La sindrome del “bravo bambino” ed altre forme di soffocamento della crescita spirituale

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1 • Abusi spirituali e contro-ingiunzioni di copione

Su questo blog sentirete sempre parlare bene della psicologia e della psicoterapia.

abusi spirituali

Come ho già raccontato in altre occasioni qui sul blog, io ho tratto grande beneficio dal mio percorso di psicoterapia.

Se c’è qualcuno di voi che ancora è indeciso se iniziare o meno un percorso, e sta ancora aspettando che Dio gli mandi un segno celeste… questo è il segno!

Muovi il sedere, e fatti aiutare!

Hop! Hop! Hop!

Se è vero che un percorso di psicoterapia non sostituisce la direzione spirituale…

…è altrettanto (e drammaticamente) vero che la direzione spirituale non sostituisce un percorso di psicoterapia.

Se un prete gioca a fare lo psicologo, nove volte su dieci non aiuta a fare discernimento, ma finisce solo per mettere in atto abusi spirituali (per una carrellata di esempî tratti da storie vere, vi rimando a quest’altra pagina del blog).

E come fa a mettere in atto abusi spirituali?

Molto semplicemente: andando a far leva sulle nostre contro-ingiunzioni di copione.

Cheee?

Le contro-ingiunzioni di copione – conosciute anche come spinte – sono tutte quelle “voci interiori” che ci comandano cosa dobbiamo fare per stare «a posto con la coscienza».

Ognuno di noi ha questo tipo di “voci” tra i propri pensieri – ereditate dalla famiglia, dalla scuola, dal contesto culturale in cui è cresciuto, etc.

Voci che dicono cose tipo:

  • «Non lamentarti mai!»
  • «Non chiedere mai aiuto a nessuno!»
  • «Sii perfetto!»
  • «Non mostrarti debole!»
  • «Compiaci sempre gli altri!»
  • «Datti una mossa!»
  • etc.

Ogni spinta ha una causa diversa… ma la radice di ciascuna è sempre la stessa: «Io valgo solo se…».

«Valgo solo se…»

  • «…non deludo mai nessuno!»
  • «…sono impeccabile in tutto!»
  • «…non ho bisogno di nessuno!»
  • «…riesco sempre a cavarmela da solo!»

Le spinte non riguardano solo i cristiani.

Sono “voci” che – in misura maggiore o minore – abbiamo tutti nella testa.

Chi non crede in Dio, lega queste voci a un “dover essere” che nasce dal proprio senso di giustizia… dai valori in cui crede… da un’idea di correttezza che sente di dover incarnare… da quello che in Analisi Transazionale è chiamato «Genitore Negativo» (non troppo diverso dal Super Io teorizzato da Sigmund Freud)…

chi invece crede in Dio, molto spesso rischia di confondere queste voci interiori con la voce di Dio stesso, e di scambiare il senso di colpa con la propria coscienza, la paura con l’obbedienza, la rigidità con la virtù.

A tal proposito, trovo molto interessante la descrizione che ha fatto di queste “voci” lo psicoterapeuta Mimmo Armiento, in un libro che ho già citato qui sul blog (e che riprenderò più volte in questa pagina):

Vedo che siamo in molti ad essere interiormente schiavi di una “legge” che vorrei tentare di esprimere più o meno così: «Accontenta il tuo Padrone, colui che ha il Potere di farti sentire “bravo” e degno di vivere. Rinuncia a te e compiacilo, sforzati al massimo, sii perfetto, sbrigati e fallo senza lamentele, incertezze e debolezze (*), altrimenti… Lui ti punirà (e sarà per colpa tua!) e tu non meriterai più di essere amato, né di vivere!».

