1 • La scelta dello «stato di vita»… e gli scrupoli
Un paio di anni fa, avevo parlato del combattimento contro gli scrupoli.
Chi è una persona scrupolosa?
Una persona scrupolosa è qualcuno che tende ad avere dubbi e inquietudini quando si trova di fronte ai bivi che la vita gli pone davanti:
- non sa mai se ha fatto la scelta giusta, e rimugina all’infinito sulle conseguenze di ogni decisione;
- teme di aver sbagliato anche quando in realtà ha fatto tutto correttamente;
- si blocca davanti alle decisioni quotidiane – anche piccole – per paura di sbagliare.
Una persona scrupolosa spesso si trova schiacciata dai sensi di colpa di fronte a delle piccole mancanze che ha commesso:
- un gesto di impazienza o una parola detta male che diventano, nella sua testa, «colpe gravissime»;
- un ritardo, una dimenticanza, un errore minimo vissuti come un disastro irrimediabile;
- il continuo rivangare sbagli passati, anche insignificanti, senza mai riuscire a lasciarli andare.
Bene.
Che succede se si prendono queste inquietudini e si mescolano con una persona cristiana?
Succede che otteniamo una persona che ha scrupoli in ambito spirituale.
Che significa?
Significa che si sviluppa la tendenza a vivere la fede con ansia e paura, trasformando la relazione con Dio in un continuo tribunale interiore, dove tutto viene passato al setaccio, e anche le mancanze più lievi vengono percepite come se fossero peccati gravissimi:
- c’è chi – dopo essersi confessato ed aver ricevuto l’assoluzione – continua a tornare con la mente sugli stessi errori, come se non fossero mai stati perdonati davvero, e finisce per tormentarsi senza pace;
- c’è chi ha passato l’adolescenza a fare l’animatore in oratorio, e poi quando si fidanza si sente in colpa perché non riesce più a trascorrere la stessa quantità di tempo in parrocchia insieme ai bambini;
- c’è chi pensa (più o meno esplicitamente) che «Dio ama tutti»… ma «se entro in seminario», Dio mi amerà di più… come se ci fosse una “graduatoria spirituale”;

Scherzi a parte.
Nonostante gli scrupoli, non credo di essere mai arrivato ad avere comportamenti psicotici di questo tipo.
So bene che Dio ci lascia un margine di libertà molto più ampio di quanto immaginiamo.
Che si lavori in un supermercato o in un ufficio, che si viva al mare o in montagna, che si preferisca il calcio o la lettura – tutto questo appartiene all’ambito delle scelte legittime, dove non esiste una «risposta giusta» da indovinare.
La maggior parte delle scelte della nostra vita sono accidentali e non essenziali.
Sono cioè decisioni che possiamo prendere serenamente seguendo le nostre inclinazioni naturali e non questioni su cui Dio ha un’opinione specifica.
Chi cerca ossessivamente “segni” in ogni dettaglio rischia di perdere di vista il cuore della vita cristiana, che è l’unione con Cristo in una relazione d’amore libera.
Diverso però è il discorso quando si parla dei sacramenti.
Qui entriamo in una dimensione che tocca l’identità più profonda della persona e il suo rapporto con il mistero di Cristo.
Il matrimonio e il sacerdozio non sono semplici “mestieri” o stili di vita intercambiabili.
Sono sacramenti che plasmano l’essere stesso della persona, creando un legame ontologico con Cristo che ha carattere definitivo.
Per questo richiedono un discernimento di qualità diversa, più profondo e paziente:
- la scelta matrimoniale implica non solo l’amore per una persona specifica, ma la capacità di vivere il mistero dell’unione sponsale come riflesso dell’amore tra Cristo e la Chiesa;
- la chiamata al sacerdozio, nella Chiesa latina, porta con sé l’accoglienza del celibato come forma di totale donazione al Regno di Dio.
Proprio perché queste decisioni toccano il nucleo dell’esistenza… diventano un vero e proprio «campo di battaglia spirituale».
2 • Cosa è «meglio» tra sposarsi e non sposarsi?
Nel precedente paragrafo – tra gli esempi che ho fatto – ho riportato quello di chi pensa che «Dio ama tutti»… ma «se entro in seminario», Dio mi amerà di più.
Questo, chiaramente, è falso: la Chiesa insegna che matrimonio e sacerdozio sono due vie entrambe valide per diventare santi (disclaimer: come provavo a spiegare in quest’altra pagina del blog, la santità non consiste nel diventare Ned Flanders, o qualsiasi altra immagine moralista possiamo avere in testa… ora non torno sul tema, chi volesse approfondire può cliccare il link).
E Dio non ama un prete più di un padre di famiglia.
Né una suora più di una mamma.
