1 • «Un’epoca superaffollata che preferisce cosette svelte»
Il 3 dicembre 2014 ho registrato il dominio web di Salesalato.
Nelle settimane successive, ho messo in piedi quello che poi sarebbe diventato il blog a fumetti che state leggendo in questo momento.
Finalmente avevo anch’io uno spazio sul web tutto mio in cui codividere i miei pensieri!
Come Zerocalcare… o come quelli che hanno un blog in cui spiegano quale edizione di Dungeons & Dragons è la vera edizione di Dungeons & Dragons…

Nonostante l’emozione del momento, in realtà col senno di poi ho capito che aprire un blog nel 2014 è stata una scelta abbastanza infelice dal punto di vista del marketing.
Ogni tecnologia infatti ha un suo “ciclo di vita”… e quello dei blog era passato ormai da tanti anni (a occhio e croce, direi che l’“età d’oro” dei blog è stata tra il 2004/2005 e il 2010/2011).
Il declino dei blog – neanche a dirlo – è coinciso con l’ascesa dei social network: quando Facebook (e qualche anno dopo Twitter) ha preso piede, i blog si sono eclissati in un batter d’occhio.
I social network, tra l’altro, hanno fatto sì che il nostro span di attenzione si accorciasse drasticamente.
Prima era normale leggere online una pagina di giornale o il post di un blog… con l’avvento dei social, il nostro cervello si è abituato a contenuti sempre più brevi e frammentati.
Non so voi, ma se trovo online non dico un articolo, ma anche solo un post più lungo di 10 righe, non ho voglia di leggerlo (lo so, è un paradosso, detto da uno che scrive su un blog e dunque si aspetta che qualcun altro legga i suoi testi; con i libri non ho problemi – anche con tomozzi da centinaia di pagine; online però mi si rattrappisce il cervello, non so…).
Quando poi sono arrivati social come Instagram e TikTok, il livello di attenzione si è ridotto ancora di più.
Siamo diventati ancor più refrattari di fronte a contenuti testuali: perché leggere un post – sia pure di 10 parole – quando posso guardare un’immagine, o un video di 15 secondi?
E anche chi produce reel deve fare super attenzione a catturare l’interesse dello spettatore: se non si incuriosisce nei primi 3 secondi, quello fa swipe, e addio engagement.
Insomma…
È tutto sempre più svelto.
È tutto sempre più frenetico.
Nel mentre che scrivo questi pensieri, mi viene in mente uno stralcio di John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), che in una lettere a suo figlio Christopher del 1944 si lamentava così:
Temo di aver sbagliato di grosso nell’aver scritto il mio seguito troppo lungo e complicato e troppo lento a venir fuori. È una maledizione avere un temperamento epico in un’epoca superaffollata che preferisce cosette svelte!
(JOHN RONALD REUEL TOLKIEN, da una lettera a Christopher Tolkien del 31 luglio 1944, in JOHN RONALD REUEL TOLKIEN, La realtà in trasparenza : lettere 1914-1973, Bompiani, Milano 2001, p.104)
Prima che qualcuno possa fraintendere: no, non penso di avere un «temperamento epico»: io alle dieci e mezza di sera voglio stare in pantofole, comodo, a casa mia! Sono l’anti Bilbo Baggins per eccellenza!
Però – se quasi un secolo fa Tolkien si lamentava del modo in cui la società stava diventando sempre più frenetica e raffazzonata… cosa dovremmo dire noi che viviamo nel terzo millennio?
Che poi, a dirla tutta, già prima di Tolkien il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) aveva scritto qualcosa di simile, nel 1881.
Nell’introduzione ad Aurora – la celebre opera con cui Nietzsche critica la morale tradizionale europea, e in particolare quella cristiana – il filosofo ammette provocatoriamente di scrivere apposta in modo complicato per scoraggiare chi ha fretta.
Spiega infatti che la filologia (cioè lo studio dei testi antichi, che era il suo percorso di studi) è come il lavoro di un orefice: richiede tempo, precisione, lentezza.
E proprio per questo – aggiunge – la filologia è necessaria oggi più che mai, perché viviamo in un’epoca di fretta costante e voglia di “sbrigare” tutto velocemente (chissà cosa direbbe Nietzsche di Tiktok 😅).
In ogni caso, queste sono le parole del filosofo:
Oggi non rientra soltanto nelle mie abitudini, ma fa anche parte del mio gusto – un gusto malizioso forse? – non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente “frettolosa”.
Filologia, infatti, è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, tirarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un’arte e una perizia di orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiungere nulla se non lo raggiunge lento.
Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo mezzo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un epoca del “lavoro”, intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol “sbrigare” immediatamente ogni cosa, anche ogni libro antico e nuovo: per una tale arte non è tanto facile sbrigare una qualsiasi cosa, essa insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini lasciando porte aperte, con dita ed occhi delicati…
Miei pazienti amici, questo libro si augura soltanto perfetti lettori e filologi: imparate a leggermi bene!
