1 • «Chi non ha mai scopato è un frustrato» (cit.)
Una sera di febbraio 2026 sono andato a mangiare la pizza con Paprika.
Abbiamo scelto un posto molto spartano, vicino casa sua, dove fanno una pizza tonda romana buonissima: saporita, bassa, scrocchiarella (sarà un’opinione impopolare, ma secondo me la pizza romana batte quella napoletana diciotto a uno – e non lo dico per “campanilismo”: mio papà è nato e cresciuto a Napoli, e apprezzo molto anche la pizza napoletana… ma come dice Gesù: «Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno, Matteo 5,37).
Mentre eravamo lì a mangiare, a un certo punto, inavvertitamente, mi è caduto l’orecchio su alcuni frammenti della conversazione al tavolo accanto.
Ho sentito parole come «oratorio», «Chiesa», «preti»… e da brava comare di paese, ho provato a ricostruire il filo del discorso.
A parlare era una donna tra i 35 e i 40 anni.
Di fronte a lei c’era un uomo (non so se il marito, il compagno o un amico) – verosimilmente suo coetaneo.
La donna – ve lo giuro su Dio – ha detto queste parole:
«All’oratorio tu affidi i tuoi figli ad un uomo con una psicosi.
Cioè, lo sanno tutti che una donna che non ha mai scopato è una frustrata.
Un uomo idem.
E tu all’oratorio stai affidando i tuoi figli a un uomo che non ha mai scopato»
(una saggissima donna di 35-40 anni)
Paprika inizialmente stava parlando con me…
…poi si è fatta silenziosa, nel tentativo di carpire qualche altra parola dal tavolo accanto.
Io – un po’ impacciato – ho ripreso a parlare con lei, cercando di ignorare quel che stava dicendo la donna.
Paprika però, niente, ormai non mi si stava più filando.
L’ADHD aveva preso il sopravvento.

Per fortuna la timidezza ha prevalso sull’assertività, e non è successo nulla di simile a ciò che ho disegnato nella vignetta…
…ma sono rimasto anch’io molto amareggiato nel sentir parlare di qualcosa che mi sta a cuore in un modo così approssimativo, arrogante e ignorante.
Non so che problemi avesse quella donna con il sesso – o con chi non ne fa «abbastanza» rispetto ai suoi standard…
…ma – prima di affrontare in questa pagina lo spinoso tema del celibato dei preti – partirei col dire che non è necessario scomodare Dio per concepire che una persona possa scegliere liberamente (e laicamente) di non avere una vita sessuale attiva.
Voglio dire.
È sufficiente aprire un libro di storia, per constatare che ci sono stati fior fior di:
- filosofi
- artisti
- scienziati
- intellettuali di ogni tipo
…che hanno scelto il celibato (o qualcosa di molto simile) per ragioni che nulla avevano a che fare con la religione.
Baruch Spinoza (1632–1677) visse da scapolo, in povertà volontaria, rifiutando persino una cattedra universitaria pur di preservare la propria libertà intellettuale – convinto che qualsiasi legame, affettivo o istituzionale, avrebbe compromesso la “purezza” del suo pensiero.
Isaac Newton (1643-1727) era probabilmente vergine – essendosi dedicato corpo e anima al suo lavoro, quasi in modo “ascetico”.
Immanuel Kant (1724-1804) non si è mai sposato.
Nikola Tesla (1856-1943) ha rinunciato consapevolmente agli aspetti sentimentali della vita, anche lui convinto che questa forma di abnegazione alimentasse la sua capacità creativa e di concentrazione.
Ora ho fatto esempî di personaggi famosi…
…ma secondo me si può fare un discorso ancor più semplice, senza scomodare «i grandi» della storia (che poi rischiamo di cadere nella fallacia dell’appello all’autorità).
Chi sceglie il celibato – per qualunque motivo – guadagna qualcosa di concreto:
- tempo
- energie
- disponibilità emotiva
- autonomia progettuale
- concentrazione indivisa
Chi sceglie il celibato, può investire tutto ciò che ha – affettivamente, intellettualmente, praticamente – in ciò che ha scelto di fare della propria vita.
È una forma di libertà.
Insolita, certo.
Controcorrente in una cultura che tende a misurare la salute psicologica di una persona dal numero di relazioni che ha avuto (o dal numero di volte alla settimana in cui fa sesso).
Ma chiamarla «psicosi» tradisce non tanto una valutazione clinica, quanto una certa incapacità di immaginare che qualcuno possa desiderare qualcosa di diverso da ciò che desideri tu…
…o le tue ovaie.
…o i tuoi testicoli.
2 • Celibato e sacerdozio: confondere i fini e i mezzi
Veniamo dunque al tema della pagina.
Perché i preti non si possono sposare?
Il celibato ha ancora senso oggi, in un clima culturale in cui il diritto al piacere è diventato quasi un “dovere civico”?
In un mondo in cui tutto ciò che sa di rinuncia viene letto come repressione?
In un tempo in cui così tanti preti rinunciano all’abito e «si spretano» perché tira più un «baffo di foca» che un carro di buoi? (*)

Facciamo subito a capirci.
Io non mi sento di giudicare nessun ex prete che ha rinunciato all’abito «per colpa del celibato».
Alcuni di loro a volte hanno atteggiamenti un po’ infantili (e te li ritrovi a 30/35 anni che si comportano come adolescenti, per «recuperare» tutto ciò che non sono riusciti a vivere quando erano più giovani)…
…ma molto spesso dietro a queste “scelte” ci vedo un mix di immaturità e ingenuità.
Se proprio volessimo trovare “un colpevole”, direi che la colpa è dei loro formatori in seminario.
Degli educatori.
Dei padri spirituali.
Di chi dovrebbe aiutare i seminaristi a fare discernimento.