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.26)

(*) (piè pagina) Ho voluto richiamare qui quelle che in Analisi Transazionale sono definite “contro-ingiunzioni di copione”. “Sii perfetto, “compiaci”, “sii forte – non mostrare emozioni e desideri”, “sforzati”, “sbrigati”… sono considerate in questo modello psicologico spinte automatiche che vengono sentite dentro come un bisogno insopprimibile: bisogno di adeguarsi ad una voce interna – definita Genitore Negativo – che ci minaccia, più profondamente, di privarci del suo sostegno e del diritto stesso di esistere («Tu sei OK solo se sei perfetto, cerchi di piacere all’altro, ecc.»). Vedi I. Stewart e V. Joines, “L’analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani”, Garzanti 1990, cap.XVI

2 • Il «bravobambinismo»

Se vi sono fischiate le orecchie nel leggere il titolo di questa pagina del blog, è perché non è la prima volta che parlo del “bravo bambino”.

In un’altra occasione avevo già citato Giorgio Ponte e il lavoro fantastico che sta facendo con «A2A2 : il podcast degli uomini liberi»

…e dicevo che il «bravobambinismo» è uno dei temi più ricorrenti del suo podcast.

Cosa si intende con questa espressione?

E come si collega al discorso delle spinte che stavo facendo poco fa?

Per introdurre il tema, vi riporto nuovamente le parole di Mimmo Armiento:

La chiamerei la “legge dei bravi ragazzi”.
Per i bravi ragazzi e le brave ragazze funziona come una specie di costrizione interiore a essere buoni… Passi una vita ad accontentare tua madre o tuo padre o tuo fratello o tua sorella o il prete della parrocchia o l’insegnante e infine il tuo ragazzo o la tua ragazza, tuo marito o tua moglie… oppure tutti questi insieme – e al conto aggiungici anche Dio! – e che ti resta? Una sensazione continua di rabbia sorda e latente, un logorio interiore che ti uccide le forze e la vitalità, un’amarezza, una sensazione di solitudine, un senso di ineluttabilità e di impotenza, un misto tra disperazione e rassegnazione.
E tutto questo, se sei veramente un “bravo”, devi anche nasconderlo agli altri e a te stesso, perché magari fai l’animatore scout o hai la ragazza complessata o la madre che non ti vuol vedere triste; oppure sei suora e una suora “deve” essere felice e dare buona testimonianza di un volto gioioso!

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.27)

Leggendo queste righe, non vi siete accorti che vi fischiavano le orecchie?

Man mano che andavo avanti con la lettura, nella mia mente si delineavano immagini ben precise:

  • le facce di certi animatori che hanno quell’espressione da «sorridi o uccideremo la tua famiglia»;
  • le facce dei bambini del catechismo durante le foto di gruppo che sembrano appena scampati a un sequestro ma devono comunque fare il cuore con le mani;
  • le magliette dell’oratorio con frasi tipo «La gioia è contagiosa!», scritte da qualcuno che non ha mai ricevuto una mail di lavoro con oggetto «URGENTE!!!» alle 20:30 di venerdì sera;
  • l’allegria un po’ inquietante di certe suore che ti fanno salire un brividino di ateismo lungo la schiena;
  • la letizia “a chiappe strette” sulla quale si abbatte il sarcasmo di Corrado Guzzanti a Boris;
  • le linee guida di certi documenti della Conferenza Episcopale Italiana, che sembrano il bugiardino di un antidepressivo, con la sola differenza che ogni tre paragrafi viene inserita a caso la parola «sinodalità» per non far capire un c🍆zo a nessuno…
vescovi della cei

Prosegue Armiento:

Un malinteso diffuso serpeggia nelle nostre sagrestie, conventi, gruppi e famiglie cristiane: tutti ammirano i “bravi ragazzi” e li portano ad esempio di maturità psichica e di ideale cristiano!
Sono devotissimi e obbedientissimi, di solito integerrimi e affidabili, iper-responsabili, si sacrificano spontaneamente, non cercano il loro tornaconto, sono sempre pazienti, sembrano l’icona vivente della carità.
Eppure sono persone psichicamente “schiave”.
Emotivamente disturbate.
Dal punto di vista spirituale “morte”.
Su di loro campano i gruppi cristiani, su di loro contano i parroci per organizzare le varie attività, su di loro si sostengono le famiglie che hanno “tante croci”, a loro si appoggiano le persone infelici e insicure in cerca di un fidanzato/a, a caccia di loro vanno i procacciatori di vocazioni per questo o quell’Ordine…

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.28-29)

Quando leggevo il libro dello psicoterapeuta, pensavo che uno sguardo così lucido non nasce dal nulla: chissà quanti cristiani – stanchi e feriti – sono passati dal suo studio.

