Come abbandonarsi a Dio nell’ora della prova?

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1 • Siamo tutti sulla stessa barca

Se questa pagina fosse stata un video di YouTube, avrei esordito dicendo qualcosa di molto scemo tipo:

«Come abbandonarsi a Dio nell’ora della prova?
Non ne ho idea!
Se qualcuno di voi lo sa, me lo scriva nei commenti!
Grazie… e alla prossima puntata!»

E poi sarebbe partita la musichetta dei titoli di coda Directed by ROBERT B. WEIDE:

Scemenze a parte.

Qui sul blog, mi è capitato più di una volta di parlare di “temi spinosi”:

Da un lato, ogni volta che mi avventuro in terreni come questi mi sento sempre un impostore.

Chi sono – io – per poter dire una parola su questioni così complesse?

sofferenza a che titolo ne parlo

Dall’altro lato, però, sento il desiderio – di tanto in tanto – di condividere due parole su temi come quello di oggi.

Facciamo a capirci.

Non sono “un esperto” di sofferenza: conosco persone che hanno sofferto molto molto mooolto più di me – di fronte alle quali sono un grasso porcellino.

Non sono “uno specialista” di aridità spirituale: ci sono state persone (anche santi!) che hanno vissuto anni e anni accompagnati da una costante sensazione di desolazione interiore – come se Dio non fosse mai esistito.

Non sono un santo: ci sono tanti amici e amiche di Dio – con una relazione viva e vivificante con Lui – che con un sorriso e poche parole potrebbero scaldarvi il cuore e darvi speranza… molto più della diarrea verbale che state per leggere qui sotto.

Perché allora mi ostino a parlare di queste cose sul blog?

Mah… se proprio dovessimo trovare un “valore aggiunto” a pagine come questa, vi direi giusto questo: non avendo paura di perdere la faccia (se qualcuno ha letto anche solo la metà delle pagine del blog, sa che ci sono i margini perché io possa essere assunto da Moira Orfei 🤡), non mi sento in imbarazzo a mostrare il mio lato «non instagrammabile» (*).

(*) (Senza fare “nudismo spirituale” però, ché comunque ho ancora un minimo di pudore… e non vorrei che qualche mio parente leggesse il blog e mi denunciasse al Sant’Uffizio)

Insomma.

Ciò che troverete in questa pagina non sono i «consigli dell’esperto», ma un «bollettino di guerra».

Pensieri, riflessioni… e una pacca sulla spalla da parte di una persona che «sta giocando la vostra stessa partita»

…e che – con voi – condivide le fatiche, i dubbi e il dolore di tutte le sederate date per terra.

2 • L’insofferenza nei confronti del dolore

Ci sono tante persone che ritengono che tutto il male presente nel mondo sia una prova lampante della non esistenza di Dio.

Come può esistere Dio in un mondo in cui ci sono così tante ingiustizie sociali:

  • c’è chi raccoglie pomodori sotto il sole, guadagna pochi euro l’ora, e la sera dorme in un container;
  • c’è chi viene licenziato a cinquant’anni perché è stata inventata una macchina che fa in trenta minuti il lavoro che lui faceva in otto ore;
  • c’è chi fruga nei cassonetti a cento metri da un negozio dove un paio di scarpe costa quanto lui spende di cibo in un anno.

Come può esistere Dio in un mondo in cui il dolore entra nelle case di tante persone senza bussare alla porta:

  • c’è un uomo che non è sposato da neanche tre anni, quando sua moglie scopre un tumore così aggressivo che dalla diagnosi al funerale non passano nemmeno tre mesi;
  • c’è un padre che porta suo figlio di sedici anni al pronto soccorso per un mal di testa, e nel giro di quarantotto ore lo vede morire di meningite;
  • c’è una madre che scopre che il suo unico figlio si è tolto la vita, dopo anni in cui aveva tenuto nascosti i “demoni” con cui conviveva.

Gli esempî che ho fatto sono casi “eclatanti”… ma ci sono mille altri modi in cui il dolore logora poco a poco le persone: chi arriva a cinquant’anni senza aver trovato qualcuno con cui condividere la vita; chi ha un figlio difficile e sta vivendo un calvario con le ribellioni e le scelte di vita di quest’ultimo…

lavoratore sfruttato

Noi uomini moderni crediamo di essere stati preceduti da generazioni e generazioni di ingenui, che non si sono mai interrogati seriamente sul perché ci sia così tanto dolore nel mondo.

Noi invece sì… e dall’alto della nostra obiettività (o del nostro cinismo?), abbiamo decretato che non può esistere un Dio se il mondo è permeato da così tanta sofferenza.

Dio è morto… anzi, non c’è mai stato.

E chi ancora crede a questa favoletta, dovrebbe crescere.

In realtà – nonostante continuiamo a raccontarci questa fregnaccia – l’umanità si è sempre interrogata sul dolore e sul male nel mondo in rapporto all’esistenza di Dio.

Tutte le riflessioni su questi argomenti prendono il nome di teodicea – parola di origine greca (da theos, θεός, Dio, e dike, δίκη, giustizia) che i teologi usano per indicare il tentativo di rispondere a una domanda molto complessa: come si conciliano l’esistenza di Dio e la sua bontà con la presenza del male nel mondo?