Su questo punto, la Chiesa cattolica dovrebbe fare un grande «mea culpa».
Cosa intendo?
Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica – cosa che ogni tanto potrebbero fare anche i rettori dei seminarî – al punto 1579 troviamo queste righe:
Tutti i ministri ordinati della Chiesa latina, ad eccezione dei diaconi permanenti, sono normalmente scelti fra gli uomini credenti che vivono da celibi e che intendono conservare il celibato «per il regno dei cieli» (Matteo 19,12). Chiamati a consacrarsi con cuore indiviso al Signore e alle «sue cose», (cfr. 1 Corinzi 7,32) essi si donano interamente a Dio e agli uomini. Il celibato è un segno di questa vita nuova al cui servizio il ministro della Chiesa viene consacrato; abbracciato con cuore gioioso, esso annuncia in modo radioso il regno di Dio.
(Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1579)
Non c’è scritto che «i preti DEVONO vivere il celibato».
C’è scritto che i preti sono scelti tra chi VIVE e desidera conservarsi celibe.
A me sembra che – in molti casi – il discernimento sul celibato in seminario sia stato trasformato in qualcosa tipo «guarda che se vuoi fare il prete, non puoi fare l’amore per tutta la vita!»… come se il seminarista – poverino – dovesse cercare di capire lì per lì, in quei pochi anni di formazione, se riuscirà a resistere con le palle blu per tutta la vita, o se prima o poi cederà…
…mentre invece il discernimento dovrebbe partire dal celibato.
Dovrebbe partire da «uomini credenti che vivono da celibi e che intendono conservare il celibato» (cit.).
Per capire se un ragazzo è chiamato al sacerdozio, non gli si dovrebbe chiedere: «Vuoi fare il prete? Se è così, DEVI rinunciare al sesso!».
Al contrario.
Si dovrebbe chiedere ad una persona che è GIÀ in un cammino nel quale ha maturato una scelta di vita celibe: «Ah, vedo che hai scelto il celibato! Per caso hai valutato la possibilità di diventare sacerdote?».
Detto in altri termini:
- c’è l’insieme dei battezzati… cioè dei cristiani;
- in questo insieme, c’è un sotto-insieme di persone che hanno scelto di vivere il celibato;
- in questo sotto-insieme, c’è un sotto-sotto-insieme di persone che diventano sacerdoti.
Non a caso, per sgombrare il campo da pericolosi equivoci sulla scelta di diventare sacerdote, don Giovanni Bosco (1815-1888) scriveva queste righe:
Quello ancora che vi posso dire è che colui che non si sente chiamato allo stato ecclesiastico, non pensi neppure a farsi prete, non ne ricaverebbe nulla di bene. Chi non si sentisse di conservare la virtù della castità, non è fatto per il sacerdozio, si rivolga ad altro, poiché da prete non farebbe che del male a sé e agli altri. Vi dico queste cose perché abbiate tempo a pensare e facciate poi le vostre cose bene.
(SAN GIOVANNI BOSCO, Discernere la propria vocazione e decidere (martedì 18 giugno 1878), in SAN GIOVANNI BOSCO, Insegnamenti di vita spirituale : un’antologia, LAS, Roma 2013, p.76)
A tal proposito, durante l’estate del 2022 ho partecipato ad una serie di incontri, tenuti qui a Roma da don Fabio Rosini e da don Gabriele Vecchione.
Quell’anno stavo frequentando il percorso delle Dieci Parole di don Fabio, e dato che durante l’estate le catechesi erano in pausa, avevo pensato di seguire questo mini-percorso estivo, senza capire esattamente quale fosse il tema.
O meglio: mi sono presentato al primo incontro credendo che fosse un generico «percorso di discernimento»…
…salvo poi accorgermi che il gruppo era composto da soli maschi: si trattava infatti di un percorso di discernimento per ragazzi, per capire se sentissero il desiderio (o, quantomeno, l’intuizione) di diventare sacerdoti.
Lì per lì avevo pensato di andarmene, per evitare di perdere tempo (avevo già fatto discernimento su un eventuale ingresso in seminario nel lontano 2013)…
…poi però mi sono detto: «Vabbè, sono qui… sentiamo questi incontri e vediamo che cosa mi dicono!».
Don Fabio ha detto cose molto belle, sul matrimonio e sul celibato.
Ha detto che tutti siamo chiamati al matrimonio – o con una persona, o «per il regno dei cieli».
Ha detto che il matrimonio è la chiamata a perdersi per qualcuno…
…e questa chiamata emerge (o dovrebbe emergere) nel cuore di ciascuno, sia che decida di sposarsi, sia che decida di vivere da celibe.
In modo analogo, don Fabio ha aggiunto che tutti siamo chiamati ad avere un cuore celibe.
Cioè ad avere un’affettività ordinata al dono di sé, senza possedere ciò che amiamo.
Ad amare con castità (sul significato di questa strana parola, vi rimando a questa pagina del blog).
Terminata la catechesi, don Fabio ci ha lasciato con questa domanda su cui riflettere e pregare per conto nostro: il celibato è una tassa o una risorsa?
È un pantano oppure una sorgente?
È assenza, o è pienezza di un altro tipo?
3 • Chiesa, sesso, astinenza sessuale e luoghi comuni
Molte persone pensano che alla Chiesa faccia schifo il sesso e tutto ciò che riguarda l’ambito sessuale – incluso il matrimonio, che viene «tollerato», ma giudicato come una «vocazione di serie B» rispetto al celibato.
Come se la Chiesa considerasse la genitalità qualcosa “di sporco”, da cui stare alla larga.
Ebbene.
La Chiesa non pensa questo…

Insomma.
Che si parli di sesso, di cibo, di lavoro, o di qualsiasi altra cosa creata da Dio, la Chiesa non maledice nulla…
…insegna però che ogni cosa va gustata «nel modo giusto»: con temperanza.