Chissà quanti cristiani hanno trasformato la propria fede in una “tristezza educata”

In una “gentilezza cronica” che non sa dire di no…

In una fatica spirituale – che tanti animatori e animatrici di oratorio tante volte si portano dentro…

…finché – tra un digrignamento di denti e l’altro – a volte riesce ad entrare la grazia di Dio, che manda tutto in frantumi, e ci fa rendere conto che non giova a nessuno (men che meno a noi stessi) fingere di essere sorridenti, allegroni e perfetti.

Pensate che stia esagerando?

Il libro di Mimmo Armiento è pieno di esempi di persone che – all’interno della Chiesa – hanno fatto esperienze di questo tipo.

Ne citerò qualcuno nei prossimi paragrafi… intanto vi riporto una carrellata sintetica:

Dov’è finita la promessa di Gesù: «Amatevi perché la mia gioia sia in voi» (cfr. Lc 15,11-32)?!
Io ho amato e anzi… m’hanno succhiato il sangue, tanto ho “amato”, mi sto cucendo le ferite, tanto ho incassato colpi pensando di “perdonare”, mi sono sobbarcata una croce sull’altra per tener contenti ora questo ora quell’altro “padre spirituale” pensando di fare la “volontà di Dio”!
Altro che “rinunciare a me per il prossimo”… mi pare di non essere mai stata veramente “mia”.
Ho sempre cercato di mettere pace, ho rinunciato al mio tornaconto anche quando ne avevo diritto, non mi sono sposato per star vicino a mia madre, ho lasciato quel ragazzo per tener contento mio padre, ho fatto due anni di noviziato per obbedire al mio padre spirituale… e ora?
Dov’è la gioia?
Perché mi sento più morto che vivo?

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.28)

3 • Dio Padre… oppure Dio «padrepadrone»?

Qual è il problema in questo modo di pensare?

Il problema è che noi – lasciati alla nostra fantasia – non riusciamo a pensare bene di Dio.

E questo non vale solo per i cristiani.

A prescindere dal fatto che una persona sia credente o no – sotto sotto – quando pensa a Dio non immagina un alleato, ma un antagonista.

dio antagonista

Sotto sotto, pensiamo che Dio non sia un aiuto, ma un ostacolo alla nostra felicità:

  • non un padre, ma un «padrepadrone» scolpito a nostra immagine e somiglianza… o meglio – come dicevo nel primo paragrafo – scolpito a immagine e somiglianza delle nostre contro-ingiunzioni di copione, che ci sussurrano che “non siamo abbastanza” e che ci mettono ansia;
  • non qualcuno che ci ama incondizionatamente, ma qualcuno di fronte a cui dobbiamo stare in guardia, e dal quale dobbiamo meritare il diritto di esistere:

«Io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso» (Luca 15,29-30) – è la voce di ogni “bravo ragazzo” che ha con Dio un rapporto da servo e non da figlio!
Una voce sempre profondamente amara, svalutante, piena di un rancore orgoglioso.
Il servo si fa padrone e pretende di dettare a Dio le leggi di ciò che è giusto o no!
Il figlio “buono” vede il peccato del fratello ma non sa vedere il suo, che è ancora più radicale e profondo.

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.38)

Una delle prime pagine che ho scritto sul blog si intitola «Cos’è il peccato?».

In quella pagina, dicevo che – nel nostro contesto culturale – la parola «peccato» fa venire in mente qualcosa di «bello ma proibito».

Qualcosa di «piacevole, che nun se po’ fa».

