Tre passi avanti e due indietro (ovvero: in che consiste l’ascesi cristiana?)

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1 • Un piacevole imprevisto

All’inizio del 2023 ho aggiunto sul blog una sezione intitolata «Pensieri dalla penombra».

Come accennavo nella prima di quelle pagine, volevo mettere nero su bianco la mia esperienza di aridità spirituale: i dubbi, la fatica nel cammino di fede, l’inquietudine, la paura di aver sbagliato strada, il deserto nel quale mi sono trovato in modo più-o-meno intermittente negli ultimi anni di vita cristiana.

Ora.

Premesso che non ho alcuna intenzione di trasformare il blog in una sorta di “reality show dei poveri”

…volevo pubblicare una paginetta “di aggiornamento” rispetto a quanto scrivevo un annetto fa.

Dunque.

Si dà il caso che nel 2023 sia accaduto un piacevole imprevisto: mi sono fidanzato 😅

Con chi?

paprika

Ora.

Avete presente quel momento in una relazione in cui finisce la fase delle «farfalle nello stomaco» e dalle sue ceneri nasce qualcosa di molto più bello?

Ecco.

Nel momento in cui sto scrivendo questa paginetta del blog, il momento delle «farfalle nello stomaco» è già passato da tempo.

In questi mesi, ho scoperto di avere accanto una persona straordinaria (ora non vorrei risultare melenso) che, giorno dopo giorno, sta insegnando al mio cuore a decentrarsi…

…che però – come tutte le persone – ha…

…le sue bizzarrie (?)…

…le sue eccentricità (?)…

paprika e il vestiario di sale

Insomma, mi sembra di poter dire che in questo lasso di tempo ho conosciuto un discreto numero di luci ed ombre di Paprika

…e, sì, la amo.

2 • Trovare «la persona giusta»

Perché nel primo paragrafo vi ho raccontato “i fatti miei”?

Beh.

Perché l’ aridità spirituale di cui parlavo nelle pagine dei «Pensieri dalla penombra» ha avuto (anche) a che fare con una serie di ferite affettive che mi sono procurato negli ultimi quattro anni…

ferite dell affettivita

Chiunque – quando pensa di aver trovato «la persona giusta» e poi scopre che, no, non era lei «la persona giusta» – ci rimane un po’ male.

E non di rado – per quanto breve sia stata la relazione – rimane una piccola ferita.

I cristiani però corrono un rischio in più.

Ogni cristiano infatti, fin da piccolo, porta sulle spalle il peso di «capire qual è la sua vocazione»:

  • Cosa vorrà Dio da me?
  • Qual è la Sua volontà?
  • Forse Dio vuole che io mi sposi?
  • Sarà lei «la persona giusta» per me?
  • O sarà un’altra «la persona giusta» per me?

Noi cristiani spesso ci facciamo talmente tanti film mentali sulla «persona giusta» che ingenuamente, inavvertitamente, involontariamente, iniziamo a pensare che una volta trovata «la persona giusta» – la persona che «Dio ha pensato per me» – tutte le nostre inquietudini si scioglieranno come neve al sole.

In altre parole, come dicevo in quest’altra paginetta, spesso il desiderio di trovare «la persona giusta» diventa un idolo.

Non so se questa cosa vi è mai capitata…

…di certo è capitata a me.

E dato che Dio è veramente buono, sapete cosa fa?

Dio si sbarazza degli idoli:

Io sono il Signore: questo è il mio nome;
non cederò la mia gloria ad altri,
il mio onore agli idoli.

(Is 42,8; cfr. anche Lv 26,30; Dt 32,21; 1Re 15,12)

In che senso?

Cosa è successo dopo che ho conosciuto Paprika?

È successo che da quando sono fidanzato con lei, Dio ha iniziato a buttare giù questo idolo che mi ero fabbricato – l’idolo del «trovare la persona giusta».

Ossia?

Prima che qualcuno possa fraintendere, vorrei precisare che io sono felicissimo della mia relazione.