L’Antico Testamento è pieno di urla di dolore, richieste di chiarimenti a Dio per tutto il dolore patito – persino di ribellioni nei suoi confronti…

…ma il dolore e il male nel mondo non corrispondono necessariamente ad una negazione di Dio.

Ad esempio, nel primo capitolo del libro del profeta Abacuc, il profeta rivolge a Dio queste parole molto dure:

Tu dagli occhi così puri
che non puoi vedere il male
e non puoi guardare l’oppressione,
perché, vedendo i perfidi, taci,
mentre il malvagio ingoia chi è più giusto di lui?

(Libro del profeta Abacuc 1,13)

Oppure.

Il Salmo 88 è l’urlo di un uomo che grida a Dio – dal buio in cui si trova – in attesa di una risposta.

Il salmo si apre con un’invocazione disperata:

Signore, Dio della mia salvezza,
davanti a te grido giorno e notte.
Giunga fino a te la mia preghiera,
tendi l’orecchio al mio lamento.
Io sono colmo di sventure,
la mia vita è vicina alla tomba.
[…]
Mi hai gettato nella fossa profonda,
nelle tenebre e nell’ombra di morte.

(Salmo 88,2-4.7)

E come si chiude?

Nello stesso modo in cui si è aperto: nell’oscurità, nel silenzio.

Nessun lieto fine, nessuna consolazione.

Dio non risponde.

Le domande rimangono sospese nel vuoto…

…e il salmo si chiude così, senza che arrivi una risposta:

Perché, Signore, mi respingi, perché mi nascondi il tuo volto?
Sono infelice e morente dall’infanzia, sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori.
[…]
Hai allontanato da me amici e conoscenti, mi sono compagne solo le tenebre.

(Salmo 88,15-16.19)

L’ultimo esempio che vi propongo – forse il più celebre – è il libro di Giobbe.

Il libro di Giobbe è l’apoteosi di tutto questo: un uomo giusto e irreprensibile perde tutto senza aver fatto nulla di male.

Perde i propri beni…

Perde i figli…

Perde la salute…

…ma non per questo nega Dio.

Anzi.

Ha la sfrontatezza (o il coraggio?) di chiedere conto a Dio di tutto questo.

Per decine di capitoli.

Senza smettere.

In questi (ed altri) testi dell’Antico Testamento, il dolore, la sofferenza, il non-senso non sono un motivo sufficiente per negare l’esistenza di Dio.

Al contrario: sono una scossa, uno ceffone alla coscienza, una botta di defibrillatore che mette in dialogo l’autore del testo con Dio

…e anzi, paradossalmente, chi urla più forte per il dolore non smette di rivolgersi a Dio.

Tra l’altro, riflessioni come queste non sono neanche appannaggio del solo mondo giudeo-cristiano.

Prima ancora che il libro di Giobbe fosse stato scritto, esistevano già testi come:

  • il Dialogo del disperato con la sua anima (Egitto, ~2000 a.C.), un papiro egizio in cui un uomo stanco di vivere litiga con la propria anima, che cerca in tutti i modi di convincerlo a non mollare;
  • la Teodicea babilonese (~1000 a.C.), un poema acrostico scritto in forma di dialogo tra un uomo travolto dalle sventure e un amico che cerca di rispondergli. Il tema è identico a quello di Giobbe: perché i giusti soffrono e i malvagi prosperano?

Perché vi sto attaccando questa pippa con questa carrellata di testi antichi?

Perché solo noi moderni, emancipati, evoluti, progrediti (e rincoglioniti) uomini del terzo millennio siamo riusciti a pensare: «Sto soffrendo, dunque Dio non può esistere».

Siamo diventati talmente insofferenti e capricciosi nei confronti del dolore (vedi quello che dicevo nella pagina del blog sull’algofobia) da pensare che la sofferenza sia incompatibile con Dio.

Come se gli esseri umani di tutte le epoche precedenti non avessero mai notato che il mondo – a volte – “fa proprio schifo” e la vita – a volte – ci chiede di ingoiare bocconi veramente amari e sembra proprio “una merda”.

Come se gli uomini del passato fossero stati troppo ottusi per accorgersene.

E a proposito di uomini ottusi del passato…

…uno di loro, duemila anni fa, ha smontato una delle risposte più comode che gli esseri umani si sono sempre dati per spiegare l’esistenza del dolore.

Si chiamava Gesù.

Nei Vangeli, Gesù si è scontrato più volte con un’idea molto diffusa nel tempo in cui viveva (e non solo allora): la cosiddetta giustizia retributiva, secondo la quale Dio premierebbe le persone buone – concedendo loro salute e ricchezza, e punirebbe le persone cattive – infliggendo loro malattie e sfighe varie.

Ebbene.

Gesù ha smontato più volte questa lettura della storia – con le parabole, con i miracoli, con la sua stessa vita.

Gesù ha inserito il dolore, il male, il silenzio di Dio in un disegno molto più grande, non sempre immediatamente comprensibile.

Un disegno spesso misterioso.

Un disegno che richiede pazienza per essere decodificato – una pazienza tale che a volte non basta una vita per capire il senso di una croce che abbiamo sopportato per anni.