Film, serie tv, pubblicità, social… hanno contribuito a creare nel nostro immaginario un’idea dell’inferno come di un posto abitato da gente simpatica e spensierata…

…mentre, al contrario, il paradiso è un luogo noioso e severo, abitato da gente noiosa e severa, comandata da Dio – il più noioso e severo di tutti:

Psicologicamente i “bravi ragazzi” tendono, invece, a sentire il peccato come una trasgressione fatta al Dio-Genitore, geloso delle sue cose e “pericoloso” se non accontentato; ripetono con Dio dinamiche risalenti ai loro reali rapporti con i genitori: si sentono egoisti e mai sufficientemente “buoni”, ma in realtà si comportano come se l’egoista fosse il Genitore e loro debbano “essere buoni” con lui, accontentandolo!

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.36)

(Disclaimer: per chi volesse approfondire, a questo link può trovare una pagina del blog in cui ho parlato dell’inferno, mentre a quest’altro link una pagina in cui ho parlato del paradiso)

La cosa interessante è che questo sguardo su Dio non è appannaggio della nostra epoca…

…lo stesso Gesù rimprovera i suoi contemporanei di avere uno sguardo spaventato nei confronti di Dio.

Uno sguardo da servi.

In un passaggio del Vangelo di Luca, c’è un notabile che interroga Gesù ponendogli queste domande:

«Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?»

(Luca 18,18)

Commentando questo versetto, Mimmo Armiento scrive:

Traduzione: «Tu che sei Potente, anzi tu che sei Dio per me, e hai il Potere di farmi sentire bravo e degno di vivere, dimmi finalmente come devo accontentarti ancora, per sapere di aver pagato fino all’ultimo spiccolo il prezzo del mio riscatto e poter così sentirmi “a posto”, libero di vivere e di godere la vita?».
Classica domanda da “servo”.
Quando avrò pagato finalmente il mio debito con te e potrò sentirmi libero?
Quando finalmente mi sarò meritato il vitello grasso, che aspetta lì nella stalla per essere donato al “figlio prediletto”?»

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.40)

Leggendo queste righe mi sono sentito così tanto messo a nudo: «Quando avrò pagato finalmente il mio debito?».

Per la serie: «Dio padrepadrone, se vuoi posso fare questa cosa per te… e magari anche quell’altra… e quell’altra ancora… e se rimango ancora un po’ in apnea, riesco a fare anche questa, quella e quell’altra cosa… ma poi mi lascerai cinque minuti di tempo “tra me e me” per essere felice?».

Come se la vita spirituale fosse una performance

Come se la vita in Cristo fosse uno sforzo intestinale…

Come se la felicità fosse qualcosa che ci possiamo concedere “di nascosto da Dio”, tra un dovere e l’altro…

Qual è la tentazione più grande di chi pensa a Dio come a un padrone?

Ovviamente è la tristezza (come raccontavo in ques’altra occasione, io sono cintura nera 7° dan nel fare il piagnone incompreso).

Se «a capo di tutto» non c’è un Padre buono, ma la Signorina Rottenmeier, come si può pensare di vivere la vita serenamente, fidandosi di Dio, fidandosi del Suo amore per me, fidandosi della Provvidenza, senza fare tutto in affanno e/o in apnea?

E infatti questo non è possibile.

La regola numero uno dei bravi bambini è «non fermarti mai»:

  • fai questo
  • fai quello
  • corri da una parte
  • corri dall’altra
  • non dire mai no a nessuno
  • riempiti il calendario di mille impegni

Fermarti fa paura.

Perché se smetti di fare, ti ritrovi solo con te stesso — e scopri che quel Dio che credevi di servire, forse non lo conosci nemmeno.

È un vero e proprio horror vacui spirituale, che deve essere riempito ad ogni costo – ogni ora, ogni minuto, ogni secondo.

Se però ti fermi e ti siedi un attimo, forse ti potresti accorgere del fatto che la voce di Dio non ti chiede di fare, ma di lasciarti amare — gratis, senza doverti meritare niente.

La cosa paradossale è che questa voce – a chi ha sempre vissuto rincorrendo una prestazione – fa paura.