Oltre ad amare Paprika, ho una grande stima di lei: della sua intelligenza, la sua gentilezza, la sua scrupolosità, la sua introspezione, la sua profondità, la sottigliezza dei suoi ragionamenti, la sua spina dorsale dritta (metaforicamente parlando, perché in realtà lei ha un sacco di problemi di schiena 🥸)…

Giorno dopo giorno, mi accorgo di camminare con una persona che desidera crescere nella santità insieme a me (e non dovrebbe essere questo il senso dello «stare insieme»?).

Cosa intendo allora quando dico che Dio sta buttando giù il mio idolo di «aver trovato la persona giusta»?

Per spiegarvelo, parto da alcuni versi di una poesia di Giacomo Leopardi (1798-1837) poco conosciuta.

L’Epistola al conte Carlo Pepoli si apre con questi versi, con i quali Leopardi chiede al conte:

Questo affannoso e travagliato sonno
Che noi vita nomiam, come sopporti,
Pepoli mio? di che speranze il core
Vai sostentando?
[…]

(GIACOMO LEOPARDI, Epistola al conte Carlo Pepoli, versi 1-4)

«Di che speranze il core vai sostentando?»… ovvero:

  • Cos’è che ti fa andare avanti?
  • In che direzione ti porta il cuore?
  • Qual è il pensiero per il quale vai a dormire felice?
  • In cosa investi il tuo tempo e le tue energie?
  • A cosa attacchi il cuore?
  • Da cosa fai dipendere la tua vita?

Nei versi successivi, Leopardi descrive le varie attività umane: chi lavora i campi (vv.12-14), chi fa il nocchiere (v.19), chi lavora in un’officina (vv.19-20), chi combatte (vv.20-21), etc.

Però, dopo il lungo elenco, arriva a una conclusione: a prescindere dall’attività in cui gli uomini sono occupati, l’ultima parola ce l’ha sempre la noia:

Ne l’imo petto, grave, salda, immota
Come colonna adamantina, siede
Noia immortale, incontro a cui non puote
Vigor di giovanezza, e non la crolla
Dolce parola di rosato labbro,
E non lo sguardo tenero, tremante,
Di due nere pupille, il caro sguardo,
La più degna del Ciel cosa mortale.

(GIACOMO LEOPARDI, Epistola al conte Carlo Pepoli, versi 70-77)

Secondo Leopardi, la noia è così radicata nel cuore dell’uomo, che non glie la toglie neanche l’incontro con una donna:

  • «lo sguardo di due nere pupille»
  • «la cosa mortale più degna del Cielo»
  • «dolce parola di rosato labbro»
dolce parola di rosato labbro

Comunque.

Perché ho citato questa poesia?

Cosa voglio dire con queste righe?

No, non sono annoiato, anzi:

  • sono felice di come sto conducendo la mia vita
  • sono felice di ciò che faccio col blog e con il podcast
  • sono felice delle mie amicizie
  • e sono molto felice di camminare insieme a Paprika

Cosa intendo allora?

Proviamo a traslare il discorso che fa Leopardi sul piano spirituale… sulla ricerca di Dio… sul desiderio di infinito scritto nel cuore dell’uomo…

La sete di Dio non te la tolgono i soldi…

Non te la toglie la professione più bella del mondo – il calciatore, lo youtuber, l’influencer, il fumettista…

Non te la tolgono gli aperitivi gourmet, le cene stellate o le vacanze instagrammabili…

E non te la toglie neanche l’aver trovato «la persona giusta»

Sono felice di ciò che faccio sul blog e con il podcast… ma non mi tolgono l’inquietudine nei giorni in cui sento Dio lontano.

Sono felice delle mie amicizie… ma anche l’intimità più intima con un amico arriva fino a un certo punto, e non ti toglie la solitudine metafisica.

Sono molto felice di camminare insieme a Paprika… ma sarebbe un abbaglio confondere Paprika con Dio (Dio la vita me la dona… a Paprika invece vorrei donarla).

