San Paolo era maschilista?

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1 • San Paolo: il maschilista (?)

Oggi parliamo di san Paolo.

O – sarebbe meglio dire – parliamo di «Paolo di Tarso».

Perché dai… facciamo i serî… secondo voi se lo merita il titolo di «santo»?

Voglio dire…

…uno che dice che le mogli devono «stare sottomesse ai mariti» (lettera ai Colossesi 3,18)!

Altro che santo! San Paolo era un bieco maschilista!

Ecco.

Molte persone liquidano la questione in questo modo:

  1. partono da un pregiudizio assorbito «per sentito dire»
  2. estrapolano un paio di frasi di Paolo dal contesto, per confermare questo pregiudizio
  3. il pregiudizio si rafforza

La maggior parte delle persone che pensano che san Paolo fosse maschilista sono non cristiane.

E vabbè, le perdoniamo…

Ce ne sono alcune invece che sono cristiane… ma magari non hanno alcuni tipo di formazione biblica o esegetica… e l’ultima volta che hanno sentito una catechesi risale a quando la novantasettenne signora Elvira faceva loro il catechismo della prima comunione…

E vabbè, perdoniamo anche loro…

teologi scrausi

«E tu, Sale, cosa ne pensi? Cioè, senza starci troppo a girare intorno: secondo te, san Paolo era maschilista?»

Mhh…

Vedete…

…io sono sempre molto perplesso quando, di fronte a domande che richiedono una risposta complessa, le persone danno risposte sbrigative.

O, per dirla con le parole di Italo Calvino (1923-1985):

Quando le cose non sono semplici, non sono chiare, pretendere la chiarezza, la semplificazione a tutti i costi, è faciloneria, e proprio questa pretesa obbliga i discorsi a diventare generici, cioé menzogneri.
Invece lo sforzo di cercare di pensare e d’esprimersi con la massima precisione possibile proprio di fronte alle cose più complesse è l’unico atteggiamento onesto e utile.

(ITALO CALVINO, “Domenica del Corriere”, febbraio 1978. Risposta ad una “inchiesta sul diavolo oggi”; in ITALO CALVINO, Una pietra sopra : discorsi di letteratura e società, Einaudi, Torino 1980)

2 • La fallacia del «cherry-picking»

Jo Croissant è una laica francese (classe ’49), membro della «Comunità delle Beatitudini» (una comunità contemplativa e missionaria nata in Francia nel 1973).

Ho cercato la sua biografia online, ma purtroppo in rete si trova nulla.

Non so se abbia fatto studî teologici.

Ma sono abbastanza sicuro che non abbia un dottorato in Sacre Scritture o una licenza in teologia (*).

(*) (se qualcuno possiede informazioni a riguardo, mi scriva per favore 😬)

Ebbene.

Ecco cosa scriveva in un suo libro del 1992:

Abbiamo preso l’abitudine di citare la Parola di Dio cercando i versetti più negativi, sulla donna, per accusare il giudaismo e la Chiesa di essere responsabili del suo asservimento, laddove invece la Chiesa è stato il luogo in cui ella ha meglio trovato il proprio posto e la propria dignità, in epoche nelle quali tutto concorreva a schiacciarla.
Si ama citare frasi agghiaccianti, un po’ motteggiando; ma le Scritture sono fatte per essere sondate – per un solo versetto si presentano molteplici interpretazioni, dal senso letterale al senso mistico.

(JO CROISSANT, Il mistero della donna, Berica, Arzignano (VI) 2018, versione Kindle, 8-9%)

Alla faccia di tanti teologi e teologhe che amano estrapolare dal contesto alcuni versetti per «tirare san Paolo per la giacchetta» e portare acqua alle loro ideologie, Jo Croissant ha centrato la questione.

San Paolo deve essere letto per intero, e non sottoposto a «cherry picking».

Cioè?

Wikipedia alla mano, si chiama «cherry picking» quella fallacia logica che consiste nell’«ignorare tutte le prove che potrebbero confutare una propria tesi ed evidenziando solo quelle a suo favore».

(Per chi volesse approfondire il discorso sulle fallacie logiche, lo rimando a questo mazzo di carte)

Il cherry picking – in altre parole – è l’estrapolazione di versetti di san Paolo dal loro contesto.

cherry picking

San Paolo però non va estrapolato.

Va contestualizzato.

Facciamo un esempio di cherry-picking.