(FRIEDRICH NIETZSCHE, Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali, Prefazione, 5)
2 • La tentazione dell’impazienza
I social in realtà sono solo UNO dei tanti esempî di come negli ultimi vent’anni le nostre vite sono diventate più… rapide? …frenetiche? …impazienti? (scegliete voi l’aggettivo)
Ciò ho detto nel precedente paragrafo sui blog e sui social network vale per tanti altri ambiti della nostra quotidianità:
- posso ordinare una scempiaggine qualsiasi su Amazon, e il giorno dopo è in un pacco, sul pianerottolo di casa mia, senza aver interagito con alcun essere umano;
- posso decidere alle 19:30 che per cena voglio una bella pokè con salmone ed avocado (dieci anni fa neanche sapevo cosa fosse un avocado!) e alle 20:30 un rider mi citofona per consegnarmela;
- posso spararmi un’intera serie tv in una sera, senza aspettare di settimana in settimana la puntata successiva e senza dover consultare il palinsesto (ve lo ricordate Televideo?);
- posso vedere gratuitamente su YouTube documentari, podcast, tutorial, recensioni, spiegoni, video di gatti…

Negli ultimi anni mi sono scoperto sempre più impaziente.
Sempre meno capace di confrontarmi con la lentezza.
Sempre più incline a sbroccare quando qualcosa «osa» non corrispondere alle mie aspettative di velocità.
Sempre più pieno di tic (*) di fronte a tutto ciò che non va al passo coi miei schemi frenetici.
(*) (complice anche un leggero disturbo ossessivo, va detto)
A tal proposito, mi viene in mente un’analogia.
Non so se vi ricordate la pagina del blog sull’algofobia che avevo scritto qualche anno fa.
In quel caso, parlando del dolore, dicevo (citando il filosofo Byung-chul Han) che «si soffre sempre di più a causa di cose sempre più piccole».
Traslando il discorso sulla pazienza e sulla lentezza, potremmo dire che siamo sempre più impazienti a causa di motivi sempre più sciocchi.
Ora non vorrei generalizzare, quindi parlerò per me… io:
- mi spazientisco quando faccio un acquisto online e il pacco arriva con qualche giorno di ritardo;
- mi spazientisco se a casa internet va lento (che poi, anche quando va «lento», la velocità di upload/download è comunque mooolto più alta di quella che avevo dieci anni fa);
- mi spazientisco quando il treno entra in una galleria e per qualche minuto non ho rete sul cellulare;
- mi spazientisco quando devo fare qualcosa stando al passo di qualcuno che è più lento di me;
- mi spazientisco se, quando sono in coda alla cassa del supermercato, la persona davanti a me poggia le cose sul nastro troppo lentamente;
- mi spazientisco se qualcuno cammina lentamente davanti a me sul marciapiede e non riesco a sorpassarlo;
- etc.
Non so se vi ritrovate in questi esempi.
Forse qualcuno potrebbe dire: «Vabbè, Sale, ma che te frega? Mi sembrano situazioni in cui cadiamo un po’ tutti… sono automatismi abbastanza sciocchi… sei assolutamente normale!»
Ad essere normale, sì, penso che sia normale (statisticamente parlando).
Però vorrei avere un atteggiamento diverso quando mi capitano questi intoppi.
Io tendo spesso ad imprecare e a maledire questi momenti…
E anzi, insieme agli imprevisti, a volte implicitamente maledico anche Dio che «si è permesso» di mettermi i bastoni tra le ruote e causarmi un contrattempo…
…ma se invece fosse stato proprio Dio a permettere questi imprevisti?
Se, niente niente, alcune delle cose che mi fanno arrabbiare e spazientire fossero delle medicine per me?
Se ognuno di questi cetrioli fosse un piccolo esercizio di mortificazione?
Se ognuno di questi imprevisti fosse un occasione per imparare a saper attendere e ad essere un po’ più paziente?
Come dice spesso provocatoriamente don Fabio Rosini: «E se fosse una grazia»?
Oh, facciamo a capirci.
Quando dico queste cose, non è perché «voglio diventare più zen».
Non voglio fare il finto stoico, né il Paramahansa Yogananda di Roma sud.
L’unico motivo per cui vorrei accogliere questi momenti di mortificazione in modo migliore è perché negli ultimi anni mi sono accorto (a mie spese) del fatto che le cose più belle della vita richiedono pazienza:
- il blog e le cose di Salesalato richiedono pazienza
- le relazioni con gli amici richiedono pazienza
- leggere un libro richiede pazienza
- mia nipote di cinque anni richiede pazienza
- voler bene alla mia fidanzata richiede taaanta pazienza (*)
(*) (questa frase si autodistruggerà tra 5 secondi, prima che Paprika possa leggerla)
Al che, arriviamo alla domanda da un milione di rupie: come si impara la pazienza?
La risposta è molto semplice: mettendola alla prova.
E quando dico «mettendola alla prova», non intendo che bisogna sforzarsi attivamente di esercitarla…
…tanto ci pensa la vita.
Ci pensano le circostanze.
Ci pensa Dio.
Ecco perché poco fa scrivevo che vorrei avere un atteggiamento diverso quando mi capitano certi imprevisti.
Chi l’ha detto che internet a casa deve andare sempre alla velocità della luce?