4 • Il disturbo ossessivo-compulsivo di tipo religioso

Io penso che, all’interno delle comunità cristiane, formatori, educatori e padri spirituali dovrebbero essere particolarmente vigilanti su queste tematiche…

prete puerile

La questione del «bravobambinismo» è un tema molto serio…

…tema che – a volte – è solo la punta dell’iceberg.

Ci sono alcuni ragazzi infatti che – per una spiccata sensibilità interiore, per un forte senso morale o per una religiosità vissuta in modo eccessivamente scrupoloso – corrono il rischio di sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo (D.O.C.) di tipo religioso.

In che consiste?

Il DOC religioso è una forma particolare di disturbo ossessivo-compulsivo in cui le ossessioni (cioè i pensieri intrusivi, ricorrenti e difficili da controllare perché egodistonici – cioè percepiti come estranei o in contrasto con la propria identità) e le compulsioni (cioè i comportamenti o rituali messi in atto per ridurre l’ansia) ruotano intorno a temi religiosi o morali.

Chi ne soffre non è semplicemente «molto devoto e pio», ma vive la propria fede come un campo minato: ogni pensiero, gesto o omissione rischia di diventare motivo di angoscia, di senso di colpa o di paura di aver peccato.

Tanto per fare qualche esempio… chi soffre di D.O.C. religioso potrebbe presentare uno o più di questi sintomi:

  • ha costantemente paura di offendere Dio anche solo con un pensiero involontario;
  • prova sensi di colpa sproporzionati per azioni moralmente neutre;
  • ripete ossessivamente preghiere, confessioni o atti di pentimento per essere sicuro di aver pregato bene o di essere stato veramente assolto;
  • ha un bisogno continuo di rassicurazioni da parte di sacerdoti o guide spirituali;
  • vive un dubbio ricorrente e paralizzante sul proprio stato di vita, senza mai sentirsi “sicuro” della risposta, nonostante ragionamenti o rassicurazioni, magari dubitando ossessivamente di aver ricevuto una chiamata alla vita consacrata senza averla riconosciuta o seguita;
  • ha difficoltà a prendere decisioni (matrimonio, carriera, scelte di vita) perché cerca una certezza assoluta sulla volontà di Dio, che non riesce mai a raggiungere;
  • può provare sensi di colpa per desideri del tutto legittimi (come formare una famiglia) interpretandoli come «egoismo» o come «mancanza di generosità verso Dio»;
  • sente di non fare mai abbastanza sacrifici o rinunce per dimostrare il proprio amore a Dio;
  • teme che scegliere il percorso “sbagliato” comporti la dannazione eterna o la perdita della grazia divina;
  • etc.

Disclaimer #1: se – leggendo questo elenco – hai iniziato a fare il giochino del «ce l’ho!», «ce l’ho!», «ce l’ho pure questo!»… per favore, non farti «auto-diagnosi»; piuttosto, valuta la possibilità di parlare con uno psicoterapeuta – che magari sei solo ipocondriaco!

Disclaimer #2: il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo religioso – come tutte le altre forme di disturbo ossessivo-compulsivo – prevede in genere un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale (e, se necessario, un supporto farmacologico indicato da uno specialista).

Se hai dubbi, non fare l’autodidatta.

E non ti fare diagnosi da solo/a cercando su Google.

Contatta uno psicoterapeuta.

Il D.O.C. non è una puntura di zanzara: è una cosa seria.

È una patologia, non un semplice «pensiero intrusivo» che «se prego un po’, va via!».

Per chi volesse approfondire ulteriormente, lo rimando a questo blog meraviglioso che ho conosciuto qualche mese fa.

L’autrice è una ragazza cristiana, alla quale – durante gli anni universitari – è stato diagnosticato un D.O.C. molto grave.

Nel blog racconta del suo percorso di guarigione e di come – nonostante questa croce…

…anzi, grazie a questa croce…

…sia diventata la donna che è oggi.