Noi uomini moderni invece siamo capricciosi: o qualcuno scende al nostro livello a spiegarci SUBITO il perché di OGNI cosa che turba la nostra esistenza – un semaforo rosso, una multa, un licenziamento, una relazione finita male, un lutto, un tumore – oppure battiamo il piede per terra indispettiti e decretiamo che Dio non esiste…

…e in tutto questo, continuiamo a raccontarci la storiella per cui gli uomini del passato erano degli ingenui creduloni.

Ma non sarà invece che – almeno su questo aspetto – erano più saggi di noi?

Sicuramente noi abbiamo fatto passi da gigante nella medicina, nell’ingegneria, nell’informatica, nell’esplorazione spaziale e nel progresso scientifico in generale…

…ma forse loro avevano qualcosa che noi abbiamo perso: l’umiltà (*) di ammettere che – se Dio esiste – fooorse la sua logica non è tenuta a stare dentro i nostri schemi.

(*) (pur con tutte le ribellioni e le arrabbiature, ci mancherebbe…)

Fooorse i Suoi disegni sorpassano la nostra capacità di comprendere la realtà.

Probabilmente – e dico probabilmente – non siamo noi il metro di misura dell’universo.

Come ha scritto don Divo Barsotti (1914–2006):

Come può l’uomo pretendere di capire ciò che lo sorpassa infinitamente?
[…] Se Dio è Dio, l’uomo deve credere in lui, abbandonarsi a lui.
[…] A suo tempo Dio risponderà.

(DIVO BARSOTTI, Meditazione sul libro di Giobbe, Queriniana, Brescia 2001, p.9)

3 • Saper interpretare i fatti della vita

A scanso di equivoci, ripeto quello che già dicevo nel primo paragrafo: non voglio fare la predica a nessuno!

Siamo tutti sulla stessa barca!

Anzi, io per primo, quando le cose non vanno come vorrei, ho la pessima abitudine di pensare male di Dio e di maledirlo.

Tante volte mi sono sentito “tradito” da Lui.

L’ho messo sotto accusa.

Gli ho chiesto una giustificazione firmata per “essersi permesso” di farmi soffrire (anche solo pochissimo).

Le prime volte che mi capitava di arrabbiarmi con Dio, mi sentivo molto in colpa (ero ancora convinto che fosse necessario fingere di essere un «bravo bambino» anche con Lui).

Poi, cammin facendo, ho capito che – almeno con Dio – non c’è bisogno di indossare una maschera per salvare la faccia.

Almeno con Dio, posso essere me stesso (*).

(*) (cioè una merdina puzzolente e ingrata, che si lamenta ogni volta che prende un semaforo rosso – figurarsi poi quando arrivano le croci più serie)

Ora.

Forse qualcuno di voi – arrivato a leggere fin qui – starà pensando qualcosa tipo:

  • «Ma scusa, Sale, ma quindi cosa dovremmo fare?»
  • «Sforzarci di continuare a pensare che Dio sia buono, anche se la vita è una merda?»
  • «Ignorare la realtà, e unire i puntini in modo creativo, ai limiti del complottismo, per “salvare la faccia” di Dio?»
sale triplo kaioken super saiyan god ultra istinto

No.

Non si tratta di impuntarsi o fare voli pindarici.

A volte, i bocconi che la vita ci chiede di mandare giù sono molto amari.

Quello che voglio dire però è questo.

Ogni croce, ogni dolore, ogni sofferenza, ogni lutto, ogni malattia è un fatto.

Nudo e crudo.

Però quel fatto – che è oggettivo, è univoco – può essere interpretato in modi molto diversi l’uno dall’altro:

  • un liquido amaro è un fatto… ma è veleno, o è una medicina?
  • un uomo che piange è un fatto… ma le lacrime di un lutto e quelle di un padre che vede nascere suo figlio non sono la stessa cosa;
  • un libro difficile da capire è un fatto… ma c’è da chiedersi se è scritto male, o se sei tu che non hai ancora gli strumenti per leggerlo, e magari il libro è Delitto e Castigo di Dostoevskij;
  • (per usare l’esempio che Lewis fa in «Diario di un dolore») un coltello che taglia la pelle è un fatto… ma c’è una bella differenza tra la lama di un assassino e il bisturi di un chirurgo.

Nella Bibbia (soprattutto nei libri sapienziali) ricorre spesso il contrasto tra lo stolto e il sapiente.

Qual è la differenza tra i due?

A nessuno dei due è risparmiata la fatica, il dolore o l’ingiustizia: entrambi prendono semafori rossi, acciaccano cacche di cane, si ammalano, perdono il lavoro, piangono i propri morti.

La differenza non sta nelle “sfighe” che gli capitano.

La differenza sta nel modo in cui interpretano la realtà.

Lo stolto si ferma ad una interpretazione dei fatti superficiale, epidermica, “di pancia”, basata su una reazione istintiva.

Il sapiente invece sa che ogni fatto ha più di una faccia, e si chiede quale di esse sta guardando.

Lo stolto vede arrivare la croce e dice: «Cosa ho fatto di male per meritarmela?».

Il sapiente si chiede: «Qual è il senso? A cosa mi conduce questo dolore? Quale strada sta dischiudendo?».