Chi l’ha detto che i pacchi di Amazon devono arrivarmi subito?
Chi l’ha detto che ogni attesa è tempo sprecato?
Ogni volta che capitano questi imprevisti, Dio mi sta insegnando (a basso costo) ad aspettare cose più importanti nella vita — la crescita lenta di un legame, le ferite che hanno bisogno di tempo per cicatrizzare, i silenzi necessari perché un’amicizia maturi, i tempi di intimità con la mia futura moglie (quando sarà il momento), un amico in ritardo, mia nipote sull’altalena che chiede «ancora, ancora», etc.
Ogni piccola attesa mi educa (indirettamente) ad essere paziente in un’amicizia che va coltivata con costanza, nel matrimonio che chiede pazienza e presenza, con gli eventuali figli che potrei avere – che avranno sicuramente ritmi diversi dai miei, etc.
È per questo che vorrei avere un atteggiamento diverso quando nella vita mi trovo a fare cose lente, ripetitive o poco gratificanti nel breve periodo.
3 • Mettere fretta a Dio
Nel precedente paragrafo ho fatto esempî tratti dalla vita di tutti i giorni:
- i ritardi dei pacchi di Amazon;
- internet che non va;
- la rete sul cellulare;
- i pedoni lenti sul marciapiede;
- le persone in fila davanti a me ai negozi – come diceva il dottor Cox: «Se quello che fa la fila davanti a me al bar non ha deciso che cosa vuole quando è arrivato alla cassa, dovrei avere il diritto di ucciderlo» (SCRUBS, stagione 3, episodio 4, «La mia serata fortunata»).
Questi contrattempi sono appannaggio un po’ di tutti.
Che tu creda in Dio o meno, probabilmente almeno una volta nella vita ti sarai spazientito di fronte a episodî simili.
Ora.
Sperando di non annoiare eventuali atei o agnostici, in questo paragrafo vorrei focalizzarmi sulle attese che riguardano più strettamente i cristiani (e – più in generale – tutte le persone che cercano Dio).
Facciamo subito un esempio.
Nel Vangelo, Gesù – quando sta insegnando ai suoi discepoli a pregare – dice:
Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.
(Matteo 7,7-8; cfr. anche Luca 11,9-10)
Ebbene.
Quante volte mi è capitato, pregando, di chiedere qualcosa a Dio e di non ricevere da Dio ciò che ho chiesto.
Quante volte mi è capitato di cercare e di ottenere come risposta il silenzio.
Quante volte mi è capitato di bussare e di “trovare la porta chiusa”.
Di esempî se ne possono fare molti:
- mi è capitato di chiedere a Dio che mi togliesse una preoccupazione dal cuore, o che risolvesse un problema o una situazione difficile… ma quella preoccupazione invece rimaneva lì;
- mi è capitato di pregare per la guarigione di qualcuno… ma quella persona continuava a stare male;
- mi è capitato di chiedere a Dio – se non di togliermi una croce – almeno di farmi capire qual era il senso di una sofferenza che stavo attraversando… ma quella sofferenza rimaneva apparentemente insensata;
- tante volte ho chiesto a Dio che purificasse il mio cuore, e mi facesse uscire da un peccato, perché volevo diventare santo prima possibile (come se la santità fosse il frutto di un corso intensivo di tre settimane su Udemy)… ma poi ci ricascavo e continuavo ad andare a confessare al prete sempre le stesse cose;
- quante volte mi sono lamentato del fatto che durante la preghiera sperimentavo silenzio e aridità, mentre invece volevo «sentire» qualcosa (come se la preghiera fosse una sorta di SPA per l’anima);
- molte volte sono rimasto arrabbiato perché – nonostante le mie accorate richieste – sembrava che Dio non mi volesse far capire «quale fosse la sua volontà su di me»…

Ebbene.
L’ho già detto in più di un’occasione…
…ma Dio non è un distributore di merendine, del tipo:
- faccio una preghiera;
- inserisco una monetina;
- aspetto che esca «la risposta» o che Dio risolva tutto con una bacchetta magica.
Dio “non funziona” così.
La preghiera “non funziona” così (per chi volesse approfondire, lo rimando a quest’altra pagina del blog).
Quello che sto per dire non ha pretesa di universalità.
Ognuno faccia i conti con la propria storia e con i proprî tempi.
Quella che vi offro è solo la mia esperienza.
Partirei dicendo una cosa.
Ogni tanto mi capita di pensare a varî momenti della mia vita in cui «non riuscivo a sentire» quello che Dio voleva dirmi.
Unendo un po’ i puntini tra quei momenti mi verrebbe da dire questo.
Non era Dio a stare zitto… ero io che parlavo con il volume della voce troppo alto, e non riuscivo a sentire la sua voce.
Nel suo ultimo libro, don Fabio Rosini scriveva queste righe:
C’è un momento in cui Dio ci deve dire: «Fermati. Fammi parlare».
Spesso succede questo nella preghiera. Quando la voce cessa si resta con Gesù solo, cioè si resta con lui.
È lui il centro di tutto, lo zero degli assi cartesiani, il centro ortogonale.
