1 • Le «fazioni» nella Chiesa
Parecchi anni fa – quando il blog era piccolo così, e sapeva pronunciare solo poche parole (*) – avevo scritto una paginetta dal titolo «Progressisti e tradizionalisti: eresie del terzo millennio».
(*) (come «anatidaefobia», «borborigmo», «callipigio» o «batracomiomachia»… un blog precoce, benché strano forte)
Il sito di Salesalato era ancora mezzo vuoto e – se possibile – più sconosciuto di quanto non sia oggi… ma, a quanto pare, avevo deciso che uno dei primi argomenti di cui dovevo parlare erano i (cosiddetti) progressisti e i (cosiddetti) tradizionalisti.
Quella pagina è rimasta online per un po’…
…ora però sono già parecchi anni che non esiste più.
Come mai?
Negli anni, man mano che il blog prendeva forma e si strutturava, ho avuto modo di rileggere tutto il materiale più di una volta – soprattutto le pagine più vecchie.

Nel corso delle varie riletture del blog, ho eliminato molto materiale – soprattutto tra le primissime pagine:
- un po’ perché erano pensieri molto acerbi;
- un po’ perché le cose che scrivevo nei primi anni mi sembravano le opinioni di uno scappato de casa, buttate lì senza un minimo approfondimento o una bibliografia di riferimento;
- un po’ perché le vignette erano disegnate malissimo, e io mi vergogno e ripudio come figli illegittimi tutti i disegni che ho fatto più di 2-3 anni fa.
…fatto sta che – in queste epurazioni – è sparita anche la pagina su progressisti e tradizionalisti.
Perché allora mi accingo a riscriverla?
Perché vorrei provare a condividere qualche spunto e pensiero che ho maturato negli ultimi anni di studio, di letture e (soprattutto) di preghiera.
~
Partirei dicendo questo.
Non è mai esistito un periodo della storia in cui la Chiesa non è stata divisa in fazioni.
La Chiesa – che di nome è «cattolica» (cioè universale) – ha sempre avuto molte divisioni al suo interno…
…e anche oggi purtroppo è spaccata in sé stessa.
Come diceva il giornalista e saggista francese André Frossard (1915-1995) in un’intervista alla fine degli anni ’80:
Di cattolici ne circolano oggi di vari tipi; ci sono quelli ufficiali per i quali ciò che conta è l’apparato, la macchina ecclesiastica; quelli tradizionalisti che si chiudono nella loro torre d’avorio sempre più pericolante; quelli progressisti che dissolvono la fede nella politica e nei luoghi comuni della sociologia. E poi ci sono gli altri, i più, presi tra tanti fuochi, incerti e sconcertati. […] Io mi interesso al cristiano anonimo, quello che non interessa a nessuno ed è abbandonato da tutti. Io mi batto per il buon senso nella Chiesa, per la semplicità della fede, contro i miti e le utopie e complicazioni da intellettuale sfaccendato.
(ANDRÉ FROSSARD, intervistato in VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul cristianesimo: sei tu il Messia che deve venire?, Società editrice internazionale, Torino 1987, p.146-147)
Ecco.
Oggi voglio fare mie le parole del giornalista e saggista francese.
Le «cose di Salesalato» (blog, podcast, incontri dal vivo) sono per «il cristiano anonimo».
Per i cattolici «senza aggettivi».
Per chiunque all’interno della Chiesa – che sia di destra, di sinistra, di centro, di Comunione e Liberazione, di qualche associazione scout, del cammino Neocatecumenale, dell’Opus Dei, dei Focolarini, dell’Azione Cattolica, etc. – abbia il desiderio di approfondire e custodire il tesoro prezioso della fede cattolica.
(Ri)scrivo questa pagina del blog – ora che è passato qualche anno in più e che ho qualche capello in meno – non per fare polemica…
…ma per dare un nome a due (tra le tante) «malattie spirituali» che possono contagiare i cristiani.
Prima di partire a cannone però, vorrei fare presente che le righe che state per leggere non sono un’accusa a nessuno.
Su questo blog vale SEMPRE la regola per cui:
- se c’è qualche atteggiamento, idea o tendenza da criticare, si critica serenamente, senza peli sulla lingua e senza farsi venire paturnie;
- ma le persone che cadono in un atteggiamento, idea o tendenza sbagliati, non sono «nemici», «casi persi», o «persone di serie B»… sono persone che – come me – sbagliano, inciampano, fanno passi falsi, e trattarle con durezza mi farebbe passare automaticamente dalla parte del torto, perché dove manca la carità, non c’è neppure verità.
2 • I (cosiddetti) «progressisti»
Nel 2021 ho scritto una pagina del blog sulle eresie.
In quell’occasione, spiegavo (citando don Fabio Rosini) che le eresie (il più delle volte) non sono falsità campate per aria, ma verità separate dal loro contesto.