Però questa bugia fa leva su una verità, ossia il fatto che la Chiesa ha sempre insegnato che la verginità e il celibato sono stati di vita migliori rispetto alla vita da sposi.
Che significa questa cosa?
Dunque.
Per spiegarvelo, la prendo un po’ larga e vi racconto un paio di aneddoti autobiografici abbastanza infelici.
Dovete sapere che io ho iniziato a fare direzione spirituale durante il primo anno di università (era il 2010).
All’epoca, non ero per nulla “studiato” sulle robe «decchiesa» di cui parlo qui sul blog…
…e il mio primo padre spirituale – benché fosse una persona molto buona e generosa – non era molto ferrato in teologia… oltre ad essere un po’ un elefante in una cristalleria.

Ora l’ho messa sul ridere.
Ma voi non avete idea di quanti danni può fare – nel cuore di un ragazzo scrupoloso – un discorso così delicato come quello della scelta dello stato di vita fatto in modo grossolano.
Se questo non è abbastanza, aggiungiamo altra carne sul fuoco.
Come già ho raccontato altre volte qui sul blog, io sono cresciuto – oltre che con i miei genitori e le mie sorelle – anche con i miei nonni materni.
Nonna Olga (che è morta nel 2014) – per quanto sia stata una delle persone che più mi ha voluto bene e a cui io ho voluto più bene – era anche lei un elefante in una cristalleria.
Anzi, più che un elefante, era un tirannosauro che ballava il tango in una fabbrica di Swarovski.
Dalle elementari fino all’università – passando per tutte le scuole di mezzo – io sono sempre stato molto bravo a scuola…
…nonostante questo, ogni volta che portavo un voto a casa, mia nonna mi chiedeva sempre quanto avesse preso il/la compagno/a di classe con cui (nella sua testa) “mi contendevo il primato”:
Alle elementari:
- «Ho preso “Distinto” in italiano!»
- «E quanto ha preso Giorgia?»
Alle medie:
- «Ho preso 8 al compito di matematica!»
- «E quanto ha preso Sofia?»
Alle al liceo:
- «Ho preso 7 alla versione di greco!»
- «E quanto ha preso Gianmarco?»
Ora.
Perché vi racconto questo?
Perché nel cocktail della mia psiche di post-adolescente in cui:
- «Anche se vado bene, posso sempre andare meglio…»
- «Non importa quanto io mi impegni… si può sempre fare un mezzo passetto in più…»
- «L’importante non è la mia prestazione, ma il confronto con gli altri…»
- «Ti voglio bene, eh… ma quanto bene in più ti vorrei se…»
…provate a immaginare come mi può essere atterrata sulle spalle la questione “vocazionale”.
Pensate a me che mi interrogavo un po’ più seriamente sul matrimonio e sul celibato, con questo bias di fondo.
Rimuginavo su queste cose, e c’era un rumore bianco che mi diceva: «Sì, ma che importa quali sono i tuoi desideri… il punto è “qual è la cosa migliore” per far contento Dio (o nonna Olga?)».
…
Oggi sono passati quasi 15 anni da quel periodo.
E so cosa significa che la Chiesa insegna che uno stato di vita è migliore rispetto ad un altro…
…ma nonostante questo, la questione “discernimento” per me è stata ed è tuttora un nervo molto scoperto.
Ah, comunque, se qualcuno di voi non sapesse cosa intende la Chiesa quando dice che uno stato di vita è migliore di un altro, vi riporto le parole del filosofo francese Fabrice Hadjadj (’71), che ha spiegato molto bene la questione:
Senza dubbio, la condizione monastica corrisponde a uno stato perfetto, la condizione matrimoniale a uno stato imperfetto, e la condizione dissoluta a uno stato decisamente pietoso.
Ma ciò non vuol dire che coloro che vi si trovano rispondano al proprio stato.
Le persone sposate possono essere peggiori dei dissoluti, e i religiosi peggiori delle persone sposate.
Come dice san Francesco di Sales, «essere nello stato di perfezione non significa essere nella perfezione».
Gli stati sono migliori gli uni rispetto agli altri relativamente ai mezzi che offrono e che sono più adatti a condurre verso la Terra promessa.
Ma usare malamente questi mezzi migliori significa diventare peggiori.
E fare un buon uso dei mezzi cattivi significa essere migliori.
Naturalmente, in linea di diritto, solo i primi due stati sono necessari, e dunque auspicabili.
Ma, in realtà, sono misteriosamente richiesti tutti e tre.
Gli sposi hanno bisogno dei monaci, e i monaci hanno bisogno delle prostitute.
Non nella loro cella, ovviamente, ma per il proprio cuore.
Osservando i monaci, gli sposi si rammentano che la propria unione non è tutto e che essa è profonda solo aprendosi a ciò che l’oltrepassa.
