In che consiste il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria?

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1 • Immacolata concezione: poche idee, ma confuse

Non giriamoci troppo intorno.

Nella parte di mondo in cui vivo, i dogmi – e più in generale la fede cristiana – suscitano un grado di interesse inferiore a quello delle previsioni meteo di Myongchon, la contea nella provincia dell’Hamgyong Settentrionale, in Corea del Nord.

Tra impegni lavorativi, palestra, aperitivi, notifiche sul cellulare, corri di qua, corri di là… le persone «hanno di meglio da fare» che pensare a queste cose…

aperto di mente

Eppure l’8 dicembre in Italia è un giorno festivo.

I negozi sono chiusi (almeno in teoria).

E ogni tanto qualcuno – vuoi per curiosità, vuoi perché un parente ha tirato fuori l’argomento a tavola – si chiede: ma che cos’è questa fantomatica Immacolata Concezione?

E qui… apriti cielo!

C’è chi pensa che l’espressione «Immacolata Concezione» sia solo un altro nome che si dà alla nascita verginale di Gesù: Maria sarebbe rimasta incinta per opera dello Spirito Santo, senza aver avuto rapporti con un uomo… e in questo consisterebbe il «concepimento immacolato», cioè l’«immacolata concezione».

Altre persone (un po’ meno) pensano che l’Immacolata Concezione consista nel fatto che anche Maria sarebbe stata concepita per opera dello Spirito Santo, in modo simile a Gesù.

Altri ancora (la maggior parte) non stanno troppo a interrogarsi sulla questione, e la liquidano sostenendo che è un’invenzione della Chiesa dell’800: papa Pio IX avrebbe inventato questa fregnaccia così – di sana pianta – per fare «rebranding» su Maria, e per fare da contrappeso al fatto che i Protestanti non si filano di striscio la Vergine.

Ora.

Dato che queste tre “versioni dei fatti” sono tutte e tre sbagliate… proviamo a fare un po’ di ordine.

In che consiste davvero il dogma dell’Immacolata Concezione?

Di chi è la «concezione» di cui si parla?

E perché sarebbe «immacolata»?

E perché la Chiesa cattolica «tiene così tanto» a questa cosa?

2 • Il peccato originale (di nuovo lui)

Uno dei motivi per i quali ho capito che diventerò un vecchietto rimbambito (*) è che tendo a ripetermi spesso.

Uno degli argomenti di cui – vuoi o non vuoi – torno a parlare di più è il peccato originale (la lingua batte dove il dente duole):

(E più in generale – se cerco nel database del blog – il sintagma «peccato originale» compare più di settanta volte, tra tutte le pagine pubblicate)

nonno Sale rimbambito

Penso che il brano del peccato originale sia uno dei testi più inesauribili della Bibbia – e in generale di tutto ciò che sia mai stato scritto.

«Inesauribile» nel senso che più si scava al suo interno, più si scoprono cose sul cuore dell’uomo, sulle nostre inclinazioni, sulle nostre fragilità, etc.

È un racconto intriso di saggezza.

Una saggezza che – prima ancora che «spirituale», prima ancora che «divina», prima ancora che «rivelata» – penso che nasca da una profonda osservazione della realtà (come scriveva ironicamente Nicolás Gómez Dávila negli Escolios a un texto implícito: «Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che credono nel peccato originale e gli sciocchi»).

Il racconto del peccato originale è un Bignami di:

  • antropologia (il meccanismo del capro espiatorio)
  • psicologia (il desiderio proibito, la trasgressione, il senso di colpa)
  • pedagogia (cosa significa imparare a proprie spese, il rapporto con l’autorità e il limite)
  • politica (la tentazione del potere: «sarete come dèi»)
  • ecologia (il rapporto dell’uomo con la natura e il creato)
  • linguistica (il serpente che manipola le parole, esempio perfetto di retorica ingannevole)

Come già avevo detto a suo tempo qui sul blog, il peccato originale non riguarda tanto il furto di una mela da un albero proibito ad opera dei progenitori del genere umano, tentati da un serpente parlante…

Il brano della Genesi – ovviamente – è un testo simbolico.

Non sappiamo esattamente in che consista il peccato originale.

Sappiamo solo che c’è stato.

La Chiesa insegna che il peccato originale (in qualsiasi forma si sia manifestato) è un fatto storico.