Cioè con equilibrio, senza eccessi, godendone senza dipenderne, ordinando il desiderio, invece di esserne schiavizzati.
Il «modo giusto» – neanche a dirlo – dipende dallo stato di vita in cui ciascuno si trova, ed è DIVERSO per:
- sposi
- vedovi
- celibi
- giovani
- vecchi
- fidanzati
- single
- etc.
Una cosa però è certa: parafrasando un pensiero dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), il vino lo gusta meglio il sommelier, non l’ubriacone (cfr. Eretici, Lindau, Torino 2010, pp. 81-89).
Fuor di analogia, gioisce di più del sesso non chi consuma pornografia o frequenta OnlyFans (è sufficiente fare una rapida ricerca su Google per rendersi conto che la continua esposizione a questo tipo di materiale riduce il desiderio sessuale e – alla lunga – causa problemi di impotenza)… ma chi lo vive come un dono.
La Chiesa pensa bene del sesso, dei rapporti sessuali, e di tutto ciò che appartiene a questa sfera della vita.
Ora non voglio attaccarvi di nuovo la pippa… per chi se le fosse perse – oltre alla pagina sulla castità – avevo già speso un po’ di parole su questi temi, quando ho parlato:
Se dunque alla Chiesa non fa schifo il sesso… perché i preti e i consacrati non possono farlo?
Che cos’è?
Una forma di “bullismo spirituale” verso chi si vuole consacrare a Dio?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo prenderla un po’ larga… e partire dalla cultura ebraica.
Cosa pensavano i contemporanei di Gesù del sesso, dell’immoralità sessuale, del matrimonio?
Per gli ebrei, ogni rapporto sessuale all’infuori del matrimonio NON era lecito (lo stesso Gesù utilizza la parola greca porneia, πορνεία, per indicare l’immoralità sessuale, il concubinato o altri stili di vita disordinati) (*).
(*) (Per chi volesse approfondire questi temi – anche in riferimento alla cultura giudaica – lo rimando a GIUSEPPE BARBAGLIO, «Sessualità e vita cristiana», in ALESSANDRO SACCHI E COLLABORATORI, Lettere paoline e altre lettere, Elle Di Ci, Leumann (TO) 1996, p.324)
Dato che però la libido è quella che è, e le pulsioni sessuali sono una tentazione bella forte, faceva parte della saggezza popolare dell’epoca l’idea per cui il matrimonio fosse un antidoto per non cadere nell’immoralità sessuale.
Anche Paolo di Tarso – «formato alla scuola di Gamaliele nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri» (Atti degli Apostoli 22,3) – nelle sue lettere dice qualcosa di simile.
Paolo vive il celibato; e per lui non è una gabbia, ma una risorsa.
Come scrivevo nel primo paragrafo infatti, chi sceglie il celibato guadagna tempo, energie, concentrazione indivisa. Paolo lo dice esplicitamente: chi non è sposato può preoccuparsi «delle cose del Signore», con un cuore che non è diviso tra Dio e il mondo (cfr. 1 Corinzi 7,32-34).
Per lui, il celibato non è mancanza di amore, ma amore esclusivo per Qualcun Altro.
Detto questo, Paolo non è uno sprovveduto.
Sa benissimo che la vita celibe non è per tutti – e lo ammette senza imbarazzo né vanto: «Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro» (1 Corinzi 7,7).
Sa anche che l’eros è un fuoco – e che un fuoco, se non lo indirizzi da qualche parte, brucia tutto quello che trova.
Quindi dice con una franchezza disarmante: se non riesci a dominarti, sposati. «È meglio sposarsi che bruciare [di passione]» (1 Corinzi 7,9).
Paolo sembra quasi farne una questione pratica prima ancora che morale.
E infatti parla di questi temi con una grandissima libertà.
Detto questo, Paolo ci tiene ad aggiungere subito che il matrimonio NON è la soluzione a tutti i problemi – come se una volta trovata la persona giusta, ogni tribolazione si sciogliesse come neve al sole.
Al contrario, avverte: «se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella loro vita, e io vorrei risparmiarvele» (1 Corinzi 7,28).
In altri termini: sposarsi è una cosa bella, giusta, santa… ma non è una scorciatoia.
Non è che, una volta che l’ex prete di turno trova una patonza, la vita diventa un campo fiorito…

Il matrimonio ha le sue croci. Il celibato ha le sue croci.
Uno pari, palla al centro.
La domanda non è «quale vita è più comoda?» – perché la risposta è: nessuna delle due.
La domanda è: a chi sei chiamato a donarti?
Solo se il punto di partenza è questa domanda forse si capisce un po’ meglio la risposta che è il celibato.
Il celibato del prete non è una punizione, né una mutilazione affettiva imposta dall’alto.
È un segno: la scelta di orientare tutta la propria capacità di amare – affettivamente, fisicamente, praticamente – verso qualcosa che va oltre una singola persona.
Non è un «non posso», ma «ho deciso che vale la pena».
È la stessa logica per cui un atleta rinuncia a mangiare quello che vuole, o un artista rinuncia al sonno: non perché il cibo o il sonno siano cattivi, ma perché c’è qualcosa per cui vale la pena rinunciare.
Tra l’altro, c’è da fare una precisazione.
Paolo non scrive le sue lettere «in pantofole dal salotto di casa sua».
Scrive convinto di trovarsi negli ultimi tempi.
Secondo Paolo (e secondo i cristiani del tempo) la storia stava per concludersi e il ritorno di Cristo era imminente…
…e dunque, Paolo non può fare a meno di valutare ogni scelta di vita in quest’ottica di urgenza.
In questo orizzonte, il suo ragionamento è prima di tutto pratico: se il mondo sta per finire, perché aggiungere al cammino difficoltà che si potrebbero evitare?