(Ri)facciamo qualche esempio:
- i catari sostenevano che il mondo è segnato dal male, che la carne è fragile e che la vita spirituale non può essere succube di una vita carnale… e questo è vero! Il loro errore però stava nel portare questa verità fino alle estreme conseguenze, dimenticando che la creazione è buona (l’ha fatta Dio!), che il corpo risorgerà, e che la materia stessa può essere santificata;
- i pelagiani sostenevano che l’uomo è dotato di libertà, che le sue scelte contano, e che la vita morale è una responsabilità seria e personale… e questo è vero! Il loro errore però stava nel valorizzare così tanto la libertà umana da dimenticare che l’uomo è ferito dal peccato originale e che non può salvarsi con le sole proprie forze: ha bisogno della grazia;
- (per altri esempi, vi rimando alla suddetta pagina)
Ebbene.
Questo è vero anche delle eresie del terzo millennio di cui parliamo oggi.
Partiamo dunque dai (cosiddetti) progressisti.
Qual è la verità che si trova nell’eresia del progressismo?
Ce n’è più di una:
- è vero che la Chiesa è chiamata ad andare incontro agli ultimi, ai lontani, agli esclusi – nelle «periferie esistenziali» di cui parlava papa Francesco – e che non può rinchiudersi in sagrestia, parlando solo a chi è «già dentro»;
- è vero che il Vangelo deve sapersi inculturare: la fede si è sempre incarnata in lingue, culture e contesti diversi, e la forma in cui viene annunciata non può restare cristallizzata in un’epoca passata;
- è vero che tanti uomini di Chiesa (laici, sacerdoti, cardinali, papi) hanno commesso errori gravi, e che riconoscerli onestamente non è debolezza, ma segno di umiltà;
- è vero che ogni persona, indipendentemente dalla propria storia e dalle proprie ferite, merita di essere accolta con misericordia, senza essere fatta sentire un caso clinico da gestire o un problema da risolvere;
- è vero che la Chiesa deve essere una «chiesa in uscita»…
…il problema dei progressisti è che dopo che sono «usciti» hanno dimenticato le chiavi di casa.
Detto in altri termini:
- nel tentativo di «aprirsi al mondo», hanno finito per assomigliargli – adottandone la mentalità, le categorie, lo sguardo smaliziato… invece di offrire un’alternativa cristiana ai più lontani (per chi se la fosse persa, lo rimando alla pagina del blog sulla mondanità);
- nel tentativo di «inculturare il Vangelo», hanno confuso l’adattamento della forma con la modifica della sostanza – come se il Vangelo dovesse cambiare a seconda di ciò che il mondo è disposto ad accettare;
- nel voler accogliere tutti, hanno smesso di annunciare che per entrare nel Regno dei Cieli è necessario convertirsi – confondendo la misericordia con un silenzio complice di fronte al peccato – e anzi, tante volte hanno preso le parti del mondo accusando la Chiesa di essere «retrograda e non al passo coi tempi» quando quest’ultima osa chiamare le cose con il loro nome.
A proposito dell’ultimo punto di questo elenco, non so se conoscete la parola «oicofobia».
Viene da:
- oîkos (οἶκος), che significa «casa», «abitazione»… ma per estensione anche la «famiglia» o l’ambiente dove si vive (è la stessa radice che troviamo in parole come «economia» o «ecologia»);
- phóbos (φόβος), che significa «paura», «timore» o «avversione».
L’oicofobia è l’avversione per la propria cultura d’appartenenza.
In pratica, è il contrario della xenofobia: invece di temere lo straniero, si rifiuta ciò che è familiare e «nostro».
Ecco… i progressisti soffrono di oicofobia, perché (più o meno sottilmente) disprezzano la Chiesa.

I progressisti vogliono passare per «moderni», per persone «all’altezza dei tempi».
Si schierano contro l’«oscurantismo retrogrado del passato»… cioè contro la Tradizione della Chiesa e contro la fede dei semplici.
Anche quando sono “studiati” e hanno una laurea in teologia, la loro ermeneutica si basa su un taglia e cuci del Magistero della Chiesa: prendono quello che piace loro, scartano quello che non è di loro gradimento…
…e il criterio di selezione è il proprio gusto personale: quello che «sembra» a me, quello che rientra nella mia «sensibilità», fortemente condizionata da questo momento storico, da questa cultura, dall’aria che tira o da ciò che va di moda pensare.
Che poi mi verrebbe da chiedere:
- la Tradizione della Chiesa è lì da duemila anni;
- tu, invece, sei figlio del tuo tempo – con i tuoi bias cognitivi, i tuoi punti ciechi, le tue ferite non elaborate, i pregiudizi che hai assorbito senza accorgertene da internet, dai social network, dal ciclo di feedback della dopamina…
…chi dei due merita più fiducia?