Immaginiamo che io voglia “provare” che la Bibbia ha una visione negativa dell’umanità.

Non sarebbe difficile trovare dei versetti che – se letti isolatamente – confermino questa illazione.

Ad esempio:

Riguardo ai figli dell’uomo, mi sono detto che Dio vuole metterli alla prova e mostrare che essi di per sé sono bestie.
(Qoelet 3,18)

Come può essere giusto un uomo davanti a Dio
e come può essere puro un nato da donna?
Ecco, la luna stessa manca di chiarore
e le stelle non sono pure ai suoi occhi:
tanto meno l’uomo, che è un verme,
l’essere umano, che è una larva.
(Giobbe 25,4-6)

E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo.
(Genesi 6,6)

Però, se ci prendessimo la briga di leggere la Bibbia per intero, scopriremmo che l’antropologia biblica ha uno sguardo più-che-positivo sull’umanità, e che anzi l’uomo e la donna sono l’apice della creazione:

Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza.
[…]
Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
(Genesi 1,26.31)

Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità,
lo ha fatto immagine della propria natura.
(Sapienza 2,23)

Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato
(Salmi 8,6)

Spero di aver chiarito con questo esempio in cosa consista il cherry-picking.

Insomma.

Per citare un altro stralcio di Jo Croissant:

Sta scritto nel libro dei Salmi: «Una parola ha detto Dio, due ne ho udite». Altrimenti detto: se ci si arresta al solo senso letterale ci si lascia sfilare di lato il messaggio che Dio ha voluto trasmettere.

(JO CROISSANT, Il mistero della donna, Berica, Arzignano (VI) 2018, versione Kindle, 9%)

3 • San Paolo… contestualizzato

Ora.

Viene da se che non possiamo esaminare tutto l’epistolario paolino, sennò stiamo qui fino al ritorno di Cristo alla fine dei tempi.

Quello che proverò a fare sarà questo:

  1. in questo paragrafo, farò alcune considerazioni generali sulle lettere di Paolo
  2. nel prossimo, prenderò in esame i versetti in cui Paolo parla delle donne nelle assemblee liturgiche
  3. nel successivo, sarà il turno dei versetti in cui Paolo parla del rapporto tra marito e moglie
  4. e, per finire, un altro paragrafo di considerazioni generali (*)

(*) (per qualsiasi altra perplessità e/o approfondimento, vi rimando come al solito alla bibliografia)

Bene.

Partiamo dalle considerazioni di carattere generale.

Probabilmente saprete che nella Bibbia (tra le tante cose) ci sono leggi, prescrizioni, comandamenti, regole.

Non so se ci avete mai fatto caso, ma i cristiani:

  • alcune regole continuiamo a seguirle;
  • altre, invece, le ignoriamo del tutto.

Facciamo qualche esempio; nella Bibbia è scritto…

  • di non mangiare il maiale (Levitico 11,7)… ma i cristiani lo mangiano;
  • di non mangiare frutti di mare (Levitico 11,10)… ma i cristiani li mangiano;
  • di sposare la moglie di tuo fratello, se lui muore senza aver avuto figli con lei (Deuteronomio 25,5-10)… ma i cristiani non seguono questa pratica.

Alcune regole, invece, i cristiani continuano a seguirle… ad esempio:

  • i dieci comandamenti: non uccidere (Esodo 20,13), non commettere adulterio (Esodo 20,14), non rubare (Esodo 20,15), etc;
  • le prescrizioni che hanno a che fare con la premura per gli orfani e le vedove (Deuteronomio 10,18; Es 22,21; Isaia 1,17), o con l’accoglienza per i forestieri (Levitico 19,34);
  • le norme che riguardano la morale sessuale – ad esempio l’illiceità dei rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso (Levitico 20,13) (per chi volesse approfondire, lo rimando a quest’altra pagina del blog);
comunione sulla mano o in bocca

Comunque.

Perché alcune regole scritte nella Bibbia valgono ancora ed altre no?

Allora.

Tagliando con una sega circolare.

(E sintetizzando quel che diceva lo youtuber canadese Isaac David in questo reel), nella Bibbia ci sono:

  • leggi liturgiche (legate al culto)
  • leggi civili (legate alla convivenza civile o alle pratiche culturali di Israele nel primo millennio avanti Cristo)
  • leggi morali (legate all’etica)

A partire dai padri della Chiesa, passando per secoli e secoli di teologi, esegeti, biblisti, etc… la Chiesa insegna che:

  • le leggi liturgiche e le leggi civili valevano per Israele in quel preciso contesto storico-culturale;
  • le leggi morali invece non cambiano – è a queste ultime che Gesù si riferiva quando diceva: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17)

Domanda da un milione di dollari: come faccio a capire se una legge è liturgica, civile o morale?

