Il cuore inquieto e la ricerca di senso (ovvero: «i preambula fidei»)

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1 • Rimandare l’Essenziale: la trappola del «poi vedremo»

La scorsa estate ho provato a leggere (*) Il cavallo rosso dello scrittore e saggista italiano Eugenio Corti (1921-2014).

(*) (Le prime 200 pagine sono state anche piacevoli… poi però sono stato vinto dalla noia, ed ho mollato intorno a pagina 500…)

Per chi non lo conoscesse, il libro è un romanzo storico (parzialmente autobiografico) che copre un arco narrativo che va dal 1940 al 1974.

In soldoni, il libro racconta la vita di alcuni ragazzi brianzoli durante la Seconda Guerra Mondiale e negli anni del dopoguerra: la chiamata alle armi, la partenza per il fronte, l’inverno in Russia, la ritirata disperata dal fronte russo, il rientro in patria, la ricostruzione dell’Italia, il declino morale e spirituale degli italiani nel dopoguerra, etc.

Senza entrare più approfonditamente nella trama del libro, c’è stato un passaggio che mi ha colpito molto.

In occasione del ritiro dei soldati italiani dalla Russia, a un certo punto l’autore descrive i pensieri di Acciati – un torinese, sottotenente comandante – che si interroga in questo modo:

Ma lui in fin dei conti era credente o no?
Avvertì che si trattava d’una domanda con implicazioni non da poco: il problema dell’aldilà…
C’è chi ci crede e chi no, sia tra la gente abituata a riflettere, sia tra quella che non riflette mai, tra i colti come tra gli incolti.
“E io? Mah, non lo so nemmeno io…”
Fu tentato di approfondire almeno stavolta, di non restare così in superficie.
“Proprio adesso dovrei approfondire? Con questo impegno che ho alle mani e ’sto freddo? Ci mancherebbe…”
Finì col disattendere l’ispirazione, come tante altre volte aveva fatto; ci sono persone – anche tra le più generose nell’adempimento dei propri doveri civili – che non riescono mai a trovare un po’ di tempo per approfondire seriamente le cose più determinanti per il loro destino.

(EUGENIO CORTI, Il cavallo rosso, Ares, Milano 2010, versione Kindle, p.306)

Come si fa a biasimare il sottotenente Acciati?

Mi sembra che abbia pensieri abbastanza ragionevoli: «Sono qui a morire di freddo in Russia… ti pare il momento di mettermi a pensare ai massimi sistemi? Intanto cerchiamo di salvarci la pelle… e poi vedremo!».

Nel mentre che leggevo queste righe però, non ho potuto fare a meno di interrogarmi su tutte le volte in cui nella mia vita ho detto a me stesso frasi come «Intanto cerchiamo di… poi vedremo…».

In che senso?

Provo a spiegarmi con qualche esempio:

  • «Intanto penso a laurearmi… poi vedrò se ciò che ho studiato c’entra con la mia vita…»
  • «Intanto cerco di trovare un lavoro stabile… poi mi chiederò se quel lavoro corrisponde davvero alla mia vocazione…»
  • «Intanto mi costruisco un futuro più sicuro… poi vedrò se quel futuro ha davvero un orizzonte…»
  • «Intanto metto a posto le cose urgenti… poi ci sarà tempo per chiedermi quale sia la direzione della mia vita…»

Il problema di questo modo di ragionare è che – se non stiamo un minimo attenti – rischia di diventare molto pervasivo:

  • «Settimana pesantissima… stasera solo pizza e binge watching di serie tv. Poi al senso della vita penserò domani…»
  • «Oggi il capo mi ha demolito… per le prossime tre ore, maratona di videogiochi online. Per le questioni serie, rimandiamo…»
  • «Giornata vuota e grigia… mi ci vorrebbe un po’ di scrolling compulsivo su Instagram. Poi si vedrà…»
litigio con un amico

Come scriveva il fisico e filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662):

La sola cosa che ci consoli delle nostre miserie è la distrazione, e tuttavia essa è la più grande delle nostre miserie, perché ci impedisce in primo luogo di riflettere su noi stessi, e fa in modo che ci perdiamo insensibilmente.
Senza di essa, ci troveremmo immersi nella noia, e questa ci spingerebbe a cercare un mezzo più stabile per uscirne.
Ma la distrazione ci diverte, e ci fa giungere alla morte insensibilmente.

