul serio.
Il «pozzo» è stato avvelenato preventivamente.
Potrebbe sembrare una strategia comunicativa “innovativa”, ma in realtà l’avvelenamento del pozzo è molto più vecchio di quanto si pensi.
A titolo di esempio, vi riporto uno stralcio che John Henry Newman (1801-1890) ha scritto nell’800:
Sono in guerra con lui; ma esiste una cosa che si chiama guerra lecita: la guerra ha le sue leggi; ci sono cose che si possono fare e cose che non si possono fare. Lo dico con vergogna e profondo dolore: egli ha tentato qualcosa di veramente disonesto; ha tentato (potrei dire così) di avvelenare i pozzi.
[…] Quello su cui insisto qui è l’indegno tentativo [del mio accusatore], nelle pagine conclusive, di togliermi il terreno sotto i piedi – di avvelenare in anticipo l’opinione pubblica contro di me, John Henry Newman, e di far nascere nell’immaginazione dei miei lettori il sospetto e la diffidenza verso tutto quello che io potrei dire nel rispondergli.
Questo, per me, è avvelenare i pozzi.
(JOHN HENRY NEWMAN, Apologia pro vita sua, Paoline, Milano 2015, p.122)
(Post scriptum: a voler essere precisi, l’avvelenamento del pozzo e l’argomento «ad hominem» sono tecnicamente due fallacie distinte; ho scelto di accorparle in un unico paragrafo perché condividono una radice comune: entrambe sono strategie di depistaggio che, invece di confutare una tesi nel merito, spostano l’attenzione sulla persona che la sostiene, cercando di screditarla. La differenza principale sta nel momento in cui avviene l’attacco. L’ad hominem è una reazione a un’affermazione già espressa: qualcuno dice qualcosa, e solo a quel punto l’interlocutore lo attacca per minarne la credibilità. L’avvelenamento del pozzo, invece, è un attacco preventivo: si scredita l’avversario prima ancora che apra bocca, «avvelenando» anticipatamente qualsiasi cosa dirà, rendendola poco credibile agli occhi del pubblico.)
Un esempio di avvelenamento del pozzo molto utilizzato negli ultimi tempi è quello che ho sentito chiamare patologizzazione del dissenso:
- «Sei omofobo!»
- «Sei transfobico!»
- «Sei islamofobo!»
- «Sei xenofobo!»
- «Sei aporofobico!» (la paura per la povertà e per i poveri)
Nove volte su dieci (*), le persone utilizzano queste parole a sproposito.
(*) (Disclaimer: con questo non voglio dire che non esistano persone che discriminano i musulmani, le persone omosessuali, le donne o chiunque altro: esistono, eccome, e sono episodi molto tristi e spiacevoli. Ma – per favore – impariamo a distinguere i casi!)
Il problema di questa «fabbrica delle fobie» è sottile: quando si utilizzano espressioni simili, non è più necessario confutare il dissenso; è sufficiente «diagnosticarlo».
L’opinione dell’avversario non viene più discussa — viene patologizzata.
Non hai torto: «sei malato».
Non sei in disaccordo: «sei un mostro».
In questo modo, chiunque osi esprimere una posizione scomoda può essere liquidato con un’etichetta, senza bisogno di rispondere nel merito.
4 • L’argomento fantoccio
Siamo arrivati a quella che probabilmente è la fallacia che ho nominato più spesso qui sul blog.
In che consiste?
L’argomento «fantoccio» (straw man argument) è quella fallacia logica che consiste nel distorcere o semplificare eccessivamente la tesi dell’avversario per renderla più facile da attaccare, invece di confrontarsi con ciò che è stato realmente sostenuto.
Gli esempî si sprecano… e se ne possono fare per ogni schieramento:
- qualcuno parla del fatto che le politiche migratorie dovrebbero essere più umane… e qualcun altro ribatte: «Ah, quindi secondo te dovremmo aprire le frontiere a chiunque senza controlli?»;
- al contrario, qualcuno parla del fatto che bisogna considerare la sostenibilità dei flussi migratori rispetto alle risorse disponibili e alla sicurezza nazionale… e qualcun altro replica: «Ah, quindi secondo te non dovremmo fare entrare nessuno in Italia, neanche chi ha un reale bisogno di aiuto?».