Risposta semplice: se trovate una regola nella Bibbia, ma non trovate nessun riscontro nel Catechismo della Chiesa Cattolica, probabilmente si tratta di una legge liturgica o civile di Israele e «non vale più» ai giorni nostri. Nel caso invece sia presente nel Catechismo, è una legge morale.

Risposta complessa: se su un tema la tradizione della Chiesa ha avuto una posizione chiara – e coerente con sé stessa – probabilmente si tratta di una legge morale; se nel corso dei secoli la Chiesa ha continuato a custodire un insegnamento, c’è una discreta possibilità che sia stata accompagnata dallo Spirito Santo; se la Chiesa continua a pensare ciò che pensa sulla sessualità (o sul matrimonio… o sulla famiglia…), è perché pensiamo che Dio abbia continuato ad ammaestrare la Chiesa attraverso i secoli, servendosi di Ireneo di Lione, Agostino d’Ippona, Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa, Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo, Bernardo di Chiaravalle, Tommaso d’Aquino e via dicendo… insomma, dopo secoli di riflessione teologica, la Chiesa sa distinguere abbastanza bene – per ogni libro della Bibbia – quali sono gli aspetti «culturali» (e quindi “temporali”) e quali sono gli aspetti «morali» (e quindi “eterni”).

Bene.

Se è chiaro quel che ho detto sulla distinzione delle leggi della Bibbia… sappiate che questa cosa vale anche per le lettere di san Paolo.

A tal proposito, vorrei tirare nuovamente in ballo Edith Stein (1891-1942) (per chi non se la ricorda, l’avevo presentata qui).

Nel corso della sua vita, la filosofa tedesca ha tenuto numerosi interventi per parlare del ruolo della donna nella società, delle caratteristiche della «femminilità», dell’educazione «maschile» e «femminile», di antropologia, del ruolo della donna all’interno della Chiesa…

Molti di questi interventi sono stati raccolti in uno dei suoi libri più importanti, intitolato «La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia».

angelo custode michela murgia

Nel libro, Edith Stein spiega che nell’epistolario di san Paolo bisogna dividere ciò che è «culturale» (e dunque «mutabile») e ciò che viene da Dio (e dunque è immutabile).

Quando si legge san Paolo è importante distinguere tra «divino» e «umano».

È importante distinguere tra «l’eterno e il temporale» (EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.76).

Tra la «legge di Dio» e la «cultura del tempo».

Facciamo un esempio.

Nella lettera ai Corinzi, Paolo parla dell’acconciatura che gli uomini e le donne sono tenuti ad avere:

Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo.
Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata.
Se dunque una donna non vuole coprirsi, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra.

(1 Corinzi 11,4-7)

Se è chiaro quel che ho detto all’inizio di questo paragrafo, capirete bene che quel che dice Paolo in questi versetti è legato alla cultura del suo tempo, e non ha valenza di «legge morale».

Ecco cosa scrive Edith Stein in proposito:

L’acconciatura dei capelli e il modo di vestire riguardano il costume, come lo stesso san Paolo dice nella conclusione di questo passo: «Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio» (1Cor 11,16).
La sua decisione sul modo con cui le donne di Corinto dovevano essere acconciate durante il servizio divino era obbligatoria per quella comunità da lui fondata; con ciò non è detto che avrebbe dovuto essere sempre e per tutti.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.76)

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: «Perché Paolo ha imposto alle donne di Corinto di indossare il velo? Era un maschilista? Aveva tendenze “fallocratiche”?».

Ehm… no.

Il motivo è molto più semplice:

In Corinto, alla cui comunità indirizza la lettera, soltanto le “hetairas” (cortigiane o prostitute di grado più o meno elevato) e le “ierodule” (o “prostitute sacre” che in questa città superavano le dieci mila unità) erano solite andare a capo scoperto. La libertà interiore propria dello spirito cristiano spinse le donne di Corinto convertite al cristianesimo a fare a meno del velo. L’Apostolo biasimava tale costume e lo proibisce con un intervento di prudente azione di governo.