5 • La croce salva… la sofferenza imprigiona

Non so cosa ne pensate voi, ma secondo me questi temi («bravobambinismo», D.O.C. religioso, etc.) dovrebbero essere discussi maggiormente nei gruppi di discernimento in parrocchia.

Nel libro di Mimmo Armiento che ho citato più sopra non si parla esplicitamente del D.O.C. religioso…

…e non essendo io uno psicoterapeuta, non mi azzardo a fare diagnosi al buio…

…ma alcune delle storie che ha raccontato hanno dei tratti che – per certi versi – riprendono alcune delle sintomatologie che ho elencato nel precedente paragrafo.

A titolo di esempio, vi riporto questo stralcio:

Scrivo queste pagine dopo l’ennesimo incontro con una donna piena di sensi di colpa verso Dio, convinta che Lo deve accontentare andando tutti i giorni al gruppo di preghiera, facendo le devozioni per un’ora o due, obbedendo ciecamente al suo ultimo direttore spirituale…
Dopo l’ultimo pellegrinaggio impostole e fatto controvoglia, mi confida che una mattina ha sentito il permesso interiore di potersi prendere una giornata libera, magari per comprarsi qualcosa per sé.
Ma se deve comprarsi una gonna, lo deve fare quasi di nascosto da sé stessa (la mano destra – per così dire – non deve sapere quello che fa la sinistra!).
Quando le dico che c’è più crescita spirituale per lei nel regalarsi una gonna che valorizzi la sua femminilità (e gratuitamente, senza doversela meritare con chissà quante penitenze), piuttosto che nel far le devozioni due ore con il suo gruppo, mi guarda frastornata!
Penso che mi abbia preso per matto o per dissacrante.
Mi confida poi che anche con suo padre (morto qualche anno prima) lei era così: una bravissima ragazza che cercava di meritarne l’affetto e la stima, diventando come lui, sforzandosi di essere a sua immagine e somiglianza!
Sto parlando non di una classica bigotta da sagrestia, ma di una donna molto intelligente, professionista, non sposata, affettuosa con i bambini e dedita al suo lavoro in campo sanitario, molto perspicace nell’aiutare il prossimo intuendone bisogni e problematiche interne.
Mi sento davvero triste.
Possibile che dopo tanti anni di cammino spirituale nessuno le abbia detto la Verità?
Possibile che nessuno le abbia annunziato il Vangelo?
Nessuno le ha rivelato il Volto del Padre e tutti, invece, le hanno scrupolosamente rinforzato il “fantasma” del padre terreno!?

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.30-31)

A costo di fare Capitan Ovvio, ripeto per l’ennesima volta che la fede cristiana è liberante, non oppressiva.

I famigerati «Dieci Comandamenti» (di cui ho parlato qui) non sono mai stati una lista di divieti per schiacciare la coscienza, ma una carezza che Dio ha dato al popolo ebraico dopo averlo liberato dalla schiavitù in Egitto.

Non sono — e non sono mai stati — catene per imprigionare nei sensi di colpa.

Gesù stesso ha invitato i suoi discepoli a non temere, assicurando che seguirlo non aggiunge pesi, ma li toglie: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. […] Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Matteo 11,28.30).

Il Dio di cui parla Gesù è un Padre che non vuole «sudditi terrorizzati», ma figli liberi.

Non vuole un popolo di “soldatini religiosi”, ma una comunità di persone che si lasciano amare e, amando, diventano libere.

Anche Paolo di Tarso lo ripete a chiare lettere: comportatevi da figli, non da schiavi! (a tempo perso, rileggetevi il quarto capitolo della lettera ai Galati)

Che tu abbia un D.O.C. di tipo religioso…

O che tu sia “solo” una persona affetta da «bravobambinismo»

…io ho trovato nel libro di Mimmo Armiento (*) un validissimo alleato per permettermi di conoscermi meglio.

editore libro mimmo armiento

Il libro di Armiento non è una bacchetta magica… ma mi ha fatto rendere conto del fatto che – tante volte – quando credevo di aver avuto “giornate no” – in realtà stavo solo flirtando con certi pensieri ossessivi.