Oppure:
- qualcuno dice che non bisogna essere troppo severi con i bambini… e qualcun altro risponde: «Stai dicendo che vorresti che i bambini crescano senza disciplina, viziati e senza confini?»;
- al contrario, qualcuno dice che «ogni tanto, uno schiaffo ci vuole»… e qualcun altro ribatte che «Ah, quindi vorresti che i bambini venissero presi a sberle dalla mattina alla sera e sculacciati con una cinghia di cuoio come si faceva un tempo?» (*).
(*) (Su questo tema spinoso, vi rimando a quest’altra pagina del blog)
Neanche a dirlo, l’argomento fantoccio è una delle fallacie logiche più usate per attaccare i cristiani o la Chiesa:
- un cristiano parla di Dio… e qualcuno ribatte: «Voi cattolici credete in un vecchietto con la barba bianca seduto sulle nuvole… come fate a essere così ingenui? La Bibbia più che un testo sacro è un libro fantasy!»;
- un cattolico esprime una posizione sulla morale sessuale… e qualcuno replica: «Voi cattolici odiate il sesso e il corpo! Siete repressi e vorreste che tutti vivessero come monaci medievali!»;
- un cristiano parla dell’importanza del perdono… e qualcuno controbatte: «Quindi secondo te va bene tutto? Forse vorresti che gli stupratori e gli assassini fossero liberati dalle carceri e lasciati liberi?»;
- un cattolico difende la compatibilità tra fede e ragione… e qualcuno obietta: «Ma come fai a dire questo? La Chiesa è sempre stata contro la scienza! Fino al Medioevo credeva che la Terra fosse piatta! E ha condannato a morte Galileo!» (*);

(*) (Click qui per la pagina «Perché l’inquisizione ha condannato Galileo Galilei?» e click qui per la pagina «Il processo a Galileo Galilei (2-3 cose che ho scoperto)»)
5 • Il cherry picking
L’espressione inglese cherry picking (letteralmente: «raccolta delle ciliegie») indica quella fallacia logica che consiste nel selezionare solo i dati o le prove che supportano la propria tesi, ignorando deliberatamente tutto ciò che la contraddirebbe.
Non so perché è stato scelto questo nome… ma l’idea è quella di un raccoglitore di ciliegie, che sceglie solo i frutti più belli e instagrammabili, lasciando sul ramo quelli ammaccati.
Facciamo come al solito qualche esempio:
- «Come puoi credere a quello che dice la Chiesa sulla morale sessuale? I preti sono degli anaffettivi repressi… e infatti spesso commettono abusi sui minori!»
- «La scienza ha dimostrato che i miracoli non esistono perché non possiamo riprodurli in laboratorio!»
- «Guarda quanti scandali finanziari ci sono stati in Vaticano! Mi sembra lampante che la Chiesa sia una mafia che si è strutturata in una religione!»
- «I cristiani predicano l’amore, ma poi hanno fatto le Crociate e l’Inquisizione!»
Cosa ci sarebbe di sbagliato in queste frasi?
Nel primo caso, il cherry picking consiste nel prendere come esempî i soli casi di preti abusanti (che, per carità, esistono ed è una cosa gravissima), ignorando completamente la maggioranza silenziosa di sacerdoti che vive seguendo il Vangelo.
Nel secondo esempio “scientifico”, ci si dimentica che la riproducibilità in laboratorio è un criterio valido per ALCUNE tipologie di fenomeni, ma non è l’unico criterio di indagine della scienza. Tanto per dire: anche il Big Bang non è riproducibile in laboratorio, e neanche l’estinzione dei dinosauri, e neanche l’evoluzione delle specie… eppure tutte queste cose sono oggetto di studio scientifico (per chi volesse approfondire, lo rimando a quest’altra pagina del blog).
Per il terzo e quarto esempio, lascio a voi il “compito a casa” di cercare di capire perché si tratta di casi di cherry picking.
5.1 • Correlazione non significa causalità
Una variante particolarmente insidiosa del cherry picking è la fallacia del post hoc ergo propter hoc (dal latino «dopo questo, quindi a causa di questo»), che consiste nell’assumere che se due fenomeni sono correlati, allora uno deve essere la causa dell’altro.
In inglese questa fallacia è descritta in modo molto azzeccato con l’espressione «correlation is not causation», ovvero «la correlazione non implica causalità».
Cioè?
Che significa questa frase?
Facciamo un esempio in cui si tira in ballo la religione:
- «Hai mai notato che i paesi più religiosi del mondo sono anche i più poveri e arretrati? Mi sembra palese che la religione causi povertà e ignoranza!»