Non è che il matrimonio sia sbagliato – Paolo lo ribadisce più volte. È che, in un momento di crisi, chi è libero da certi legami può muoversi più agilmente.
È un po’ come dire: «Se devi attraversare un fiume in piena, meglio farlo con lo zaino leggero» – senza per questo sostenere che portare uno zaino sia una colpa.
Detto questo, il ragionamento di Paolo non esaurisce il significato del celibato cristiano.
Perché il celibato non è solo una scelta pratica dettata dall’urgenza degli ultimi tempi…
…né un modo per “ottimizzare” il poco tempo che abbiamo a disposizione nella vita.
Il celibato è un’imitazione di Gesù Cristo.
A questo punto, la domanda diventa: perché Gesù non si è sposato?
4 • Perché Gesù non si è sposato?
Nel corso dei secoli – dal Vangelo apocrifo di Filippo (del III secolo d.C.) fino a Dan Brown – ogni tanto ciccia fuori la storiella per cui Gesù sarebbe stato sposato.
Che notizia succulenta e acchiappa-click – soprattutto nel mondo dell’informazione di oggi, così disperatamente attratto da notizie “scandalose” che decostruiscono tutto ciò in cui crediamo, le nostre abitudini, il nostro modo di pensare…
«Gesù era sposato, ma non CIELO dikono!».
Magari con Maria Maddalena.
Magari con un figlio a carico (magari pure gay).
Magari con un mutuo da pagare a Nazaret.
Magari con un cane di nome Zorobabele (magari non binario).
Il problema è che – al netto di romanzi pseudo-complottisti e saggistica sensazionalistica – non esiste una singola fonte storica con un minimo di attendibilità che vada in questa direzione.
Partiamo da un fatto.
Se DAVVERO Gesù avesse avuto una moglie, sarebbe stata una delle informazioni più banali e meno controverse da tramandare.
Non so se lo sapete, ma nel giudaismo del I secolo (cioè all’epoca di Gesù), il matrimonio era la norma anche per i maestri della Legge.
Per un ebreo osservante, sposarsi non era opzionale, ma quasi “un dovere religioso” («Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela» Genesi 1,28).
Le fonti ebraiche antiche – come la Mishnah (*) – danno per scontato che un maestro abbia moglie e figli, e che la vita familiare faccia parte della sua «credibilità sociale e religiosa».
(*) (in realtà la Mishnah è leggermente posteriore a Gesù – essendo del II-III secolo… ma penso che sia comunque un esempio utile per capire il contesto in cui ci muoviamo)
Quindi – se proprio volessimo cercare il pelo nell’uovo – il fatto che Gesù non fosse sposato non depone a suo favore per la cultura del tempo.
Eppure nei Vangeli – che non si fanno problemi a raccontare anche dettagli scomodi o poco edificanti – di questa moglie non c’è traccia.
Zero.
Silenzio.
Vuoto siderale.
Ed è un silenzio che – storicamente parlando – pesa più di tante parole:
Se Gesù avesse avuto una moglie, i vangeli non avrebbero avuto nessun motivo per tacerlo. Sta di fatto che, per quanto di tanto in tanto nel Nuovo Testamento si alluda alle mogli dei suoi discepoli, in nessun testo cristiano antico (nemmeno nei vangeli apocrifi) (*) si fa mai menzione di una moglie di Gesù.
Quando i vangeli nominano la famiglia di costui (come in Marco 3,31) vengono elencati sua madre e i suoi fratelli, ma non si fa mai menzione di una sua eventuale moglie. Ci sono diverse donne che vengono descritte come presenti durante la sua crocifissione e, successivamente, presso la sua tomba, ma si tratta sempre di sue seguaci e mai si cita una sua eventuale consorte.
Poiché, come suggerivo poco sopra, la primitiva comunità gesuana non avrebbe davvero avuto motivo alcuno per tacere dell’esistenza di una moglie e di eventuali figli di Gesù (che anzi avrebbero certamente goduto di un grande prestigio all’interno della medesima, come fu per suo fratello Giacomo), ne deduciamo che non fosse sposato.
Il che, del resto, si adatta bene all’idea che questi fosse fondamentalmente un profeta apocalittico […], così come si adatta all’idea che fosse considerato un mamzer (**) e di conseguenza non fosse considerato un buon partito per qualsiasi giovane fanciulla che a sua volta non fosse anch’essa una mamzer.
(ADRIANO VIRGILI, Sulle tracce del Nazareno: Introduzione al Gesù storico, Phronesis Editore, Palermo 2022, p.171-172)
(*) (nota mia: in realtà – come dicevo sopra – il vangelo apocrifo di Filippo allude ad una relazione di Gesù con Maria Maddalena; ma si tratta di un testo fortemente simbolico; reso celebre in chiave sensazionalistica da romanzi moderni (come Il codice da Vinci), il passo nasce in un contesto in cui il “bacio” indica trasmissione spirituale e il legame tra Gesù e Maria riflette categorie teologiche – Cristo/Sophia -, non un rapporto matrimoniale reale)
(**) (nota mia: figlio illegittimo)
Chiarito questo punto, torniamo alla domanda: perché Gesù non si è sposato?
Neanche a dirlo, non stiamo parlando di uno che «ci ha provato, ma non ha trovato quella giusta», o che «aveva problemi relazionali»…

Gesù ha SCELTO il celibato.
Deliberatamente.
Consapevolmente.
Non è un incidente di percorso.
A Gesù non mancava nulla.
Viveva già nella pienezza dell’amore del Padre.
Un amore totale.
Indiviso.
Agapico – cioè disinteressato, gratuito, che non chiede nulla in cambio.
Forse vi è già capitato di sentire questa parola, ma – già che ci siamo – vorrei spendere due parole a riguardo.