(BLAISE PASCAL, Pensieri, BUR minima, Milano 2013, versione Kindle, p.61)

2 • I preambula fidei

Qualche mese fa, mi è capitato tra le mani un libro molto bello di padre Silvano Fausti (1940-2015) sul tema del discernimento.

Tra i tanti spunti sugosi trovati, vi vorrei leggere una frase spiazzante, tratta dal primo capitolo del libro:

La stazione eretta, frutto di lenta evoluzione, ha permesso all’uomo di stare davanti al suo simile. Così ha incontrato il volto dell’altro.
Ma la posizione supina, arresa all’alto, che tiene quando dorme – l’animale si accovaccia –, gli ha permesso addirittura di stare davanti al cielo.
E, nell’oscuro abisso senza limiti, ha cominciato a navigare in cerca di un volto misterioso, quello dell’Altro, con il desiderio recondito di poterlo incontrare, o almeno decifrare.
Se gli altri, pur diversi, sono suoi simili, c’è forse un volto comune, al quale tutti somigliamo, dal quale veniamo e verso il quale andiamo?
Questo fu l’inizio del cammino dell’uomo.
Da semplice faber, divenne contemplator e viator: un animale che non solo fa, ma anche osserva e va avanti, tentando di capire da dove parte e dove porta il suo fare.

(SILVANO FAUSTI, Occasione o tentazione? : scuola pratica per discernere e decidere, Àncora, Milano 2005, versione Kindle, 8%)

Che riflessione suggestiva (benché paradossale)!

Quando siamo in piedi vediamo chi abbiamo di fronte…

…ma quando siamo sdraiati con la schiena a terra vediamo ciò che ci sorpassa:

  • le nuvole
  • la luna
  • le stelle
  • le costellazioni
  • la galassia
  • la volta celeste
  • etc.

Non so voi, ma ogni volta che mi trovo di fronte a qualche fenomeno naturale che mi sovrasta (*), mi sento… ridimensionato:

(*) (non solo nelle dimensioni, ma anche nella complessità)

  •  l’infinitesimalità della Terra vista da una prospettiva cosmica;
  • la struttura invisibile degli atomi che compongono ogni cosa;
  • l’armonia di sistemi biologici che si autoregolano senza che ce ne accorgiamo;
  • la perfezione di ogni singola sinapsi da cui dipendono i nostri pensieri;
  • l’enormità del mare, che si estende oltre l’orizzonte (senza contare poi la sua profondità);
  • le montagne, che quando vai a passeggiare in alta quota ti fissano dall’alto, e sembrano quasi sfidare il cielo;
  • la complessità di quel sistema di migliaia di equazioni differenziali alle derivate parziali che regola l’universo;
  • il Mistero che supera ciò che la ragione da sola riesce a comprendere;
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Insomma.

La natura è mostruosamente più grande delle nostre possibilità conoscitive.

L’universo è al di là della circonferenza della nostra capoccia.

Questa sproporzione ha sempre suscitato nel cuore dell’uomo – in ogni epoca storica e ad ogni latitudine geografica – una domanda di natura religiosa:

  • Perché c’è qualcosa e non il nulla?
  • Qual è l’origine dell’ordine e della complessità dell’universo?
  • Perché sento un desiderio di infinito che nulla di finito riesce a colmare?
  • Esiste un fine ultimo per la mia vita?
  • Perché provo un senso di trascendenza di fronte alla natura o all’arte?
  • C’è un’intelligenza o un’intenzione dietro l’esistenza del cosmo?

Questi interrogativi fanno parte dei cosiddetti preambula fidei – espressione latina che si può tradurre con «i preamboli della fede», o meglio ancora «le premesse della fede».

Che significa?

Immaginiamo che la fede sia un edificio.

Prima di entrare, ci sono dei “gradini” davanti alla porta.