Lo stolto – di fronte al silenzio di Dio – decreta che non c’è nessuno dall’altra parte.

Il sapiente – nello stesso identico silenzio – scorge una Presenza.

Nella lettera ad una sua figlia spirituale, Pio da Pietrelcina (1887-1968) scriveva queste righe:

Confortatevi poi, mia brava signora, confortatevi poiché la mano del Signore a sorreggervi non si è abbreviata.
Oh sì, egli è il Padre di tutti, ma in modo singolarissimo egli lo è per gli infelici ed in modo assai più singolare lo è per voi che siete vedova-madre.
Sbandite dal vostro spirito quelle tristi nubi che il maligno spirito vi va sempre più addensando per potervi gittare, se fosse possibile, in braccia alla disperazione. Il Padre celeste vuol rassomigliarvi al suo divin Figliuolo nelle angosce del deserto, nell’erta del Calvario.
Vi sia questa assicurazione di dolce e soave conforto in mezzo a tutte le umiliazioni, alle quali siete stata fatta degna, senza alcun vostro merito e vi sia sempre come di sprone a non mai soffermarvi nelle vie del Signore.

(PIO DA PIETRELCINA, da una lettera a Maria Zicàri, 12 febbraio 1915, in PIO DA PIETRELCINA, Epistolario (3) : Corrispondenza con le figlie spirituali (1915-1923), Voce di Padre Pio, San Giovanni Rotondo (FG) 1980, p.129)

La sofferenza di Maria Zicàri è un fatto.

Padre Pio non la nega né sminuisce in alcun modo…

…il santo però offre un’interpretazione, una chiave di lettura differente.

Il principio di causa-effetto (tanto caro ai deterministi e ai materialisti) ci spinge a chiederci le cause di un fatto, a cercare «il colpevole».

Il principio di finalità invece ci spinge a chiederci dove quel fatto ci conduce – qual è il suo scopo, cosa sta costruendo, dove vuole portarci.

La domanda – come scrivevo sopra – non è più «perché mi è capitata questa croce?», ma «a che cosa mi serve? Dove mi sta conducendo?».

O per dirla con le parole di don Fabio Rosini (classe ’61):

Non può essere che tu nella vita accetti solo ciò che capisci, perché la vita ti deve dire molte cose che non capisci subito. Devi accoglierle. […]
Tutto questo si applica nella Beata Vergine Maria. In un passaggio del Vangelo c’è scritto che Maria non capiva quello che succedeva, ma «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (cfr. Luca 2,19).
Non può essere che le cose che non capisci le butti via.
No, le cose che non capisci, tièttele dentro!
Verrà il tempo che le capirai! Ci vuole il tempo!

[…] Non è che tu sei stupido, è che la verità deve arrivare a te piano piano!
Piano piano si devono sbloccare certe cose, si devono aprire certe porte nel cervello e certi lucchetti!

(FABIO ROSINI, dalla catechesi «Con Maria in ascolto del dolore», tenuta mercoledì 22 Maggio 2024 nella Parrocchia Santuario di Santa Maria delle Grazie al Trionfale, Roma)

Come si arriva a questa sapienza?

Come si accoglie una parola come questa?

Eh.

Bella domanda.

La state ponendo alla persona sbagliata.

Come accennavo sopra, io sono il primo a far fatica a mettere in pratica queste parole – che non sono farina del mio sacco, ma che mi limito a riportarvi dopo averle sentite da persone molto più sagge di me.

Quello che mi sentirei di dire però è questo: questa parola si accoglie gradualmente, progressivamente, in modo sempre più totalizzante nella misura in cui si entra in relazione con Dio.

Questa parola non è «una filosofia di vita».

Non è «una regoletta da mettere in pratica».

È la conseguenza del fatto che – nel tempo – se si fa esperienza del fatto che Dio è REALMENTE il Signore della storia, lo sguardo sulla realtà inizia a cambiare.

Vi faccio un esempio terra terra.

Come saprà chi ha ascoltato l’episodio zero di «Osteria der Vaticano», durante il mio secondo anno di liceo, ho avuto un professore di lettere ateo e anticlericale, che passava metà delle sue lezioni a dire che Gesù non è mai esistito, che il cristianesimo se l’è inventato Paolo di Tarso, che la Chiesa cattolica è l’origine e la causa di ogni male sulla faccia della terra, che il Vaticano è un covo di mafiosi, che se vendessimo l’anello d’oro del Papa potremmo sfamare il Congo, e amenità simili.

Durante tutto l’anno scolastico, ogni volta che c’era un’ora di lezione con lui, avevo paura che il professore potesse insinuarmi sospetti, farmi venire dubbi, mettere in crisi la mia fede.

Ogni lezione era una nuova stilettata.

Me le vivevo malissimo.

E anche negli anni successivi di liceo – nonostante quel professore fosse stato spostato in un’altra classe – ho pensato tante volte che avesse lasciato un segno indelebile nella mia vita – come una macchina a cui è stato fatto un graffio con una chiave su uno sportello.

Nonostante non avessi più lezioni con quel professore, le ferite che avevo ricevuto continuavano a sanguinare: quel tarlo che mi aveva lasciato stava scavando sempre più in profondità, e sentivo che le fondamenta della mia fede erano in pericolo…

Ora.