In altre parole… è un abbaglio confodere le creature con il Creatore.

E la sapete una cosa?

Questa è una bella notizia.

È un po’ doloroso scoprirlo…

Anzi.

È molto doloroso scoprirlo…

…ma è una bella notizia.

D’altronde, come diceva uno degli uomini più grandi del XX secolo:

Con ripetuti colpi di salutare scalpello e con diligente ripulitura suole il divino artista preparare le pietre che dovranno entrare in composizione dell’eterno edifizio.

(PIO DA PIETRALCINA, Epistolario (3) : Corrispondenza con le figlie spirituali (1915-1923), Voce di Padre Pio, San Giovanni Rotondo (FG) 1980, p.659)

3 • Lasciare a Dio uno spiraglio da cui entrare

Ho sempre pensato di essere una persona (tutto sommato) allegra.

Non avuto ribellioni adolescenziali.

Non ho avuto periodi emo.

Non ho avuto fasi freak.

E sono sempre stato sereno nel mio rapporto con Dio.

Negli ultimi anni però mi sono ricreduto.

Sarà stata l’aridità spirituale

Saranno state le delusioni amorose di cui sopra…

Sarà stata la musica metal

…ma come raccontavo in quest’altra paginetta, ho scoperto che tra gli «otto pensieri malvagi» di cui parla Evagrio Pontico, il mio è indubbiamente la tristezza.

sale e la tristezza

Più di una volta, nei momenti di maggiore aridità, mi è sembrato di trovarmi in una sorta di “sabbie mobili spirituali”.

In che senso?

Nel senso che avevo la sensazione che più provavo a liberarmi dai pensieri neri, più quelli si moltiplicavano.

Più mi leccavo le ferite, più quelle si riaprivano.

Più provavo a chiedere a Dio di fare luce, più mi sembrava di rimanere nelle mie tenebre.

In uno dei suoi libri più famosi, il teologo olandese Henri J.M. Nouwen (1932-1996) scrive che:

Ho spesso l’impressione che più provo a liberarmi dall’oscurità, più il buio aumenti. Ho bisogno di luce, ma quella luce deve vincere le mie tenebre e non posso darmela da solo. Non posso perdonarmi. Non posso farmi sentire amato. Da solo non riesco a lasciare il mondo del mio sdegno. Non posso recarmi a casa da solo né posso fare comunione per conto mio. Posso desiderare, sperare, aspettare tutto questo, sì, e pregare per ottenerlo. Ma la mia vera libertà non posso fabbricarmela. Mi deve essere data. Sono un uomo perduto. Devo essere ritrovato e condotto a casa dal pastore che mi viene incontro.

(HENRI J.M. NOUWEN, L’abbraccio benedicente – Meditazione sul ritorno del figlio prodigo, Queriniana, Brescia 2006, p. 121-122)

Da un certo punto di vista, queste righe potrebbero sembrare terribili per noi occidentali «self-made man».

Non è stato facile scoprire che la luce, la vita, il senso (metteteci la parola che volete) non me li do da solo.

Non è stato facile prendere coscienza del fatto che l’auto-salvezza è impossibile.

Sapete, però, qual è uno dei mezzi più efficaci di cui si serve Dio?

La mia povertà.

Quando finisco con il sedere per terra, quando svaniscono tutti i miraggi, quando tutti gli idoli a cui mi sono sempre aggrappato si rivelano per quel che sono (ben poca cosa), è in quei momenti che – forse – posso distinguere un po’ meglio la voce di Dio.

Non è questione di «umiliarmi»… ma di «essere umile» (come provavo a dire in quest’altra paginetta).

Non è questione di «mortificarsi» o «trattarsi male»… ma di entrare in contatto con la mia povertà.

È in questo che dovrebbe consistere l’ascesi cristiana.

Purtroppo, tra cristiani non si parla spesso dell’ascesi.