Per farlo, consentitemi di prenderla un po’ larga.
Come raccontavo qualche anno fa, ci sono varie sfumature e modi di amare…
…e alcune forme di amore sono più “interessate” di altre.
Cosa intendo con “interessate”?
Non so se amate viaggiare, o amate leggere libri, o amate la pasta alla carbonara.
Sono tutte forme di amore… ma – in un modo o nell’altro – hanno un tornaconto nella vostra vita: la rendono più bella, più ricca, più piena di colesterolo.
Non c’è nulla di male nel fatto che alcune forme di amore siano più interessate di altre: noi esseri umani siamo creature fragili e limitate…
…ed è normale che esercitando alcune forme di amore cerchiamo di “prendere qualcosa per noi” per colmare un nostro vuoto: di compagnia, di sicurezza, di piacere, di cura per le nostre ferite, etc.
In questi anni di fidanzamento, io ho detto tante volte a Paprika: «Tu sei Gesù nella mia vita!».
Cosa intendevo?
Intendevo che attraverso di lei si è manifestata la presenza di Gesù nella mia vita:
- in una parola di incoraggiamento che lei mi ha detto;
- nel suo sguardo misericordioso su di me;
- nella pazienza con cui ha sopportato i miei tic, le mie fissazioni, le mie «giornate no»;
- nella capacità di rimanere, anche quando sarebbe stato più comodo andarsene;
- nelle lacrime che ha pianto per me;
- nei suoi rimproveri e nei suoi cazziatoni (perché Dio è buono… e PROPRIO perché è buono, ci rimprovera quando facciamo una scemata; «perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto», Siracide 3,12);
- etc.
Neanche a dirlo: gli esempî che ho fatto qui sopra riguardano me, che sono “solo” fidanzato…
…ma ovviamente tutto questo vale in modo ancor più pieno nel matrimonio: nello sguardo della sposa, uno sposo cerca la misericordia di Dio.
Negli occhi del marito, la moglie cerca il perdono di Dio.
Nel matrimonio, un uomo e una donna chiedono a Dio la grazia che il suo amore assuma la forma dell’altra persona.
Che l’amore di Dio passi dalle parole della moglie.
Dall’attenzione del marito.
Dalle correzioni della moglie.
Dalla cura del marito.
Dal fatto che siano l’uno per l’altro un segno dell’amore di Dio.
Del Suo sguardo buono e benevolente su di noi.
Della Sua delicatezza con cui si prende cura delle nostre fragilità e delle nostre ferite.
A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: ma quindi nel matrimonio non c’è gratuità “vera”?
L’amore tra un uomo e una donna è un amore “interessato”?
Nel matrimonio non c’è amore agapico?
Certo che c’è!
Gli esempî che ho fatto qui sopra riguardano tutte le volte in cui Paprika è stata «una carezza di Gesù» per me… ma vale anche il contrario.
Nel Vangelo Gesù dice:
Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi.
(Matteo 25,35-36)
Tante volte è capitato che io stessi seduto comodo, in camera mia, a farmi i fatti miei… e invece sono dovuto uscire di casa, ho dovuto prendere la macchina, mi sono buttato nel traffico di Roma (col freddo dell’inverno o col caldo atroce estivo) per andare da lei perché aveva bisogno di me.
Non c’è stata necessità di «portarle da mangiare o da bere» (anche se ricordo un giorno in cui era in sessione d’esame e stava studiando dalla mattina presto, e mi sono presentato a casa sua all’ora di pranzo con un kebab che ha molto apprezzato)…
Non è mai stato necessario «accoglierla come una straniera» (anche se tecnicamente lei è una fuorisede pugliese, una barbara apulica, e quando ci sposeremo verrà a vivere a casa mia)…
Non le ho dovuto mai portare dei vestiti e «coprire le sue nudità» (anche se qualche volta – molto molto controvoglia – l’ho accompagnata a fare shopping)…
Non l’ho mai visitata – febbricitante o malata che fosse – in ospedale (anche se quando le fa male la pancia per il ciclo le porto le mie bustine di Okitask)…
…e non l’ho mai visitata in carcere…

…ma standole accanto, ho scoperto tante volte che in tutti questi sacrifici di tempo (piccoli e grandi) che faccio per lei, è Gesù che mi chiama a uscire fuori di me, smettere di essere un bambinone, e iniziare a comportarmi da uomo.
Che mi chiama a smettere di «fagocitare vita» e iniziare a donarla.
Forse gli esempî che ho fatto sono un po’ sciocchi – sono pur sempre esempî di un fidanzamento, e non di un matrimonio…
…ma quello che volevo dire è che in Paprika convivono lo sguardo dolce di Gesù misericordioso, che mi perdona, e lo sguardo di Gesù sofferente che mi fa contrarre le viscere di tenerezza, e fa sì che io alzi il sedere dalla sedia, smetta di fare «le mie cose», e usi il mio tempo per qualcosa che alla sera della vita abbia valore.
In modo analogo – ma moltiplicato cento – nel matrimonio gli sposi non vedono nel coniuge SOLO «le carezze di Dio»…
…ma vedono ANCHE quella persona lasciata sul bordo della strada, mezza morta, di cui il Buon Samaritano ha avuto compassione (scusatemi se sono un disco rotto, ma a me piace molto il verbo greco splanknizomai, σπλαγχνίζομαι, che nel Vangelo è utilizzato quando Gesù «prova compassione» per qualcuno… ma che letteralmente indica il movimento interiore delle viscere, una pietà che ti prende allo stomaco).
Nel matrimonio dunque c’è anche l’amore agapico, cioè l’amore disinteressato, che esce TOTALMENTE da noi…
…ma Gesù questo amore lo ha vissuto in pienezza scegliendo il celibato.
Come il sole che splende su tutti: emana calore semplicemente perché è la sua natura.