(MANUEL GUERRA, Storia delle relgioni, Editrice La Scuola, 1989, p.307)

4 • San Paolo e le donne… nelle assemblee liturgiche

Passiamo ad esaminare i versetti in cui Paolo parla del modo in cui gli uomini e le donne dovrebbero comportarsi durante le assemblee liturgiche.

femminista allarme rosso

Vi riporto i versetti incriminati:

Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo.
Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse.
Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio.
Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo.
Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata.
Se dunque una donna non vuole coprirsi, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra.
L’uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non è l’uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo.

(1 Corinzi 11,1-9)

Ecco come Edith Stein commenta questo passaggio:

È stabilito che l’uomo e la donna conducano assieme un’unica vita, come un essere solo.
Ma all’uomo, che per primo è stato creato, si addice la direzione di questa comunità di amore.
Si ha però l’impressione che questa interpretazione paolina non renda pienamente l’ordine primordiale o l’ordine della redenzione, ma sia influenzato dall’ordine della natura decaduta, perché propone un rapporto di dominio e di sottomissione, e ammette un’opera di mediazione dell’uomo tra la donna e il Redentore.
Né il racconto della creazione, né il Vangelo conoscono questa funzione mediatrice dell’uomo tra la donna e Dio; è ben conosciuta invece dalla legge mosaica e dal diritto romano.
L’Apostolo stesso, del resto, conosce un altro ordine, perché in questa stessa lettera ai Corinti, dove parla del matrimonio e della verginità, dice: «L’uomo infedele è santificato dalla moglie fedele», e «Come sai tu, o moglie, che non porterai a salvezza tuo marito?» (1Cor 7,14 e 16).
Qui parla l’ordine evangelico: per esso ogni anima è stata guadagnata alla vita da Cristo, e chiunque è santificato per l’unione a Cristo, sia uomo o donna, è chiamato ad essere mediatore.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.76-77)

Se facciamo la distinzione che riportavo qualche rigo più sopra, in queste righe di Paolo troviamo indicazioni legate alla cultura del tempo, che non sono mai entrate a far parte del deposito della fede: la mediazione dell’uomo tra la donna e Dio, la subordinazione femminile (presente nella cultura ebraica), le indicazioni sul taglio dei capelli.

Facciamo un altro esempio.

Nella prima lettera a Timoteo c’è un passaggio in cui Paolo afferma:

La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre. Ora lei sarà salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con saggezza.

(1 Timoteo 2,11-15)

Anche in questo caso – si capisce bene – a parlare è il Paolo «ebreo del primo secolo».

Leggiamo di nuovo cosa scrive Edith Stein:

Si ha qui l’impressione, ancor più fortemente che nella lettera ai Corinti, che l’ordine primigenio e l’ordine della redenzione siano quasi velati dall’ordine della natura decaduta, e che nell’Apostolo parli il giudeo formato allo spirito della legge.
Sembra completamente dimenticata la concezione evangelica della comunità.
Ciò che qui si ennuncia, e che viene opposto a particolari abusi delle comunità greche, non si deve considerare come il principio assoluto che determina la concezione del rapporto tra i due sessi.
È troppo contrario alle parole e a tutta la prassi del Salvatore; tra i suoi più intimi vi erano delle donne; egli ha dimostrato praticamente con la sua opera redentrice di operare non meno per le anime delle donen che per quelle degli uomini. È contrario anche a un’espressione di Paolo, nella quale forse viene meglio espresso il genuino spirito evangelico: «La legge fu la nostra istitutrice a Cristo, perché giungessimo a essere giustificati nella fede. Ma ora che è giunta la fede, non siamo più soggetti alla nostra istitutrice… Non vi è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, non vi è più né uomo né donna. Tutti infatti siete uno, in Cristo Gesù»

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.80-81)

Come vedete, Edith Stein per “confutare” Paolo, cita lo stesso Paolo!

È lo stesso Paolo a dire che di fronte a Cristo non c’è distinzione tra uomo e donna:

Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

(Galati 3,28)

Come mai in alcune lettere Paolo afferma una cosa, ed in altre sembra contraddirsi?

Ve lo dico tra un paio di paragrafi.

Prima dobbiamo parlare del rapporto tra l’uomo e la donna nel matrimonio.

5 • San Paolo e le donne… nel matrimonio

La macchia più grande sulla fedina penale di Paolo di Tarso sono i versetti in cui invita le mogli ad essere sottomesse:

Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore.