Questa affermazione ignora completamente una miriade di altri fattori:
- la storia coloniale di alcuni paesi;
- le risorse naturali;
- la stabilità politica;
- i sistemi educativi;
- le guerre;
- etc.
…e, soprattutto, questa affermazione confonde la correlazione con la causalità.
In che senso?
Due fenomeni possono essere correlati per svariate ragioni:
- entrambi sono effetti di una causa comune ignorata (ad esempio: la vendite di gelati e gli annegamenti aumentano insieme non perché il gelato causi annegamenti, ma perché entrambi aumentano d’estate con il caldo);
- la causalità è inversa rispetto a quella ipotizzata (ad esempio: non sono le scarpe da ginnastica costose che rendono bravi nello sport, ma sono gli atleti già bravi che tendono a comprare attrezzatura costosa);
- c’è un bias di selezione nei dati raccolti (ad esempio: se studio solo i pazienti ospedalizzati, potrei concludere erroneamente che una certa malattia è sempre grave, ignorando i casi lievi che non vanno in ospedale);
- oppure – molto semplicemente – due fenomeni possono essere correlati per pura coincidenza.
A proposito di quest’ultimo punto, vi segnalo questo sito buffo che raccoglie correlazioni spurie, cioè correlazioni statistiche reali ma completamente prive di senso causale.
Che significa?
Significa che se andate a vedere i dati, noterete che esiste una correlazione tra:
- l’energia generata dalle biomasse nelle Filippine e il numero di ricerche su Google di «toast all’avocado»(link)
- il numero di film nei quali è apparso Nicholas Cage e il numero di scalate del monte Everest che hanno avuto successo (link)
- la popolarità del nome «William» e il numero di furti nella Carolina del Sud (link)
In questi esempi – così come in tutti gli altri riportati nel sito – esiste una correlazione…
…ma nessuno (*) crederebbe che ci sia un nesso di causalità.

6 • Il falso dilemma
Il falso dilemma (o falsa dicotomia) è quella fallacia logica che consiste nel presentare solo due opzioni come se fossero le uniche possibili, quando in realtà ne esistono molte altre:
- «O sei con noi, o sei contro di noi!»;
- «O accetti questa soluzione, oppure il problema non si risolverà mai!»;
Andando un po’ più nello specifico:
- «O eliminiamo le materie umanistiche dalle scuole e insegniamo unicamente materie S.T.E.M., oppure i nostri studenti non troveranno mai un lavoro!»
- «O compri un’auto elettrica, oppure sei complice del disastro ambientale!»
- «O introduciamo percorsi di educazione all’affettività gender-friendly nelle scuole, oppure i femminicidi non finiranno mai!» (click qui per chi volesse approfondire);
- «O permetti la transizione di genere ai minori, oppure le persone trans si suicideranno!» (click qui per chi volesse approfondire);

Declinata in un ipotetico confronto con il solito amico non credente, questa fallacia potrebbe assumere queste forme:
- «O credi nella scienza o credi in Dio! Non puoi essere un vero scienziato e credere alle favole!»
- «O la Chiesa accetta tutto quello che dice il mondo moderno sulla sessualità, oppure è una repressa medievale che odia il corpo!»
- «O sei progressista e aperto al cambiamento, o sei un tradizionalista retrivo che vuole tornare al Medioevo!»
- «O la Chiesa si adegua ai tempi e cambia la sua dottrina, oppure è destinata a morire e scomparire!»
- «O sei tollerante e accetti qualsiasi stile di vita, oppure sei un omofobo bigotto pezzo di merda!»
Qual è il problema della fallacia del falso dilemma?
Il problema è che la realtà è (quasi) sempre più complessa di un semplice «bianco o nero».
Come si risponde dunque a questa fallacia?
Si risponde rifiutando le premesse e mostrando che esistono altre opzioni:
- «Scienza e fede non si escludono: migliaia di scienziati credenti lo dimostrano, da Mendel a Lemaître, passando per Francis Collins, John Polkinghorne e Jérôme Lejeune!»
- «La Chiesa può discernere: accogliere il bene della modernità (in termini di progresso scientifico, dignità della persona, giustizia sociale, lotta alla povertà) e rifiutare le ideologie contrarie alla natura umana!»
- «Posso rispettare la dignità di ogni persona e amarla, pur non condividendo le sue scelte di vita o la sua visione antropologica!»
- etc.