E così si torna alla vita, si riscende dal monte Tabor, come sarebbe sano vivere, tornando dal monte Tabor, arrivando alla vita quotidiana provenendo da quel momento in cui Dio ci ha detto «stai zitto, fammi parlare, fidati di me, ci sono io, sono io quello che ti salverà, non ti angustiare, non ti torturare».
Ecco, e così abbiamo finito di ossessionarci.
(FABIO ROSINI, Ma anche no : la sfida della complessità e l’arte dell’et-et … per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.136)
Quante volte mi sono ossessionato credendo di dover accroccare chissà quali condizioni per sentire Dio.
O credendo di dover mettere in pratica chissà quali strategie o sotterfugi per «velocizzare» i suoi tempi di risposta.
O di dover prendere decisioni sulla mia vita in modo sbrigativo «perché tutte le altre persone intorno a me stanno facendo scelte importanti nelle loro vite, e io non posso fare la parte di chi è riamasto indietro col programma» o pensieri simili.
Invece non è così che funziona.
Non ricordo dove e quando, ma una volta ho letto da qualche parte che «sia Dio che il diavolo vogliono che diventiamo santi; solo che il diavolo vuole che lo facciamo di fretta».
È una frase un po’ paradossale (il Nemico non vuole certo la nostra santità!) per dire che i tempi di Dio sono sempre rilassati.
Le strade che Dio ci chiede di percorrere sono spesso curve e serpeggianti, e sono piene di nostre cadute, momenti nei quali torniamo sui nostri passi, procediamo lentamente, scelte che maturano nel cuore col tempo e con la grazia…
…il nemico invece ci propone spesso scorciatoie che lì per lì sembrano rapide e rettilinee, ma che in realtà puzzano di zolfo.
Come scriveva il sacerdote francese Jacques Philippe (classe ’47), membro della Communauté des Béatitudes:
[…] uno degli errori da evitare, di fronte a una decisione importante, è quello della fretta eccessiva e della precipitazione. Una certa lentezza è spesso necessaria al fine di considerare meglio le cose e lasciare il nostro cuore orientarsi tranquillamente e dolcemente verso una buona soluzione.
(JACQUES PHILIPPE, La pace del cuore, EDB, Bologna 2020, p.49-50)
Questo ovviamente non significa che OGNI decisione della nostra vita debba essere presa lentamente…
…ma che è importante saper distinguere QUALI decisioni della vita non devono essere prese di fretta:
È parimenti importante saper distinguere i casi in cui è necessario prendere del tempo per discernere e decidere (quando ad esempio si tratta di decisioni che investono tutta la nostra vita), e i casi in cui invece sarebbe sciocco e contrario alla volontà di Dio prendere troppo tempo e precauzioni prima di decidere, quando non c’è molta differenza tra una risoluzione e l’altra.
(JACQUES PHILIPPE, La pace del cuore, EDB, Bologna 2020, p.53)
Se devo scegliere che pizza prendere e impiego più di 30-60 secondi, c’è qualcosa che non va.
Specularmente, se penso di fare discernimento per capire «quello che Dio vuole da me» nell’arco di poco tempo, 9 volte su 10 si tratta di una red flag.
Non so se qualcuno di voi ha mai sentito la famosa frase dei frati di Assisi, che nei corsi vocazionali dicono che «un fidanzamento deve avere tre “C”: deve essere casto, corto e cattolico».
Ebbene, ho sentito spesso don Fabio Rosini dire che questa frase è una grande scemenza!
Sulla «castità» e sulla «cattolicità» ovviamente non ci sono problemi…
…ma un fidanzamento «corto»? Dio ce ne scampi!
Se qualcuno vuole che il suo fidanzamento sia corto, stia attento: molto probabilmente la fretta e l’urgenza che lo spingono ad accorciare i tempi vengono dal Nemico (*).
(*) (o dal pisello, se state vivendo in castità)
Due fidanzati devono avere il tempo di conoscersi, litigare, fare pace, litigare di nuovo, fare pace di nuovo, litigare nuovamente ancora, imparare a perdonarsi, a usarsi misericordia l’un l’altra, a conoscere le proprie fragilità, le proprie miserie, le proprie meschinità, imparare ad amare tutto questo…
…e questo richiede tempo!
4 • Saper attendere i tempi di Dio
In quello che secondo me è il suo libro più bello, don Fabio Rosini ha scritto queste righe:
È assai opportuno non aprire la porta subito ad un pensiero, ossia far aspettare i pensieri.
Che vuol dire?
Che è importante far fare anticamera alle cose che ci entrano in testa.
Ti viene in mente, come l’esempio sopra, di andare per un po’ in Germania e tutto il resto? Bene.
Non ci perdere un neurone.
Vedi se ti torna in testa domani.
Spesso, se un pensiero non lo afferri subito muore da solo.
E questo fa già molte selezioni, perché spesso quel che viene dal maligno è evanescente e occasionale.
Domani ti torna in testa? Ok. Può aspettare.
Dio non ha fretta, o come dice il mio amico Ernesto Olivero, Dio è eterno, non guarda l’orologio, il demonio sì.
Dopo qualche giorno il pensiero sta ancora lì? Vediamo se ti dà rabbia farlo aspettare.