Ecco.

I preambula fidei sono quei gradini – cioè tutte quelle riflessioni e interrogativi che la ragione si pone, che preparano il cuore dell’uomo ad accogliere la fede.

I preambula fidei non hanno a che fare con la religione in senso stretto…

…ma spingono l’uomo a porsi domande “religiose”.

Quando dico “religiose” non intendo domande “di dottrina”, sulla fede cristiana, buddhista, musulmana o so-un-cavolo-io

sono domande “religiose” perché hanno a che fare con un desiderio scritto nel cuore dell’uomo che lo spinge a «qualcosa di più grande», che lo invita a cercare un significato ultimo.

A tal proposito, i filosofi greci hanno offerto un contributo monumentale di fronte a questi interrogativi:

I filosofi più credibili, in materia di preambula fidei, sono a mio avviso quelli che non hanno avuto la più pallida idea delle grandi religioni monoteistiche, cioè i filosofi dell’antica Grecia vissuti prima del II secolo a.C. (epoca in cui fu tradotta in greco la Bibbia ebraica): i presocratici, Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, gli stoici.
È vero che anch’essi avevano a che fare con una religione, la religione politeistica dei Greci, ma questa era una religione senza rivelazione, senza libri, senza chiese, senza una dottrina positiva, tale quindi da non influenzare troppo la filosofia.
Essi elaborarono l’idea del “Dio dei filosofi”, non quello criticato da Pascal (che era il Dio orologiaio di Descartes), ma quello richiamato da san Paolo nel discorso agli Ateniesi, perciò per un credente è estremamente interessante vedere come, cioè con quali argomenti, sicuramente non influenzati dalla fede, essi sono giunti all’idea di Dio.

(ENRICO BERTI, Invito alla filosofia, La Scuola, Brescia 2011, versione Kindle, 21%)

I filosofi greci – “liberi” da una rivelazione religiosa strutturata – ci hanno inconsapevolmente mostrato come l’uomo possa arrivare con la sola ragione a formulare domande decisive sul senso dell’esistenza e sull’idea di Dio.

Alla faccia di chi dice che l’esistenza di Dio è irragionevole!

I preambula fidei sono ragionevolissimi invece!

La riprova di questo è che – a partire dai filosofi greci – tutta la storia del pensiero dell’uomo è costellata di interrogativi che ci inquietano e ci aprono ad una ricerca “metafisica”.

Come già accennavo in un’altra pagina del blog, gli esempi si sprecano:

  • le domande sul senso della vita: dall’alba dei tempi, l’uomo si interroga sul significato della propria esistenza; da Socrate – con il suo invito a «conoscere se stessi» – a Leopardi – che si confrontava con l’infinito – questa inquietudine esistenziale rivela un’apertura naturale alla trascendenza, una caratteristica che distingue l’essere umano da ogni altra creatura vivente;
  • la meraviglia di fronte al bello: un dipinto, una melodia, una narrazione o un’opera d’arte toccano corde profonde nel cuore dell’uomo; queste esperienze suggeriscono che la natura è «qualcosa di più» di un miscuglio di atomi e molecole, ed evocano un senso di mistero e di trascendenza;
  • l’anelito alla giustizia: anche chi non crede in Dio spesso si ribella di fronte alle ingiustizie e ai torti di un mondo sempre più iniquo; questo desiderio innato di equità e rettitudine riflette una tensione morale universale, che spinge l’umanità a cercare un ordine superiore e un senso di giustizia oltre le contingenze terrene.

Questi interrogativi non sono appannaggio di chi va in Chiesa: emergono nella riflessione di chiunque si ponga onestamente domande di senso, rifiutando una logica materialista e riduzionista.

Queste domande sono una “spina nel fianco” di tante persone che sono inquiete sulla propria vita – e sul senso della vita in generale.

Queste domande – prima o poi – attraversano la vita di chiunque, credente o meno.