Secondo voi, come stavo interpretando quei fatti – nel mentre che accadevano?

Ovviamente, in cuor mio, maledicevo di avere avuto un professore del genere:

  • «Perché i miei amici hanno professori di lettere normali che spiegano Dante, Manzoni o Leopardi… e io invece mi sono ritrovato il mangiapreti ideologico?»
  • «Proprio a me doveva toccare questo pezzo di fango?»
  • «Ma che ho fatto di male per meritarmelo?»

Chi me lo doveva dire – dieci anni dopo – che dalle lezioni di un professore fazioso ed ideologico come quello, e dai dubbi e le inquietudini che ne sono scaturiti, sarebbe nato Salesalato?

Chi me lo doveva dire che la persona che ho maledetto di più in quegli anni ha contribuito più di tutte a farmi diventare l’uomo che sono oggi?

Chi me lo doveva dire che da quelle ferite sanguinanti si sarebbero potute dissetare delle persone, attraverso il blog, il podcast o gli incontri che faccio dal vivo?

Se quel professore non ci fosse stato, io probabilmente sarei scivolato verso l’agnosticismo in modo pacifico e indolore…

…e invece quelle provocazioni mi hanno costretto a fare i conti con la mia fede sul serio – non da credente pigro e abitudinario, ma come uno che è in debito di ossigeno.

…invece quel professore – involontariamente, suo malgrado (e probabilmente con suo grande rodimento di culo) – mi ha fatto fare quello che non avrei mai fatto da solo: andare a cercare le risposte.

…invece quell’anno di lezioni ha trasformato una fede “ereditata” – comoda, petalosa, mai messa alla prova – in qualcosa che dovevo difendere, e quindi conoscere davvero.

Oh, intendiamoci.

Non vi racconto questa storia per ergermi ad esempio di virtù.

Per UN SINGOLO esempio del genere che mi è capitato nella vita – e di cui ora ringrazio Dio – ce ne sono altri 70-80 di cui ancora penso: «Signore, perché a me?».

Pero ecco.

Piano piano.

Da una goccia, spero che Dio faccia breccia in tante altre ferite della mia vita.

4 • Abbandonarsi nelle mani di Dio

Torniamo mezzo secondo all’esempio del professore di lettere ateo e anticlericale.

Secondo voi, io – a quindici anni – potevo mai unire i puntini in modo così creativo da immaginarmi che quel professore sarebbe stato la causa scatenante di Salesalato?

Ma quando mai!

Che ci potevo capire?

A quell’età, io avevo solo tre certezze:

  1. che i fumetti sono la cosa più bella che esiste sulla faccia della terra;
  2. che un computer fisso da gaming è la miglior console che si possa desiderare (e che l’eterna sfida tra Playstation e Xbox – paragonata ad un computer con una buona GPU – è un po’ come vedere Albinoleffe-Pergolettese dopo che hai visto una partita di Champions League);
nonna olga

Insomma, figuratevi se poteva venirmi in mente che quel professore sarebbe stato l’origine dell’esistenza del blog, del podcast, e di tutto ciò che ne è seguito.

Potevo mai arrivarci con i miei ragionamenti?

No.

Bene, se le cose stanno così, la domanda sorge spontanea: chissà…

  • in quanti altri vicoli ciechi della mia vita…
  • in quanti altri punti interrogativi rimasti appesi e situazioni che non capisco…
  • in quante altre ferite ancora aperte ed eventi dolorosi apparentemente inspiegabili che mi sono capitati…

Dio ha ancora da dirmi qualcosa.

E cosa devo fare io per capire cosa Dio vuole dirmi?

Mi devo sforzare di provare a capire un po’ meglio?

Devo unire i puntini in un modo un po’ più creativo?

Devo “studiare” un po’ di più?

No.

Devo stare fermo.

Devo smettere di iper-analizzare le cose che mi capitano (anche perché, nove volte su dieci lo faccio in modo ansiato e/o senza fiducia in Dio).

A volte – anzi, molto spesso – il pensiero di voler capire tutto-e-subito è una tentazione… o, nel migliore dei casi, una fantasia irrealizzabile.

Non si tratta di «arrendersi»… ma di fare un atto di fede nei confronti dell’esistenza della Provvidenza.

Non si tratta di «fare finta che vada tutto bene»… ma di riconoscere che certi nodi non si sciolgono a forza di tirarli.

Non si tratta di «ignorare il dolore»… ma di accettare che alcune domande hanno una risposta che arriva mooolto tempo dopo – o non arriva affatto.

In sintesi: si tratta di fare un atto di abbandono in Dio.