Osservando le prostitute, i monaci si rammentano che, senza la grazia, essi sarebbero ben peggiori, e che tra queste miserabili, ve ne sono alcune che, a propria insaputa, sanno amare meglio di loro, e che covano i più folgoranti pentimenti: «In verità – dice Gesù ai sommi sacerdoti e agli anziani – i pubblicani e le prostitute vi precedono nel Regno dei Cieli» (Matteo 21,31).
(FABRICE HADJADJ, Mistica della carne : la profondità dei sessi, Medusa, Milano 2020, p.77-78)
Ora non vorrei attaccare una pippa, ma il motivo per cui la Chiesa insegna ciò che insegna sono innanzitutto:
- le parole di Gesù (cfr. ad esempio Matteo 19,10-11);
- quelle di Paolo di Tarso (cfr. ad esempio 1 Corinzi 7,32 e seguenti);
- poi c’è il Concilio di Trento (cfr. Sess. XXIV, can. 10: COD 755);
- l’enciclica di Pio XII «Sacra Virginitas» pubblicata nel 1954 (in cui il Papa dice ad esempio: «Per questo motivo soprattutto, secondo l’insegnamento della chiesa, la santa verginità supera in eccellenza il matrimonio» e anche «Se dunque la verginità, come abbiamo detto, è superiore al matrimonio, questo avviene senza dubbio, perché essa mira a conseguire un fine più eccelso»)
A onor del vero però, nell’attuale Catechismo della Chiesa Cattolica non mi sembra di aver trovato una distinzione sugli stati di vita in cui si parla di «migliore» o «peggiore» (per chi volesse approfondire, lo rimando a CCC n.1618 e seguenti).
3 • La scelta di vita… e la paura della croce
Comunque.
Dopo due paragrafi di voli pindarici, arriviamo al punto.
Qual è il senso di questa pagina del blog?
Perché l’ho inserita tra i «Pensieri della penombra»?
Beh.
Perché nonostante il cammino fatto dal 2010 ad oggi, la questione della scelta dello stato di vita è una domanda che mi ha logorato e che di tanto in tanto continua a logorarmi.
Ci sono stati momenti in cui ho sentito che le “voci” dei miei scrupoli (o per usare il termine psicologico corrispondente, «dei miei disturbi d’ansia») si sono fatte più feroci e più intense.
Ci sono stati momenti nei quali quel «E quanto ha preso Tizio?» – e tutte quelle altre domande che nonna mi faceva ingenuamente da piccolo, e che assumevano la forma del «Non è mai abbastanza ciò che fai!» – si è insinuato nelle domande che mi ponevo nel mio discernimento, e ha assunto una forma simile:
- «Questa settimana non sei riuscito a registrare il podcast… ma bravo! Si batte la fiacca anziché lavorare per il regno di Dio?»
- «Ok, hai lavorato alla pagina del blog e l’hai finita in tempo… ma non hai risposto ad un sacco di persone che ti hanno posto una domanda per messaggio privato! E quella email di quella persona che ti ha chiesto un confronto sta lì da due settimane!»
- «Hai registrato il podcast e poi sei scappato a fare una passeggiata con la tua ragazza… non pensi alle altre persone che ti hanno chiesto del tempo, e tu hai sempre posticipato? Per cosa poi? Per una passeggiata? Ma stiamo scherzando?»
- «State facendo una passeggiata, mano nella mano, ma vedi che in cuor tuo stai pensando a quella parrocchia che ti ha chiesto se sei libero quel weekend, e tu hai risposto di no, perché non ce la fai con i ritmi che stai tenendo in questo momento… non ti vergogni a vivere da piccolo borghese, e a “lasciare appese” delle persone che volevano che facessi un incontro/testimonianza con i ragazzi?»
Forse qualcuno di voi riderà di queste domande.
O penserà qualcosa tipo: «Vabbè dai, che esagerato! Ma come fai a non distinguere un pensiero sano da una tentazione?»…
…ma la verità è che una persona scrupolosa e/o che ha disturbi d’ansia ha spesso pensieri di questo tipo.
La verità è che – nei momenti in cui gli scrupoli diventano più pressanti e più “moralistici” – faccio molta fatica a distinguere tra i miei desideri “autentici”, i desideri “indotti”, la paura di rimanere solo per tutta la vita, il desiderio di essere amato per ciò che sono, l’aspirazione a potermi dedicare alle “cose di Dio”, la possibilità di avere dei figli, la voglia di farmi i «beati cavoli miei» senza nessuno che mi rompa le scatole, la prudenza di non voler fare il passo più lungo della gamba, etc.
Se le cose non fossero già abbastanza complesse, si aggiunge un altro problema.
