Preghiera: come pregare? Quando pregare? Cosa dire quando prego?

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1 • Che differenza c’è tra la «meditazione» e la «preghiera»?

Negli ultimi anni – navigando su internet – mi sono trovato spesso sotto il naso pubblicità di app di meditazione:

  • per rilassarsi;
  • per imparare a respirare meglio;
  • per coltivare la gratitudine e la consapevolezza emotiva;
  • per migliorare la concentrazione e la mindfulness;
meditazione

Che dire?

Se qualcuno si è accorto che il tran-tran della nostra società ci sta friggendo il cervello, e pubblicizza un’app che invita a rallentare il ritmo e a prendere un bel respiro… questa non può che essere un’ottima notizia.

Bravi!

Avete la mia (quanto mai inutile) benedizione!

Parallelamente a questo fenomeno, però, c’è una cosa che mi ha lasciato interdetto.

Il fatto che – sempre più spesso – ho sentito accostare la meditazione e la preghiera, come se fossero due cose sovrapponibili.

Come se la preghiera fosse la “versione spirituale” della meditazione.

O come se la meditazione fosse la “versione non credente” della preghiera.

Per la serie:

  • «Tu che credi in Dio, preghi; invece io, che non ci credo, medito!»
  • «Chiamala “meditazione”, “preghiera”, “yoga”… ma in fondo, è la stessa cosa!»
  • «Preghiera e meditazione sono due facce della stessa medaglia!»

Ecco.

Per citare il Vate d’Italia

e qui la situazione cambia

Nell’anno 51, Paolo di Tarso ha scritto una lettera alla comunità cristiana di Tessalonica.

Al termine del testo, Paolo rivolge questo augurio ai suoi destinatarî:

Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo (to pnèuma kai è psychè kai to soma, τὸ πνεῦμα καὶ ἡ ψυχὴ καὶ τὸ σῶμα), si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.
(1 Tessalonicesi 5,23)

Poggiandosi sulle parole dell’Apostolo, l’antropologia cristiana sostiene che la natura umana è costituita da tre dimensioni:

  • il corpo: dal greco σῶμα, soma (da cui – ad esempio – viene il termine «somatico»);
  • l’anima: dal greco ψυχὴ, psychè (da questa parola greca derivano parole italiane come «psicologia» e affini);
  • lo spirito: dal greco πνεῦμα, pneuma (per chi volesse approfondire, lo rimando alla pagina del 2021 intitolata «Che significa “spirituale”?»).

Ebbene.

La meditazione, gli esercizi di respirazione, la mindfulness… sono pratiche che riguardano:

  • la dimensione corporea: mettersi in una certa posizione, in un certo ambiente, inspirando ed espirando in un certo modo, etc.
  • la dimensione psicologica: imparare a gestire le emozioni e lo stress, migliorare della concentrazione, etc.

Queste pratiche hanno a che ha a che fare con il benessere psico-somatico.

La preghiera invece riguarda la dimensione spirituale.

Ovviamente, c’è qualche elemento di similitudine tra la meditazione e la preghiera: entrambe richiedono un certo raccoglimento… richiedono un po’ di silenzio…

…ma nella preghiera quel silenzio e quel raccoglimento servono per rientrare in me stesso, nel profondo, per trovare Qualcuno, per cercare un contatto con Dio.

Si potrebbe dire che la meditazione è “un monologo”, mentre la preghiera è un dialogo… o almeno, un tentativo di mettermi in ascolto di qualcun Altro che non sono io.

Mi rendo conto che le righe che ho appena scritto potrebbero far storcere il naso a qualche agnostico.

O far sorridere qualche ateo.

Ora non posso ripetere il discorso daccapo…

…ma per chi volesse approfondire la questione lo rimando alla pagina del blog dal titolo «A che serve pregare?».

Viviamo in un mondo fortemente secolarizzato, segnato da una mentalità materialista e riduzionista.

E parlare di cose non visibili, metafisiche, “spirituali” non è una grande mossa di marketing.

Eppure, se vogliamo andare avanti col discorso, è necessario chiarire fin da subito che la differenza tra la meditazione e la preghiera è sostanziale.

A tal proposito, vorrei farvi leggere due poesie.

La prima è dello scrittore, poeta e drammaturgo svedese Pär Lagerkvist (1891-1974) – premio Nobel per la letteratura nel 1951 – che era ateo:

Uno sconosciuto è mio amico,
uno che io non conosco,
uno sconosciuto lontano lontano.
Per lui il mio cuore è pieno di nostalgia.
Perché Egli non è presso di me.
Perché Egli forse non esiste affatto?
Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?
Che colmi tutta la terra della tua assenza?