Riprendendo nuovamente le parole di don Divo, che commentava il libro di Giobbe:

Finché non si rimette interamente a Dio, tutto per Giobbe è problema, anzi, scandalo, impossibilità di sottrarsi al male, fino a giungere quasi al rifiuto di Dio, alla bestemmia, perché non sa accettare questa sproporzione.
[…]
Dio è creatore, Dio è Provvidenza; il rapporto con lui non può essere altro che di puro abbandono.
Proprio quando l’agire di Dio rimane in certo modo incomprensibile, all’uomo non rimane altro che accettare, ma accettare non con triste rassegnazione.
La rassegnazione non è una virtù; essa dice che non si crede nella divina Provvidenza
.
Se tu credi all’amore, forse che ti ‘rassegni’ ad essere amato?
Ecco, il libro di Giobbe insegna a rimettersi a Dio nell’umiltà, ma anche nella sicurezza di essere amati.
[…]
Il Signore gli risponde: «Tu capirai qualche cosa se starai in silenzio, se cesserai di parlare».
Per capire il modo di agire di Dio, dobbiamo dire: non ci capisco nulla, ma so che tu sei Dio, e per questo mi rimetto a te. Ed è quello che fa Giobbe al termine del libro.
In noi c’è troppo orgoglio, per questo ci dibattiamo come un uccello in gabbia, cercando di capire quello che, in tal modo, non capiremo mai.

(DIVO BARSOTTI, Meditazione sul libro di Giobbe, Queriniana, Brescia 2001, p.37-38)

Poche righe dopo, don Divo fa un esempio forse un po’ banale, ma molto calzante (ve lo parafraso, senza citare parola per parola): pensate ad un bambino piccolo con sua mamma.

Un bambino di due/tre/quattro anni può mai capire perché la mamma gli cambia il pannolino, o lo porta a fare un vaccino, o lo lascia al nido e se ne va, o gli mette il cappotto quando lui vuole uscire in maglietta, o gli spegne la luce quando è ora di andare a dormire, o gli toglie di mano le forbici con cui stava giocando spensierato, o lo obbliga a mangiare qualcosa che lui non vuole (*).

(*) (Quest’ultimo punto, a me, è stato risparmiato con le verdure… e dunque ora, alla veneranda età di 35 anni, sono molto felice non introdurre nella mia bocca quelle offese a Dio che sono le zucchine, le melanzane e – la Madonna me ne scampi – i broccoli!)

Come potrebbe capirlo?

Non è stupido… è semplicemente un bambino!

Eppure quel bambino – anche se non capisce – si fida… o almeno, obbedisce obtorto collo

…in ogni caso: sa che quella donna è sua mamma.

E quella certezza è più grande di qualsiasi spiegazione razionale.

Il traguardo della vita spirituale non è «capire tutto»; è arrivare ad avere con Dio lo stesso rapporto che ha un bambino piccolo con sua mamma.

Che sembra una cosa semplice… ma in realtà è la cosa più difficile.

A tal proposito.

Non so se conoscete il sacerdote e terziario francescano don Dolindo Ruotolo (1882-1970).

Probabilmente avrete sentito nominare il suo «atto di abbandono a Gesù»: nel corso di una serie di rivelazioni private, don Dolindo ha scritto questa preghiera in cui Cristo stesso parla alle anime e le invita a smettere di agitarsi, di voler capire tutto, di pretendere di gestire ogni cosa… e a fidarsi ciecamente di Lui.

Ora.

Io in realtà, più che suggerirvi la lettura di quel testo tutto insieme – che è molto denso e può risultare difficilmente fruibile – vi direi di pregare la novena dell’abbandono, dello stesso don Dolindo.

Si tratta di una novena (appunto), nella quale alcuni frammenti del testo che ho nominato qui sopra sono stati scanditi in nove giorni di preghiera.

È una preghiera molto breve (ci vogliono meno di cinque minuti per farla)…

…però penso che sia un aiuto molto valido per stare “ammollo” – ogni giorno, per nove giorni – in alcune delle cose che ci siamo detti qui sopra.

5 • Dio vuole forse umiliarci?

Nella parte di mondo in cui vivo, siamo un po’ tutti figli di René Descartes (1596-1650)…

Di Francis Bacon (1561-1626)…

Dell’illuminismo in generale…

Di un modo di pensare secondo il quale la ragione è lo strumento più potente che abbiamo a disposizione, e che tutto – TUTTO! – può e anzi DEVE essere analizzato, scomposto, spiegato, vivisezionato.

Ora.

Se mi conoscete un pochino, sapete quanto io insista sul fatto che i cristiani devono mettere in moto i neuroni, studiare, non lasciarsi spaventare dalla cultura, conoscerla, saperla abitare, saperla (quando serve) confutare, avere le spalle larghe e le radici profonde per saper combattere le ideologie e tutto ciò che finisce in -ismo (dal fascismo al comunismo, dal consumismo al femminismo, dal sincretismo al meteorismo).

Detto questo, il problema del contesto culturale in cui viviamo è che spesso la ragione non viene semplicemente utilizzata: viene idolatrata.

Viene cioè trattata come se fosse l’unica chiave che apre tutte le porte.

O per dirla con le parole di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) (avevo già citato questa frase, ma repetita iuvant):

Ciò che chiamiamo mondo intellettuale si divide in due categorie di persone: quelle che venerano l’intelletto e quelle che lo usano.
Esistono delle eccezioni, ma in linea di massima queste due categorie non coincidono mai.
Coloro che usano l’intelletto non lo venerano perché lo conoscono troppo bene.
Coloro che lo venerano non se ne servono, come appare evidente dai discorsi che fanno quando ne parlano.

(GILBERT KEITH CHESTERTON, La mia fede, Lindau, Torino 2020, versione Kindle, 18%)

Che significa questa frase?