L’uomo e la donna – che siano stati formati da Dio ex nihilo, o che si siano lentamente evoluti seguendo tutta la trafila che va dai primi primati fino a noi – sono stati pensati da Dio per vivere in comunione con Lui.

Per vivere da figli.

In un clima di tenerezza e di fiducia:

  • fiducia nella Provvidenza;
  • fiducia nello sguardo dell’altro, che è un alleato e non un antagonista, «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (Genesi 2,23);
  • fiducia nel fatto che la mia fragilità non è qualcosa da nascondere sotto il mascara, o dietro i selfie che condivido sui social per mendicare attenzione e amore;
  • fiducia nel fatto che il tempo non è un conto alla rovescia verso il nulla, ma un cammino per ricongiungersi all’Amato;
  • fiducia nel fatto che i limiti imposti da Dio all’uomo non sono una prigione, ma il perimetro necessario entro cui la libertà può fiorire senza auto-distruggersi.

Cosa è accaduto invece?

Per capirlo un po’ meglio occorre decodificare il brano del terzo capitolo di Genesi in cui viene raccontata la vicenda di Adamo ed Eva che – tentati dal Serpente – mangiano il frutto dall’albero proibito.

Per farlo, ci facciamo aiutare dall’eremita romano don Giuseppe Forlai (classe ’72):

Il racconto della “caduta” contenuto nel libro della Genesi ci aiuta a capire correttamente il peccato di Adamo ed Eva: il testo ci sta davanti proprio per raccontarci la “radice” del peccato dell’uomo e le sue “conseguenze” perverse in rapporto a Dio, a sé stesso e all’altro.
Nel capitolo secondo e terzo della Genesi il verbo “mangiare” ricorre 21 volte, quasi in maniera ossessiva: «Non dovete mangiare»; «se voi ne mangiaste»; «era buono da mangiare»; «io ho mangiato».
A cosa si allude con questo verbo?
“Mangiare” vuol dire dare la morte per vivere, consumare per ridurre la realtà esterna all’assimilazione organica.
In una parola, il “mangiare” non è altro che chiedere alla realtà di “farsi” a misura di me stesso.
Quando mangio un cibo lo distruggo, lo frantumo, per renderlo digeribile e assimilarlo.
Lo uccido per vivere: mors tua, vita mea.
L’atto semplicissimo e quotidiano del mangiare è una buona metafora per spiegare in cosa consista il peccato che sta all’origine di tutti i peccati: la volontà di ridurre la realtà alla propria misura, al proprio giudizio ristretto.
Anche gli altri.
Anche Dio.
Lo sbaglio radicale che alberga nella nostra mente è proprio questo: il credere che per vivere, per essere felici, sia necessario piegare tutto e tutti al nostro ego, a quei criteri che noi, presuntuosamente, abbiamo messo al centro del mondo senza chiederne il permesso a nessuno.

(GIUSEPPE FORLAI, Quello che so di lei : piccola mariologia per continuare a credere, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023, p.27-28)

Come scrivevo sopra, non sappiamo esattamente cosa sia accaduto… ma da quel momento in poi, sperimentiamo gli effetti del peccato originale nel nostro cuore:

  • la deformazione dell’immagine di Dio: non percepiamo più Dio come un padre buono, ma come un rivale, come un antagonista della nostra felicità;
  • l’angoscia esistenziale: senza Dio come fondamento, l’uomo e la donna guardano il futuro con paura, il passato con rammarico, vivono sulla difensiva e “con la guardia alzata” nei confronti dell’esistenza… in pratica, l’uomo e la donna diventano due ansiosi cronici;
  • la pretesa di autosufficienza: rifiutando la sua condizione di creatura, l’uomo pretende di diventare autonomo, cioè «legge a sé stesso» (dal greco αὐτός, autos = se stesso, νόμος, nomos = legge); il non voler accettare di essere “originato” da un Altro lo condanna a una grandissima solitudine esistenziale;
  • l’inclinazione al male: nasce nel nostro cuore una tensione interiore irrisolvibile: l’uomo fa ciò che non vuole e non fa ciò che vorrebbe (cfr. Romani 7,15.18-19.22-24);
  • l’idolatria: l’uomo inizia a chiedere la vita agli oggetti, alle vacanze, all’iPhone, ai social, ai likes, ai ruoli, al lavoro, ai successi, alle relazioni, sostituendo Dio con realtà che non possono saziarlo e che prima o poi lo deludono;
  • etc.