(PÄR LAGERKVIST, Uno sconosciuto è mio amico)

La seconda poesia è del sacerdote e poeta fiammingo Guido Gezelle (1830-1899) (purtroppo, non ricordo la fonte da cui ho tratto questa seconda poesia; se qualcuno la conoscesse, lo pregherei di scrivermi su Instagram, perché la mia parte OCD sta per avere un colpo apoplettico):

Sono lontano da te,
mentre tu, dolce sorgente
di tutto ciò che è vita,
o di tutto ciò che fa vivere,
tu sei per me il prossimo a me più prossimo,
mentre tu mandi, o sole amato,
nel mio intimo più profondo
il tuo fuoco divorante che tutto penetra.

(GUIDO GEZELLE, senza fonte)

Perché vi ho citato queste due poesie?

Perché mi ha molto colpito il fatto che – si tratti di un ateo o di un credente – in entrambi i casi mi sembra che traspaia una grandissima nostalgia.

La nostalgia per una intimità con Qualcuno più intimo a noi di noi stessi.

Ecco.

Non so se tu che stai leggendo credi o meno in Dio.

Ma la preghiera ha a che fare con questa nostalgia qui.

Con questa intimità qui.

Con l’ingresso in quel “luogo”, all’interno di noi, per incontrare Qualcuno che non sono io che possa sanare questa nostalgia.

Come scriveva il vescovo cristiano orientale siro Isacco di Ninive (613 circa – 700):

Affrettati a entrare nella camera nuziale del tuo cuore.
Là troverai la camera nuziale del cielo.
Queste due camere infatti sono una sola, e attraverso l’unica e medesima porta il tuo sguardo può penetrare nell’una e nell’altra.
Infatti la scala che sale al Regno è nascosta nel più profondo del tuo cuore.

(ISACCO DI NINIVE, Logos 30)

2 • Prendere Gesù sul serio

Il 9 maggio 2025, Leone XIV (1955-…) ha celebrato la sua prima messa da papa.

Durante l’omelia, a un certo punto, ha detto queste parole:

Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto.

(LEONE XIV, dall’omelia nella Messa Pro Ecclesia, venerdì 9 maggio 2025)

Che significa questa frase?

preghiera ong

Curiosamente, anche papa Francesco (1936-2025) nella sua prima omelia da papa aveva detto qualcosa di simile:

Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore.

(PAPA FRANCESCO, dall’omelia nella Messa Pro Ecclesia, giovedì 14 marzo 2013)

Che significa «confessare Gesù Cristo»?

Il verbo «confessare» – in questo contesto – significa «professare apertamente», «dichiarare pubblicamente».

Ma dichiarare che Gesù era… chi?

Un uomo saggio?

Senza dubbio Gesù era un uomo saggio… ma per i cristiani non è solo questo.

Un modello da imitare?

Sì certo, Gesù può essere preso come modello da imitare… ma per i cristiani non è solo questo.

Un esempio di vita?

Perché no, Gesù può essere visto come un esempio di vita… ma per i cristiani non è solo questo.

I cristiani confessano che Gesù è Dio e Figlio di Dio.

E questo cosa significa?

Significa che un cristiano riconosce che Gesù Cristo non è solo un personaggio storico, ma è il Figlio di Dio (la seconda persona della Trinità), che si è incarnato in una precisa epoca storica, in un determinato contesto storico, ha vissuto tra gli uomini, ha predicato, ha compiuto miracoli, ha istituito sacramenti, è stato condannato a morte, torturato, inchiodato ad una croce, ucciso… ed è risorto per la salvezza dell’umanità.

E quindi?

Quindi confessare Gesù significa accettare la sua divinità, riconoscere la sua signoria sulla storia e sulla mia storia.

Questa «confessione» non è solo una dichiarazione verbale… ma quella che viene chiamata «opzione fondamentale».