Ora non prendetemi per cattivo…
…ma tante volte quello a cui assistiamo in certi ambienti progressisti è una protestantizzazione della Chiesa cattolica.
Cosa intendo con questo?
Che odio i protestanti e che mi fanno schifo?
No.
Tra di loro ci sono alcuni tra i cristiani più innamorati di Gesù Cristo che io abbia ascoltato (ho citato più volte qui sul blog Cliffe e Stuart Knechtle… se già non lo state facendo, seguiteli su YouTube!).
Per spiegarvi quel che intendo, vi riporto qui sotto uno stralcio di un’intervista a don Luigi Giussani (1922-2005):
(don Luigi Giussani)
Circola nella Chiesa un miscuglio di antiche eresie presentate da qualcuno come cose nuove. C’è un battere continuo sulla sola “ragione”, intesa però in senso illuministico, come la “mia opinione”, come ciò che in quel momento sembra vero a me. È qui, soprattutto, che vedo in azione un processo che insidia mortalmente il cattolicesimo di oggi: il pericolo di una protestantizzazione, per cui la Chiesa non è più la struttura di salvezza in cui continua a vivere Cristo, il quale parla attraverso il Magistero, ma è una sorta di club di lettori dello stesso libro. Il processo degenerativo è oggi rilevante. Ai tempi della Riforma, almeno Italia, Spagna, Portogallo restarono saldamente cattoliche. Ora lo spirito protestante serpeggia un po’ ovunque.
(Vittorio Messori)
Non c’è qui una scarsa attenzione allo spirito ecumenico che il Concilio ha tanto raccomandato?
(don Luigi Giussani)
Niente affatto. Ho grande stima per l’esperienza protestante. Ma questo non mi impedisce di deprecare l’infiltrazione nel cattolicesimo di atteggiamenti estranei alla sua natura: e il protestantesimo è tra questi.
(Vittorio Messori)
(riassumendo il pensiero di Giussani) Per lui, questo «inquinamento da mentalità riformata» si manifesterebbe nel fatto che l’elemento decisivo della fede non è più visto in quell’evento oggettivo che promana dal Cristo risorto e che è la Chiesa, con il suo Magistero, ma in quell’elemento soggettivo che è la ragione del singolo. Da qui uno spostamento dal Magistero all’opinione individuale, al ritornello del “secondo me”.
(don Luigi Giussani)
Oltretutto, è un cristianesimo ridotto a sola “Parola”, a sola lettura della Bibbia, non più visto e vissuto come realtà ontologica, che raggiunge cioè le radici dell’essere, che tocca la nostra natura profonda. Un cristianesimo, dunque, che resta in superficie e che è spazzato via dal vento di un mondo profanizzato, secolarizzato. Per giunta la “Parola” cui è ridotto è sfracellata da un esegesi biblica che ha fatto dell’intelligenza illuministica il suo nuovo idolo.
(LUIGI GIUSSANI, da un intervista in VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul cristianesimo: sei tu il Messia che deve venire?, Società editrice internazionale, Torino 1987, p.191-192)
Qualcuno forse, leggendo queste righe, penserà che si tratti di una «mancanza di carità nei confronti dei nostri fratelli protestanti».
O – come allude provocatoriamente Messori – ad una mancanza di «spirito ecumenico».
Non lo so.
Ripeto ciò che ho scritto prima: ci sono tanti cristiani protestanti in gamba, e sarebbe disonesto negarlo.
Ma la Riforma ha fatto tantissimi danni alla Chiesa – e non è una mia opinione, è un dato storico che chiunque può verificare guardando ai frutti:
- la frammentazione della cristianità occidentale in migliaia di denominazioni diverse, spesso in conflitto tra loro (sapete quante sono le chiese protestanti? Oltre 40.000!);
- il principio del “libero esame”: ognuno interpreta la Bibbia a modo suo, secondo quello che «sembra a lui», cosa che ha aperto la porta a un relativismo teologico senza freni;
- la riduzione della fede a fatto privato e interiore, progressivamente separata dalla vita pubblica e sociale;
- la perdita del Magistero come autorità vincolante: al suo posto si è sostituita l’opinione del singolo teologo, del singolo pastore, del singolo credente;
- la secolarizzazione accelerata dell’Europa: si parla tanto bene dei paesi protestanti del nord Europa quando si studia la storia della rivoluzione industriale… ma che dire del fatto che quegli stessi paesi hanno perso la fede praticata molto più rapidamente di quelli cattolici?

A tal proposito, forse è un po’ lunghetto… ma vale la pena leggere anche questo scambio tra Joseph Ratzinger (1927-2022) – allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – e Vittorio Messori:
(Vittorio Messori)
Il protestantesimo è nato all’inizio dell’epoca moderna ed è pertanto molto più apparentato che non il cattolicesimo con le idee-forza che hanno dato origine al mondo moderno. La sua attuale configurazione l’ha trovata in gran parte proprio nell’incontro con le grandi correnti filosofiche del XIX secolo. È la sua chance ed insieme la sua fragilità questo suo essere molto aperto al pensiero moderno (proprio presso teologi cattolici che non sanno più che fare della teologia tradizionale) che nel “protestantesimo” si possono trovare già tracciate le vie giuste per l’intesa fra la fede e il mondo moderno. Quali principi hanno qui maggiore attrattiva?