E infatti, nel corso della storia, ci sono stati tanti pensatori che sulla carta erano «non credenti», ma che trovavano troppo “anguste” le ragioni dell’ateismo (e come dargli torto?):

Anche i non credenti possono essere interessati al rapporto con la religione e quindi avere motivazioni di carattere religioso per interessarsi alla filosofia.
Chi non crede, non sempre è un ateo convinto, in possesso di argomentazioni filosofiche forti per dimostrare che Dio non esiste. Spesso ha solo dei dubbi, non è sufficientemente motivato a credere, non si fida dei testimoni (o ne rimane scandalizzato), ma tuttavia pensa che il problema di Dio esista, che le religioni siano un fatto importante nella storia dell’umanità e nella vita delle persone, e che quindi valga la pena di occuparsene.
Naturalmente questo accade al non credente colto, intelligente, dotato di spirito critico, cioè al non credente che possieda le stesse qualità umane del credente interessato alla filosofia.
Proprio perché la fede non è evidente, vale a dire lascia liberi di credere e di non credere, il rapporto filosofico con essa è possibile tanto al credente quanto al non credente.
Anzi la filosofia è il terreno ideale per un dialogo tra credenti e non credenti.

(ENRICO BERTI, Invito alla filosofia, La Scuola, Brescia 2011, versione Kindle, 22%)

Questa osservazione di Berti mi sembra molto puntuale.

La filosofia è un terreno comune, dove credenti e non credenti possono incontrarsi.

Non c’è bisogno di condividere la fede per avvertire il peso delle grandi domande metafisiche: basta essere onesti con sé stessi e riconoscere che il problema di Dio – in un modo o nell’altro – ci tocca tutti.

3 • L’ateismo “da salotto” di certi professori di filosofia

Negli ultimi anni, mi è capitato spesso di scrivere qui sul blog pagine dal taglio più “filosofico”:

In queste pagine ho provato a raccogliere pensieri e spunti che fossero più vicini ad una riflessione “filosofica” che non ad una “religiosa”:

  • ho cercato di muovermi nel campo di quella che le persone studiate chiamano teologia fondamentale, cioè quella “zona di frontiera” del pensiero teologico che non si interroga ancora sulle questioni di fede, ma si chiede se e perché sia ragionevole aprirsi all’ipotesi di Dio;
  • ho cercato di “non mettere la fede sul piedistallo”, e anzi di portare l’utilizzo della ragione “fino al suo limite”, per mostrare che il materialismo riduzionista – da solo – non rende ragione della complessità della realtà;
  • ho citato spesso autori non cristiani (anche atei) per mostrare che le domande sui preamboli della fede non riguardano solo i credenti; sono piuttosto domande umane, universali, inevitabili.

Molto spesso mi è capitato di incontrare persone che – studiando filosofia – si sono allontanate dalla fede.

Persone che – dopo essersi confrontati con un certo tipo di studi – hanno liquidato la religione e la teologia come robe “medioevali”, un rigurgito del passato buono solo per gli ingenui o per le persone non abbastanza intelligenti.

In realtà la colpa non è della filosofia…

…se proprio si dovesse trovare un “colpevole”, ci sarebbe da interrogarsi su certi professori universitari che – dall’alto del loro snobismo laicista – trattano la fede come una superstizione da estirpare, più che come una domanda con cui confrontarsi.

professore di filosofia

Il problema però è che certi ambienti universitari funzionano come eco-chamber culturali: si ripetono le stesse formule, si citano gli stessi autori, e ci si rassicura a vicenda del fatto che «Dio non serve più».

Così la curiosità si spegne.

E il pensiero – invece di aprirsi – si irrigidisce.

Da parte mia, penso che sia molto più vero quello che scriveva il filosofo e teologo russo Pavel Florenskij (1882-1937) (se non lo conoscete, andatevi a leggere la sua bio su Wikipedia):

La filosofia è come una figlia fuggita dalla madre.
Pur peregrinando e traviandosi, porta nel sangue i tratti, i modi della madre.
E in essi noi scorgiamo la religione.
Ma la filosofia non può fuggire da sé stessa.

(PAVEL FLORENSKIJ, La filosofia del culto. Saggio di antropodicea ortodossa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2016, versione Kindle, 15%)

Non so se è chiaro il discorso che sto facendo.