Il rischio – quando si deve scegliere il proprio stato di vita – non è tanto quello di sbagliare in buona fede, quanto quello di mascherare le proprie paure dietro nobili motivazioni spirituali:
- nel pensare al matrimonio, c’è il rischio che io mascheri la paura della solitudine o dell’incertezza dietro l’idea di amore autentico;
- nel pensare alla vita da celibe, c’è il rischio (anzi, la certezza) di sentirmi schiacciato dalla paura di donare la mia vita ad un’altra persona, preferendo piuttosto la possibilità di rimanere nel mio «recinto di false sicurezze» per tutta la vita…

Insomma, giochiamo a carte scoperte.
La verità è che io ho una paura terribile della croce.
Ho una paura terribile della sequela di Cristo.
Sono un vigliacco.
Un pusillanime.
L’idea di dare la vita… anzi, l’idea di dare un dito, tante volte mi ha fatto svegliare angosciato di notte al punto da fare fatica a riprendere sonno.
Qualche mese fa, in un libro che mi ha consigliato don Fabio Rosini, a un certo punto ho letto questo monologo interiore di un personaggio, nel quale mi sono profondamente rispecchiato:
A quante persone ho fatto credere di essere migliore di quello che poi ero, te compreso, mi verrebbe di scrivere a tutti i miei compagni: perdonatemi se potete, ero giovane e discretamente imbecille.
Questo non è un conto che pago, finalmente ammetto davanti a un testimone di essermi sbagliato.
Alla mia età si fa ancora in tempo, prima dell’infarto probabile, a dirla senza più miti ed illusioni, la verità su sé stessi.
Io sono una persona di seconda mano, un mediocre, un sei meno meno della vita, anche se sono riuscito a proiettare di me stesso un’immagine buonina, senza rughe.
Mi sono fatto credere generoso, mentre sono avaro, disinteressato ed altruista, mentre invece devo dichiarare di non essere mai stato capace di un gesto di dare se non per poi avere.
Pacifico, mentre l’ira mi trasforma a volte in una furia cieca.
Coraggioso? Prepotente e vigliacco.
Ecco io sono questo e non altro.
Superbia e invidia e gli altri capitali, tutti li ho frequentati, i sette capitali.
Ma non ho mai frequentato Madonna Temperanza, né sua sorella la Fortezza, né ancora la dolce Prudenza, o colei che dimora sotto la palma, la Giustizia.
(CARLO STRIANO, Storia di Qoelet: da prima della sua nascita e oltre, ETS Pisa 2006, versione Kindle, p.51-52)
Io lo so – in teoria – che amare è «dare la vita»…
Anzi, lo so anche in pratica, perché le persone che mi hanno amato hanno dato la vita per me…
…ma – nonostante questo – mi rendo conto alla veneranda età di 34 anni che ho vissuto buona parte della mia vita da adulto non ad amare, ma a “difendere” la mia vita.
A “programmarla”.
Ad “ottimizzarla”.
Io sono sempre stato un “ottimizzatore”.
Un “calcolatore”.
Dio invece è l’esatto opposto.
Dio è uno “sprecone”.
In che senso?
Non so se avete presente l’inizio del capitolo 12 del Vangelo di Giovanni (che quando mi sposerò, vorrei che fosse il Vangelo del mio matrimonio):
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
(Giovanni 12, 1-8)
Dio è uno che spreca trecento denari di profumo di puro nardo (*).
Io invece faccio penseri meschini come Giuda.
A cui neanche fregava un c🍆zzo dei poveri.
Aveva solo un cuore piccolo.
Come me.
(*) (Se guardiamo al valore dell’argento, un denario era costituito da circa 3,9 g di argento puro; 300 denari sarebbero dunque 1,17 kg di argento… che con il prezzo di oggi di 800 €/kg circa, sarebbero 900-100 euro; invece se prendiamo in considerazione il fatto che un denaro corrispondeva alla paga di una giornata di lavoro di un operaio, 300 giornate lavorative sarebbero quasi un anno di stipendio, quindi qualcosa tipo 20.000–25.000 €)
4 • La vocazione… e la tentazione di scansare la croce
L’estate scorsa, Paprika mi ha consigliato di ri-leggere il libro «Lascerai tuo padre e tua madre. Dalla schiavitù dei “bravi ragazzi” alla libertà dei figli di Dio», dello psicologo e psicoterapeuta Mimmo Armiento.
Come scrivevo poche righe più sopra, io sono un “ottimizzatore”…

Dato che però il consiglio veniva dalla persona di cui più mi fido, ho ripreso in mano il libro e pian piano me lo sono riletto.
Anzi, più che rileggerlo, me lo sono piluccato e l’ho utilizzato per accompagnare la preghiera:
- andavo in Chiesa un’oretta prima della messa;
- leggevo un capitolo (tutti molto brevi, tra le 4 e le 6 pagine);
- e vedevo cosa usciva fuori nella preghiera che ne seguiva.