Senza chiedere nulla in cambio.
E senza scegliere chi scaldare.
Questo è l’effetto dell’amore del Padre per il Figlio, che rende il Figlio capace di un amore casto.
Celibe.
Agapico.
Orientato a costruire qui sulla terra il Regno di Dio.
La vita di Gesù – e a sua immagine quella dei sacerdoti – non è orientata a costruire una “dimensione domestica” – una famiglia, una discendenza – ma a donarsi in un altro modo.
L’amore di Gesù non si concentra su una persona sola, ma si apre – senza riserve – a tutti.
È dentro questo orizzonte che si capisce perché il matrimonio, per lui, non avesse alcun senso.
Non perché fosse «troppo poco» (la santa che noi cristiani veneriamo più di ogni altro santo è una moglie ed una mamma: Maria di Nazaret).
Ma perché non era la forma adeguata alla sua missione.
A tal proposito, vorrei farvi leggere uno stralcio del monaco trappista belga André Louf (1929-2010):
Gesù è a immagine del Padre, del suo amore fedele e forte per gli uomini.
Arrivato a questo punto, il valore di segno della virilità di Gesù si arresta; o piuttosto, ha raggiunto ormai la sua pienezza.
Fare un passo ulteriore e contrarre matrimonio con una donna di questa terra non avrebbe avuto alcun senso per Gesù.
Nel mistero dell’essere a lui proprio, l’uomo-Dio aveva già ricevuto infinitamente di più.
Il matrimonio con una donna non poteva dargli nient’altro, perché è lui stesso che dà senso e significato a tutti i matrimoni umani.
Da una parte vi era in lui la pienezza dell’amore di Dio – la tenerezza di Dio come la sua forza – perché lui stesso era Dio; dall’altra parte lui stesso era, nelle sue due nature, come Dio e uomo, il matrimonio insuperabile, la perfetta comunione personale tra il Dio redentore e l’umanità riscattata.
Nella sua divinità, egli è dono senza limiti.
Nella sua umanità, egli è accoglienza ed eminente ricettività. Così nella sua sensibilità come nella sua sessualità è abolita ogni tensione, poiché il suo amore è già colmo e appagato più profondamente e più largamente che in qualunque matrimonio.
È di questa pienezza appunto che la sua condizione corporale di uomo-celibe è il segno.
(ANDRÉ LOUF, Lo Spirito prega in noi, Qiqajon, Magnano (BI) 1995, p.82-83)
5 • Il magistero della Chiesa e il celibato dei preti
Molte persone rimproverano la Chiesa dicendo che l’imposizione del celibato ai preti è una misura introdotta “dalla casta” per non disperdere le proprie ricchezze:
- «Se i preti avessero figli, i beni ecclesiastici finirebbero nelle loro famiglie!»
- «Il celibato è stato imposto per evitare che persone all’infuori della Chiesa ereditassero le sue ricchezze!»
- «È un divieto di origine economica travestito da scelta spirituale!»
Queste – neanche a dirlo – sono iper-semplificazioni.
Tanto per cominciare, nei primi secoli del cristianesimo il celibato non era obbligatorio.
Molti presbiteri erano sposati (e lo sono ancora oggi nelle Chiese cattoliche di rito orientale; ad esempio nella Chiesa cattolica italo-albanese – una Chiesa «sui iuris» di tradizione bizantina costituita da una cinquantina di comunità in Calabria e in Sicilia; per chi fosse interessato, a questo link potete trovare un elenco di tutte le comunità Arbëreshë; cfr. anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1580)…
…ma nonostante questo, già nei primi secoli, Padri della Chiesa come Girolamo (347-420) e Agostino d’Ippona (354-430) hanno speso energie e inchiostro per sottolineare il valore della verginità consacrata.
È stato solo a partire dalla riforma gregoriana – tra l’XI e il XII secolo – che la Chiesa cattolica ha formalizzato l’obbligatorietà del celibato per i sacerdoti – almeno in Occidente.
Il processo si è svolto in più tappe…
…di cui penso che le più significative siano queste tre.
Prima tappa: il Primo Concilio Lateranense del 1123 (convocato da papa Callisto II, subito dopo il Concordato di Worms) (*). Con il Canone 3, il concilio ha proibito in modo assoluto a sacerdoti, diaconi e suddiaconi di vivere con mogli o concubine. I matrimoni già contratti erano considerati illeciti, ma non necessariamente invalidi.
(*) (fun-fact: questo è stato il primo concilio ecumenico della storia a svolgersi in Occidente!)
Seconda tappa: il Secondo Concilio Lateranense del 1139 (sotto papa Innocenzo II). Con i canoni 6, 7 e 11, il concilio ha fatto un ulteriore passo avanti: i matrimoni contratti dai chierici negli ordini sacri furono dichiarati non solo illeciti, ma nulli. Inoltre, l’ammissione agli ordini sacri d’ora in avanti verrà trattata come un impedimento dirimente al matrimonio.
Terza tappa: il Concilio di Trento; nella 24ª sessione (dell’11 novembre 1563), i padri conciliari hanno confermato le precedenti decisioni – «anatemizzando» esplicitamente chi sosteneva che i sacerdoti potessero contrarre matrimonio.
Senza appesantire ulteriormente il discorso, quello che vorrei far notare è che si è trattato di un percorso lungo più di quattro secoli, non di una decisione presa dall’oggi al domani.
Ora: è vero che, nel corso di questo processo, si è presentato in alcuni casi il problema della trasmissione dei beni ai figli dei sacerdoti sposati. Non è una critica del tutto campata per aria…
…ma fermarsi qui e dire che «il matrimonio dei preti è stato proibito per ragioni economiche» significa non aver capito il contesto storico e culturale della Chiesa di quei secoli.