Un’opzione fondamentale è una scelta che orienta la mia intera esistenza:

  • come vivo nella mia quotidianità;
  • come spendo il mio tempo;
  • cosa mi preoccupa;
  • cosa mi rende felice;
  • come mangio;
  • come dormo;
  • come gestisco le mie risorse economiche;
  • come affronto le difficoltà e le sofferenze;
  • quali priorità do alle mie relazioni;
  • come utilizzo le mie capacità e talenti;
  • come reagisco alle ingiustizie;
  • come mi impegno per il bene comune;
  • come guardo gli altri;
  • cosa penso dei miei nemici;
  • cosa penso nel segreto del mio cuore, dove solo Dio vede chi sono veramente;
  • come cerco di discernere la volontà di Dio nelle mie scelte;
  • come dedico tempo alla relazione con Dio e alla preghiera;
  • etc.

Insomma, l’opzione fondamentale è una “decisione profonda”, che orienta la mia vita sotto ogni punto di vista – personale, comunitario, sociale, morale… e spirituale.

Se la mia opzione fondamentale è la sequela di Gesù (cioè essere cristiano) questo significa che devo prendere sul serio la mia relazione con Dio (o meglio: la mia relazione con il Padre, nel Figlio, per mezzo dello Spirito Santo).

E come faccio a prendere sul serio questa relazione?

Beh.

Neanche a dirlo, una delle cose più importanti per custodire e alimentare questa relazione è la preghiera.

Nella pagina sulla preghiera che ho scritto nel 2021, avevo citato questo versetto:

[Gesù] diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.
(Luca 18,1)

L’evangelista Luca – parlando della preghiera – usa queste parole:

  • «necessità»
  • «sempre»
  • «senza stancarsi mai»

Ebbene.

Nei prossimi paragrafi vorrei soffermarmi su questi tre aspetti, facendo qualche altra considerazione sulla preghiera.

Per comodità, dividerò il discorso in tre parti, rispondendo a queste tre domande:

3 • Come pregare?

Se chiedessimo a cento persone cristiane in che modo pregano, riceveremmo risposte molto differenti.

  • «Io dico il rosario!»
  • «Io prego usando come canovaccio il Vangelo del giorno o qualche lettura della Bibbia!»
  • «Io preferisco pregare “senza uno schema” , chiedendo a Dio quello che mi sta a cuore con parole mie!»
  • «Io quando torno da lavoro sono talmente rincoglionito, che vado a fare adorazione eucaristica, sto in silenzio di fronte al Santissimo Sacramento, e mi lascio guardare!»
  • «Io recito l’ufficio delle letture: lodi, vespri, compieta!»
  • «Piuttosto che pregare, io penso che sia più importante rimboccarsi le maniche e andare a dare una mano alla Caritas e ai poveri!»

La varietà di queste risposte ci dice qualcosa di bello e di vero.

fogne di calcutta

Tralasciando l’ultima risposta, le altre mostrano che esiste una varietà di metodi di preghiera che vengono utilizzati dai cristiani.

Da questo punto di vista, c’è una grande libertà e creatività all’interno della Chiesa.

Quando si tratta di accostarsi a Dio e mettersi in dialogo con Lui, non c’è nessuno “schema rigido” da seguire.

La preghiera, infatti, non è questione di «dire le cose giuste» o «disporre le parole in un determinato ordine».

Forse a qualcuno potrà sembrare banale ciò che sto dicendo…

…ma vi posso assicurare che io – da bravo scrupoloso OCD quale sono – tante volte, di fronte ad una preghiera “non ascoltata” (*) da Dio, mi sono posto domande come:

  • «Forse ho pregato male
  • «Forse non ho detto le parole giuste
  • «Magari non ero abbastanza concentrato?»
  • «Non è che non ho pregato con abbastanza fede?»
  • etc.

(*) (in realtà, Dio ascolta tutto)

Qual è la tentazione dietro a questi pensieri?

La tentazione è quella di pensare che la preghiera sia un po’ come i trucchi nei videogiochi a cui giocavo quando ero piccolo:

  • se schiacci «sinistra», «su», «destra», «giù», «sinistra», «giù», «destra», «su», «A», «A», «B»… Dio ti ascolta!
  • se però sbagli la sequenza, Dio non ti ascolta perché hai pregato male.

Per la serie:

e leviosa non leviosah

Ecco.

Non è così che funziona la preghiera.

Abbassiamo la guardia.

Allontaniamo questi pensieri scrupolosi e questa ansia da prestazione.

Come ha scritto il monaco trappista belga André Louf (1929-2010):

Qualunque sia il tipo di preghiera, lo Spirito la purifica e ne fa la sua preghiera in noi.
Lui solo può far sì che il nostro sforzo sorpassi il punto morto della tecnica per sfociare in abbandono, in paziente apertura al dono imprevedibile e puramente gratuito di Dio.