Intendiamoci.
Il libro in questione NON è un libro di meditazioni/preghiera/spiritualità…
…se proprio dovessi dargli un’etichetta, direi che è un libro di «schiaffi in faccia».
In che senso?
Per spiegarmi, penso che la cosa migliore sia citarvi un paio di stralci che mi hanno molto interrogato/radiografato/fatto-l-esame-di-coscienza.
Questo è il primo:
Non confondere il bisogno di evasione con la chiamata di Dio a “uscire”.
Spesso puoi travestire per “esodo biblico” una meschina fuga dalle tue responsabilità.
Spesso Dio non c’entra niente con la tua voglia di scappare, di rifiutare i padri o di non accettare la realtà, il concreto, il quotidiano, ecc…
Si può dare il caso – per niente eccezionale – che l’uscire che Dio ti chiede sia un “uscire al contrario”!
Cioè una chiamata a uscire dalle tue “fughe mentali”, dalle tue “fantasie ai tropici”… per andare nel paese «che io ti indicherò» e che – non te ne sei accorto? – è proprio la terra su cui stai poggiando i piedi.
Dio ti chiama a lasciare le tue sicurezze per entrare con Lui nel paese in cui ti conduce.
È una chiamata a entrare-dentro la terra dell’insicurezza, dove Lui ti promette di proteggerti e accompagnarti. Dio non è certamente il tuo compagno di trip mentali nei paradisi terrestri artificiali che ti sei costruito per evadere e sentirti sicuro di tanto in tanto.
A volte la sicurezza per una persona è “non scegliere mai”! La sicurezza può essere la posizione di “onnipotenza” di chi vive, senza definirsi mai, senza delimitare un confine, lasciando aperte tutte le strade e fantasticando sempre che la sua realizzazione sarebbe “altrove”.
Il cammino di felicità che Dio indica a questa persona non è nella direzione di “andare ancora oltre”, di “aprirsi ad altro…”. No, è l’esatto contrario!
È il cammino ad “entrare” in una scelta, a “stabilirsi” nella “terra che Dio gli sta indicando” (e che – guarda caso – persone come questa ce l’hanno sotto il naso e non la vedono).
A questa persona Dio chiede di amare, per amor suo, proprio la terra in cui lo pone. Chiede di fidarsi di Lui, perché la felicità non sta nell’evadere, ma nel mettere radici, non nel cercare oltre, ma nell’entrare dentro, non nell’aprirsi, ma nel chiudersi, definirsi, limitarsi, mettere su casa.
(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.91-92)
Mammamia.
Com’è che ha detto?
«A volte la sicurezza per una persona è “non scegliere mai”!»… «Fantasticare»…
Quanto mi risuona dentro questa suggestione!
Illudermi di essere onnipotente, perché ho ancora “tutte le porte aperte” davanti a me…
…ma in realtà è un’illusione, perché prima o poi quelle porte si chiuderanno tutte.
Lo scorso settembre sono andato da don Giuseppe Forlai, un sacerdote romano che dal 2021 vive come eremita qui a Roma.
Tra le tante cose, mi ha detto queste parole:
Le persone si strutturano intorno alle proprie paure, per non perdere la vita…
…ma la vita si perde comunque.
Bisogna solo scegliere per chi perderla.
Da un lato ho bisogno degli altri: di amicizie, di affetti, di qualcuno che mi ami così come sono…
…dall’altro lato però, negli ultimi anni, più e più volte mi sono sentito schiacciato dalla tentazione/paura che «l’altro (chiunque esso sia) mi toglierà la vita».
Don Giuseppe mi ha detto che questi pensieri sono dovuto alla filautia – cioè all’amore esagerato che ho per me stesso.
E quanto è vero!
Ha ragione!
Mi ha detto anche che i Padri della Chiesa – tra gli antidoti contro la filautia – suggerivano l’elemosina.
Nel mio caso non si tratterebbe di soldi (quelli li chiedo io a voi con i «caffè al mese» su Donorbox)…
…ma dell’elemosina del mio tempo.
Allentare la presa sulle tante cose che devo fare durante la giornata.
Aprirmi alla possibilità degli imprevisti.
Degli intoppi.
Della realtà esterna ai miei schemi.
~
In uno dei paragrafi finali del libro di Mimmo Armiento, l’autore propone un elenco con dei criterî di discernimento per capire in che direzione si sta andando.
Tra le tante cose che ha scritto, mi sono appuntato due frasi.