E non so se gli esempî che ho fatto vi suonano familiari.

Se c’è qualcuno di voi che non ha frequentato certi ambienti accademici (o non ha avuto la “fortuna” di imbattersi in simili insegnanti al liceo), provo a chiarire un po’ meglio riportandovi un aneddoto raccontato da don Luigi Giussani (1922-2005):

Vorrei ricordare un episodio che mi è capitato parecchi anni fa dal quale ho imparato molto.
Affrontavo per la prima volta un’ora di lezione di religione come insegnante in un liceo classico.
Appena montato in cattedra, prima ancora di aver cominciato a parlare, mi accorgo che dall’ultimo banco s’alza una mano.
Domando allo studente che cosa voglia.
La risposta è stata circa questa: «Scusi, professore, è inutile che lei venga qui a parlarci della fede, a ragionare sulla fede, perché ragione e fede rappresentano due mondi totalmente diversi. Ciò che si potrebbe dire sulla fede non ha nulla a che fare con l’esercizio della ragione e viceversa, e perciò ragionare sulla fede coincide con una mistificazione».
Ho chiesto allora allo studente che cosa fosse per lui la fede, e non ricevendo risposta ho rivolto la domanda a tutta la classe con lo stesso risultato.
A quel punto ho chiesto allo studente dell’ultimo banco che cosa fosse la ragione, e di fronte al suo silenzio ho nuovamente girato l’interrogativo a tutti ottenendo però ancora silenzio.
«Come potete – dissi allora – giudicare della fede e della ragione senza prima aver cercato di rendervi conto di che cosa esse siano? Usate parole del cui significato non avete preso possesso».
Ovviamente le mie affermazioni hanno avuto l’effetto di scatenare una discussione e io mi rendevo conto sempre di più che il professore di filosofia aveva avuto un certo influsso sulla classe.
Uscendo dall’aula alla fine dell’ora mi sono trovato di fronte proprio a quell’insegnante; e di getto gli dico che ero stupito del fatto che in quella classe si considerasse ovvio che la fede non avesse nulla a che fare con la ragione.
La sua reazione fu di dire che anche la Chiesa lo aveva affermato nel Concilio Arausicanum II (*).
Lo richiamai al fatto che ogni affermazione va interpretata all’interno del contesto storico in cui è nata e di cui esprime concezioni e preoccupazioni.
Stralciare una frase dal suo contesto culturale e letterario e leggerla esattamente come fosse stata stilata l’altro ieri è certo antistorico e ne impedisce la corretta comprensione.
A quel punto la lite si era estesa, il capannello di studenti attorno a noi era sempre più folto.
Allora, benché fosse già il momento di entrare in un’altra classe, ho voluto far capire agli studenti dove stesse la questione tra me e il professore di filosofia.
Gli ho chiesto: «Professore, io non sono mai stato in America, ma le posso con certezza assicurare che l’America c’è.
Lo affermo con la stessa certezza con cui dico che lei si trova davanti a me in questo momento. Trova questa mia certezza ragionevole?».
Dopo alcuni istanti di silenzio e di evidente impaccio la risposta è stata: «No!».
Ecco ciò che ho voluto risultasse chiaro a quegli studenti, e che anche in questa sede voglio affermare: io ho un concetto di ragione per cui ammettere che l’America c’è senza averla mai vista può essere ragionevolissimo, al contrario di quel professore il cui concetto di ragione gli fa dire che non è ragionevole.
Per me la ragione è apertura alla realtà, capacità di afferrarla e affermarla nella totalità dei suoi fattori.
Per quel professore ragione è «misura» delle cose, fenomeno che si avvera quando c’è una diretta dimostrabilità.