(Colossesi 3,18)

Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto.

(Efesini 5,21-24)

costanza miriano e teologhe italiane

Questi versetti sono spesso estrapolati dal contesto ed utilizzati per il cherry-picking (la fallacia logica di cui ho parlato qualche paragrafo più sopra).

Che dire?

Prima di commentarli, secondo me, occorre innanzitutto leggere i passaggi completi dai quali sono tratti:

Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto.
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata.
Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso.
Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo.
Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne.
Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito.

(Efesini 5,21-33)

Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. Voi, schiavi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni: non servite solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l’eredità. Servite il Signore che è Cristo! Infatti chi commette ingiustizia subirà le conseguenze del torto commesso, e non si fanno favoritismi personali.

(Colossesi 3,18-25)

Leggendo questi due passaggi, la domanda sorge spontanea:

  • In questi versetti, quali parole di Paolo rientrano nella «legge di Dio» e quali invece hanno a che fare con la «cultura del suo tempo»?
  • Quali parole sono «eterne» e quali sono legate alla sua epoca storica?
  • Cosa «salviamo» e cosa «buttiamo via»?

Vediamo come commenta questo passaggio Edith Stein:

L’uomo deve essere capo della donna, – e possiamo aggiugnere, a spiegazione: di tutta la famiglia, – nel senso in cui Cristo è capo della Chiesa; perciò sarà suo compito governare questa piccola immagine del grande corpo mistico di Cristo in modo che ogni membro possa in essa sviluppare pienamente i suoi doni e operare per la salute del tutto, e che ciascuno soprattutto raggiunga la salvezza.
L’uomo non è Cristo e non ha il potere di distribuire i doni. È però in suo potere dare ad essi pieno sviluppo (o eventualmente ostacolarli), come ogni uomo, inoltre, può essere di aiuto all’altro nello spiegamento dei suoi doni. La vera saggezza consisterà dunque nel non opprimerli ma nel farli pienamente maturare per la salvezza del tutto.
E poiché l’uomo stesso non è perfetto come Cristo, ma è una creatura con alcuni doni e molti difetti, sarà sua somma saggezza cercare il rimedio ai propri difetti in quel membro che lo completa (come può essere somma saggezza politica nei reggitori di popoli lasciar governare ministri che valgono di più).
Ma è essenziale per la salute dell’organismo che tutto ciò avvenga sotto la guida del capo; se perciò la donna innalza sé stessa contro il capo, l’organismo non potrà prosperare, come quando il capo permette che il corpo soffra e deperisca.

(EDITH STEIN, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 2018, p.78-79)

Che strano…

Non so se ci avete fatto caso, ma i passaggi di Paolo che avevo citato nel precedente paragrafo erano molto più «morbidi» rispetto a questi ultimi…

…eppure Edith Stein ha scritto che quelle indicazioni di Paolo si riferivano al contesto storico-culturale in cui predicava l’apostolo, e non sono da intendersi come normative per un cristiano.

Come mai non ha detto la stessa cosa per questi versetti sulla «sottomissione»?

Sta dando ragione a Paolo?

Le donne devono essere «sottomesse» ai mariti?

edith stein maschilismo

Allora.

Facciamo un passo indietro.

Come dicevo (in punta di piedi) in quest’altra pagina, spesso noi cristiani utilizziamo criterî di giudizio mondani per valutare la Bibbia, le parole di Gesù o gli insegnamenti della Chiesa:

  • pensiamo che l’umiltà sia un handicap;
  • che il servizio sia un segno «pecoraggine»;
  • che la sottomissione abbia a che fare con il dominio di qualcuno su qualcun altro.

Nei due brani che ho citato poche righe più sopra, Paolo dice che:

  • le mogli devono essere «sottomesse» ai mariti
  • e i mariti devono «amare le mogli»

Ora dirò una cosa scandalosa.

Siete pronti a scandalizzarvi?

Paolo parla di una complementarietà tra marito e moglie.

Le due frasi di Paolo sono analoghe.

Complementari.

Corrispondenti.

Il problema di noi uomini e donne del terzo millennio, è che usiamo un criterio di giudizio non evangelico nel leggere questi versetti.

Pensiamo che «amare» sia una cosa bella, ed essere «sottomessi» sia una cosa brutta.

Ma che significa «amare»?