La riforma promossa da Gregorio VII (e dai successivi papi) nasceva per affrontare problemi molto più gravi e diffusi nella Chiesa dell’epoca:
- la simonia (cioè la compravendita di cariche ecclesiastiche);
- le ingerenze politiche nella nomina di vescovi e abati (la cosiddetta lotta per le investiture);
- la diffusa decadenza morale del clero.
In questo quadro, il celibato non fu tanto una «mossa economica», ma piuttosto parte di un tentativo più ampio di rendere il clero più libero, meno legato a interessi familiari o politici.
Insomma: il tema dell’eredità c’era… ma non era il cuore della questione.
Era uno dei sintomi di un problema molto più grande.
~
Detto questo, con la crisi delle vocazioni degli ultimi 50-60 anni, molte persone sono tornate “all’attacco” sulla questione del celibato dei preti.
Molti – cristiani e non – sostengono che il problema dei seminari vuoti è dovuto principalmente al celibato, perché «se i preti potessero fare l’amore, ci sarebbero molti più preti»…
Anche questa, onestamente, mi sembra un po’ una fregnaccia.

Il cardinale Giacomo Biffi (1928-2015) – posto di fronte alla questione del celibato sacerdotale – rispondeva ironicamente che:
Chi diventa prete rinuncia a tutte le donne.
Chi si sposa rinuncia a tutte le donne tranne una.
La differenza – credetemi – è pochissima.
(GIACOMO BIFFI, non sono riuscito a trovare la fonte di questa frase; purtroppo non ricordo il libro dove l’ho letta; caffè pagato a chi mi aiuta a reperirla!)
Battute a parte, proviamo a prendere la questione un po’ più seriamente…
…e per farlo, sentiamo cosa ne pensava chi ha avuto (fino a un annetto fa) la responsabilità di governare la Chiesa.
Nella conferenza stampa sull’aereo di ritorno da Panama, papa Francesco (1936-2025) ha avuto questo botta e risposta sulla possibilità che gli uomini sposati diventino preti nella Chiesa cattolica di rito latino:
Caroline Pigozzi: Santo Padre, abbiamo visto per quattro giorni tutti questi giovani pregare con molta intensità. Si può immaginare che tra tutti questi giovani alcuni vogliano entrare nella vita religiosa, si può anche pensare che un certo numero abbia la vocazione. Forse qualcuno sta esitando pensando che è un cammino difficile senza potersi sposare. È possibile pensare che nella Chiesa cattolica, seguendo il rito orientale, Lei permetterà a degli uomini sposati di diventare preti?
Papa Francesco: Nella Chiesa Cattolica, nel rito orientale, possono farlo, e si fa l’opzione, celibataria o come sposo – prima del diaconato.
Caroline Pigozzi: Ma adesso, con la Chiesa cattolica di rito latino, si può pensare che Lei vedrà quella decisione?
Papa Francesco: Mi viene in mente quella frase di San Paolo VI: «Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato». Mi è venuta in mente e voglio dirla, perché è una frase coraggiosa, in un momento più difficile di questo, ‘68/’70. Personalmente, penso che il celibato sia un dono per la Chiesa. Secondo, io non sono d’accordo di permettere il celibato opzionale, no. Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nelle località più remote – penso alle isole del Pacifico…
Ma è qualcosa da pensare quando c’è necessità pastorale, lì […].
La mia decisione è: celibato opzionale prima del diaconato, no. È una cosa mia, personale, io non lo farò, questo rimane chiaro. Sono uno “chiuso”? Forse. Ma non mi sento di mettermi davanti a Dio con questa decisione.
(PAPA FRANCESCO, conferenza stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno da Panama, domenica 27 gennaio 2019)
L’anno successivo, in un libro-intervista con don Luigi Maria Epicoco (classe 1980), papa Francesco è tornato sull’argomento:
Don Luigi Maria Epicoco: Oggi, nella Chiesa, siamo tutti preoccupati per la crisi vocazionale soprattutto in Europa. Inoltre siamo attoniti e mortificati per il problema degli abusi sessuali da parte di alcuni uomini di Chiesa. L’abolizione del celibato, invocata da alcuni per la soluzione di questi due problemi, è davvero un rimedio valido ed efficace?
Papa Francesco: Sono convinto che il celibato sia un dono, una grazia e, camminando nel solco di Paolo VI e poi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, io sento con forza il dovere di pensare al celibato come a una grazia decisiva che caratterizza la Chiesa Cattolica latina. Lo ripeto: è una grazia, non un limite.
(PAPA FRANCESCO San Giovanni Paolo Magno, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2020, p.75)
Insomma.
Il celibato dei preti non è una norma disciplinare inventata per ragioni di comodo – né economiche, né burocratiche, né di controllo sociale da parte di «una casta di casti».
È un segno che dice qualcosa di preciso: che esiste un amore capace di donarsi senza riserve, senza esclusioni, senza chiedere nulla in cambio. Un amore che non si concentra su una persona sola, ma si apre a tutti.
Un amore a immagine di Gesù, che ha scelto il celibato non perché il matrimonio fosse sbagliato, ma perché era già pieno dell’amore del Padre.
Il prete celibe è chiamato a essere, nella Chiesa e nel mondo, un segno visibile di questo amore.
~
Ora.
Tutto questo è chiaro (o dovrebbe esserlo) per chi si muove dentro la fede cattolica.
Ma mi ha sempre colpito il fatto che ci siano persone che – venendo «da fuori» – siano riuscite a vedere il celibato in modo molto più lucido di tanti sedicenti cattolici.
Ad esempio.
Non so se conoscete la storia del cardinale Newman.
Per chi non lo conoscesse, John Henry Newman (1801-1890) è stato un teologo e sacerdote anglicano inglese – uno degli intellettuali più brillanti della sua epoca.