E se sì, gli avrai messo il sale sulla coda… è un loghismós di sicuro, vista la reazione.
Se invece ha atteso pacatamente, bene, si può iniziare ad interrogarlo, come sopra.
E vediamo se supera le domande che gli si fanno.
(FABIO ROSINI, L’arte della buona battaglia : la libertà interiore e gli otto pensieri maligni secondo Evagrio Pontico, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023, p.65)
Non ho fatto in tempo a scrivervi questa frase, che devo subito mettere le mani avanti: io sono una pippa fracica nel fare quello che suggerisce don Fabio.
Nel corso della giornata, più e più volte mi si presentano pensieri che hanno carattere di urgenza, che invece sono dettati dalla F.O.M.O.
Per chi non conoscesse questo acronimo, F.O.M.O. sta per «fear of missing out»… e può essere tradotto in italiano come «la paura di restare esclusi, di perdere un’occasione, di non essere informato, di non esserci mentre qualcosa di importante sta succedendo da qualche parte».
In pratica, è quella vocina che ti dice che devi decidere SUBITO, agire ADESSO, cliccare ORA, rispondere IMMEDIATAMENTE, perché se non lo fai perderai per sempre qualcosa di importante — anche quando non è affatto detto che quella cosa sia davvero importante.
La F.O.M.O. può interessare gli àmbiti più disparati:
- controllare compulsivamente Instagram per vedere se gli amici hanno pubblicato qualcosa;
- rispondere immediatamente ai messaggi su WhatsApp o Telegram (anche quando non sarebbe necessario) per non sembrare maleducati;
- accettare inviti o impegni non desiderati, solo perché «se non ci vado, pare brutto»;
- aprire ossessivamente il sito dell’ANSA o di altri giornali per non perdere le ultime notizie di geopolitica (come se il fatto di saperle con dieci minuti di anticipo cambiasse qualcosa nella mia vita);
- controllare YouTube per vedere se i canali che seguo hanno pubblicato nuovi video e, in caso affermativo, aggiungerli immediatamente alla playlist «guarda più tardi» (non sia mai che io mi perda un video! Poco importa che quella playlist contenga ormai 847 video che chissà se e quando guarderò);
- acquistare prodotti in offerta o a tempo limitato («ultime copie disponibili!», «solo per oggi!»), anche quando non se ne ha reale bisogno…

Cosa voglio dire con questa carrellata di esempî?
Voglio dire che tante volte i tempi che la vita ci chiede di attendere non corrispondono alla nostra fretta e alle nostre (false) urgenze.
Purtroppo ci troviamo in un circolo vizioso.
La cultura in cui viviamo — tra social network, pubblicità, Amazon, notifiche continue, il ciclo di feedback della dopamina (per chi non se lo ricordasse, ne avevo parlato qui) — non solo non ci educa ad attendere, ma al contrario ci disabitua progressivamente alla pazienza.
Siamo continuamente “allenati” a volere tutto e subito, a reagire di pancia anziché usando la testa, a scambiare l’«urgenza» con la «necessità».
E questo vale sia nelle piccole cose della quotidianità (vedi tutti gli esempî che facevo nel secondo paragrafo)…
…ma vale ancora di più nel nostro rapporto con Dio.
Tante volte, crediamo che Dio ci ignori, non ascolti le nostre preghiere e non si curi di noi:
- quando chiediamo un segno o una conferma… e invece tutto resta ambiguo, silenzioso, lento, come se Dio parlasse una lingua impossibile da decifrare;
- quando desideriamo sinceramente mettere ordine nella nostra vita, uscire da un vizio o da una situazione che ci fa male… eppure continuiamo a ricadere sempre negli stessi errori, chiedendoci perché Dio non intervenga «una volta per tutte»;
- quando chiediamo un lavoro stabile o una sicurezza minima… e invece collezioniamo contratti a termine, porte socchiuse e risposte vaghe, finendo per pensare che Dio non capisca l’urgenza molto concreta di arrivare a fine mese;
- quando gli anni passano, l’«anima gemella» non arriva, e a ogni nuova delusione ci sembra di aver pregato invano, come se Dio continuasse a rimandare un appuntamento che per noi è già in ritardo da tempo.
Ecco.
Un Dio che non ha fretta, che non risponde secondo i nostri tempi e che non cede al ricatto delle nostre scadenze emotive, rischia di sembrarci assente…
…mentre invece, molto spesso, siamo semplicemente noi a non essere capaci di attendere.
A tal proposito, vi riporto qui sotto uno stralcio di Franco Nembrini, insegnante e pedagogista italiano (classe ’55).
È tratto dal suo commento al Purgatorio di Dante… anche se in realtà l’episodio che cita è preso in prestito dal romanzo Pinocchio di Carlo Collodi (1826-1890):
I tempi di Dio non sono i nostri tempi: Dio non brucia le tappe, non anticipa i nostri passi. In certi casi, sembra davvero che non arrivi mai.
E, ancora una volta, mi viene in mente un episodio di Pinocchio: quello in cui il burattino, dopo averne combinata una delle sue, torna a casa della Fata, bussa alla porta e gli risponde una lumaca.