Sul tema dell’amore avevo dedicato un’intera pagina del blog… se non volete perdere tempo a leggerla, è Paolo stesso che spiega in che consiste l’amore dei mariti per le mogli:

E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei.
(Efesini 5,25)

Domanda: Cristo come ha amato la Chiesa?

Penso che tutti voi conosciate la risposta: Cristo ha amato la Chiesa…

  • …subendo umiliazioni
  • …sputi in faccia
  • …vergate sulla schiena
  • …essendo deriso
  • …accusato ingiustamente
  • …condannato a morte
  • …inchiodati mani e piedi ad un palo

Paolo dice che i mariti devono amare le mogli in questo modo.

Ditemi voi se questa non è una «sottomissione»?

Volete sapere la verità?

La verità è che il problema non è Paolo di Tarso…

…il problema è il peccato originale – cioè la perdita di fiducia in Dio.

Come dicevo qualche mese fa, la causa del maschilismo non è Paolo di Tarso, ma il peccato originale.

Se Dio non è Padre, ma «qualcuno da cui difendersi», la donna – che Dio ha posto accanto all’uomo – non è più «carne della sua carne» (Genesi 2,23), la persona con cui sperimentare una comunione di vita che il resto del mondo non gli sa dare… ma un «oggetto» per colmare le carenze dell’uomo (affettive, esistenziali, sessuali, etc.).

Se invece Dio è Padre, allora non ho nulla da temere nel «sottomettermi» all’altro – soprattutto quando «l’altro» non è il povero che incontro in strada, ma mio marito o mia moglie.

Ogni cristiano – uomo o donna – è chiamato alla santità.

Ogni cristiano – uomo o donna – è chiamato al servizio.

Ogni cristiano – sposo o sposa – è chiamato a «sottomettersi» al suo coniuge, cioè ad amarlo.

Il problema – come al solito – è lo sguardo che ho su Dio.

Se Dio è «lo stronzo da cui devo stare in guardia», leggerò le parole di Paolo in modo indignato, sentendomi offesə quando parla della «sottomissione», o quando dice che il marito è «capo della moglie, come Cristo è capo della Chiesa».

Se Dio invece è un Padre buono, leggerò le parole di Paolo in modo costruttivo, propositivo, buono… vi cito a titolo di esempio uno stralcio dell’enciclica sul matrimonio di Pio XI (1857-1939):

Se l’uomo infatti è il capo, la donna è il cuore; e come l’uno tiene il primato del governo, così l’altra può e deve attribuirsi come suo proprio il primato dell’amore.

(PIO XI, enciclica sul matrimonio cristiano «Casti Connubii», n.I, 31 dicembre 1930)

L’amore tra uomo e donna è complementare.

Il servizio reciproco è complementare.

La sottomissione è complementare.

È solo la modalità che è differente.

E per evitare che qualcuno pensi che «oggi la Chiesa si è evoluta ed ha iniziato a parlare di uguaglianza tra marito e moglie, ma un tempo non era così», vi riporto un testo del quarto secolo di Basilio di Cesarea (330-379), vescovo e teologo greco antico:

“Dio creò l’Uomo a sua immagine”: “L’Uomo!”, dice la donna, “allora che m’importa? È il marito che è stato creato tale”, dice lei, in quanto “Dio non ha detto ‘colei’ che è essere umano, ma con la qualifica per ‘uomo’ ha indicato che si trattava dell’essere maschile”.
Ebbene no!
Affinché qualcuno, per ignoranza, non prendesse l’espressione “uomo” come se fosse riferita solo al sesso maschile, la Scrittura aggiunge: “Maschio e femmina li creò”.
Anche la donna possiede, come il marito, [il privilegio] di essere stata creata ad immagine di Dio.
Ugualmente degne di onore sono le due nature, uguali le loro virtù, uguale la loro ricompensa e simile la loro condanna.
La donna non dica dunque: “io sono debole”. La debolezza è questione di carne; nell’anima (ἐν ψυχῇ) risiede però la forza.
Visto che sicuramente l’immagine di Dio implica lo stesso onore, di pari onore siano [nell’uomo e nella donna] la virtù e la manifestazione delle buone opere.