Il peccato originale – prima ancora di essere un atto di disobbedienza morale (che certamente è) – è una frattura relazionale.

L’uomo smette di conoscere chi è Dio, e da lì si incrina tutto il resto.

Da lì in poi, per l’uomo Dio è uno sconosciuto.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: «ma come è possibile che Adamo ed Eva si siano fatti intortare dal Serpente?»

Non avevano sperimentato la bellezza di Dio, la sua dolcezza, la sua bontà, la premura con cui è preso cura di loro, la gratitudine per il fatto che Dio ha donato loro il giardino dell’Eden (la parola ʿēḏen, עֵדֶן, in ebraico significa «delizia», «piacere»)?

La risposta è: sì, avevano sperimentato tutto questo.

Ma fare un’esperienza di bene (o tante esperienze di bene) non ci toglie il libero arbitrio.

Non ci toglie la possibilità di volgere le spalle al bene.

La libertà – per sua natura – può sempre dire di no.

Da quel momento in poi – per tutti noi discendenti di Adamo ed Eva – le cose si sono ulteriormente complicate.

La storia del popolo d’Israele – con tutti i suoi alti e bassi, le fedeltà e le apostasie, i ritorni a Dio e le «prostituzioni» agli idoli – è in questo senso uno specchio impietoso della condizione umana: anche chi ha visto le meraviglie di Dio, anche chi le ha toccate con mano, può cadere.

Non solo perché tutti noi siamo dotati di libero arbitrio – come Adamo ed Eva…

…ma anche perché nel nostro cuore c’è una ferita in più rispetto ai nostri progenitori: quella scaturita dal peccato originale, che si è trasmessa a tutta l’umanità.

Come spiega don Giuseppe:

Il popolo d’Israele ha tradito JHWH per i culti che promettono prosperità; questo è il suo peccato originale collettivo che ci insegna una verità fondamentale: le creature, sebbene abbiano fatto esperienza della misericordia di Dio, sono incapaci di non infrangere l’Alleanza. L’uomo è irresistibilmente portato non solo a ridurre Dio alla propria misura, ma anche a tradirlo dopo averne sperimentato l’affidabilità.
Il peccato originale è, in questo ultimo senso, la radicale sfiducia nella paternità di Dio: fatichiamo a fidarci perché abbiamo paura che l’Onnipotente ci derubi di qualcosa o che non ci dia la felicità che ci spetta.
«Dammi la mia parte di eredità» (Luca 15,12), dice il figlio minore della parabola di Luca (cfr. Luca 15,2): consegnami quel che mi spetta e lasciami vivere! Non mi interessi come Padre, ma come proprietario di beni.

(GIUSEPPE FORLAI, Quello che so di lei : piccola mariologia per continuare a credere, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023, p.29)

3 • E che c’entra Maria con tutto questo?

Arrivati a questo punto – dopo l’ennesimo spiegone sul peccato originale – a qualcuno sarà sorta la domanda: che c’entra Maria con tutto questo?

Ebbene.

Maria è stata preservata da tutto questo!

Con il termine «Immacolata Concezione» infatti si intende che:

  • fin dal momento del suo concepimento (da qui la parola «concezione»);
  • Maria è rimasta pura, incorrotta, non toccata (da qui la parola «immacolata») da quello sguardo sfiduciato su Dio, da quel clima di sospetto e di paura, da quella frattura relazionale con il Padre che – dal peccato originale in poi – contraddistingue la natura umana.

Tutto ciò di cui ho parlato nel paragrafo precedente:

  • la deformazione dell’immagine di Dio, percepito come un Orco cattivo e non come un Padre;
  • lo stare con la guardia alzata nei confronti della vita;
  • la difficoltà a fidarsi della Provvidenza;
  • l’angoscia esistenziale, l’ansia cronica, il senso di dover arrangiarsi da soli;
  • la tendenza a cercare altrove quella pienezza che solo Dio può dare: nei soldi, nel narcisismo, nel potere…
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…ecco, tutto questo NON vale per Maria.

Maria:

  • si fida di Dio senza riserve;
  • ha un cuore limpido, non appesantito dal sospetto;
  • si abbandona alla Provvidenza con il cuore sereno;
  • non si lascia sedurre dalle tentazioni del Nemico;
  • sa in modo certo – non perché sia un’ingenua, ma perché è ricolma di grazia – che tutto il bene di cui ha bisogno viene da Dio, e che qualsiasi croce si trovi lungo il cammino concorre al Bene.