(Joseph Ratzinger)
Un ruolo di primo piano spetta ieri come oggi al principio della Sola Scriptura. Il cristiano medio di oggi deriva da questo principio che la fede nasce dall’opinione individuale, dal lavoro intellettuale e dall’intervento dello specialista; ed una simile visione gli sembra più “moderna” ed “evidente” che non le posizioni cattoliche. Da una simile concezione deriva logicamente che il concetto cattolico di Chiesa non è più realizzabile e che si deve cercare un nuovo modello da qualche parte, nel vasto ambito del fenomeno “protestantesimo”. […] Per il moderno uomo della strada è assai più comprensibile un concetto di chiesa che in linguaggio tecnico si direbbe “congregazionalista” o di “chiesa libera”. Ne consegue che la chiesa è una forma che può variare, a seconda di come gli uomini organizzano le realtà della fede, così che corrisponda il più possibile a ciò che la situazione del momento sembra esigere. Ne abbiamo già parlato, ma vale la pena di ritornarci: è quasi impossibile per la coscienza di molti, oggi, capire che dietro una realtà umana sta la misteriosa realtà divina. Che è il concetto cattolico di Chiesa; e che è assai più arduo da accettare di quello ora delineato. […]
(Vittorio Messori)
Visto l’entusiasmo di qualche celebratore cattolico, le male lingue hanno insinuato che oggi Lutero potrebbe insegnare le stesse cose di allora, ma occupando indisturbato una cattedra di un’università o di un seminario cattolico. Che ne dice il prefetto? Crede che la Congregazione da lui diretta inviterebbe ancora il frate agostiniano per qualche “colloquio informativo”?
(Joseph Ratzinger)
(sorride) Sì, credo proprio che si dovrebbe parlare con lui molto seriamente e che ciò che egli ha detto allora anche oggi non potrebbe essere considerato come “teologia cattolica”. Se fosse diversamente, non ci sarebbe bisogno del dialogo ecumenico, che cerca appunto un dialogo critico con Lutero e si studia di vedere come si possa salvare ciò che vi è di grande nella sua teologia e di superare in essa ciò che non è cattolico.
(Vittorio Messori)
Sarebbe interessante sapere su quali argomenti farebbe leva contro Lutero la Congregazione per la Dottrina della fede per intervenire anche oggi.
(Joseph Ratzinger)
(la risposta non esita): A costo di essere noioso, penso che ci appoggeremmo ancora una volta al problema ecclesiologico. Alla disputa di Lipsia, il contraddittore cattolico di Martin Lutero gli dimostrò in modo irrefutabile che la sua “nuova dottrina” non si opponeva soltanto ai papi ma anche alla Tradizione così come chiaramente espressa dai Padri e dai Concili. Lutero fu costretto ad ammetterlo e dichiarò allora che anche dei Concili ecumenici avrebbero sbagliato. In questo modo, l’autorità degli esegeti fu collocata al di sopra dell’autorità della Chiesa e della sua Tradizione.
(Vittorio Messori)
Dunque, in quel momento si realizzò lo “strappo” decisivo?
(Joseph Ratzinger)
In effetti credo che quello fu il momento decisivo, perché in questo modo si abbandonava l’idea cattolica di una Chiesa interprete autentica del vero senso della Rivelazione. Lutero non poteva più condividere quella certezza che nella Chiesa riconosce una coscienza comune superiore all’intelligenza e alle interpretazioni private. […]
(Vittorio Messori)
E lei, cardinal Ratzinger (da ragazzo o da giovane seminarista o magari da teologo) non è mai stato attratto dal protestantesimo, non ha mai pensato di cambiare confessione cristiana?
(Joseph Ratzinger)
Oh no! – esclama -. […] Di fatto, pur con tutta la stima per amici protestanti, semplicemente, sul piano psicologico, non ho mai avvertito un’attrattiva di questo tipo. Neppure sul piano teologico: il protestantesimo poteva certamente dare l’impressione di una “superiorità”, poteva sembrare avere una maggiore “scientificità”. Ma la grande tradizione dei Padri e dei maestri del Medio Evo era per me più convincente.
(MESSORI, Rapporto sulla fede, Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo 2005, p.164 e seguenti)
3 • I (cosiddetti) «tradizionalisti»
Passiamo ora ai (cosiddetti) tradizionalisti.
Anche in questo caso – come per i progressisti – vorrei partire da «ciò che c’è di buono».
E dunque qual è la verità che si trova nell’eresia del tradizionalismo?