(ANDRÉ LOUF, Lo Spirito prega in noi, Qiqajon, Magnano (BI) 1995, p.115)

Anche quando le nostre preghiere non sono poi “questa gran prestazione”, Dio non le sdegna.

Quello che possiamo fare noi è mettere i nostri cinque pani e due pesci… poi ci penserà Lui a moltiplicarli.

Fuor di metafora, quello che possiamo fare noi è scegliere:

  • un momento della giornata (La mattina? La sera? In pausa pranzo? Nel pomeriggio?)
  • una durata (10 minuti? 20 minuti? 1 ora? Purché preghiamo non meno della durata scelta)
  • un luogo
  • una posizione del corpo (In piedi? Seduto? In ginocchio? Non deve essere una posizione né troppo scomoda, né troppo comoda… altrimenti poi ci si addormenta)

Dopo aver scelto queste cose, nulla impedisce che poi ci saranno mille condizioni al contorno che remeranno contro:

  • stanchezza
  • distrazioni
  • preoccupazioni
  • ansie
  • rumori molesti
  • etc.

…ma non importa.

L’essenziale è fissare il perimetro che ho scritto sopra – tempo, durata, luogo e posizione del corpo – e offrire a Dio tutto questo.

Poi saprà Lui cosa farsene – anche se noi pensiamo che la nostra prestazione “non è stata all’altezza”.

Come dice il dottore della Chiesa Azzurra Leonardi nella serie tv Che Dio ci aiuti:

Non te la devi prendere… sei solo un po’ pippa… ma Dio ama anche le pippe!

(AZZURRA LEONARDI, Che Dio ci aiuti, s06e02)

4 • Quando pregare?

Qualche mese fa in una pagina del blog mi sono tolto un sassolino dalla scarpa, parlando di quelle persone che si lamentano del fatto che «non hanno tempo di leggere».

In quell’occasione, dicevo che il tempo per leggere non è una vincita alla lotteria o un colpo di fortuna, ma qualcosa da conquistare e da difendere con le unghie e con i denti.

Ebbene.

Vale lo stesso discorso per (quasi) qualsiasi altro àmbito della nostra vita: nel 99.99% dei casi, se non riusciamo a fare qualcosa, quello che manca non è il «tempo», ma la «voglia».

Ho amici oberati di lavoro che si svegliano prestissimo la mattina perché vogliono andare in palestra.

Ho amici che fanno turni massacranti in ospedale che vanno a dormire tardissimo perché la sera vogliono leggere libri, seguire la politica, studiare, formarsi ed informarsi.

Non mi stancherò mai di ripeterlo.

Voi non avete idea… anzi… io stesso non ho idea… di quanto tempo ci tolga il cellulare.

Proviamo a fare due calcoli al volo.

Se anche solo facciamo un po’ di scroll e swipe sul cellulare quei 10 minuti la mattina prima di alzarci dal letto… poi 5 minuti sulla tazza del cesso… poi altri 10 minuti alla fermata dell’autobus… e poi altri 5 minuti la sera prima di andare a dormire… ebbene, abbiamo sprecato 30 minuti della nostra vita.

In quei trenta minuti avremmo potuto…

  • …aprire un libro e leggere (se siete spesso in giro, vi potete comprare un lettore di libri digitale, che pesano pochissimo e sono comodissimi!);
  • …ascoltare un podcast, una lezione di un qualche corso online, una conferenza su YouTube;
  • …pulire o riordinare un angolo della casa;
  • …telefonare ad un amico o un familiare;
  • etc.

Moltiplicato per i sette giorni della settimana fa tre ore e mezza.

Moltiplicato per un mese fa quindici ore.

Ebbene.

Lo stesso ragionamento si può fare per la preghiera.

A tal proposito, nel 1954 la mistica e assistente sociale francese Madeleine Delbrêl (1904-1964) scriveva queste righe:

Non illudiamoci, pertanto. Professioni liberali o lavoro salariato divorano il tempo.
Le prime, in un modo di cui possiamo scegliere certe condizioni. Il secondo, senza che possiamo esprimere delle preferenze. L’uno e le altre, decimando ciò che si chiama il tempo libero, il tempo in cui noi siamo liberi.
[…]
Ora […], Dio non s’è dato pensiero di crearci per permettere poi che noi fossimo, in rapporto a lui, degli asfissiati.
Il nostro tempo ha delle «prese d’aria» che gli son proprie: a noi, scoprirle e servircene.
[…]
Il ritiro nel deserto può consistere in cinque stazioni di metrò alla fine di un giorno […]. Le nostre andate e i nostri ritorni – e non soltanto quelli reali che si fanno da un luogo a un altro luogo, i momenti in cui siamo costretti ad attendere – sia per pagare a una cassa o perché si renda libero il telefono o perché si faccia del posto in un autobus, sono momenti di preghiera preparati per noi nella misura in cui noi siamo preparati per essi.