Che significa «venerare» l’intelletto anziché utilizzarlo – nel discorso che stiamo facendo?

Significa pretendere che Dio si adegui alle mie aspettative.

Significa esigere da Lui che risponda alle MIE domande, secondo i MIEI tempi e i MIEI modi.

Significa pensare che «se non capisco una cosa, allora non ha senso… e se non ha senso, è una cosa cattiva».

Significa pretendere di mettere Dio sotto il microscopio – per vivisezionare la Sua logica e per ricevere una spiegazione firmata e timbrata di ogni cosa che non mi torna.

Come ha scritto don Divo:

È Dio che giudica l’uomo, l’uomo non potrà mai giudicare il suo Signore.
[…]
Coloro che non hanno una fede viva, vogliono sottoporre tutto alla razionalità.
Ed è per questo che il cristianesimo trova tante difficoltà ad essere accettato, anche in Europa, anche dagli uomini di studio che non sanno rinunziare a voler essere giudici delle cose.
Da ciò deriva l’assoluta mancanza del senso del mistero e un attaccamento ai proprî criteri; abbandonato il Dio vivo della Sacra Scrittura, non rimane che costruirsi un ‘dio’ a propria immagine e somiglianza.
Non si può più allora parlare né di fede, né di adorazione.

(DIVO BARSOTTI, Meditazione sul libro di Giobbe, Queriniana, Brescia 2001, p.75)

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere:

  • «Ma scusa, Sale, Giobbe non voleva “capire tutto”… semplicemente, ha chiesto a Dio la ragione delle sue sofferenze…»
  • «…sofferenze che – tra l’altro – sono una carrellata di sfighe una peggio dell’altra: perde i buoi, gli asini, le pecore, i cammelli; i servi vengono massacrati; i figli muoiono tutti insieme quando il tetto della casa crolla su di loro durante un banchetto; e per finire, viene colpito da una piaga che gli ricopre il corpo di ulcere dalla testa ai piedi…»
  • «Vista così, sembra quasi che Dio voglia umiliare Giobbe… e che l’unica risposta al non-senso di tutto il male nella sua vita sia di stare zitto e abbassare la testa…»
  • «Cioè, sarebbe questa la soluzione? Sulla carta diciamo di essere “figli di Dio”… ma poi di fatto ci comportiamo come gli internati di un gulag, o come una donna che non fa nulla quando il marito le mette le mani addosso, e sta lì con lo sguardo basso, pensando magari di “meritarsi quelle botte”

No, Dio non vuole umiliarci.

Non secondo questa accezione, almeno.

Vedete.

Nel lontano 2021 – nella mia ingenuità – avevo scritto una pagina del blog sull’umiltà.

Rispetto a quando l’ho scritta, nel frattempo sono passati altri cinque anni…

…anni nei quali non sono mancate le fatiche, i momenti di incomprensione, le lacrime, le delusioni, le cadute, le arrabbiature con Dio (*).

gara a chi soffre di piu

In questi cinque anni ho capito un po’ meglio una frase che avevo scritto in quella paginetta, citando papa Francesco (1936-2025):

L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità. […] La santità che Dio dona alla sua Chiesa viene mediante l’umiliazione del suo Figlio: questa è la via.
[…]
Non dico che l’umiliazione sia qualcosa di gradevole, perché questo sarebbe masochismo, ma che si tratta di una via per imitare Gesù e crescere nell’unione con lui. Questo non è comprensibile sul piano naturale e il mondo ridicolizza una simile proposta. È una grazia che abbiamo bisogno di supplicare: “Signore, quando vengono le umiliazioni, aiutami a sentire che mi trovo dietro di te, sulla tua via”.
Tale atteggiamento presuppone un cuore pacificato da Cristo, libero da quell’aggressività che scaturisce da un io troppo grande.

(PAPA FRANCESCO, esortazione apostolica Gaudete et exultate, n.118.120-121)

Noi moderni abbiamo un bias per cui, quando leggiamo la parola «umiliazione», pensiamo subito a qualcosa di negativo.

«Umiliazione» per noi è sinonimo di sopruso, di violenza, di prevaricazione, di qualcuno che vuole appoggiarmi le palle sulla testa per il solo gusto di farlo.

Questo – almeno in parte – è dovuto al fatto che siamo sempre più disabituati a soffrire.

Viviamo in un’epoca di agi e “di bambagia” che l’umanità non ha mai visto: abbiamo l’acqua calda in casa, il riscaldamento d’inverno, l’aria condizionata d’estate, gli analgesici, Deliveroo che ci porta la pokè a casa senza che noi ci alziamo dal divano, Amazon con cui possiamo fare shopping seduti comodi sulla tazza del cesso, l’intelligenza artificiale che fa due terzi del nostro lavoro al posto nostro, etc.

Il dolore – anche quando è piccolo e banale – ci trova sempre meno equipaggiati per affrontarlo.

Sempre meno capaci di starci dentro.

E così, quando arriva qualcosa che fa male o che ci mette davanti ai nostri limiti, la reazione istintiva è: «Questo non va affatto bene… qualcuno dovrà risponderne!».

Invece – come ribadisce il papa – le umiliazioni a volte, di tanto in tanto, saltuariamente, sovente, hanno anche un valore pedagogico (vedasi quello che scrivevo in questa pagina a proposito delle sculacciate di nonna Olga).