Ce n’è più di una:
- è vero che la Tradizione della Chiesa è un tesoro prezioso: duemila anni di fede vissuta, di santi, di teologia, di Concili, di Padri e Madri della Chiesa non si possono liquidare con una scrollata di spalle;
- è vero che il Vangelo non cambia;
- è vero che una certa deriva post-conciliare ha prodotto danni reali e documentati (le liturgie improvvisate, la dissoluzione della catechesi, il crollo della pratica sacramentale, la perdita del senso del peccato, la fuga in massa dai seminari…), e chi constata con amarezza queste cose non è automaticamente un “nostalgico”;
- è vero che la bellezza della liturgia non è un capriccio estetico, ma un modo di fare esperienza del sacro – e che impoverire il culto per paura che «poi la gente non capisca» spesso ottiene l’effetto contrario (io credo che negli ultimi 60 anni il Q.I. del parrocchiano medio sia calato drasticamente);
- è vero che il senso del mistero, della trascendenza, del timore di Dio non sono residui medievali da superare, ma dimensioni essenziali della fede cristiana…
…il problema dei tradizionalisti è che dopo aver difeso la casa, ne hanno sbarrato le porte dall’interno… dimenticando che una casa senza porte né finestre non è un rifugio: è una tomba.
Detto in altri termini:
- nel tentativo di «preservare la Tradizione», spesso finiscono per idolatrare la forma – dimenticando che la liturgia è un mezzo, non il fine, e che anche il rito più bello non salva nessuno se anziché condurmi a Cristo mi conduce ad insuperbirmi o a sentirmi migliore degli altri;
- nel voler difendere la dottrina, hanno trasformato il Catechismo (quello di san Pio X, ovviamente!) in una clava da suonare in testa alle persone, riducendolo di fatto ad un manuale per smistare le persone tra «puri» e «impuri»… e i cattolici tra «veri cattolici» e «quegli altri là»;
- nel combattere (giustamente) il relativismo, confondo la fedeltà con l’immobilismo, e la fermezza con la durezza di cuore;
- nel denunciare gli errori del post-Concilio, hanno finito per mettere in discussione il Concilio stesso, e con esso l’autorità stessa del Magistero – cadendo così nello stesso errore che rimproverano ai progressisti: il «secondo me»;
- nel reagire agli eccessi progressisti, scivolano nell’eccesso opposto: una fede tutta testa e niente cuore, in cui contano più le formule, i paramenti, l’incenso e il gregoriano… che non la conversione del cuore;
- nel voler proteggere i fedeli dagli errori, hanno costruito comunità chiuse ed echo chamber che sono – di fatto – piccoli fortini autoreferenziali;

Ora non vorrei avventurarmi in funambolismi o parallelismi impropri…
…ma molto spesso ho l’impressione che i tradizionalisti siano i pro-pro-pro-nipoti degli scribi, dei farisei e dei dottori della legge della Palestina di Gesù.
…e quante volte Gesù si scaglia contro gli scribi, i farisei e i dottori della legge?
- Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare (Matteo 23,13);
- Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle (Matteo 23,23);
- Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume (Matteo 23,27);
- Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito (Luca 11,46);
- Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito (Luca 11,52);
- Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Io vi dico: questi, a differenza dell’altro [il fariseo], tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato (Luca 18,13-14).
Last but not least, io credo che uno dei pericoli più grandi di trovarsi all’interno di un ambiente tradizionalista sia quello di vivere per tutta la vita come il fratello maggiore della parabola del figliol prodigo (cfr. Luca 15,11-32):
- “sapere tutto” del Padre – le sue regole, le sue aspettative, i suoi comandamenti – e non capire nulla del suo cuore;
- lavorare sodo nei campi, essere fedele, non tradire mai… e scoprire, alla fine del percorso, di essersi comportati per tutta la vita come servi anziché figli;
- osservare ogni regola, rispettare ogni precetto, non mancare mai a nessun dovere… e arrabbiarsi quando il Padre fa festa per chi è tornato.
A tal proposito mi viene in mente una scena dei Simpsons, tratta dall’episodio «Bart ha due mamme» (stagione 17, episodio 14).
Nell’episodio, Marge Simpsons fa da babysitter a Rod e Todd, i figli di Ned Flanders.
I due bambini – cresciuti in un ambiente iper-protettivo e iper-religioso – hanno un’idea di «gioco» talmente ingessata e noiosa da risultare quasi commovente.
Marge allora li porta in un centro sportivo, li incoraggia a rischiare, a giocare – e i bambini si divertono per la prima volta in vita loro.
Quando però Rod si sbecca un dente, Ned si arrabbia e proibisce a Marge di stare ancora con loro.
Qualche scena dopo però, Ned nota che i figli sono molto tristi per la mancanza di Marge, e chiede loro il motivo.