(MADELEINE DELBRÊL, da alcune note scritte secondo l’intenzione dei suoi gruppi del 1956, in MADELEINE DELBRÊL, La gioia di credere, Gribaudi, Torino 2012, p.231 e ss.)

Che significa che «il nostro tempo ha delle “prese d’aria”»?.

Significa che ognuno – nella propria vita – ha la possibilità di scoprire quei 5 minuti qui, quei 10 minuti là, nei quali può ritagliarsi un momento per volgere lo sguardo a Dio.

Per qualcuno – come dice Madeleine – sarà il tempo di cinque fermate della metro.

Per qualcun altro sarà durante l’attesa dell’autobus.

Per altri ancora sarà nell’ingorgo del traffico.

rosario in macchina

All’inizio del 2024 nella pagina del blog sull’ascesi avevo citato il teologo russo Sergej Bulgakov (1871-1944) che diceva che:

Nell’anima di ciascuno di noi c’è la nostra cella recondita, nella quale bisogna pregare e lavorare a noi stessi.
Ogni cristiano in questo senso è un monaco, perché, ritirandosi in questa sua cella, vede in essa una vita diversa dal mondo.

(SERGEJ BULGAKOV, dagli appunti presi da Lev Zander dalla conferenza di Bulgakov «Asketizm v uslovijach studenčeskoj žizni»[L’ascetismo nelle condizioni di vita degli studenti] tenuta nel giugno 1924, in SERGEJ BULGAKOV, Lo spirituale della cultura, Lipa, Roma 2006, p.53)

Ognuno di noi può ritirarsi in questa “cella recondita”.

Non c’è bisogno di essere suore o monaci.

Bastano 5 minuti alla fermata dell’autobus, in pausa pranzo, sotto la doccia, quando si sta sollevando un bilanciere in palestra o qualsiasi altro momento vi suggerisca la fantasia.

E in quel momento mettersi a nudo davanti a Dio e pronunciare mentalmente poche parole:

  • «Signore, tienimi una mano sulla testa!»
  • «Il tempo della mia giornata è nelle tue mani! Disponine come desideri!»
  • «Fatti presente – attraverso di me – con i miei colleghi, con la mia famiglia, con i miei amici!»
  • «Passa Tu attraverso le mie azioni e i mie gesti!»
  • «Orienta i miei desideri!»
  • «Venga il Tuo regno… a partire dalla mia vita! Sii tu a regnare!»
  • «Fatti vivo! Fatti conoscere! Donami di poter crescere nell’intimità con Te!»

Quando si può fare una preghiera del genere?

In tutti i momenti della giornata in cui mi viene in mente (senza sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo).

Non è questione di regole o di auto-imposizioni.

Come ho detto in altre occasioni qui sul blog, la relazione con Dio è molto simile a quella con un amico… o con la tua ragazza…

…più passa il tempo e cresci nell’intimità in quella relazione, più ci pensi, ti torna alla mente in modo spontaneo, ti sorprendi a pensare a quella persona.

Vale lo stesso con Dio: più Dio fa nuovo il mio cuore, più sarò portato a ritagliarmi tanti micro-momenti della giornata per mettermi sotto il suo sguardo.

E più questa cosa si realizza, più mi accorgo che ogni istante della giornata – anche quando lavoro, quando studio, quando cambio il pannolino a mio figlio, quando faccio l’amore con mia moglie, quando correggo i compiti, etc. – diventa preghiera.

Io stesso divento una “preghiera vivente” offerta a Dio, per la sua maggiore gloria.

~

Con questo discorso, ovviamente, non voglio dire che “è sufficiente ritagliarsi 5 minuti di tempo qua e là” ed è tutto apposto.

Per rimanere nell’analogia relazionale, sarebbe come dire a tua moglie: «Facciamo che ci sentiamo nei miei ritagli di tempo! Quando sono libero ti mando un SMS ogni tanto!».

Per carità, potrà anche succedere se ci sono giornate «no»… ma prima o poi vorrai fare o no l’amore con tua moglie?