(BASILIO DI CESAREA, Sull’origine dell’uomo, Omelia I, a cura di TOMASZ SZYMCZAK e MICHELINA TENACE, dall’edizione critica greca di Smets e van Esbroek in: Basile de Césarée, Sur l’origine de l’homme (Hom. X et XI de l’Hexaéméron), Introduction, texte critique, traduction et notes par Alexis Smets et Michael Van Esbroeck, SC 160 (1970) 167-221; in MICHELINA TENACE, Cristiani si diventa : Dogma e vita nei primi tre concili, Lipa, Roma 2013, p.259-260)

6 • Paolo di Tarso ha un disturbo bipolare?

Arrivati a questo punto, sorge spontanea una domanda: perché a volte Paolo parla come «un cristiano» e a volte sembra “solo” «un giudeo del primo secolo»?

Perché dice che «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28)… ma poi in altri passaggi delle sue lettere sembra fare due pesi e due misure tra uomini e donne?

Chiediamocelo: Paolo di Tarso ha forse un disturbo bipolare?

È schizofrenico?

san paolo schizofrenico

Qualche mese fa mi è capitato di ascoltare un intervista molto interessante a Gabriele Boccaccini, studioso del giudaismo del Secondo Tempio e delle origini cristiane, attualmente professore di Origini del Cristianesimo all’Università del Michigan (classe ’58).

A un certo punto dell’intervista, il professor Boccaccini si interroga sul modo in cui Paolo tenta di conciliare le differenze tra ebrei e non-ebrei, circoncisi e non-circoncisi, schiavi e liberi, uomini e donne, e via dicendo.

Secondo me, la chiave di lettura che propone è molto interessante.

Il punto di partenza è questa domanda:

il banchetto eucaristico è parte di questo mondo o è parte del mondo a venire?
Perché se è parte di questo mondo, allora si devono seguire le regole di questo mondo.
E quindi ebrei e non-ebrei, circoncisi e non-circoncisi, devono mantenere la differenza.
Se invece il banchetto eucaristico è parte del mondo a venire, è un’anticipazione del mondo a venire, allora si seguono le regole del mondo a venire.

(GABRIELE BOCCACCINI, dal video di YouTube «Il vero volto di Paolo di Tarso»)

Partiamo da un fatto – per Paolo i battezzati sono tutti uguali.

O meglio, «rivestiti di Cristo», le differenze sono annullate:

Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

(Galati 3,27-28)

Che significa «in Cristo Gesù»?

Significa che «in questo mondo» le differenze rimangono.

In che senso?

Non so se avete presente la lettera a Filemone.

Filemone era un cristiano benestante che viveva a Colosse, in Asia Minore… e possedeva degli schiavi.

Uno di loro, di nome Onesimo, decide di fuggire dal padrone (verosimilmente rubando anche dei soldi); tra le varie vicissitudini del suo viaggio, lo schiavo Onesimo arriva a Roma, dove l’incontro con Paolo gli cambia la vita.

Onesimo diventa cristiano, e inizia a collaborare con Paolo, fintanto che quest’ultimo è a Roma.

A contatto con Paolo, probabilmente Onesimo inizia a riflettere sul fatto che il suo comportamento nei confronti del proprio padrone sia stato ingiusto.

Cosa accade?

Accade che Paolo scrive a Filemone (i due erano amici); nella lettera, gli chiede di perdonare la fuga di Onesimo, e di riaccettarlo come schiavo – tanto più che ora sono anche fratelli nella stessa fede.

Non so se avete notato la stranezza:

  • Paolo è cristiano
  • Filemone è cristiano
  • Onesimo è (da poco) cristiano

Tutti e tre sono cristiani… eppure Paolo rimanda Onesimo indietro da Filemone, per fare lo schiavo.

Paolo non abolisce l’istituto della schiavitù.

Come dice il professor Boccaccini:

Per Paolo, le distinzioni di genere, le distinzioni sociali e le distinzioni etniche sono parte di questo mondosaranno abolite nel mondo a venire, perché nel mondo a venire non ci sarà più uomo o donna, schiavo o libero, etc… In Cristo c’è già un’unita mistica, che per Paolo è evidente già nel banchetto eucaristico.

(GABRIELE BOCCACCINI, dal video di YouTube «Il vero volto di Paolo di Tarso»)

Nel banchetto eucaristico questa distinzione è annullata, perché la celebrazione della Messa fa già parte «del mondo a venire»: e infatti, in quel contesto, anche gli schiavi e le donne hanno l’autorità di profetizzare.