7 • La generalizzazione indebita
La generalizzazione indebita (o fallacia aneddotica) consiste nel trasformare un’esperienza personale in una legge universale, ignorando tutto il resto.
Rientrano in questa casistica frasi come:
- «Un mio amico ha mangiato sushi ed è stato male tutta la notte… l’ho sempre detto che il sushi non è sano!»
- «Mio cugino fuma una canna al giorno da anni ed è sano come un pesce: la storia che le droghe leggere facciano male è un’esagerazione!»

Applicata alle questioni di fede, si potrebbero citare esempî come:
- «Un mio collega credente mi ha truffato in un affare: i cristiani sono tutti ipocriti che predicano bene e razzolano male!»
- «Un mio conoscente ha pregato per guarire e non è stato guarito: la preghiera è inutile!»
- «Conosco una coppia di cattolici praticanti che ha divorziato dopo 5 anni: il matrimonio cristiano è solo folklore, non funziona più di quello civile!»
- «Ho letto la storia di un ragazzo gay cresciuto in una famiglia cattolica che si è suicidato: la Chiesa odia gli omosessuali e li spinge alla morte!»
Qual è il problema nella generalizzazione indebita?
Il problema è che non sempre un campione è rappresentativo dell’insieme da cui è tratto.
Anzi.
Il più delle volte, in argomentazioni simili i dati vengono sostituiti dalle emozioni che i casi specifici ci suscitano: e così, un singolo episodio diventa «la prova» perché ci ha colpito, perché lo abbiamo vissuto, perché qualcuno ce l’ha raccontato in modo convincente.
Qual è, dunque, la risposta più efficace contro questo tipo di fallacia?
È molto semplice: allargare lo sguardo.
Mostrare che quel caso particolare non rappresenta la realtà complessiva, che esistono milioni di controesempi, che i dati raccontano una storia diversa da quella aneddotica.
8 • La manipolazione semantica
Ho intitolato quest’ultimo paragrafo «manipolazione semantica»…
…ma, ad essere precisi, non esiste una fallacia logica con questo nome.
In ogni caso, nelle prossime righe ho raccolto una serie di scorrettezze dialettiche nelle quali le parole vengono usate in modo “furbetto”.
Si tratta di tecniche che non rendono un ragionamento necessariamente invalido dal punto di vista logico, ma che manipolano la percezione della realtà attraverso la scelta delle parole…
…o per dirla con lo scrittore britannico George Orwell (1903-1950):
Il linguaggio politico […] è concepito per far sembrare vere le bugie e rendere rispettabile l’omicidio, e per dare al vento l’apparenza di solidità.
(Originale: Political language […] is designed to make lies sound truthful and murder respectable, and to give an appearance of solidity to pure wind)
(GEORGE ORWELL, dal saggio Politics and the English Language, contenuto nella rivista Horizon, aprile 1946)
Vediamo alcuni esempi concreti.
8.1 • L’eufemismo
L’eufemismo è l’uso di una parola o di una perifrasi «più gentile», «più presentabile», «più petalosa» per sostituirne una più diretta, immediata o spiacevole.
Come scrivevo sopra: di per sé, l’eufemismo non è una fallacia.

L’eufemismo diventa una fallacia quando occulta o distorce la realtà per manipolare l’ascoltatore e impedirgli di comprendere veramente cosa sta succedendo.
Forse gli esempî che state per leggere potranno urtare la sensibilità di qualcuno… ma a me sembrano manipolazioni semantiche espressioni come:
- «operazione speciale» al posto di «guerra»;
- «interruzione volontaria di gravidanza» al posto di «aborto»;
- «pro choice» al posto di «favorevole all’aborto»;
- «collateral damage» (danno collaterale) al posto di «civili uccisi».
Ripeto a scanso di equivoci: il problema dell’eufemismo non è tanto la gentilezza linguistica, quanto la manipolazione della realtà.
Quando le parole vengono scelte non per descrivere con precisione ciò che accade, ma per nascondere aspetti scomodi o per rendere accettabile ciò che altrimenti risulterebbe problematico.
8.2 • Il linguaggio emotivo
Strettamente collegato all’eufemismo c’è l’uso del linguaggio emotivo (loaded language).
Si verifica quando si sceglie un termine o una perifrasi per suscitare una reazione emotiva o indurre un giudizio morale, anziché per descrivere con precisione la realtà.