A quarantaquattro anni – dopo anni di studio, di preghiera e di discernimento – si è convertito al cattolicesimo.
Dopo la conversione, è stato ordinato sacerdote (cattolico), e in seguito è diventato cardinale.
Nel 2019 papa Francesco lo ha proclamato santo… e alla fine del 2025 papa Leone XIV lo ha proclamato Dottore della Chiesa.
Nell’Apologia Pro Vita Sua – la sua autobiografia intellettuale e spirituale – Newman ha raccontato con una franchezza disarmante il lungo cammino che lo ha portato a “fare i conti” con la Chiesa Cattolica (Chiesa che – ricordiamolo – in Inghilterra era guardata con aperto disprezzo… e lo è tuttora, in molti contesti protestanti).
Ebbene.
A un certo punto del libro – scritto prima della sua conversione al cattolicesimo – parlando di ciò che lo aveva colpito della Chiesa di Roma, Newman ha scritto queste righe:
Lo zelo con cui essa sosteneva la dottrina e la legge del celibato, che riconoscevo come apostoliche, e la sua fedele conformità con la Chiesa delle origini su tanti altri punti che mi erano cari, costituivano allo stesso tempo un argomento e una difesa a favore della grande Chiesa di Roma. Così imparai a nutrire sentimenti di tenerezza verso di essa; ma la mia ragione non ne fu toccata affatto: considerata come istituzione, il mio giudizio le era sempre cordialmente avverso come lo era stato nel passato.
(JOHN HENRY NEWMAN, Apologia pro vita sua, Paoline, Milano 2015, p.193)
Che dire?
Leggendo queste righe, mi ha molto colpito l’onestà dell’autore.
Newman non ha ancora dato il suo assenso alla Chiesa cattolica…
…ma ha già riconosciuto che il celibato – quella cosa così scandalosa, così incomprensibile, così fuori dal mondo – gli sembrava apostolico.
Radicato nelle origini della Chiesa.
Fedele a qualcosa di antico.
E questa fedeltà – anche prima che «le sue ragioni cedessero» – aveva cominciato a scaldargli il cuore.
Sì, per carità: forse è un esempio un po’ sciocco.
Ma a volte la verità entra da una finestra laterale, mentre stiamo guardando altrove.
Conclusione
Negli ultimi anni, in più di un’occasione, mi è capitato di sentire storie di sacerdoti e consacrati/e che hanno scelto di rinunciare all’abito.
Neanche a dirlo, ogni volta che queste storie sono finite sui media e sui social, si è alzato un polverone gigantesco, tra:
- chi esalta queste persone, vedendo in loro degli «eroi ribelli» e delle «persone coerenti» che hanno avuto il coraggio di «essere finalmente sé stesse»… come se il celibato fosse una maschera, e non una scelta;
- chi critica la scelta di «gettare la spugna», vedendo in essa un tradimento della promessa fatta a Dio, della comunità a cui ci si era donati, e di sé stessi;
- chi legge la vicenda come una prova schiacciante contro il celibato obbligatorio: «Vedete? è innaturale! È impossibile da vivere! Va abolito!»;
- chi si limita a fare gossip – interessato più ai dettagli piccanti della storia che a qualsiasi riflessione seria;
- etc.
Qualche mese fa mi è capitato sotto il naso una clip tratta da «Paolo VI – Il papa nella tempesta», una miniserie televisiva italiana del 2008.
Nella scena c’è un prete che chiede al papa la dispensa dal sacerdozio perché «rivuole la sua libertà» (cit.).
Il sacerdote si lamenta con il Papa per le chiese vuote, per i giovani che non seguono più il Vangelo e per altri problemi della Chiesa degli anni ’60-’70.
Dice che ha deciso di iscriversi alle liste di un partito, perché «solo attraverso la lotta di classe si può raggiungere la giustizia!» (cit.).
E – dulcis in fundo – confessa di essersi innamorato di una donna.
Il Papa – dopo aver cercato di capire le sue ragioni – accoglie tristemente la sua scelta…
…ma dice:
Otterrai la dispensa… la libertà l’hai sempre avuta.
(FABRIZIO GIFUNI nel ruolo di Paolo VI, in Paolo VI – Il papa nella tempesta, miniserie TV, regia di Fabrizio Costa, Rai Fiction, 2008)
Negli ultimi tempi ho letto e sentito dire di tutto sul celibato:
- che è un residuo archeologico;
- che è una specie di errore di sistema che la modernità non ha ancora corretto;
- che è un’imposizione;
- che è qualcosa che priva i preti della loro libertà (appunto).
Ma – come dicevo prima – c’è un problema di fondo in questo modo di impostare la questione.
Si parte dal celibato invece che da Gesù.
E così si giudica il celibato con categorie che – semplicemente – non sono le Sue.
Perché il punto, qui, non è difendere una pratica.
Il punto è capire una Persona.
Entrare nel Suo modo di pensare.
Assumere il Suo sguardo sulla realtà.
Vivere dell’amore del Padre e donarlo – castamente e liberamente – come ha fatto Gesù.
Se manca Cristo, tutto il resto cade.
Se manca una relazione radicale con Lui, tutto il resto evapora.
Se manca il silenzio in cui dare voce ai Suoi desideri nel mio cuore, tutto il resto è rumore.
Se manca l’adorazione eucaristica, in cui lo guardo e – guardandolo – sono messo a nudo, tutto il resto è irrilevante.
Se manca il desiderio di assomigliare sempre di più a Lui, tutto il resto è niente.
Se manca tutto questo nel cuore di un sacerdote (o aspirante sacerdote)… perché perdiamo ancora tempo a parlare dell’abolizione del celibato sacerdotale?
sale
(Primavera 2026)
- JEAN MERCIER, Il celibato dei preti. La disciplina della Chiesa deve cambiare?, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2021