O per dirla con le parole di don Giuseppe:

Sulla base del racconto genesiaco l’esenzione di Maria dal peccato originale vuol dire questo: che Dio le ha risparmiato l’illusione di essere al centro del mondo, la misura della vita degli altri e di Dio stesso.
Per questo la Vergine ha amato il Padre e il Figlio con libertà, senza ridurli ai propri criteri.
Se così non fosse stato non avrebbe detto “eccomi”, ma si sarebbe messa a discutere dando voce a paure e illusioni.

(GIUSEPPE FORLAI, Quello che so di lei : piccola mariologia per continuare a credere, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023, p.28)

E ancora:

Maria è stata preservata, risparmiata, non solo dall’illusione di credersi al centro del mondo, ma anche dall’atavica diffidenza verso Dio che alberga tenace e immotivata nel cuore degli uomini.
[…]
La Vergine ha sempre saputo che il Padre di Abramo, Isacco e Giacobbe è un Dio che dona, non che ruba; che mantiene la parola, non che inganna.
E lo ha saputo non grazie ad uno sforzo umano di comprensione o di volontà, bensì perché Dio ha voluto che fosse così nella sua sovrana libertà.
Il Sommamente Libero ha voluto rendere libera da illusioni e paure la madre del Figlio suo.
L’Immacolata Concezione è il riverbero della libertà di Dio!
Maria non ha paura di Dio e nello stesso tempo non crede che per essere felici si debba ridurre il divino ai disordinati pensieri del cuore.

(GIUSEPPE FORLAI, Quello che so di lei : piccola mariologia per continuare a credere, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023, p.29-30)

Che significa che «l’Immacolata Concezione è il riverbero della libertà di Dio»?

Significa che non è merito di Maria se è «Immacolata».

Non è merito suo se ha questo sguardo su Dio.

Non è merito suo se ha il cuore puro e incontaminato.

La sua condizione è un dono di Dio.

Non ha fatto nulla per meritarsela.

È un regalo che Dio le ha fatto, nella sua sovrana libertà.

Non so voi… ma io tante volte mi lamento della sovranità di Dio e del suo esercizio della libertà:

  • «Perché a lui sì e a me no?»
  • «Perché Dio ha permesso che accadesse questa cosa proprio a me?»
  • «Perché certe grazie vengono date ad alcuni e ad altri no?»

Ma Dio non deve rendere conto a me delle sue azioni.

Dio è sovrano.

Sicuramente è buono… e se a volte non riusciamo a unire i puntini nel modo giusto è solo perché vediamo «il rovescio dell’arazzo» (come dice Paolo di Tarso però «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio», cfr. Romani 8,28).

Ma Dio non deve certo rendere conto a me del suo agire, della sua generosità, della sua gratuità.

L’Immacolata Concezione è esattamente questo: un atto di pura gratuità.

Un dono che Dio ha fatto a Maria, senza che lei potesse aspettarselo, meritarselo, o pretenderlo.

Un dono per cui Maria può cantare il Magnificat.

4 • Da quanto tempo la Chiesa crede nell’Immacolata Concezione di Maria?

Nel primo paragrafo dicevo en passant che alcune persone sostengono che il dogma dell’Immacolata Concezione sia stato inventato dalla Chiesa solo recentemente.

Ebbene… anche questa è una fregnaccia.

È vero che il dogma è stato proclamato ufficialmente solo nel 1854, con la bolla «Ineffabilis Deus» di papa Pio IX (1792-1878)…

…ma il papa non si è svegliato dalla sera alla mattina con questa “brillante idea” per fare un «revamp» di Maria: ha semplicemente messo nero su bianco ciò che la Chiesa credeva – tra discussioni, dispute teologiche e devozione popolare (*) – da più di un millennio: cioè che Maria fosse «tutta pura», «senza macchia»«immacolata» appunto.

devozione popolare

(Per chi volesse approfondire, avevo speso due parole sulla devozione popolare in quest’altra pagina del blog quando parlavo del sensus fidei, cioè di quella capacità con cui il popolo di Dio riesce a cogliere intuitivamente le verità della fede).

Comunque.

Proviamo a ripercorrere (brevissimamente!) la storia del dogma.