La bestiola è al servizio della Fata, e ben volentieri acconsente a scendere per aprirgli; ma è una lumaca, e per fare quattro piani di scale impiega «solamente» – il virgolettato è di Collodi – nove ore.
Tutta una notte, durante la quale Pinocchio rimane al freddo, sotto l’acqua, con un piede incastrato nella porta a cui ha sferrato un calcione. Notte interminabile, che serve al burattino per rendersi conto di come si è ridotto, allontanandosi dall’amore della Fata.
La lentezza di Dio non è distrazione, non è indolenza: è il tempo che Egli ci lascia perché ci rendiamo conto di chi siamo, perché capiamo quanto abbiamo bisogno di Lui.
Perché arriviamo all’incontro con Lui pronti.
(FRANCO NEMBRINI, dal suo commento al Purgatorio di Dante Alighieri, Canto XXIX, Mondadori, Milano 2020, pag. 652)
Non vorrei passare per «quello che spiega agli altri come si vive».
Ribadisco quello che ho scritto qui sopra: se facciamo tanta fatica – io per primo! – a saper aspettare, ad attendere, a non avere tutto e subito, è perché viviamo in un contesto culturale che va in tutt’altra direzione – e rispetto alla quale dobbiamo remare contro, se vogliamo vivere da cristiani.
E come potrebbe essere altrimenti?
Se è vero il cristianesimo, noi viviamo «nel mondo», ma non siamo «del mondo».
E come ha detto Gesù ai suoi discepoli:
Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia (*).
(Giovanni 15,19)
(*) (A tempo perso, vi lascio qui il link alla pagina del blog in cui parlavo del rapporto tra la Chiesa e «il mondo»)
O per dirla con le parole di don Fabio Rosini:
Una cultura che odia i limiti e non accetta i confini, come può non aver puntato i cannoni contro tutti i pilastri della vita dei figli di Dio, i quali nel loro vivere di fiducia e di obbedienza al Padre sono una denuncia vivente della vita intemperante di chi non accetta i no insiti nella realtà?
Questa cultura puerile ed oppositiva non può che cercare di banalizzare e screditare ogni virtù cristiana ed ecco che un mainstream edonista, festaiolo ed infantile non può che veder rosso se si parla di modestia, di sobrietà, di moderazione e silenzio.
(FABIO ROSINI, L’arte della buona battaglia : la libertà interiore e gli otto pensieri maligni secondo Evagrio Pontico, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023, p.333)
5 • Vivere da cristiani in un mondo frettoloso
Al termine del precedente paragrafo scrivevo che viviamo in un contesto culturale che va in tutt’altra direzione rispetto alla nostra fede.
Stando così le cose, cosa può fare un cristiano contro questa cultura?
Qual è la postura da avere quando la frenesia del mondo non segue i miei ritmi?
Cosa posso fare quando prego e Dio sembra non ascoltarmi?
Come mi devo comportare quando chiedo qualcosa a Dio, ma nulla sembra cambiare?
Non so voi, ma io a volte provo a “sforzarmi” di essere un po’ più paziente, dicendomi che:
- «devo imparare a saper attendere»
- «devo capire che i tempi di Dio non sono i miei»
- «devo fare buon viso a cattivo gioco»
- bla bla bla
…quando mi comporto in questo modo però non mi sto comportando da cristiano e da figlio di Dio.
Semplicemente, mi sto autocovincendo che “la soluzione” consista nel resistere a chiappe strette… magari facendomi venire un’ernia spirituale…

Invece no.
La pazienza cristiana non consiste in questo.
La risposta alla lentezza con cui Dio fa le cose non è stare a chiappe strette.
Non è stare col broncio.
Non è il comportamento del fratello maggiore, che apertamente non rimprovera nulla al Padre, ma nel segreto del suo cuore sta sempre a mormorare contro di Lui (cfr. Luca 15,11-32).
E come si dovrebbe rispondere allora?
Benedetto da Norcia (480-547) – in uno dei punti della sua famosa Regola – scriveva che:
Il quarto gradino dell’umiltà è abbracciare la sofferenza in silenzio e di buon animo quando l’obbedienza richiede cose difficili e ripugnanti e quando si riceve qualche ingiuria, sopportando tutto con pazienza.
(BENEDETTO DA NORCIA, Regola benedettina 7,35-36)
Lette così sembrano parole dure…
Rischiano di sembrare lontane – addirittura disumane – se lette in modo superficiale.
Però – se lette con attenzione – rivelano una profondità che non ha nulla a che fare con il masochismo o con una spiritualità triste.
A tal proposito, commentando questo passaggio della Regola di Benedetto, l’eremita romano don Giuseppe Forlai (classe ’72) scriveva queste righe:
Benedetto scrive che per progredire bisogna abbracciare la sofferenza, o, meglio, – stando al latino – “abbracciare la pazienza” («patientiam amplecti»).
La pazienza da abbracciare – come suggerisce il testo sopracitato – ha due corollari: in silenzio e di buon animo.
Binomi sovraumano! È più facile rimanere in silenzio e mormorare nel cuore. No, quello che il santo di Norcia chiede è di non replicare, mantenendo la pace.