Fuor di metafora: quand’è che ti prenderai del tempo più dilatato per stare solo in silenzio con Dio?

Mi rendo conto che – mai come oggi – è veramente difficile riuscire a ritagliarsi questo tempo.

Un secolo fa, Sergej Bulgakov scriveva queste righe:

[…] non c’è niente nella vita spirituale di più difficile dello stare in preghiera davanti a Dio.
Niente di più difficile, perché non devono mai affievolirsi né una continua tensione nello sforzo della preghiera, né una disposizione di continuo pentimento: il loro spegnersi significa lo spegnimento anche della vita spirituale.

(SERGEJ BULGAKOV, «Ortodossia e cultura», conferenza al convegno della Lega della cultura ortodossa del 1931, in SERGEJ BULGAKOV, Lo spirituale della cultura, Lipa, Roma 2006, p.86)

My two cents: a me quello che ha aiutato molto è stato trovare una parrocchia vicino in cui:

  • la messa feriale (mattutina o serale) fosse ad un orario compatibile con il mio orario lavorativo;
  • ci fosse un’ora settimanale di adorazione eucaristica.

Forse non sempre sarà possibile andarci.

Ma segnare sul calendario del proprio cellulare l’orario della messa feriale, o l’ora settimanale di adorazione eucaristica, mi ha aiutato a conquistare e a custodire questi momenti “più dilatati” di preghiera.

Fidatevi.

E se non volete fidarvi di me, fidatevi di quel che dice Madeleine Delbrêl:

Senza preghiera, la Chiesa rischierà di restare per noi un corpo sociale invece di essere il Corpo Mistico di Cristo: una specie d’armata dei combattenti spirituali in cui ciascuno ha il suo grado; non questo Corpo di cui «noi siamo membri» con le sue relazioni vitali, il suo ordine vitale, i suoi valori vitali.
[…]
Senza preghiera, sarà difficile che la Chiesa sia per noi Gesù Cristo.
[…]
Senza preghiera, noi non vivremo la Chiesa: non ne vivremo come si può vivere del discorso eucaristico e della preghiera sacerdotale.
[…]
Senza la preghiera, noi potremo essere dei «sapienti» nella dottrina della Chiesa o in questo e quel punto della dottrina che avremo appreso e ritenuto, ma che non avranno raggiunto in noi ciò che doveva vivere meglio per mezzo loro.
Non potremo, senza la preghiera, sinceramente desiderare l’umiltà di spirito, perché non sapremo neppure ciò che essa è.
[…]
Oggi, la preghiera è il più grande bene che si possa portare al mondo.
[…]
Senza la preghiera, noi non ameremo Dio d’amore.
Saremo forse i suoi servitori, i suoi militanti, anche i suoi discepoli: non saremo né dei figli che amano il loro padre né gli amici o le amanti di Gesù Cristo.
[…]
La Fede, la Speranza e la Carità sono doni di Dio.
Egli li dà a chi li domanda. La preghiera che ci metterà in presenza del Dio vivo, del Cristo vivo, sarà come produttrice di se stessa. Insegnandoci perché amiamo, essa ci spingerà a domandare come amare.
[…]
La preghiera che ci è domandata è anzitutto un sacrificio.
È un prelevamento di tempo il cui solo fine sarà di venire offerto a Dio.

(MADELEINE DELBRÊL, da alcune note scritte secondo l’intenzione dei suoi gruppi del 1956, in MADELEINE DELBRÊL, La gioia di credere, Gribaudi, Torino 2012, p. 223 e ss.)

5 • Cosa dire quando prego?

Arrivati a questo punto, vorrei spendere due parole su un tema controverso, ovvero la questione del:

  • «pregare dicendo quel che mi viene in mente»

vs

  • «pregare recitando preghiere note»

Cosa intendo?

Molte persone, per pregare, recitano le preghiere che la Chiesa ha tramandato negli anni:

  • il Padre Nostro
  • l’Ave Maria (e il Rosario)
  • l’Angelo di Dio
  • etc.

Tante volte questo modo di pregare viene criticato:

  • pregare con uno “schema rigido” rischia di diventare un atto meccanico… un po’ come recitare a pappagallo il bugiardino di un medicinale;
  • le preghiere “preconfezionate” a volte sembrano lontane dai miei bisogni personali;
  • c’è il rischio di far passare in secondo piano il fatto che la preghiera è un dialogo con Dio;
  • etc.