In parole povere, è l’esatto opposto dell’eufemismo: invece di addolcire, si esaspera:
- parlare di «invasione» invece di «immigrazione»;
- dire «bigotto» invece di «persona religiosa».
- usare «oscurantista» invece di «conservatore»;
- dare a qualcuno del «fascista» perché non è d’accordo con noi – la parola «fascista» è ormai priva di significato: inizialmente serviva ad identificare un aderente al Partito Nazionale Fascista e alla dittatura che ne è tragicamente conseguita; per estensione, negli ultimi decenni è stata usata per riferirsi alle persone violente di estrema destra (militanti di CasaPound, Forza Nuova, Acca Larenzia). Oggi però la usano le persone di sinistra per riferirsi a un po’ tutte quelle persone (che siano o meno di destra) che non accettano le loro battaglie culturali, le persone di destra per riferirsi alle persone di sinistra che vorrebbero censurare le opinioni scomode dei propri avversari politici, i libertari per riferirsi a chiunque voglia regolamentare qualcosa, e probabilmente domani la userà qualcuno per riferirsi a me perché ho scritto questo paragrafo (*).
(*) (Sull’uso a sproposito della parola «fascismo», vi rimando a quello che ha scritto Pier Paolo Pasolini negli Scritti corsari… ne avevo parlato qui)
Anche qui il problema non è tanto l’uso di parole forti (che a volte sono appropriate), quanto l’uso di termini carichi emotivamente per cortocircuitare il ragionamento critico.
Se dico «solo un mostro potrebbe sostenere questa posizione», non sto argomentando contro quella posizione: sto solo etichettando chi la sostiene come «mostro» per scoraggiare chiunque dal prenderla sul serio.
8.3 • Il rebranding linguistico
Il rebranding linguistico (linguistic reframing) è quella tecnica per cui si cambia il nome a qualcosa per cambiarne la percezione, senza che la sostanza cambi.
In filosofia del linguaggio e semiotica contemporanea se ne parla molto, soprattutto dopo che Orwell ha introdotto il concetto di neolingua.
Un esempio molto semplice che mi viene in mente è tratto dal romanzo distopico Quell’orribile forza dello scrittore britannico Clive Staples Lewis (1898-1963):
È curioso che la parola «esperimento» sia mal accetta, ma non la parola «sperimentale». Non si devono fare esperimenti sui bambini; ma se ai cari ragazzini si offre istruzione gratuita in una scuola sperimentale collegata con l’INCE, andrà tutto benissimo!
(CLIVE STAPLES LEWIS, Quell’orribile forza, Adelphi, Milano 1999)
Qual è il punto?
Il punto è che la sostanza è identica (in entrambi i casi si tratta di «sperimentazioni» sui bambini), ma la percezione cambia completamente cambiando solo l’aggettivo.
Altri esempî di rebranding linguistico possono essere:
- l’utilizzo di «gestazione per altri» al posto di «utero in affitto»;
- parlare di «fine vita» o «morte assistita» invece di «eutanasia»;
Si potrebbero fare altri esempî, ma in realtà in gran parte sono sovrapponibili agli eufemismi di cui abbiamo parlato più sopra.
8.4 • La “demonizzazione” di certe parole
A volte, certe parole assumono una connotazione negativa, non perché siano intrinsecamente negative, ma perché si vuole impedire un certo tipo di ragionamento.
Prendiamo ad esempio la parola «artificiale».
Spesso alle nostre orecchie suona come qualcosa di «cattivo» o di «peggiore» rispetto al «naturale»:
- «pomodoro artificiale» (bleah… non è sano!);
- «coloranti artificiali» (iach… cancerogeni!);
- «dolcificanti artificiali» (meglio lo zucchero vero!);
- «intelligenza artificiale» (mhh… sospetta!).
Negli esempî che ho fatto però, il problema non è «l’artificialità», ma altre questioni “a contorno” dei temi trattati.
Quello che voglio dire è che vorrei spezzare una lancia a favore della parola «artificiale».
In moltissimi casi infatti, le cose artificiali sono fatte meglio di quelle naturali:
- un ponte è artificiale;
- la medicina è artificiale;
- un violino è artificiale;
- gli occhiali sono artificiali;
- un libro è artificiale;
- l’acqua potabile che abbiamo nei nostri rubinetti è artificiale;
- le scarpe sono artificiali;
- il riscaldamento nelle nostre case è artificiale;
- la ruota è artificiale;
- la scrittura è artificiale;
- un aereo è artificiale;
- l’elettricità è artificiale;
- una casa è artificiale.