(LUIGI GIUSSANI, Il senso religioso, BUR Rizzoli, Milano 2011, p.21-22; una versione molto simile di questo aneddoto è raccontata anche in LUIGI GIUSSANI, Il rischio educativo, BUR Rizzoli, Milano 2016, versione Kindle, 15-17%)

(*) (nota a piè pagina: cfr. H. Denzinger, «Il Sinodo di Orange», can.5-7, in Enchiridion Symbolorum, EDB, Bologna 1996, n.375–378. Il II Sinodo di Orange, anche noto come Arausicanum II, ebbe inizio il 3 luglio 529 sotto papa Felice IV. Questo Concilio aveva per scopo di chiudere la controversia semipelagiana, portando il colpo di grazia alle idee di Fausto di Riez e fare prevalere la dottrina di sant’Agostino)

Oh, facciamo a capirci.

Quello descritto dal Gius è un singolo episodio, e non ha alcuna valenza statistica.

Non tutti i professori di filosofia sono così.

Non tutte le persone non credenti hanno uno sguardo snob e di sufficienza nei confronti della religione.

E a volte anche quelle che hanno uno sguardo simile sul cristianesimo e sulla Chiesa hanno dei buoni motivi per averlo.

Cioè.

È inutile che ci nascondiamo dietro un dito.

All’interno della Chiesa ci sono tante testimonianze di vita cristiana a dir poco grottesche:

  • chi va a messa pensando di dover “timbrare un cartellino” o di dover pagare una “tassa di tempo” a Dio;
  • chi prega in modo pappagallesco, come se stesse recitando delle formule magiche per ingraziare un Nume o ottenere una sorte più propizia;
  • chi parla di amore evangelico, ma odia mezzo condominio e tre quarti del coro parrocchiale;
  • chi dice di «affidarsi alla Provvidenza», ma non affiderebbe neanche due euro ad un amico;
vecchiette in chiesa

Forse, qualche anno fa, di fronte a persone del genere, avrei liquidato la questione dicendovi che «chi si comporta in questo modo, non ha veramente incontrato Dio» o frasi simili…

…ma la verità è che – anche se una persona ha incontrato Dio ed è rimasta folgorata dalla sua bellezza – questo non le toglie la libertà di volgergli le spalle in un secondo momento.

Pensate a Pietro che ha rinnegato Gesù.

O a Giuda che lo ha tradito.

Stiamo parlando di persone che hanno vissuto per tre anni con il Figlio di Dio, lo hanno visto moltiplicare pani, guarire lebbrosi, guarire ciechi, storpi, paralitici…

…ma tutto questo non è bastato loro – nel momento della prova – per rimanere uniti a Cristo.

Che cosa possiamo dire quindi noi – che non siamo Pietro o Giuda, e non abbiamo visto Gesù in carne ed ossa – rispetto alle nostre vite?

Anche se nella nostra vita abbiamo fatto esperienza dello sguardo di Dio su di noi, non siamo immuni dalla tentazione di mettere Dio «tra i soprammobili» della nostra vita, tra le «cose irrilevanti»… finendo col vivere come se Lui non ci fosse.

4 • Usare la ragione per arrivare sulla soglia della fede

Martin Heidegger (1889-1976) è stato uno dei più importanti filosofi tedeschi.

Da giovane ha avuto una formazione cristiana…

…ma già nel 1919 scriveva al sacerdote cattolico Engelbert Krebs che «convinzioni gnoseologiche coinvolgenti la teoria del conoscere storico hanno reso per me problematico ed inaccettabile il sistema del cattolicesimo, non però il Cristianesimo» (cfr. HUGO OTT, Martin Heidegger: sentieri biografici, Milano, Sugarco 1990, p.97).

Nonostante dopo la giovinezza si sia allontanato dal cristianesimo e dagli studî teologici, il filosofo tedesco non ha mai smesso di confrontarsi indirettamente con le “domande religiose”.

Per Heidegger, il pensiero autentico non può ridursi ai metodi esatti delle scienze naturali:

Le scienze dello spirito, e anche le scienze che si occupano degli esseri viventi, debbono necessariamente essere inesatte per poter restare rigorose […] La inesattezza delle scienze storiche dello spirito non è una deficienza, ma la soddisfazione di un’esigenza essenziale di questo tipo di indagine.