Se ti incammini per uscire dall’Egitto, in cui eri schiavo del Faraone, farai due esperienze terribili: da una parte ti sentirai libero, felice, quasi onnipotente, perché alleato con quell’Onnipotente che ha sconfitto perfino l’invincibile Faraone; ma dall’altra parte ti sentirai anche terribilmente angosciato, perché dipendi da Dio, e di Lui solo devi fidarti, non sai dove stai andando, non puoi appoggiarti sulle sicurezze di prima, né possiedi quelle future. Questo è il deserto: libertà e insicurezza, entrambe estreme. Hai tutto e non hai niente! Sei veramente libero (dal Faraone), ma anche veramente schiavo/creatura/dipendente (da Dio). Il cammino di de-satellizzazione che ti conduce alla terra promessa della tua “maturità”, passa sempre attraverso un deserto. È la prova della fede!
(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.102)
La diminuzione delle sicurezze… che paura che mi genera questa prospettiva!
Tante volte, nella vita, mi sono sentito e mi sento come un Bilbo Baggins che si è costruito la sua «tana hobbit» con tanta premura e fatica…
…e che paura il pensiero di lasciare tutto!
La seconda frase di Mimmo Armiento che mi sono appuntato è questa:
Se stai accettando di de-satellizzarti, lo vivrai con sentimenti anche di entusiasmo e di gioia, ma non mancheranno sentimenti di terrore, di sgomento, di incertezza: hai una croce da accettare davanti a te. Diffida invece di “scelte” che ti si presentano solo “belle”, “facili”, già “sicure”. Quelle sono da “pubblicità Alpitour”. Il deserto – quello vero – non te lo consiglia nessuna agenzia di viaggi.
(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.102)
La tentazione di scansare la croce…
…come è seducente!
…come è allettante!
La croce invece è amara…
Faticosa…
Stancante…
Dolorosa…
Già tre anni fa, in un’altra pagina del blog, parlavo del mio pessimo rapporto con il dolore.
E non solo con il dolore… spesso mi basta molto meno per mandarmi gambe all’aria:
- un imprevisto
- un cambiamento di programma all’ultimo minuto
- un piccolo contrattempo
Come diceva Bilbo Baggins:
«Siamo gente tranquilla e alla buona e non sappiamo che farcene delle avventure.
Brutte fastidiose scomode cose!
Fanno far tardi a cena!
Non riesco a capire cosa ci si trovi di bello!».
(JOHN RONALD REUEL TOLKIEN, Lo Hobbit, gli Adelphi, Milano 2004, p.17)
Parafrasando lo hobbit, «Non so che farmene di una chiamata da parte di Dio ad uscire fuori da me. Brutta fastidiosa scomoda cosa! Fa far tardi a cena! Non riesco a capire cosa ci si trovi di bello!».
5 • La scelta dello stato di vita… e i «bravi bambini»
Non so se conoscete Giorgio Ponte… se non lo conoscete, molto male!
Avevo parlato di lui un paio di mesi fa, quando ho nominato il suo podcast «A2A2 : il podcast degli uomini liberi».
Uno dei temi a me più cari del podcast di Giorgio è quello che lui chiama «bravobambinismo».
Cos’è?
Che significa?
Con questa parola inventata, Giorgio si riferisce alla sindrome da “bravo bambino”, della quale molte persone sono inconsapevolmente portatrici.
Chi vive in questa condizione finisce spesso per ripetere sempre lo stesso copione interiore, guidato da spinte che si traducono in comandi silenziosi come:
- «Sii perfetto!»
- «Compiaci gli altri!»
- «Non lamentarti mai!»
- «Non causare conflitti!»
- «Sii condiscendente!»
- «Non deludere mai gli altri!»
La condizione di vita del bravo bambino tante volte è un inferno silenzioso.
Il bravo bambino:
- pensa che certe emozioni “negative” (rabbia, frustrazione, dissenso) non siano accettabili;
- annulla i propri bisogni interiori e censura i propri desideri;
- dice sempre “sì” anche quando vorrebbe dire “no”;
- entra in rapporti sbilanciati, dove dà molto più di quanto riceve;
- vive con un senso costante di colpa e inadeguatezza, se non è all’altezza dell’ideale che si è costruito;
- etc.
Domanda da un milione di dollari: che succede se una persona affetta da «bravobambinismo» si interroga sul proprio stato di vita per capire «quello che Dio vuole da lui»?

Vorrei citarvi un altra pagina del libro di Mimmo Armiento nella quale mi sono sentito particolarmente chiamato in causa.
Vi riporto anche la nota a piè pagina che – ancor più della pagina – ho trovato significativa:
Nel campo dell’affettività – laddove nel cuore di tutti è scritto «non è bene che l’uomo sia solo» e per questo «l’uomo lascerà suo padre e sua madre» a quale scopo? «per unirsi alla sua donna ed essere una carne sola» (*) – sappiano i bravi ragazzi che prima troveranno difficoltà a lasciare i propri “genitori”, ma poi troveranno difficoltà anche a “unirsi alla propria donna”, cioè a coinvolgersi in un rapporto affettivo alla pari… loro che sono sempre vissuti in una falsa autonomia, in una pseudo-autosufficienza prendendosi cura degli altri, perché se ne sentivano inferiori, ed elemosinando così l’affetto.