Cosa dovremmo fare per combattere l’artificialità? Tornare a vivere nelle caverne e mangiare bacche dai cespugli solo perché sono «naturali»?
«Artificiale» viene dal latino ars + facere: letteralmente significa «fatto con arte».
Quello che voglio dire con questo esempio è che «artificiale» non è automaticamente sinonimo di «cattivo», così come «naturale» non è automaticamente sinonimo di «buono».
Eppure questa associazione viene usata retoricamente per screditare certe posizioni senza doverle confutare razionalmente.
~
Un altro esempio è l’espressione «costrutto sociale», spesso usata come se fosse una dimostrazione che qualcosa «non ha valore» .
Esempi:
- «La famiglia è un costrutto sociale»;
- «La differenza tra uomo e donna è un costrutto sociale»;
- «Il matrimonio è un costrutto sociale».
Il problema è che moltissime cose sono «costrutti sociali» senza per questo essere prive di valore o di fondamento nella realtà:
- la cosiddetta «cucina italiana» è un costrutto sociale;
- il cinema è un costrutto sociale;
- la legge è un costrutto sociale;
- il linguaggio stesso è un costrutto sociale;
- la scienza è un costrutto sociale.

Il fatto che qualcosa sia «un costrutto sociale» – cioè che sia mediato culturalmente – non significa che sia arbitrario o privo di fondamento nella realtà.
La famiglia è certamente anche un costrutto sociale (nel senso che diverse culture la declinano in modi diversi), ma si basa su una realtà biologica e antropologica oggettiva: la generazione umana richiede un uomo e una donna, e i cuccioli umani hanno bisogno di un papà e di una mamma.
Usare l’etichetta «costrutto sociale» per liquidare queste realtà è manipolazione semantica, non argomento filosofico.
8.5 • L’aporia
La parola aporia (dal greco ἀπορία, passaggio impraticabile, strada senza uscita), nella filosofia greca antica indicava l’impossibilità di dare una risposta precisa a un problema, poiché ci si trovava di fronte a due soluzioni che, per quanto opposte, sembravano entrambe valide.
A volte non ci rendiamo conto che l’affermazione di qualcuno in realtà è un’aporia.
Facciamo un esempio.
Lo psicoanalista austriaco Sigmund Freud (1856-1939) sosteneva che l’idea di Dio è una proiezione della figura paterna.
Non nego che sia una teoria interessante…
…ma non ha alcuna valenza scientifica, in quanto la sua affermazione non è falsificabile popperianamente.
Tanto per fare un contro-esempio.
Il neurologo e psichiatra austriaco Viktor Frankl (1905-1997) – e molti altri psicologi e filosofi con lui – sostiene il contrario: secondo Frankl, l’esperienza con il padre terreno assume un significato «paterno» perché preesiste un modello archetipico, una forma Dei della paternità, che poi viene riconosciuta anche nel padre biologico.
Ovviamente, neanche la teoria di Frankl ha alcuna valenza scientifica, in quanto non confutabile secondo la definizione di Popper…
…semplicemente, quello che vi voglio far notare è che ci troviamo di fronte ad un’aporia.
Nonostante questo, la frase di Freud viene percepita come «più vera» (vedi quello che dicevamo sopra sull’appello all’autorità).
Conclusione
Arrivati al termine di questa lunga carrellata di fallacie logiche, spero che un pochino si sia capito perché penso che sia importante conoscerle.
Purtroppo tra i cristiani c’è una grandissima ignoranza su questo tema – che andrebbe colmata urgentemente.
Le fallacie logiche dovrebbero essere “materia obbligatoria”: a catechismo, nelle ore di religione a scuola, nei seminari e nelle università pontificie.
Forse sarò cattivo, ma se un cristiano non sa difendere la ragionevolezza della propria fede e si fa intortare dalla prima obiezione un po’ furba che gli fanno, c’è qualcosa che non va…
sale
(Primavera 2026)
- MAURO MOSCONI, SIMONE RICCARDI, Fallaciae - Le prime, uniche e originali carte delle fallacie a fumetti, PSYCOMIX S.r.l
- BRUNO MASTROIANNI, La disputa felice, Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, Franco Cesati editore, Firenze 2017
- BRUNO MASTROIANNI, Litigando si impara : disinnescare l'odio online con la disputa felice, Franco Cesati editore, Firenze 2020