(MARTIN HEIDEGGER, dalla raccolta di saggi filosofici Sentieri interrotti, citato in TOMÁS MELENDO, Un sapere a favore dell’uomo. Introduzione alla filosofia, Edusc, Roma 2008, p.183-184)

Quando ho letto per la prima volta questa frase di Heidegger sono rimasto felicemente spiazzato.

Nella parte di mondo in cui vivo, abbiamo un po’ tutti il bias per cui più una cosa è “misurabile”, più è vera.

Crediamo che conosceremo sempre meglio la realtà, nella misura in cui riusciremo a osservarla sempre più da vicino “al microscopio”.

Ma come si misura l’amicizia?

Come si misura l’empatia?

Come si misura la misericordia?

Come si misura la verità?

risposta scientifica

Alla faccia di tanti intellettuali riduzionisti che dicono che queste realtà sono riconducibili a impulsi elettrochimici all’interno del cervello, io credo che gli aspetti più umani dell’uomo non si possono esaminare in questi termini.

E chi lo fa, è solo un trombone – non diverso dai professori di filosofia di cui parlavo sopra.

Nei Fratelli Karamazov (del 1880), lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij (1821-1881) faceva dire all’acutissimo Alëša:

Di recente ho letto una dichiarazione di un tedesco che vive in Russia, sui nostri studenti: “Mostrate” scrive “a uno scolaro russo la carta del cielo stellato, del quale, fino a quel momento, egli non aveva la minima idea, ed egli l’indomani ve la restituirà corretta”. Nessuna conoscenza e un’illimitata presunzione: ecco quel che voleva dire il tedesco dello studente russo.

(FËDOR DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamàzov, Oscar Mondadori, Milano 2005, versione Kindle, p.746)

«Nessuna conoscenza e un’illimitata presunzione».

Mi sembra una frase perfetta da scrivere come epitaffio sul pensiero riduzionista e materialista moderno.

Oh, facciamo a capirci.

Dicendo questo, non voglio fare di tutta l’erba un fascio.

Così come prima dicevo che «non tutti i professori di filosofia sono così», vale lo stesso nel mondo scientifico.

Tanto per fare un esempio, c’è il fisico statunitense Robert Betts Laughlin (classe ’50).

Laughlin è stato professore di fisica applicata alla Stanford University; nel 1998 ha vinto il premio Nobel per la fisica insieme a due suoi colleghi per la spiegazione dell’effetto Hall quantistico frazionario.

Nonostante Laughlin sia ateo, ecco cosa scrive:

Le teorie del “Tutto” in generale, e quella delle stringhe in particolare, mi lasciano sempre più perplesso, poiché sono “non confutabili” (*): nessun esperimento può dimostrare che sono errate.
Mi sono reso conto che le persone accettavano la teoria delle stringhe per ragioni ideologiche.
Per me è stato uno shock terribile, perché ero convinto che gli scienziati rifiutassero ogni forma di ideologia.
Le cose sono però ben diverse.

(ROBERT LAUGHLIN, «La Recherche», febbraio 2007; in ROBERT LAUGHLIN, Un universo diverso. Reinventare la scienza da capo a piede, Codice, Torino 2005)

(*) (per chi volesse approfondire la questione della «non dimostrabilità» della teoria delle stringhe, lo rimando a quest’altra pagina del blog)

Un altro esempio che vi riporto è quello di George Petros Efstathiou (classe ’55), astrofisico britannico – professore di astrofisica all’Università di Cambridge dal 1997 al 2022, dove è stato anche il primo direttore del Kavli Institute for Cosmology dal 2008 al 2016.

Avete presente quelle persone che dicono: «Sì, per carità, l’universo sembra un orlogio perfettamente calibrato… ma non serve tirare in ballo un Dio “orologiaio”: se esistono infiniti universi, non può non esisterne uno con le condizioni giuste per la vita!»?

Ebbene… ecco cosa risponde Efstathiou:

Anche se la probabilità di trovare un universo con una costante cosmologica del giusto valore è molto bassa, se avessimo un numero infinito di universi di certo da qualche parte una tale probabilità si verificherebbe… ma questa è una soluzione o una spiegazione disperata?