Valore che forse, magari, può-essere-che noi sul momento non riusciamo a scorgere…

…però, e qui ritorna la provocazione, è possibile che le umiliazioni non siano necessariamente un “sopruso celeste”?

Le umiliazioni a volte – per riprendere l’analogia del paragrafo precedente – sono come il bisturi del chirurgo: fanno male (magari anche tanto!)… ma mi stanno guarendo da qualcosa di molto insidioso:

  • dalla superbia
  • dalla filautia
  • dal credermi «stoc🍆zzo»
  • dalla vanagloria
  • dall’arroganza
  • dall’orgoglio

La medicina, ovviamente, non è l’umiliazione in sé.

Non è la disperazione o la rassegnazione.

Ma è la serenità di ammettere da un lato

  • che sono poca cosa;
  • che da solo non ce la faccio;
  • che non sta scritto da nessuna parte che io debba capire tutto ciò che mi accade, o avere tutto sotto controllo;
  • che non sono il centro dell’universo, per quanto il mio cervello faccia di tutto per convincermi del contrario;
  • che la mia capacità di capire le cose ha un limite… e che quel limite è mooolto più basso di quanto io pensi;
  • che ci sono domande alle quali non avrò risposta in questa vita… e che imparare a conviverci non è un segno di debolezza, ma di maturità;

…ma, dall’altro lato

  • che la storia non è in mano a un caos cieco, ma ad un Padre buono;
  • che ogni croce – anche se non capisco o se sembra insensata – è nelle Sue mani prima ancora che nelle mie;
  • che quando Dio tace non sono stato abbandonato, ma Lui è presente silenziosamente, come una mamma che tiene in braccio un figlio che piange, senza dire una parola;
  • che la Provvidenza esiste e provvede veramente.

Mi ricordo che una volta, in un periodo della vita in cui ero andato un po’ in pezzi (sarà stato il 2023 o giù di lì) avevo detto alla mia psicoterapeuta:

«Mi sembra di stare su una nave nel mare in tempesta.
Dopo tutto quello che è successo però, non mi interessa più sapere in che direzione sta andando…
…però vorrei sapere che c’è Qualcuno che sta conducendo questa nave.
Questo mi darebbe una pace enorme»

Ecco.

Al termine del libro, Giobbe fa questa esperienza con Dio.

Dio lo rimette “dolcemente” al suo posto, ma non gli dà alcuna spiegazione di ciò che è accaduto.

Giobbe però dice serenamente:

Io ti conoscevo solo per sentito dire,
ma ora i miei occhi ti hanno veduto.
Perciò mi ricredo e mi pento
sopra polvere e cenere

(Giobbe 42,5-6)

Non scopre i piani di Dio.

Non sa ancora quali frutti raccoglierà dalle croci che ha vissuto e che sta vivendo.

Però ha scoperto – anche se il mare è in tempesta – che c’è Qualcuno che guida la nave.

E questo è sufficiente per dargli una pace enorme:

Nel suo abbandono a Dio egli trova ora la sua pace, la sua serenità; trova, direi, anche la sua gioia. Ora che lo ha conosciuto, Dio non è più per lui un nemico che lo strazia; non è più nemmeno un estraneo. È un Dio che in quel che esige dall’uomo non vuole altro che il bene dell’uomo.

(DIVO BARSOTTI, Meditazione sul libro di Giobbe, Queriniana, Brescia 2001, p.103)

Conclusione

Qualcuno potrebbe obiettare che in questa pagina del blog io stia invitando il lettore ad arrendersi di fronte alle ingiustizie della vita.

A piegare il collo.

Ad “accettare la supposta”.

Non è così.

Purtroppo, su un tema così delicato e personale i discorsi teorici e le chiacchiere servono a molto poco.

Anzi, a volte sono controproducenti (come quelli che fanno gli amici di Giobbe).

Il cristianesimo non entra nel cuore delle persone con un ragionamento ben confezionato… o leggendo la pagina a fumetti di un blog…

…entra, piuttosto, dall’esperienza di vita.

Dall’incontrare Dio vis-à-vis, e non “per sentito dire”.

Vi faccio un ultimo esempio (poi giuro che taccio).

Don Divo, nel libro, scrive che:

Dio si rivela soprattutto nell’amore e nel dolore, che sono le due espressioni più universali della vita.

(DIVO BARSOTTI, Meditazione sul libro di Giobbe, Queriniana, Brescia 2001, p.18)

Una frase del genere non può essere dimostrata in alcun modo…

…però si può fare esperienza della sua verità scoprendo che, sì, Dio si rivela anche nel dolore (*).

(*) (Leggetevi «Quando Dio usa la carta vetrata» di Barbara Ughetti… o «Una persona intorno» di Stefano e Simonetta Giordani… o «Cinque pani e due pesci» del cardinale Van Thuan… o «Diario di un dolore» di Clive Staples Lewis…)

E non per questo cessa di amarci teneramente e visceralmente.

Questa non è una “verità filosofica” da accogliere, ma un’esperienza che auguro a tutti di fare – e di rifare – nella vita.

sale

(Estate 2026)

Fonti/approfondimenti

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