Nel II secolo, alcuni Padri della Chiesa – tra cui Giustino ed Ireneo di Lione – già parlavano di Maria come «nuova Eva»: pura, immacolata, contrapposta all’Eva che aveva ceduto al Serpente. Non usavano ancora le parole «Immacolata Concezione»… ma l’intuizione di fondo già esisteva (nello stesso periodo, il Protovangelo di Giacomo – un vangelo apocrifo – descriveva l’infanzia di Maria come straordinariamente pia).

Nel IV-V secolo, durante la grande polemica contro i pelagiani, è accaduta una cosa curiosa. Per chi non conoscesse le vicende – in super sintesi – i pelagiani erano degli eretici che insistevano così tanto sull’importanza del libero arbitrio da dimenticare che, nel cammino di conversione, sia necessaria anche la grazia di Dio – come sottolineava invece Agostino d’Ippona (354-430). Ebbene… la cosa buffa è che entrambi gli “schieramenti” – pur partendo da posizioni teologiche opposte – riconoscevano la straordinaria santità di Maria. I pelagiani prendevano Maria come esempio di creatura umana vissuta senza peccato – segno, secondo loro, che il libero arbitrio potesse bastare. Da parte sua, sant’Agostino non contestava l’eccezione, ma ne ribaltava il senso: quella santità non era frutto dello sforzo umano, ma un dono della grazia di Dio.

Nel V-VI secolo, in Oriente, già esisteva una festa liturgica che celebrava la concezione di Maria. Tramite i monaci bizantini, nel corso dei secoli successivi, questa devozione giunse in Occidente.

Nel IX secolo, il monaco Pascasio Radberto (792-865) è stato tra i primi (forse addirittura il primo?) a scrivere che Maria non ha contratto il peccato originale.

Nel XI secolo, nei monasteri benedettini inglesi, si è diffusa la commemorazione liturgica della concezione di Maria – attestata dai calendari di Winchester e dal Pontificale di Canterbury. Anche in questo caso – come accennavo più sopra – la devozione popolare ha preceduto la teologia “ufficiale”.

Nel XII secolo, il benedettino Eadmero di Canterbury (1060-1126), discepolo di Sant’Anselmo, scrisse uno dei primi trattati teologici esplicitamente a difesa dell’Immacolata Concezione di Maria: il De conceptione beatae Mariae. La festa nel frattempo si era diffusa ampiamente in Inghilterra, Normandia e Francia. Ma c’era anche chi frenava: Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) – devotissimo a Maria, per carità – scrisse una celebre lettera ai canonici di Lione per sconsigliare la celebrazione della festa. Il problema, per lui, era lo stesso che lasciava perplessi molti teologi medievali: se Maria è immacolata, che bisogno aveva della Redenzione di Cristo?

Nel XIII secolo, i più importanti teologi scolastici nutrivano le stesse perplessità di san Bernardo: Tommaso d’Aquino (1225-1274), Bonaventura da Bagnoregio (1217/1221-1274), Alberto Magno (1193/1206-1280) negavano che Maria fosse stata preservata dal peccato originale fin dal primo istante della sua esistenza. In particolare, Bonaventura e Alberto ritenevano che fosse stata santificata nel grembo materno, in modo straordinario – ma comunque dopo il concepimento, non nel momento stesso. Come detto sopra, il timore era quello di sottrarre Maria alla Redenzione universale operata da Cristo… dunque, paradossalmente, di sminuire Cristo.

Nel secolo successivo, però, ci fu un colpo di scena teologico.

Giovanni Duns Scoto (1265/1266-1308) – un frate francescano scozzese – confrontandosi con le obiezioni degli scolastici, fece questa osservazione (non usò le parole che ho scritto qui sotto – queste sono una mia analogia – ma il senso è quello!):

Chi l’ha detto che «redimere» significa solo liberare qualcuno dal peccato dopo che lo ha contratto?
Un medico che guarisce un malato svolge il suo lavoro di medico, certo.
Ma un medico che preserva qualcuno dal contrarre la malattia in primo luogo non è forse ancora più bravo?

Ebbene, secondo Scoto, Cristo ha redento Maria con una redenzione preventiva: non l’ha liberata dal peccato originale dopo che lo aveva contratto, ma l’ha preservata dal contrarlo – in virtù dei meriti futuri della Croce. E questo, osservava Scoto, non è un modo per sottrarre Maria alla Redenzione di Cristo: è esattamente il contrario. È la forma più perfetta e più potente della Redenzione. Come sintetizzavano i suoi discepoli: «Potuit, decuit, ergo fecit»«Poteva farlo, era conveniente che lo facesse, dunque lo fece».