È possibile vivere così?
La pazienza benedettina non è un sopportare più o meno rancoroso, bensì un semplicissimo e difficilissimo atto di fede, con cui si accetta di morire insieme a Cristo.
Sì, è dura da ammettere, ma è una realtà: attraverso queste contrarietà l’uomo vecchio muore (cfr. Efesini 4,20-24).
Posso ribellarmi, chiedere giustizia, vendicarmi… ma l’appuntamento con la morte dell’ego sarà solo rimandato e prima o poi mi ritroverò a fare i conti con la spigolosità del quarto gradino dell’umiltà!
(GIUSEPPE FORLAI, Chiesa : riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.75-76)
Cosa vogliono dire, concretamente, le parole di don Giuseppe?
Che significa che «si accetta di morire insieme a Cristo»?
Cosa implica la «morte dell’uomo vecchio»?
Cos’è l’«appuntamento con la morte dell’ego»?
Significa che:
- di fronte agli imprevisti – piccoli e grandi – della vita;
- di fronte alle attese che si allungano ben oltre quello che avevo messo in conto;
- di fronte alle porte che restano chiuse nonostante l’impegno, la buona volontà e la preghiera;
- di fronte alle ingiustizie subite, quando reagire d’istinto sarebbe la cosa più naturale;
- di fronte alla sensazione di essere fermo, bloccato, mentre tutto intorno corre;
- di fronte al limite, alla frustrazione e alla scoperta di non essere onnipotente;
…io posso stare di fronte a Dio avendo sulle labbra una preghiera di questo tipo:
«Signore, in questo momento – “a pelle” – mi verrebbe da arrabbiarmi e da spazientirmi…
Vorrei gridare…
Vorrei tirarti un urlaccio…
…però voglio provare a fare un atto di fede: mi fido di Te.
Mi fido del fatto che tu sei buono.
Mi fido del fatto che tu ci vedi più lontano di me.
Mi fido del fatto che tu sai e io non so.
Mi fido del fatto che – come dicono quelli studiati – tu sei il «Pantokrator», cioè «Colui che ha potere su tutto», «Colui che è sovrano su tutte le cose»…
La mia percezione delle cose non corrisponde alla realtà…
Io sono miope…
Se mi è capitato questo imprevisto…
Se apparentemente non rispondi alle mie preghiere…
Se rimango nel deserto, nel silenzio o nell’attesa…
…non è perché ti sei dimenticato di me, o perché non sei abbastanza potente da salvarmi, ma perché con questa croce stai purifidanco il mio cuore!
Non so in che modo tu tirerai fuori una grazia da ciò che mi sta capitando…
…ma accetto la tua pedagogia!
Faccio un atto di fede e confido nel fatto che – nonostante le apparenze – in quello che sto vivendo è nascosta la tua grazia.
Forse la fatica che sto vivendo servirà a rendermi più umile…
O ad ammorbidirmi il cuore…
O a smettere di pensare che sono onnipotente…
O a ridimensionarmi e rimettere la gerarchia delle mie priorità nell’ordine corretto…
Non lo so…
… ma dammi la grazia di accogliere tutto questo pensando bene di Te!
Tu sei mio Padre!
E come ha detto Gesù nel Vangelo: “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!” (Luca 11,11-13)»
Non devono essere necessariamente queste parole – le ho improvvisate qui sul momento – ma vorrei che questo fosse il canovaccio dei miei pensieri, quando mi capita un imprevisto e mi verrebbe la tentazione di imprecare contro Dio.
E se non riesco a pensare queste cose quando mi capita uno degli imprevisti che ho elencato sopra?
Pace.
Sarà per la prossima volta.
Siamo tutti fragili, e non sempre sarà facile avere questa prontezza di cuore nel riconoscere Dio nelle croci.
Se lì per lì ci scappa un’imprecazione, valgono sempre le parole di san Francesco di Sales (1567-1622):
Un buon modo per esercitare la pazienza è quello di applicarla nei nostri confronti, non sdegnandoci mai contro noi stessi né contro le nostre imperfezioni.
Certo, è ragionevole, commettendo degli errori, provarne dispiacere e rammarico.
Bisogna però che ci guardiamo dal risentircene in modo amaro, angoscioso, sdegnoso e collerico.
Molti commettono un grande errore, a questo proposito, poiché, nel provare collera, si adirano per essersi adirati, si rattristano per essersi rattristati e si sdegnano per essersi sdegnati. In tal modo, tengono il loro cuore zeppo, intriso di ira. […]
Inoltre, questa forma di asprezza, sdegno e ira che alcuni hanno contro se stessi sono inclini all’orgoglio e hanno origine esclusivamente dall’amor proprio, che si turba e s’inquieta per la propria imperfezione.
Pertanto, bisogna certamente provare dispiacere per le nostre colpe, ma che sia un dispiacere mite, fermo e pacato.