E loro due rispondono così:
«Ci faceva sentire felici»
«E non felici come in Chiesa… felici per davvero!» (originale: «She made us feel happy», «And not church-happy… for real happy!»)
(I SIMPSONS, «Bart ha due mamme», stagione 17, episodio 14, click qui per vedere la clip video)
C’è un meccanismo molto umano che si nasconde dentro il tradizionalismo – e che va al di là della fede cristiana.
Avete presente il mito dell’«età dell’oro»?
È l’idea che da qualche parte nel passato ci sia stato un momento perfetto, un’epoca in cui le cose funzionavano davvero, in cui la fede era integra, la liturgia splendida, i preti santi e i fedeli un solo corpo…
…quel momento a partire dal quale qualcosa si è irrimediabilmente corrotto, e poi tutto è andato storto.
Non è facile collocare quest’epoca d’oro… dipende da chi risponde alla domanda:
- c’è chi dice prima del Concilio Vaticano II
- chi ritiene che fosse prima della Rivoluzione francese
- chi pensa al Medioevo
…ma il meccanismo è sempre lo stesso.
Il pensiero per cui «una volta era meglio» è una tentazione molto sottile… e non riguarda solo l’ambito spirituale.
Provate a chiedere a qualcuno qual è la musica più bella di sempre: vi risponderà quasi sempre nominando un gruppo che ascoltava all’epoca del liceo, o giù di lì (non importa quando quella musica sia stata prodotta – quello che importa è quando lui la ascoltava!).
Penso che sia un bias molto diffuso.
Lo ha notato, con la sua inconfondibile ironia, anche lo scrittore, sceneggiatore e umorista britannico Douglas Adams (1952-2001):
Ho trovato tre regole che descrivono le nostre reazioni alla tecnologia:
- Qualunque cosa esista nel mondo quando nasciamo, ci pare normale e usuale e riteniamo che faccia per natura parte del funzionamento dell’universo.
- Qualunque cosa sia stata inventata nel ventennio intercorso tra i nostri quindici e i nostri trentacinque anni è nuova ed entusiasmante e rivoluzionaria e forse rappresenta un campo in cui possiamo far carriera.
- Qualunque cosa sia stata inventata dopo che abbiamo compiuto trentacinque anni va contro l’ordine naturale delle cose.
(DOUGLAS ADAMS, Il salmone del dubbio, Mondadori, 2004, p.72)
4 • Il braccio di ferro ideologico, le polarizzazioni… e l’antidoto
Io ho l’impressione che – negli ultimi tempi – il mondo si stia sempre più polarizzando:
- i social
- la televisione
- la cultura
- la politica
- il giornalismo
Purtroppo, anche la religione non fa eccezione.
A tal proposito, vi racconto un aneddoto.
Qualche mese fa, una pagina cristiana che seguo ha pubblicato un post per commentare lo scisma che si sta consumando all’interno dell’anglicanesimo: non so se lo sapete, ma all’inizio di marzo 2026 centinaia di vescovi anglicani provenienti da Africa, Asia e America Latina si sono riuniti ad Abuja, in Nigeria, per prendere le distanze dalla nuova arcivescova di Canterbury, Sarah Mullally, accusata di aver abbandonato l’insegnamento biblico tradizionale su matrimonio ed etica sessuale.
Il primo commento sotto a questo post era di uno scout dell’Agesci (*), che si lamentava del fatto che la Chiesa non dovrebbe tollerare «le derive tradizionaliste», perché – se lasciate libere – alla lunga diventano «radicalmente antievangeliche e contrarie al Magistero».
La cosa buffa è che l’articolo parlava di vescovi africani e latinoamericani che accusano l’anglicanesimo progressista di essersi allontanato dalla Scrittura… il commentatore scout invece era preoccupato delle derive tradizionaliste degli anglicani.
Neanche a dirlo, con un’esca così succulenta, le risposte non si sono fatte attendere.
Tra le repliche al commento, una persona sottolineava polemicamente di aver letto sul profilo social dello scout che quest’ultimo aveva studiato alla Facoltà valdese di teologia – sottointendendo un «che credibilità hai a parlare di ortodossia cattolica, se ti sei formato in una facoltà protestante?».
Lo scout – da parte sua – ha rincarato la dose, rispondendo che il suo stesso vescovo aveva approvato la sua decisione di studiare lì la teologia.
Qualcun altro – inserendosi nella conversazione – si diceva preoccupato che una persona del genere fosse un capo scout Agesci, cioè un adulto che ha scelto di dare testimonianza cristiana a dei ragazzi, che lo vedono come punto di riferimento anche su questi temi.
Lo scout ha risposto con una certa autoironia, precisando di essere anche un quadro dell’associazione, nonché un formatore. «Un pericolo vivente, insomma», ha concluso.

Insomma, purtroppo anche tra cristiani cadiamo nella tentazione di polarizzare i discorsi.