Per quanto le sue argomentazioni furono decisive per lo sviluppo successivo della dottrina, la disputa tra «immacolatisti» (soprattutto francescani) e «macolatisti» (soprattutto domenicani) andò avanti ancora per qualche altro secolo.

Nel frattempo però il Magistero della Chiesa si stava muovendo lentamente nella stessa direzione:

  • nel 1439 il Concilio di Basilea dichiarò la credenza nell’Immacolata Concezione come «pia, conforme alla fede cattolica e alla Sacra Scrittura» (c’è da dire però che la decisione è stata presa in una fase controversa del concilio, in cui i padri conciliari erano in conflitto con l’allora papa Eugenio IV – e dunque si potrebbe discutere se la formulazione si potesse o meno ritenere pienamente vincolante… ora però non voglio attaccare una pippa);
  • nel 1476 papa Sisto IV approvò la Messa e l’Ufficio propri dell’Immacolata Concezione;
  • nel 1661 papa Alessandro VII – con la bolla Sollicitudo – prese posizione in modo esplicito e favorevole;
  • nel 1708 papa Clemente XI rese la festa obbligatoria per tutta la Chiesa.

Dulcis in fundo, nel 1854, Pio IX consultò tutti i vescovi del mondo, ottenendo una larghissima maggioranza di pareri favorevoli alla definizione dogmatica (da qualche parte ho letto 546 vescovi su 603 totali, ma i numeri variano leggermente a seconda delle fonti)…

…e dunque l’8 dicembre di quell’anno – alla presenza di numerosi cardinali e vescovi, con le campane di Roma a festa – venne proclamato il dogma.

Capitolo chiuso?

Non ancora.

Quattro anni dopo, nel 1858, in una grotta a Lourdes – una cittadina nel sud-ovest della Francia, ai piedi dei Pirenei – a Bernadette Soubirous (1844-1879), che all’epoca aveva tredici anni, apparve una donna vestita di bianco con una cinta blu.

Le chiese il suo nome.

E la donna rispose «Que soy era Immaculada Councepciou»… frase che – tradotta dal dialetto occitano – significa «Io sono l’Immacolata Concezione.»

Bernadette non sapeva neanche cosa significasse quell’espressione… la ripeté a memoria al suo parroco, che rimase di stucco.

Ora comunque non vorrei aggiungere troppa carne al fuoco.

Dell’apparizione della Madonna a Lourdes parleremo un’altra volta…

…ma dopo che Maria stessa ha parlato, penso che non ci sia altro da dire sulla questione.

5 • L’allergia nei confronti di Maria

Ho aperto questa pagina del blog dicendo che oggi i dogmi e la fede cristiana non suscitano poi un così grande interesse.

Ecco.

Penso che questo sia ancor più vero per la figura di Maria di Nazaret.

Maria non è un argomento clickbait.

Non è un trending topic.

Anzi.

Il contesto culturale in cui viviamo ha un rigetto nei confronti di Maria, e di tutto ciò che ruota intorno a lei:

  • rosari
  • novene
  • varie forme di devozione popolare

Penso che Maria sia ai suoi “minimi storici” in termini di gradimento.

Come avevo già detto in un’altra occasione, Maria è «vergine» e «madre»… e al giorno d’oggi, queste due parole suscitano una grande repulsione, perché:

  • la verginità è vista come una rinuncia, una limitazione della libertà personale, quasi una forma di alienazione dal proprio corpo; in un’epoca in cui la sessualità è diventata un diritto da esercitare e rivendicare, scegliere di non «fare sesso» appare incomprensibile… o sospetto… o segno di qualche problema psicologico;
  • la maternità è percepita come un ostacolo: alla carriera, alla realizzazione personale, alla libertà; un figlio rischia di diventare un «progetto» da pianificare, rimandare o evitare… e una donna che fa della maternità il centro della propria vita viene guardata con diffidenza, come se avesse abdicato a qualcosa di più importante.

Ora.

Che il mondo (*) pensi queste cose, non mi stupisce più di tanto…

(*) (quando uso la parola «mondo» come in questo caso, lo faccio secondo l’accezione che ho spiegato qui)

…quello che mi intristisce, invece, è che pensieri di questo tipo hanno iniziato a insinuarsi nella Chiesa.

Tra i cristiani…

coordinamento teologhe italiane

Ora.