E quando lo si fa, di solito si corre il rischio di pensare che l’ascesi sia il fine della vita cristiana.

E questo è falso: l’ascesi è un mezzo, non è il fine:

Se la presa di distanza dalla natura e l’astinenza nei confronti della vita naturale possono effettivamente costituire a volte l’inizio del cammino necessario a un uomo – così come lo stare in disparte può essere indispensabile in certi momenti cruciali dell’esistenza – esse non possono però mai rappresentare l’intero cammino.
Ci sono uomini che devono cominciare con il digiuno, e cominciare sempre da capo, perché è loro peculiarità poter conseguire unicamente attraverso il mezzo dell’ascesi la liberazione dall’asservimento al mondo, il più profondo ritorno a se stessi e, di conseguenza, il legame con l’assoluto.
Ma l’ascesi non deve mai pretendere pretendere di dominare la vita dell’uomo.
L’uomo deve allontanarsi dalla natura solo per ritornarvi rinnovato e per trovare, nel contatto santificato con essa, il cammino verso Dio.

(MARTIN BUBER, Il cammino dell’uomo, Qiqajon, Magnano (BI) 2016, versione Kindle, 48-50%)

L’ascesi serve solo a lasciare a Dio uno spiraglio in cui entrare, nella scorza di superbia che mi fa da guscio…

…come dice un antico testo rabbinico di commento al Cantico dei Cantici:

Il Signore disse a Israele: figli miei, apritemi uno spiraglio di conversione piccolo quanto la cruna di un ago ed io vi spalancherò dei varchi dove potranno passare carrozze e vagoni!

(Shir HaShirim Rabbà 5,2; citato in FABIO ROSINI, L’arte di guarire: l’emorroissa e il sentiero della vita sana, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2020, versione Kindle, 52%)

4 • Diventare «monaci»

Un estate di qualche anno fa ero andato a confessarmi…

…ma dato che il mio parroco era fuori Roma, sono entrato in una parrocchia vicino casa, ed ho pescato il primo sacerdote che ho trovato disponibile.

prete originale

Al termine della confessione però, il padre ha detto una cosa che mi ha folgorato.

Ha detto che «la vita cristiana consiste nell’imparare a coniugare il verbo “ricominciare”».

Che dire?

Chapeau!

Mi sono immaginato Dio – seduto nell’alto dei cieli – che avrà pensato qualcosa tipo: «Sale, stai forse pensando cose cattive su questo prete? Ora ti faccio vedere io!» e – sbem! – gli ha ispirato queste parole.

Che poi, neanche a farlo apposta, qualche anno dopo ho scoperto che il prete stava parafrasando un pensiero di Gregorio di Nissa (335-394), vescovo e teologo greco:

Colui che ascende non smette mai di andare di inizio in inizio; non si finisce mai di incominciare.

(GREGORIO DI NISSA, Homilae in Canticum, 8: PG 44, 941C)

Un altro autore a cui stava molto a cuore la questione del «ricominciare» era Dante Alighieri (1265-1321).

Franco Nembrini – commentando gli ultimi versi del Purgatorio – scriveva che:

Tutto il Purgatorio è una risposta a questa domanda: si può ricominciare?
È possibile un nuovo inizio?
È possibile non essere schiacciati dal peso del passato, del male proprio e del mondo?
Si può, risponde Dante: «la bontà infinita ha sì gran braccia» (Purg. III 122) che si può ricominciare sempre.

(FRANCO NEMBRINI, dal suo commento al Purgatorio di Dante Alighieri, Canto XXXIII, Mondadori, Milano 2020, pag. 744-745)

E come si fa concretamente a ricominciare?

Come faccio a ricominciare…

  • …se ho sbagliato strada?
  • …se ho sbagliato persona?
  • …se i «migliori anni» sono alle mie spalle?
  • …se ho perso tempo?
  • …se ho fatto tanti errori?

Mi dispiace deludervi, ma non esiste una «risposta pre-confezionata» a queste domande.