Potrebbe sembrare una “brutta piega” assunta in tempi recenti… ma in realtà all’interno della Chiesa questo «braccio di ferro» è iniziato molto tempo fa.
Qualche decennio fa André Frossard (che avevo già citato nel primo paragrafo) scriveva simpaticamente che:
“Progressista” è uno che fa la volontà di tutti, tranne che di Dio; “conservatore” è invece uno che fa sempre la volontà di Dio, che Dio lo voglia o no!
(ANDRÉ FROSSARD, intervistato in VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul cristianesimo: sei tu il Messia che deve venire?, Torino, Società editrice internazionale 1987, p.149)
Prima ancora – quasi un secolo fa – lo scrittore e giornalista britannico Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) scriveva altrettanto ironicamente che:
Il mondo moderno si è diviso in Conservatori e Progressisti.
L’occupazione dei Progressisti consiste nel continuare a fare errori. Quella dei Conservatori nel prevenire che gli errori vengano corretti.
(GILBERT KEITH CHESTERTON, Illustrated London News, 1924)
Ora – battute a parte – proviamo a tornare serî.
Dietro a questa dialettica (e alle polarizzazioni) c’è una domanda seria.
Ovvero: che cosa significa – concretamente – che la Chiesa si deve rinnovare/riformare?
E soprattutto: in quale direzione?
Negli ultimi secoli, molte comunità protestanti hanno creduto – erroneamente – che la riforma della Chiesa consistesse in un suo «ritorno alle origini» (ne avevo già parlato nel 2021, quando avevo scritto una pagina sulla presunta «incoerenza» della Chiesa).
Nonostante questa proposta sembri suggestiva, in realtà è il frutto del bias di cui parlavamo sopra – quello di idealizzare il passato.
- «Ah, i primi cristiani! Loro sì che erano autentici! Mica come la Chiesa di oggi, corrotta e collusa con il potere!»
- «Che meraviglia le prime comunità: fratelli e sorelle che condividevano tutto in perfetta armonia, senza litigi e senza divisioni!»
- «Bisognerebbe tornare alla Chiesa delle origini, quando la fede era semplice, pura, non ancora “inquinata” da secoli di teologia e tradizione!»
Ebbene… questo è un abbaglio!
Sarebbe sufficiente leggere le lettere di Paolo di Tarso per constatare come la fantomatica «Chiesa delle origini» fosse invece piena di persone fragili e peccatrici… come me e te.
Questo discorso – ovviamente – vale tanto per la «Chiesa delle origini» quanto per la Chiesa di qualsiasi altra epoca storica:
- la Chiesa dopo il concilio di Trento – tanto rimpianta dai tradizionalisti – non era perfetta;
- e non lo era la Chiesa medievale dei movimenti pauperistici, romanticamente riletti come precursori dei catto-comunisti di oggi;
- e non era perfetta la Chiesa di Pio X – che combatteva l’eresia del modernismo, ma era intrappolata in una visione difensiva e spaventata del mondo;
- e non lo è neanche la Chiesa del Concilio Vaticano II – a cui si ispirano molti cattolici progressisti di oggi…

Il paradosso è che questa nostalgia – tanto da una parte quanto dall’altra – finisce spesso per proiettare sul passato gli ideali del presente.
Lo aveva capito bene lo scrittore, filosofo e aforista colombiano Nicolás Gómez Dávila (1913-1994) quando scriveva che:
Il cattolico progressista vorrebbe restaurare il cristianesimo primitivo imitando il moralismo umanitario dei chierici miscredenti del Settecento.
(NICOLÁS GÓMEZ DÁVILA, dagli Escolios a un texto implícito, 1977)
Detto in altri termini: il passato che si vuole restaurare non è mai «quello vero».
È sempre una proiezione.
E del resto, anche se fosse possibile tornare alla Chiesa tale e quale a com’era nell’anno 33, non sarebbe nemmeno auspicabile.
Infatti, come scriveva il teologo tedesco Karl Adam (1876-1966):
Noi lo ammettiamo senza arrossire, anzi con orgoglio: il cattolicesimo non va identificato senz’altro e sotto ogni riguardo col cristianesimo primitivo o col mesaggio di Cristo, allo stesso modo che la quercia adulta non è totalmente identica alla minuscola ghianda.
Esso conserva la sua fisionomia essenziale non in maniera meccanica, ma organicamente […].
L’annunzio di Cristo non sarebbe un messaggio vivente, né seme che esso gettà alle glebe sarebbe un seme vivente, se fosse rimasto eternamente il piccolo seme dell’anno 33 e non avesse messo radici e assimilato materia estranea; se, anche con l’aiuto di questa materia, non fosse cresciuto ad albero sui rami del quale nidificano gli uccelli del cielo.
(KARL ADAM, L’essenza del cattolicesimo, Morcelliana, Brescia 1962, p.8)
La Chiesa cresce.
Si evolve – pur nella continuità.