(GEORGE EFSTATHIOU, «An anthropic argument for a cosmological constant», «Royal Astronomical Society», volume CCLXXIV, n. 4, 1995, pp.73-76)

Perché ho citato questi scienziati?

Perché spesso si pensa (*) che interrogarsi sulla realtà o sulle leggi che governano l’universo sia un “antidoto” alla fede.

(*) (in realtà questa cosa la pensano prevalentemente persone con un livello di istruzione basso, che hanno interrotto gli studi dopo la scuola secondaria di secondo grado – o che sono discretamente ignoranti su cosa sia il metodo scientifico e quali siano i limiti della scienza)

In realtà è vero l’esatto opposto.

Porsi domande – sulla realtà, sulle costanti cosmiche, sulla vita, sull’universo, sul senso di tutto – allena l’intelligenza a riconoscere ciò che trascende i nostri sensi.

In questo senso, la riflessione razionale non è un ostacolo alla fede… anzi, è un cammino che conduce «fino alle soglie della fede».

In che senso?

Nel senso che lo stupore di fronte alla realtà – che è ciò che ci fa uomini – prima o poi ci fa nascere nel cuore domande di senso, come quelle che scrivevo più sopra:

  • Perché esiste qualcosa e non il nulla?
  • Perché l’universo sembra così ordinato e calibrato?
  • Perché sono cosciente a me stesso?
  • Perché provo emozioni, empatia, amore?
  • Che ci sto a fare nell’universo?
  • Qual è il senso della vita?

La fede non è rinuncia all’intelligenza.

Non è un “atto di credulità”.

È piuttosto il completamento naturale di una ragione che ha esplorato il mondo fino ai suoi confini e si prepara a varcare quella soglia dove le domande trovano finalmente risposta.

Come scriveva il teologo e filosofo francese Claude Tresmontant (1925-1997):

È all’intelligenza che Gesù fa costantemente appello.
E la sollecita.
Il rimprovero costante sulla sua bocca è: non comprendete, non avete intelligenza?
Non credete ancora? aggiunge anche.
La fede che sollecita non ha nulla a che vedere con la credulità.
Questa fede è precisamente l’accesso dell’intelligenza a una verità, il riconoscimento di questa verità, il sì dell’intelligenza convinta e non una rinuncia all’intelligenza […].
[…]
Al ragazzo cui si insegna a nuotare, si spiega che in virtù di leggi naturali non deve aver paura, nuoterà se farà alcuni movimenti molto semplici.
Il ragazzo ha paura, si irrigidisce, non crede.
Viene il momento in cui fa esperienza che ciò che gli è stato detto è possibile, crede, nuota.
Non si dirà che la fede, in questo caso, si oppone alla ragione.

(CLAUDE TRESMONTANT, L’intelligenza di fronte a Dio, Jaca Book, Milano 1981, p.98)

Conclusione

Qualche anno fa, avevo scritto una pagina dal titolo provocatorio: «…e se Dio non esistesse?».

Tradotto nei termini dei «preambula fidei», si potrebbe dire:

  • E se l’universo non avesse alcun senso?
  • E se l’esistenza della specie umana non avesse alcun senso?
  • E se la mia vita non avesse senso?

Lascio a voi le risposte…

…per quanto mi riguarda, faccio mie le parole del cardinale Giacomo Biffi (1928-2015), con cui chiudo questa pagina del blog:

L’alternativa alla fede non è la ragione e la libertà di pensiero, come ci è stato ossessivamente ripetuto negli ultimi secoli; è, invece, almeno nei casi di estrema e sventurata coerenza, il suicidio della ragione e la rassegnazione all’assurdo.
[…]
Il guaio più radicale conseguente alla scristianizzazione, a mio parere, non è la perdita della fede, è la perdita della ragione: riprendere a ragionare senza pregiudizio è già un bel passo verso la riscoperta di Cristo e del disegno del Padre.

(GIACOMO BIFFI, dalla prefazione a VITTORIO MESSORI, Pensare la storia : una lettura cattolica dell’avventura umana, Sugarco, Milano 2006, p.11)

sale

(Inverno 2025-2026)

Fonti/approfondimenti

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