Ogni persona è unica e irripetibile.

Ogni vita è unica e irripetibile. E il modo in cui deve essere dis-incastrata è unico e irripetibile.

Secondo me però c’è una cosa che accomuna tutti i percorsi.

C’è un passe-partout che entra nella serratura di ogni vita.

C’è una cosa che ogni cristiano è chiamato a fare: diventare un monaco.

«Oddio, Sale… in che senso?»

«Io volevo fare il medico… che vuol dire che devo diventare un monaco?»

«Io invece non so cosa voglio fare… però vorrei sposarmi, non di certo fare il monaco…»

patafiocca

Allora.

Quando dico che ogni cristiano deve diventare un monaco, non intendo che deve farsi la tonsura, indossare l’abito, e prendere i voti di castità, povertà e obbedienza.

Il “monachesimo” di cui parlo io non è una forma di consacrazione, ma uno stile di vita, un modo di essere e di stare nel mondo che riguarda tutti – preti, suore, laici, padri e madri di famiglia, single…

…come spiegava il teologo russo Sergej Bulgàkov (1871-1944):

Nell’anima di ciascuno di noi c’è la nostra cella recondita, nella quale bisogna pregare e lavorare a noi stessi.
Ogni cristiano in questo senso è un monaco, perché, ritirandosi in questa sua cella, vede in essa una vita diversa dal mondo.

(SERGEJ BULGAKOV, dagli appunti presi da Lev Zander dalla conferenza di Bulgakov «Asketizm v uslovijach studenčeskoj žizni»[L’ascetismo nelle condizioni di vita degli studenti] tenuta nel giugno 1924, in SERGEJ BULGAKOV, Lo spirituale della cultura, Lipa, Roma 2006, p.53)

(nota a pie’ pagina: il “monachesimo interiore” è un tema di cui si trovano tracce nella tradizione russa, a partire da Tichon di Zadonsk e poi, soprattutto, con Bucharev)

Diceva qualcosa di simile anche don Luigi Giussani (1922-2005):

La forma esemplare, suprema nella vita della Chiesa, la forma esemplare suprema dell’atteggiamento da avere – la forma, non la vocazione, ma la forma esemplare – secondo me è la clausura […].
Se uno quindi vive la clausura, va a prendere le pere, va a pulire le toilette, va a rassettare le coltri dei letti… dentro a tutto questo non c’è nessuna differenza da quando fa la comunione o da quando canta gli inni.
Se uno canta bene gli inni e poi non fa il resto, fa diversamente il resto, è un sentimentale: la sua è una pietà sentimentale.

(LUIGI GIUSSANI, L’attrattiva Gesù, BUR, Milano 1999, p.280)

Che vuol dire che la clausura deve essere la forma esemplare della vita di un cristiano?

Dobbiamo entrare tutti in un monastero di clausura?

No.

Non sto parlando di «cosa» dobbiamo fare nella vita, ma di un «modo di vivere».

Cos’è il monachesimo interiore di cui parla Bulgakov?

Cos’è la clausura di cui parla Giussani?

Si tratta di analogie.

I monaci di clausura, per pregare, si ritirano nella propria «cella» (cioè nella propria stanza) e lì, in silenzio, da soli, possono stare a tu per tu con Dio.

Allo stesso modo anch’io – a prescindere dal lavoro che faccio, e dal fatto che io sia sposato, fidanzato o single – posso fare la stessa cosa.

La mia «cella» però non è una stanza di monastero, ma il mio cuore.

In ogni momento, in ogni luogo, io ho la possibilità di «ritirarmi in me stesso», di «raccogliermi» per volgere la mia attenzione a Dio:

  • alla fermata dell’autobus
  • nella metropolitana
  • quando sono imbottigliato nel traffico
  • quando vado a fare la spesa
  • nei miei tragitti quotidiani
  • etc.

Ad esempio.

Non so se avete presente la pratica della preghiera del cuore.