Si purifica – attraverso processi di riforma.
Checché ne dicano certi nostalgici del passato, la Chiesa ha sempre avuto bisogno di essere riformata.
In ogni epoca storica.
Senza eccezioni.
In un intervento al meeting di Rimini del 1990, l’allora cardinale Joseph Ratzinger ha intitolato provocatoriamente il suo intervento sulla Chiesa «una compagnia sempre riformanda» (per chi volesse, a questo link può ascoltare l’intervento su YouTube per intero).
Perché ho detto «provocatoriamente»?
Beh, perché ha ripreso l’espressione «ecclesia semper reformanda» – che è uno dei capisaldi del pensiero di Martin Lutero (1483-1546).
La Chiesa, secondo Ratzinger (ma non solo secondo lui) è «sempre riformanda» – cioè ha sempre bisogno di riforme.
Il nocciolo della questione non è allora «SE» riformare o meno la Chiesa…
…ma «COME» riformarla.
E su questa pietra inciampano sia i progressisti che i tradizionalisti (seppur in direzioni opposte):
- i progressisti immaginano la riforma come un adeguamento al mondo: semplificare, svecchiare, abbattere le strutture – finché la Chiesa non assomigli abbastanza al tempo presente da essere finalmente «credibile»… salvo poi venire liquidata come «irrilevante» 30 secondi dopo;
- i conservatori immaginano la riforma come un restauro: riportare tutto a com’era prima – finché la Chiesa non assomigli abbastanza a quelal di un’epoca passata da essere finalmente «autentica»… cioè un reperto storico che nulla ha più da dire all’uomo di oggi.
In entrambi i casi, l’obiettivo è creare una Chiesa «a mia immagine e somiglianza».
O a immagine e somiglianza della mia ideologia.
Ma la «vera Chiesa» non è quella che desiderano i tradizionalisti.
Né tantomeno quella che desiderano i progressisti.
La Chiesa non è qualcosa di cui possiamo disporre a nostro piacimento.
O – per usare le parole del cardinal Ratzinger:
Dobbiamo avere sempre presente che la Chiesa non è nostra, ma sua.
Dunque, le “riforme”, i “rinnovamenti” – pur sempre doverosi – non possono risolversi in un nostro darci da fare zelante per erigere nuove, sofisticate strutture.
Il massimo che può risultare da un lavoro del genere è una Chiesa “nostra”, a nostra misura, che può magari essere interessante ma che, da sola, non è per questo la Chiesa vera, quella che ci sorregge con la fede e ci dà la vita col sacramento.
Voglio dire che ciò che noi possiamo fare è infinitamente inferiore a Colui che fa.
Dunque, “riforma” vera non significa tanto arrabbattarci per erigere nuove facciate, ma (al contrario di quanto pensano certe ecclesiologie) “riforma” vera è darci da fare per far sparire nella maggior misura possibile ciò che è nostro, così che meglio appaia ciò che è Suo, del Cristo.
È una verità che ben conobbero i santi: i quali, infatti, riformarono in profondo la Chiesa non predisponendo piani per nuove strutture ma riformando se stessi.
L’ho già detto, ma non lo si ripeterà mai abbastanza: è di santità, non di management che ha bisogno la Chiesa per rispondere ai bisogni dell’uomo.
(JOSEPH RATZINGER, intervistato in VITTORIO MESSORI, Rapporto sulla fede, Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo 2005, p.53)
Conclusione
Come dicevo più sopra, le eresie non nascono dal nulla.
Nascono da qualcosa di vero, di reale, che però viene separato da tutte le altre verità che lo tengono in equilibrio.
Se però si toglie il contrappeso, quella «verità» si trasforma in un’ideologia.
È ciò che succede ai (cosiddetti) progressisti.
Ed è ciò che succede ai (cosiddetti) tradizionalisti.
Come scriveva Clive Staples Lewis (1898-1963) – scrittore, saggista e teologo britannico:
Ecco una tentazione diabolica.
Il diavolo manda sempre nel mondo gli errori a coppie – a coppie di opposti.
E ci spinge sempre a riflettere lungamente su quale sia il peggiore.
Il perché è chiaro, no?
Egli punta sulla nostra strenua avversione a un errore per attirarci a poco a poco nell’altro.
(CLIVE STAPLES LEWIS, Il cristianesimo così com’è, Adelphi, Milano 2011, p.227)
sale
(Primavera 2026)
- VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul cristianesimo: Sei tu il Messia che deve venire?, SEI, Torino 1987
- VITTORIO MESSORI, Rapporto sulla fede. Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo (MI) 2005
- GILBERT KEITH CHESTERTON, Eretici, Lindau, Torino 2010
- GILBERT KEITH CHESTERTON, Ortodossia, Lindau, Torino 2010
- CLIVE STAPLES LEWIS, Il cristianesimo così com'è, Adelphi, Milano 1997