Ebbene.

Tutto questo è vero!

Questi rischi esistono eccome!

E non si limitano solo alla preghiera personale…

distrazione preghiera eucaristica

Ecco.

Le distrazioni esistono.

Ci si distrae a lavoro.

Ci si distrae quando si chiacchiera con un amico.

Ci si distrae quando si sta guardando un film o una serie tv.

E ci si distrae quando si prega.

Non c’è nulla di strano in questo.

Se durante la preghiera mi rendo conto che ci sono tanti pensieri che mi distraggono – siano essi legittime preoccupazioni o tentazioni del Nemico – è sufficiente metterli nelle mani di Dio, facendo una preghiera del tipo:

«Signore, vedi che testa di rapa che sono, che anche in questi momenti in cui vorrei stare cuore a cuore con te, mi ritrovo a pensare a quel collega rompiballe, alle testate nucleari della Russia, al cambiamento climatico, ai fumetti che voglio comprare, al videogioco che sto giocando, all’ultimo episodio della serie tv che sto vedendo, alla dichiarazione dei redditi…»

«Se penso a queste cose, forse è perché nel mio cuore la gerarchia dei desiderî è un po’ disordinata: sto mettendo i fumetti al primo posto… o i videogiochi… o le preoccupazioni della vita… sono proprio poca cosa!»

«Fai tu ordine nel mio cuore e nei miei desideri! Metti ogni cosa al suo posto! Riordina le mie priorità e i miei desiderî! Donami di crescere nell’intimità con Te! Quando si presenta una distrazione o una tentazione quando sto pregando, richiamami con dolcezza a tornare a fissare il mio sguardo su di Te!»

Se la preghiera parte da questi presupposti, penso che la questione del «pregare dicendo quel che mi viene in mente» contrapposto a «pregare recitando preghiere note» diventi abbastanza secondaria.

Anche se – se proprio devo dire la mia – se la Chiesa nella sua Tradizione ha ritenuto importante tramandare per due millenni determinate preghiere, un motivo ci sarà.

Quindi – anche se qualcuno preferisce pregare «dicendo quello che gli viene in mente» – penso comunque che sia importante usare come “canovaccio” le preghiere della Chiesa.

Non so.

Qualcuno potrebbe pregare dicendo qualcosa tipo:

«Signore Dio, tienimi una mano sulla testa!
Ti offro la mia giornata!
Fa’ che in tutte le cose che farò oggi, si veda che ci sei Tu!
Fa’ che passi la Tua gloria, la Tua dolcezza, la Tua bellezza!
Tienimi lontano dai “primi posti”, dai riflettori, dagli applausi!
Se dovesse accadere qualcosa che non rientra nei miei piani – che sia un imprevisto, un palo in faccia o una croce grossa così – non mi fare mormorare contro di Te!
Donami di accogliere docilmente qualsiasi umiliazione! Usale per farmi crescere nell’umiltà!
Non farmi sprecare la parte di dolore che oggi mi toccherà in sorte: dammi la lucidità per offrirti tutte le sofferenze che mi capiteranno!
Tu sai!
Io non so!»

Una preghiera del genere è inventata… però ricalca le richieste che si trovano in tante preghiere della Chiesa – in particolare nel Padre Nostro.

Tra l’altro.

Già che ho nominato il Padre Nostro, mi sembra opportuno fare un distinguo.

Non so se avete mai fatto caso alle righe con cui – nei Vangeli di Matteo e di Vangelo di Luca – viene introdotta la preghiera del Padre Nostro.

In Matteo c’è scritto:

«Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole.
Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male
».

(Matteo 6,7-13)

In Luca invece c’è scritto:

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione
».

(Luca 11,1-4)

In entrambi i casi, Gesù non dice: «Quando pregate, dite quello che vi viene in mente!»

Non dice: «Quando pregate, andate un po’ a tema libero!»

Non dice: «Sentitevi liberi di pregare come vi pare, tanto va bene tutto!»

Non dice: «Improvvisate una preghiera a caso, purché sia sentita!»

No.

Gesù dice: «Quando pregate, DITE» e poi gli recita – parola per parola – una preghiera ben precisa.

Il Padre Nostro non è una preghiera come le altre.

È una preghiera che nasce dalla richiesta dei discepoli – «insegnaci a pregare!» – a cui Gesù risponde: «Voi dunque pregate COSÌ».

Non senti tue le parole del Salve Regina o non ti piacciono le Litanie Lauretane?