La preghiera del cuore è una delle forme di preghiera più antiche (ne parlavano già i padri del deserto, tra il III e il IV secolo).

Consiste in questo:

  1. scegliere una preghiera molto breve
  2. recitarla mentalmente, durante le varie occupazioni della giornata
  3. usare il proprio respiro come “ritmo” di preghiera

Di solito, la preghiera del cuore più comune è quella dei Racconti di un pellegrino russo (un testo ascetico scritto fra il 1853 e il 1861), che recita: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore».

Però si può usare qualsiasi altra preghiera – il versetto di un salmo, un passaggio della Bibbia o del Vangelo, la frase di qualche santo, uno dei canoni di Taizé, una semplice invocazione del nome di Gesù.

Ad esempio:

  • «Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce» (Sal 125,1)
  • «Pietà di me, Signore, sono sfinito» (Sal 6,3)
  • «Dammi te stesso, mio Dio» (la versione estesa purtroppo non si può recitare con il ritmo della propria respirazione, a meno di non rimanere in apnea: «Dammi te stesso, mio Dio. Restituiscimi te stesso, io ti amo. Se così è poco, rendi più forte il mio amore. Non posso misurare per sapere quanto manca al mio amore perché basti a spingere la mia vita fra le tue braccia e a far sì che non mi volga in dietro finché non si rifugi al riparo del tuo volto. So questo soltanto: che tutto ciò che non è Te per me è male, non solo al di fuori di me, ma anche in me stesso; e ogni mia ricchezza, se non è il mio Dio, è miseria»; AGOSTINO D’IPPONA, Le Confessioni, libro XIII)
  • «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38)
  • «Gesù Cristo, non lasciare che la mia oscurità mi parli» (dal canone di Taize «Jésus le Christ, lumière intérieure»)
  • «Signore, fatti vivo!»

Domanda: quando posso fare queste preghiere?

Risposta: sempre.

In ogni momento in cui me ne ricordo.

Ogni occasione è buona.

(Senza diventare nevrotici o ossessivo/compulsivi, ché sennò – oltre alla preghiera – vi do il numero della mia ex psicoterapeuta)

Come diceva il religioso e teologo greco Nicodemo l’Agiorita (1749-1809):

Senza l’incessante ricordo del Signore e senza quella purezza dell’intelletto e del cuore da ogni male che da esso nasce, è impossibile dar frutto.

(dal «Prooemio» alla Filocalia; in NICODEMO L’AGIORITA, MACARIO DI CORINTO, «Filocalia, volume 1», Gribaudi, Milano 2020)

~

A chiusura di questo paragrafo, vorrei fare un’ultima considerazione.

Forse qualcuno starà pensando che questa modalità di preghiera sia anacronistica: «cioè, seriamente, le giaculatorie nel terzo millennio?».

O magari qualcuno penserà che gli esempî che ho fatto sopra, più che preghiere, sembrano i lamenti di una persona disperata: gridare a Dio, invocare di pietà, avere paura delle tenebre…

Ecco.

A costo di risultare antipatico.

La vera preghiera non è quella che si fa «in pantofole», nei ritagli di tempo…

La vera preghiera è quella per chiedere l’Essenziale, quella che «è questione di vita o di morte», quella che «Signore, o ti fai vivo oppure io faccio una brutta fine…».

Non a caso, nel suo romanzo biografico dedicato a Tommaso d’Aquino, lo scrittore ungherese Louis de Wohl (1903-1961) faceva dire all’Aquinate:

Non si assalgono a pancia piena le porte del Paradiso.

(LOUIS DE WOHL, La liberazione del gigante : il romanzo della vita di san Tommaso d’Aquino, BUR, Milano 2017, p.219)

E niente.

Scusatemi se quest’ultima cosa che ho detto può sembrare un po’ fastidiosa.