Difatti, come un giudice castiga molto meglio i criminali emettendo le proprie sentenze secondo ragione e con tranquillità di spirito, e non con veemenza e passione – dal momento che, giudicando con passione, egli non punisce le colpe per quello che sono, bensì secondo il suo modo di essere -, così anche noi ci correggiamo molto più efficacemente se ci pentiamo in modo mite e costante piuttosto che in maniera aspra, ansiosa e collerica, dal momento che il pentimento veemente ha origine non già dalla gravità delle nostre colpe, bensì dalle nostre inclinazioni.
Ad esempio, chi tiene particolarmente alla castità proverà enorme sdegno e dispiacere per la minima mancanza commessa contro questa virtù, mentre si farà una risatina dopo essersi macchiato di una grave maldicenza.
Al contrario, chi ha in odio la maldicenza si tormenterà per la più piccola mormorazione, ma non farà alcun caso a una colpa grave commessa contro la castità, e così via.
Questo succede solo perché tali persone non esaminano la loro coscienza con la ragione, ma con la passione.
Per quanto mi riguarda, ad esempio, se avessi una gran premura di non cadere nel vizio della vanità, e ciononostante vi fossi caduto in modo grave, farei in modo di non riprendere il mio cuore in questo modo: «Ti rendi conto di quanto sei miserabile e abominevole? Dopo tanti buoni propositi ti sei lasciato trasportare dalla vanità! Muori di vergogna! Non azzardarti a levare più gli occhi al cielo, cieco, impudente, traditore e infedele al tuo Dio!» e cose del genere; quel che farei, invece, sarebbe correggerlo ragionevolmente e con compassione: «Ah, povero cuore mio: siamo di nuovo caduti nella fossa che avevamo tanto cercato di schivare! Ma forza! Rialziamoci e lasciamola per sempre, invochiamo la misericordia di Dio e speriamo in essa, che ci aiuterà ad essere più saldi in futuro, e rimettiamoci in cammino sulla via dell’umiltà; coraggio, adesso manteniamoci all’erta, Dio ci assisterà, faremo grandi cose!». E su questo rimprovero paziente fonderei poi un solido e fermo proponimento di non cadere più nella colpa, adoperando i mezzi più adatti a tale scopo, insieme al consiglio del mio direttore.
[…] I rimproveri di un padre, mossi con affetto e dolcezza, riescono a correggere molto meglio un bambino rispetto a quanto non facciano la collera e l’amarezza.
[…] …senza stupirvi della vostra caduta, perché non v’è ragione di meravigliarsi se la malattia è malata, la debolezza è debole e la miseria è misera.
(SAN FRANCESCO DI SALES, Introduzione alla vita devota, III, 9; citato in citato in MAX HUOT DE LONGCHAMP (a cura di), Siate santi… nella gioia! : Testi scelti per cristiani immersi nel mondo, Itaca : Oratorium, Castel Bolognese (RA) 2018, p.152 e ss)
Insomma, come scriveva il teologo italiano Romano Guardini (1885-1968):
Dio risponde alla nostra debolezza con la sua pazienza.
(ROMANO GUARDINI, Glaubenserkenntnis: Versuche zur Unterscheidung und Vertiefung, Werkbund-Verlag, Würzburg 1949, p.28)
Conclusione
La «santa lentezza» con cui Dio fa le cose serve a purificare i nostri desiderî – e più in generale il nostro cuore.
E la pazienza che produce nei nostri cuori serve a smontare il nostro ego.
Spesso – nella nostra testardaggine – vogliamo che Dio non cambi nulla nell’assetto della nostra vita, ma che anzi ci renda più efficienti e «performanti» di come siamo.
Mentre invece il più delle volte non serve a nulla – e lo dico innanzitutto a me stesso! – sapere le cose prima degli altri, sbrigarsi a sistemare le proprie faccende, ottenere risposte immediate o arrivare più in fretta dove pensiamo di dover arrivare…
…o per dirla con le parole di don Fabio:
Quando ero adolescente desideravo avere un motociclo, credevo che avrebbe cambiato la mia esistenza e quando l’ho avuto ho scoperto che ero lo stesso cretino di prima, solo che, finalmente, per andare al liceo ci mettevo un quarto d’ora, mentre prima erano tre quarti d’ora di autobus. Avevo mezz’ora in più per essere cretino davanti al liceo.
Ero solo un cretino più veloce…
(FABIO ROSINI, Ma anche no : la sfida della complessità e l’arte dell’et-et … per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.58)
sale
(Primavera 2026)
- JACQUES PHILIPPE, La pace del cuore, EDB, Bologna 2020
- FABIO ROSINI, L'arte della buona battaglia : la libertà interiore e gli otto pensieri maligni secondo Evagrio Pontico, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2023
- DANTE ALIGHIERI, Purgatorio (commentato da Franco Nembrini, illustrato da Gabriele dell'Otto), Mondadori, Milano 2018
- GIUSEPPE FORLAI, Chiesa : riflessioni sull'evaporazione del cristianesimo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025
- FRANCESCO DI SALES, Siate santi... nella gioia! Testi scelti per cristiani immersi nel mondo, Itaca : Oratorium, Castel Bolognese (RA) 2018
- FABIO ROSINI, Ma anche no : la sfida della complessità e l'arte dell'et-et ... per salvarsi dalle assolutizzazioni e dalle banalizzazioni, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025