Fossi in te mi farei qualche domanda, ma… ok, puoi usare altre preghiere.

Non ti piace recitare il Te Deum?

Fossi in te mi farei qualche domanda, ma… ok, non ti ha prescritto il medico di pregarlo.

Non senti una particolare devozione per la Coroncina della Divina Misericordia o per la preghiera a san Michele Arcangelo?

Ci può stare, per carità.

Ma il Padre Nostro non è come le altre preghiere.

È la preghiera del cristiano.

È la preghiera che il Figlio insegna ai discepoli per pregare il Padre.

Conclusione

Nel 2019, durante il suo viaggio apostolico in Thailandia, papa Francesco (1936-2025) stava leggendo uno dei suoi discorsi.

A un certo punto, rispetto alla “scaletta” del discorso, ha aggiunto a braccio questa frase:

Senza la preghiera, tutta la nostra vita e la nostra missione perdono senso, forza e fervore.
Se a voi manca la preghiera, qualunque lavoro che fate non ha senso, non ha forza, non ha valore.
La preghiera è il centro di tutto.

(PAPA FRANCESCO, da un discorso ai sacerdoti, seminaristi, religiosi e missionari thailandesi incontrati nella chiesa di San Pietro a Bangkok durante il viaggio apostolico in Thailandia, il 21 novembre 2019; papa Francesco ha aggiunto questa frase a braccio, guardando sua cugina che lo traduceva)

Che inciso strano…

E che parole dure…

Se questa frase del papa ci stranisce, il motivo è presto detto: pensiamo che la preghiera sia qualcosa di inutile, infantile, superstizioso.

Qualcosa “da vecchine”.

Oppure “la preghierina” dei bambini piccoli.

Ebbene.

Come ho provato a spiegare nell’arco di questa pagina del blog, è vero l’esatto opposto.

La preghiera è qualcosa di centrale.

Di essenziale.

È questione di vita o di morte.

A questo riguardo, voglio chiudere questa pagina del blog con alcuni stralci tratti da un libro di don Giuseppe Forlai (classe ’72):

Non crediamo più alla preghiera, soprattutto noi preti e religiosi: una cultura pseudo-umanistica – penetrata abbondantemente nella Chiesa – induce a pensare che si possano dilatare i confini del Regno a forza di parole o piani strategici.
In realtà, senza orazione dilatiamo solo i confini dell’ego, trasformandoci in pavoni della pastorale.
[…]
Ne risulta una evangelizzazione senza grazia, che illude chi la promuove producendo risultati altisonanti quanto effimeri.

(GIUSEPPE FORLAI, Vestirsi di luce : introduzione pratica alla vita nello Spirito, Paoline, Milano 2018, p.95)

L’Onnipotente non chiede la «preghierina» estemporanea dell’adulto, bensì l’incessante supplica del bambino che confida senza tentennamenti nella risposta della mamma e del papà.

(GIUSEPPE FORLAI, Vestirsi di luce : introduzione pratica alla vita nello Spirito, Paoline, Milano 2018, p.101)

La preghiera segna il confine tra un’esistenza tenuta in vita dal respiratore e una passeggiata a polmoni aperti sul lungomare.

(GIUSEPPE FORLAI, Vestirsi di luce : introduzione pratica alla vita nello Spirito, Paoline, Milano 2018, p.105)

Dio […] ci rende santi non per la nostra concentrazione, ma per l’abbondanza della sua compassione.

(GIUSEPPE FORLAI, Vestirsi di luce : introduzione pratica alla vita nello Spirito, Paoline, Milano 2018, p.110)

Infine – e qui è necessario estirpare il cancro dell’attivismo – [bisogna] convincersi che anche il tempo più breve trascorso in preghiera fa bene al mondo e all’anima più di mille altre opere.

(GIUSEPPE FORLAI, Vestirsi di luce : introduzione pratica alla vita nello Spirito, Paoline, Milano 2018, p.111)

sale

(Estate 2025)

Fonti/approfondimenti
  • ANDRÉ LOUF, Lo Spirito prega in noi, Qiqajon, Magnano (BI) 1995
  • MADELEINE DELBRÊL, La gioia di credere, Gribaudi, Torino 2012
  • SERGEJ BULGÀKOV, Lo spirituale della cultura, Lipa, Roma 2006
  • GIUSEPPE FORLAI, Vestirsi di luce : introduzione pratica alla vita nello Spirito, Paoline, Milano 2018

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