Sappiano che sono come disidratati in amore.
E temono l’acqua perché potrebbe farli scoppiare!
Sappiano che devono pian piano, facendosi amorevolmente guidare, imparare ad assumere la buona “acqua” di cui hanno così trementamente bisogno.
Pian piano, ma facendosi anche una dolce violenza, e andando al di là della propria spontaneità, cioè del proprio programma automatico, al di là del proprio “copione” psicologico, del proprio “schema” in cui si è intrappolati…
Questa è l’auto-trascendenza dei figli.
Questo è l’uscire da sé stessi, dalla propria prigionia.
(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.176)
(*) (nota a piè pagina) E questa sarà per loro la “croce” che li conduce alla felicità. Si comprende meglio ora, anche in termini psicologici, quel dover “perdere la propria vita per salvarla”!… Molti spesso fraintendono la croce con “qualsiasi sofferenza” da accettare. In realtà non ogni sofferenza è croce, ma solo la sofferenza per la crescita. Nel caso dei bravi ragazzi spesso sono invertiti i normali giudizi di valore sulle cose, per cui se di solito ai giovani si propone la “croce” di “dedicare del tempo al servizio degli altri” (che è appunto un sacrificio), per i bravi ragazzi il sacrificio è proprio l’opposto: ad esempio restare seduti a tavola a fare amicizia mentre altri si occupano di fare il servizio ai tavoli. “Croce” è non assecondare i propri mortiferi automatismi. È uscire da sé. Gesù chiede e dona questa libertà da sé, dai propri modi di auto-salvarsi, imprigionandosi nelle proprie sicurezze.
Vi confesso che quando ho riletto questa pagina, mi sono commosso.
Mi sono ritrovato moltissimo nell’esempio della nota a piè pagina…
…non tanto nel «restare seduto a tavola a fare amicizia mentre altri si occupano di fare il servizio ai tavoli» (io sono un po’ un pesaculo, e questa cosa mi riesce facile), ma sul senso più generale di questa frase, cioè che non devo tenere il mondo sulle mie spalle.
Come scrivevo più sopra, a volte sento un enorme peso sullo sterno quando penso:
- a quella nota audio che mi ha mandato qualcuno su Instagram in cui chiedeva una mano per dissipare un dubbio;
- a quella email che qualcuno mi ha scritto (a volte sono anche mail molto lunghe, che hanno richiesto molto tempo per essere elaborate) in attesa di un suggerimento o di un consiglio su qualcosa;
- a quella parrocchia che mi ha invitato ad un incontro, ma ho dovuto dire di «no», perché ero già con l’acqua alla gola per conto mio, per tenere in piedi la mia “vita privata”;
- etc.
Nella frase che ho riportato sopra, Armiento scrive che «croce è non assecondare i propri mortiferi automatismi»…
…mentre io a volte mi sento schiacciare dall’automatismo di fare il “bravo bambino” – che nel mio caso spesso prende la forma del “crocerossino spirituale”.
Un paio di anni fa, il mio parroco mi ha detto una frase – che a sua volta gli disse il suo padre spirituale, molti anni prima:
Caro Alessandro, il mondo l’ha creato Dio Padre.
Lo ha salvato Gesù Cristo.
Lo santifica lo Spirito Santo.
…a Dio non gli servi a nulla, quindi… datti una calmata!
(VICTOR HUGO COMPEAN MARQUEZ, da una chiacchierata che ho fatto con lui, orientativamente tra il 2020 e il 2023)
Ricordo che – quando mi disse queste parole – sentii “il permesso” di poter respirare.
Mi sono sentito – almeno per qualche momento – liberato da un peso enorme sulle spalle.
Qualcuno forse potrà pensare che un pensiero del genere sia un invito a deresponsabilizzarsi (me lo dice anche la vocina moralista dentro la mia testa)…
…ma credo che il punto sia un altro, e cioè imparare a distinguere ciò che dipende da me da ciò che non dipende da me… e ancor più imparare a conoscere i miei limiti e le mie forze – che sono finite.
Viviamo in un contesto culturale che – fin da quando siamo piccoli – ci suggerisce (in modo più o meno esplicito) che, se ci impegnamo, possiamo diventare onnipotenti…
…ma questa cosa ha delle ripercussioni molto grandi sulla nostra vita… o almeno, sulla mia:
- Da un punto di vista strettamente psicologico, dire un «no» quando serve, o riconoscere che non ho le energie per fare tutto, non significa essere egoista, ma essere in grado di prendermi cura di me…
- …se poi ci aggiungiamo un punto di vista spirituale, Gesù conferma l’insegnamento biblico dell’«amare il prossimo come sé stessi» (Matteo 22,39; cfr. Levitico 19,18); se non si riesce ad amare sé stessi, si finisce per amare gli altri “in apnea”… col rischio di fare serî danni.