Nel banchetto eucaristico, i circoncisi possono sedere al tavolo con i non-circoncisi (cosa che all’epoca era scandalosa), gli schiavi con i padroni, gli uomini con le donne.

Paolo dice che le donne hanno l’autorità di profetizzare nell’assemblea eucaristica (quindi di parlare, di predicare, di esprimere la lode a Dio, al pari di uomini e schiavi). [Quando dice alle donne di tacere, ] non si riferisce all’assemblea eucaristica.
Quello che vuole dire è: «Queste regole che vi sto dando non valgono in tutto il mondo [ma solo nell’assemblea eucaristica]».
Paolo è abbastanza moderato nelle sue azioni.
Dice: «Queste distinzioni sono abolite, ma sono abolite “in Cristo”, non “nella vita con gli altri”».
C’è un contesto in cui questa distinzione non esiste più, ed è l’assemblea eucaristica.
Per Paolo e i primi cristiani, il rapporto tra queste categorie non è più conflittuale, ma armonico.
Per cui Paolo non mette in discussione che [culturalmente] «l’uomo è il capo della donna», però dice che «l’uomo non deve maltrattare la donna» e che «la donna deve essere rispettata».
Non dice che il padrone e lo schiavo siano socialmente sullo stesso piano, ma dice che il padrone non deve maltrattare lo schiavo, ma considerarlo come persona umana.
Paolo dice le stesse cose tra circoncisi e non-circoncisi.
Non abolisce la distinzione, dice che il muro di inimicizia che separava i due gruppi è crollato.
Nuovi studi su Paolo insistono sul fatto che Paolo rimane un ebreo osservante.
Paolo si aspetta che i cristiani circoncisi continuino a rispettare la legge ebraica, e che si comportino diversamente dai non ebrei.
Perché la distinzione non è abolita, nemmeno nella Chiesa.
È abolita solo nel momento eucaristico, non nella vita quotidiana di tutti i giorni.

(GABRIELE BOCCACCINI, dal video di YouTube «Il vero volto di Paolo di Tarso»)

Paragrafo opzionale: disclaimer per i cacacazzi (clicca qui per visualizzarlo)

Sono abbastanza sicuro che qualcuno, dopo aver letto quest’ultimo paragrafo, avrà da obiettare qualcosa tipo:

«Sale, ma stai dicendo che – in quanto cristiani – dovremmo rimanere in silenzio di fronte alla schiavitù, alle ingiustizie sociali, alle discriminazioni di carattere sessuale, etc.?»

Per favore.

Mettiamo in moto i neuroni, e usiamo un minimo di buonsenso.

E non tiriamo in ballo argomenti fantoccio.

In qualsiasi contesto culturale in cui è penetrato il cristianesimo, ha portato ad un miglioramento delle condizioni di vita per tutti, ed ha disinnescato tantissime storture sociali (schiavitù, disuguaglianze, sfruttamenti e via dicendo).

È sufficiente aprire un qualsiasi libro di storia (o Wikipedia) per accorgersene.

Però, ad oggi, la modalità in cui il cristianesimo ha reso possibile questi cambiamenti sociali non è stata «una rivoluzione» fulminea e repentina dall’alto verso il basso, ma un processo lento, graduale, «osmotico», dal basso verso l’alto.

Conclusione

E niente.

Chiudo con un’ultima citazione di Giovanni Paolo II (1920-2005), che mi sembra una felice sintesi di tutto ciò che ho provato a scrivere in questa paginetta:

L’amore esclude ogni genere di sottomissione, per cui la moglie diverrebbe serva o schiava del marito, oggetto di sottomissione unilaterale.
L’amore fa sì che contemporaneamente anche il marito è sottomesso alla moglie, e sottomesso in questo al Signore stesso, così come la moglie al marito.
La comunità o unità che essi debbono costituire a motivo del matrimonio, si realizza attraverso una reciproca donazione, che è anche una sottomissione vicendevole.
Cristo è fonte ed insieme modello di quella sottomissione che, essendo reciproca “nel timore di Cristo”, conferisce all’unione coniugale un carattere profondo e maturo.
Molteplici fattori di natura psicologica o di costume vengono, in questa fonte e dinanzi a questo modello, talmente trasformati da far emergere, direi, una nuova e preziosa “fusione” dei comportamenti e dei rapporti bilaterali.

(GIOVANNI PAOLO II, Udienza generale dell’11 agosto 1982)

sale

(Autunno 2023)

Fonti/approfondimenti

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