A me spiace sinceramente per certe teologhe – imbevute di un femminismo irrancidito ed anti-evangelico…

…ma Maria è figura della Chiesa (Lumen Gentium, n.63).

Come diceva il monaco cistercense Isacco della Stella (1100-1169):

Nelle Scritture divinamente ispirate quel ch’è detto in generale della vergine madre Chiesa, s’intende singolarmente della vergine madre Maria; e quel che si dice in modo speciale della vergine madre Maria, va riferito in generale alla vergine madre Chiesa; e quanto si dice d’una delle due, può essere inteso indifferentemente dell’una e dell’altra. Anche la singola anima fedele può essere considerata come Sposa del Verbo di Dio, madre figlia e sorella di Cristo, vergine e feconda

(ISACCO DELLA STELLA, Discorso 51; PL 194)

Tutto ciò che si dice di Maria, si dice della Chiesa…

…e infatti, i teologi e le teologhe che hanno un rapporto ambiguo con Maria, curiosamente, sono quelli che hanno un rapporto ambiguo con la Chiesa:

  • vivono la loro fede come se fosse un buffet: prendono ciò che piace, lasciano ciò che dà fastidio, e chiamano questa selezione “maturità spirituale”;
  • hanno sostituito il Vangelo con l’agenda ideologica del momento… e quando le due cose sono in contrasto tra loro, è sempre il Vangelo a «doversi aggiornare» (convertirsi? Per carità!);
  • sono a disagio con la gratuità: Maria non ha fatto nulla per meritare quello che è: è stata scelta, ha detto sì, si è affidata… ma per chi vive seguendo lo slogan del «women’s power» basato sul perseguimento di una auto-realizzazione narcisistica, questo è scandaloso;
  • non sopportano l’umiltà come categoria teologica… ma, guarda caso, l’umiltà è il tratto che più definisce Maria, e che più definisce la Chiesa quando è sana;
  • etc.

Ecco.

Rispetto a questo “ronzio di fondo” che spesso contamina certi ambienti accademici cristiani, vorrei invece ribadire – con umiltà, ma anche con parresia – che ogni cristiano ha in Maria un esempio.

Ogni cristiano ha in Maria un’amica intima ed una compagna di viaggio.

Ogni cristiano ha in Maria una consigliera e una consolatrice.

Ogni cristiano ha in Maria un paradigma di vita.

E badate bene, non sono un ingenuo o uno sprovveduto.

(O forse sì… ma poco importa…)

So bene che spesso – di fronte al fatto che la Chiesa continua a proporre Maria come modello di vita per i cristiani – molte persone storcono il naso, lamentandosi del fatto che Maria è troppo «angelicata», troppo «lontana dalla vita di noi comuni mortali», troppo «senza peccato, rispetto a noi peccatori incalliti».

Anche queste però mi sembrano delle false obiezioni.

Per spiegare il perché – e poi giuro che termino il paragrafo – vi riporto qui sotto uno stralcio tratto da un’omelia che il papa emerito Benedetto XVI (1927-2022) ha pronunciato l’8 dicembre 2013, dopo essersi ritirato in una vita più raccolta – lontano dai riflettori (per chi fosse interessato, le omelie dei quasi dieci anni nei quali è stato «papa emerito» sono state raccolte in due libri!):