Insomma, non si tratta di farsi carico di macigni spirituali – lo stesso Gesù, in un’altra occasione, dice che «il suo giogo infatti è dolce e il suo peso leggero» (cfr. Matteo 11,30).
Si tratta di fare un atto di fede e di lasciare che la Provvidenza di Dio agisca nella storia.
Si tratta di “dare il permesso” a Dio di essere Dio… e a me di essere una semplice creatura:
Credo proprio che ci occorra un permesso (*) per essere felici.
Occorre qualcuno che ce ne dia l’autorizzazione.
Qualcuno più potente del Carceriere interiore che ci tiene prigionieri… di noi stessi!
Altrimenti tutti noi ci incateneremmo automaticamente con i nostri ruoli da “salvatore/vittima/persecutore”.
Senza Gesù Cristo – che lo si sappia o meno – nessuno potrebbe udire la voce del Padre, più forte del Tiranno interiore, nessuno potrebbe lasciarsi guidare dallo Spirito.
D’altra parte se noi, restituiti alla nostra libertà da Cristo (cfr. Rm 7,14-8,4), non decidiamo di usare la testa, di prendere responsabilmente in mano il nostro cuore, di cambiare rotta, di verificare dove ci porta la nostra spontaneità e di dirigerla sapientemente come un timone che guida la barca sulla corrente, rischiamo tutti di naufragare in amore.
(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.172)
(*) (nota a piè pagina) Anche nel linguaggio dell’Analisi Transazionale si parla di “permessi” (derivanti da una funzione genitoriale “buona”) che liberano da “ingiunzioni di copione”, ovvero da svalutazioni interiorizzate che rendono la persona bloccata nella sua autonomia e nella sua crescita […].
Conclusione
Nel suo libro (ad ora) più bello, don Fabio Rosini a un certo punto commenta l’ultimo scambio tra Gesù e Pietro nel Vangelo di Giovanni:
Se riandiamo all’ultimo capitolo, dopo la tristezza di Pietro, Gesù dice: In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». (Giovanni 21,18-19).
Ecco, finalmente può seguirlo.
Adesso può smettere di fare l’infantile e di muoversi e vestirsi come gli pare, può vivere da adulto e tendere le mani come chi si arrende o prega, lasciando che Dio decida la sua veste e la sua destinazione; ha imparato, da uomo maturo, a stare ad un ritmo non suo e a dare la vita, dando gloria ad un Altro.
(FABIO ROSINI, L’arte della buona battaglia : la libertà interiore e gli otto pensieri maligni secondo Evagrio Pontico, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023, p.252)
Ecco.
Alla luce di tutto quello che ho scritto in questa paginetta, mi sembra che il punto sia proprio questo: avere fede in Dio.
Fidarmi del fatto che – come già è successo in altri momenti della mia vita – Dio non permetterà che la barca affondi.
Fidarmi del fatto che – come dice il Salmo – «nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni» (Salmo 126,6).
Fidarmi del fatto che – anche quando arriva la croce – l’ultima parola non ce l’ha la morte:
La “croce” che Gesù esige dai suoi discepoli (Luca 14,27; 9,23) è la strettoia, il passaggio obbligato, che conduce alla piena felicità!
Non corrisponde all’esperienza di ciò che biblicamente viene chiamata “morte”.
La morte infatti non è proposta a nessuno, si impone da sé! La croce è invece proposta da Gesù come mezzo che ci permette di passare dalla morte alla vita. La croce è più una sorta di “morte a sé stessi” scselta volontariamente, per fede in Gesù! «Chi vorrà salvarsi da sé (= seguire le proprie soluzioni, fare di testa sua) si perderà, ma chi accetterà di perdersi (cioè di morire alla presunzione di far-da-sé e alle proprie soluzioni e accettare quelle indicate da Dio), questi si salverà» (Luca 9,24).
Nell’esperienza di morte, accettare la croce, permette di passare alla vita (cfr. Giovanni 5,24)!
Cinzia ed io constatiamo la profonda verità di queste affermazioni, già solo a un livello psicologico-esistenziale, nell’esperienza nostra e delle persone che incontriamo.
(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.114)
sale
(Autunno 2025)
- PIO XII, Sacra virginitas (enciclica sulla verginità consacrata)
- CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, (in particolare il capitolo su «I sacramenti al servizio della comunione», parte seconda, sezione seconda, capitolo terzo, n.1601-1658)
- GIORGIO PONTE, «A2A2 - Il podcast degli Uomini Liberi», podcast su Spotify