Ma, per citare nuovamente il Gius:

A chiusura di una conferenza, non molto tempo fa, mi sono rivolto al pubblico presente – in buona parte giovanile – dicendo: «Vi auguro di non stare mai tranquilli».
[…]
Coinciderebbe di fatto con una morte dello spirito il venir meno della provocazione che l’ideale per sua natura e funzione opera sul momento presente dell’individuo.

(LUIGI GIUSSANI, Il rischio educativo, BUR Rizzoli, Milano 2016, versione Kindle, 41%)

Conclusione

Non sono riuscito a inserire in questa pagina un passaggio bellissimo di Joseph Ratzinger.

È un po’ lungo, ma ve lo lascio qui a mo’ di conclusione:

Al termine del Sinodo dei vescovi dedicato al tema della famiglia, trovandoci a riflettere in un gruppo ristretto sui possibili temi del Sinodo successivo, la nostra attenzione fu richiamata dalle parole con le quali Gesù, all’inizio del Vangelo di Marco, riassume l’intero suo messaggio: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è giunto: convertitevi e credete al Vangelo».
Allora uno dei vescovi si fece pensierono e disse a proposito di tali parole: «Ho l’impressione che da tempo abbiamo addirittura dimezzato il messsaggio di Gesù qui riassunto».
Parliamo tanto facilmente di evangelizzazione e di lieta novella, per rendere il cristianesimo attraente agli uomini.
Ma quasi nessuno, a giudizio di quel vescovo, ha ancora il coraggio di proclamare il messaggio profetico: convertitevi!
Quasi nessuno osa più ripetere al nostro tempo questo invito elementare del Vangelo, con cui il Signore intende dirci che ognuno deve riconoscersi personalmente peccatore e colpevole, fare penitenza e divenire un altro.
E aggiunse: «L’odierna predicazione cristiana mi sembra la registrazione di una sinfonia, cui è stata tagliata la parte iniziale con il primo tema fondamentale, sicché tutta la sinfonia risulta amputata e il suo andamento incomprensibile».
Con queste parole il vescovo aveva effettivamente toccato un punto dolente dell’attuale situazione storico-culturale.
Il tema del peccato è uno dei temi su cui oggi regna un perfetto silenzio.
La predicazione religiosa cerca di evitarlo accuratamente.
Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento.
La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso.
Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante.
Ciò implica che le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi: quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma.
Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare.
L’uomo odierno non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà.
Al riguardo si potrebbero citare le parole dell’ebrea francese Simone Weil che una volta disse: «Facciamo l’esperienza del bene solo quando lo compiamo […]. Quando invece facciamo il male, non lo conosciamo, perché il male aborre la luce» (SIMONE WEIL, L’ombra e la grazia, Bompiani, Milano 2002).
Riconosciamo il bene solo se lo facciamo. Riconosciamo il male solo se lo evitiamo.
Così il tema del peccato è diventato un tema rimosso, ma dall’altro lato vediamo che esso è appunto solo rimosso, mentre in realtà è rimasto.
Indicativa al riguardo mi sembra l’aggressività sempre pronta a scattare che sperimentiamo in maniera crescente nella nostra società, la prontezza impaziente a denigrare l’altro, a riconoscerlo colpevole della propria sventura, a bollare d’infamia la società e a voler cambiare con la violenza il mondo.
[…]
E poiché l’uomo può sì rimuovere la verità ma non eliminarla ed egli si ammala per la verità rimossa, ecco allora che uno dei compiti dello Spirito Santo consiste nel convincere «il mondo quanto al peccato» (Gv 16,8). Non si tratta di guastare la vita agli uomini, di comprimerli con divieti e negazioni.
Si tratta semplicemente di guidarli alla verità e così guarirli.
L’uomo può divenire sano solo se diviene vero, se smette di rimuovere la verità e di calpestarla.

(JOSEPH RATZINGER, In principio Dio creò il cielo e la terra : riflessioni sulla creazione e il peccato, Lindau, Torino 2006, p. 85-88)

sale

(Inverno 2023-2024)

Fonti/approfondimenti

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