La dottrina della Chiesa, secondo la quale Maria è stata preservata da ogni macchia di peccato originale, ci appare oggi generalmente come lontana dalla nostra vita. Sembra che abbia poco a che fare con noi, e si pensa che una vita senza peccato sia una vita un po’ noiosa, come la vita di una persona ansiosa, che non ha osato andare con la nave della sua vita in alto mare. […]
In realtà, dietro quest’idea – che solo con l’esperienza dei peccati arriviamo a tutta la grandezza dell’avventura umana – sta un’altra posizione di grande importanza, una posizione che Goethe ha formulato e messo in bocca al suo diavolo Mefistofele, che si autopresenta con queste parole: «Io sono una parte di quella forza, che vuole sempre il male e crea sempre il bene» (J.W. VON GOETHE, Faust, Part I, Studio, W 1336-7). Questo vuol dire che c’è sempre una dialettica di bene e male, e che alla fine anche il male è necessario e serve per il bene; il male non sarebbe quindi un male assoluto, ma solo relativo, in quanto in sé appare male, ma nella totalità della dialettica dell’essere ha una funzione insostituibile, perché solo in questa dialettica nasce la grandezza della storia umana.
Questa posizione porta in sé una verità: cioè vuol dire che ci sono parole diversissime, carismi diversi, anche in tensione tra di loro, che c’è diversità e differenza, e solo nella tensione di questi valori, nella ricchezza anche delle differenze, delle diversità, cresce la pienezza dell’essere.
Ma una cosa è la differenza, la diversità, e un’altra cosa la contrarietà. Il male vero non è differenza, diversità, ma è contrarietà, è il “no!” al bene e quindi non costruisce, ma distrugge.
[…]
C’è un male che non è differenza, ma contrarietà, e distrugge e non crea; e l’avventura del bene non ha bisogno di questo male. Certo, nella dialettica dei valori cresce la ricchezza del dramma, ma essa viene distrutta, danneggiata gravemente dalla contrarietà del vero male. […] Non abbiamo bisogno del male vero per arrivare alla grandezza del nostro essere umano.
E così Maria! Vediamo che vita! Che avventura! Essere invitata a essere Madre del figlio di Dio: che sfida! E poi la stalla, la nascita di Gesù a Betlemme, la fuga in Egitto, poi la vita di ogni giorno nella semplicità e nella profondità […]. Perché l’avventura con Dio è quella vera, quella che ci apre la vera vita in tutta la sua grandezza.
[…]
Un’altra obiezione, molto simile alla prima, è: Maria non ha peccato, quindi non ci conosce realmente. La solidarietà nel peccato sarebbe necessaria. Se non è solidale nel peccato è un altro tipo di persona, non ci aiuta. Solo chi conosce il peccato, capisce anche noi peccatori. Ma non è vero neanche questo!
Il peccato non conosce, il peccato non fa conoscere; quanto più uno pecca, tanto meno sa che è peccatore. Proprio il peccare rende ciechi, non ci dà conoscenza, ma ci esclude dalla conoscenza; il peccato non riconosce se stesso, ma si nasconde e ci nasconde la nostra vita. E, a proposito di solidarietà, il peccato nella sua essenza è proprio desolidarizzazione; lo vediamo quest’oggi nella prima lettura. Quando Dio parla con Adamo, questi dice subito: «Ma era lei!», e la donna dice: «Ma era il serpente!». L’essenza del peccato è la non solidarietà, perché solo l’amore crea solidarietà.
Quindi dobbiamo dire che quanto più l’uomo è vicino a Dio, tanto più è vicino agli uomini. Maria può essere vicina a noi tutti solo perché è con Dio, e partecipa all’apertura di Dio. Solo Dio ci è vicino, più vicino di quanto noi siamo vicini a noi stessi: solo chi è con Dio è davvero vicino all’altro.

(BENEDETTO XVI, da un’omelia pronunciata l’8 dicembre 2013 nel Monastero Mater Ecclesiae, in BENEDETTO XVI, Il Signore ci tiene per mano : omelie inedite 2005-2017 : Avvento, Quaresima, Pasqua, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2025, p.315-318)

Conclusione

Insomma… per tirare le fila.

L’Immacolata Concezione non è la pippa mentale di un teologo annoiato dell’Ottocento.

È lo specchio in cui possiamo vedere – per contrasto – quello che siamo noi… e ciò che siamo chiamati a diventare con la grazia di Dio.

È l’immagine di un cuore che non ha paura di Dio: che non tratta, che non contratta, che non si mette a chiappe strette sulla difensiva.

Un cuore che – semplicemente – si fida.

Come ha scritto don Giuseppe (e chiudo):

Dio assedia il nostro cuore con le armi della misericordia: ma noi abbiamo paura.
Ci difendiamo, accampiamo scuse, costruiamo fossati che non abbiamo intenzione di riempire.
Se va bene mandiamo messaggi a Dio perché venga a patti con noi, come gli assediati che inviano nunzi fuori dal castello per trattare, mai per arrendersi.

(GIUSEPPE FORLAI, Quello che so di lei : piccola mariologia per continuare a credere, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023, p.30)

sale

(Estate 2026)

Fonti/approfondimenti
  • GIUSEPPE FORLAI, Quello che so di lei : piccola mariologia per continuare a credere, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023
  • ROBERTO COGGI, Trattato di Mariologia : i misteri della fede in Maria, ESD, Bologna 2011
  • BENEDETTO XVI, «Il Signore ci tiene per mano», omelie inedite 2005-2017 : Avvento, Quaresima, Pasqua, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2025

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