Pensieri che invece avrei voluto respingere.

Alcuni automatismi infatti devono essere combattuti (anche con l’aiuto di uno psicoterapeuta, se serve).

In molte situazioni occorre «forzare la propria spontaneità»:

Per i “bravi ragazzi” occorre un intervento psicopedagogico paradossale: ad un livello occorre “allontanarli da loro stessi”, cioè aiutarli a non seguire il loro “cuore” – cioè i loro automatismi da “copione” – nelle trappole relazionali in cui andrebbero a chiudersi (es. dinamiche salvatoriali), a un altro livello invece occorre “restituirli” a loro stessi, aiutandoli a ri-prendere contatto con il proprio “cuore”, qui inteso nel senso della propria identità, autostima, cura di sé, spontaneità/libertà di “esistere”, “sentire”, “essere sé stessi”, “godere delle cose”, “lasciarsi amare gratuitamente…”. Possiamo seguire il “cuore” dopo che è diventato “libero”, ma prima per liberarlo devono accettare di “perderlo”, di non “farsene schiavizzare”!

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.175)

Che significa che occorre «non farsi schiavizzare dal proprio cuore»?

In questo caso si capisce che Armiento usa la parola «cuore» in senso negativo, riferendosi a tutte quelle voci interiori che sembrano autentiche ma in realtà sono condizionate da schemi appresi, sensi di colpa, bisogni di approvazione o paure profonde.

La parola «cuore» – in questo contesto – significa quel cuore ferito che va avanti per automatismi e che spinge la persona a comportarsi da “bravo ragazzo” per essere amata, accettata o riconosciuta, anche a costo di rinnegare sé stessa.

Ecco… a quel «cuore» occorre disubbidire!

Il cuore che va ritrovato e ascoltato è quello libero, riconciliato, capace di desiderare senza paura e di amare senza bisogno di compiacere o salvare gli altri per sentirsi degno.

[I bravi ragazzi] sappiano che devono pian piano, facendosi amorevolmente guidare, imparare ad assumere la buona “acqua” di cui hanno così trementamente bisogno.
Pian piano, ma facendosi anche una dolce violenza, e andando al di là della propria spontaneità, cioè del proprio programma automatico, al di là del proprio “copione” psicologico, del proprio “schema” in cui si è intrappolati
Questa è l’auto-trascendenza dei figli.
Questo è l’uscire da sé stessi, dalla propria prigionia.

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.176)

A settembre del 2025 ero andato a parlare con don Giuseppe Forlai (eremita della diocesi di Roma), per chiedergli una parola buona… e tra le tante cose, gli ho accennato al mio combattimento contro gli scrupoli (di cui avevo già parlato in quest’altra pagina del blog).

Parlando degli scrupoli, inavvertitamente, ho usato più di una volta la parola «croce».

Don Giuseppe però – senza girarci troppo intorno – mi ha detto che «gli scrupoli non sono una croce. Sono un inganno a cui mi sono abituato».

Ha poi aggiunto che «qui non c’è nessuna croce. La croce, infatti, salva».

Lì per lì, la sua risposta mi ha fatto un po’ rodere il culo: «Ma come?» – mi sono detto – «Io sono qui che soffro tanto per questi pensieri… e neanche mi sto santificando? A che seve questa sofferenza allora?».

In realtà, se avessi letto con più attenzione il libro di Armiento, anche lui aveva scritto qualcosa di simile:

Molti spesso [fraintendiamo] la croce con “qualsiasi sofferenza” da accettare. In realtà non ogni sofferenza è croce, ma solo la sofferenza per la crescita.
Nel caso dei bravi ragazzi spesso sono invertiti i normali giudizi di valore sulle cose, per cui se di solito ai giovani si propone la “croce” di “dedicare del tempo al servizio degli altri” (che è appunto un sacrificio), per i bravi ragazzi il sacrificio è proprio l’opposto: ad esempio restare seduti a tavola a fare amicizia mentre altri si occupano di fare il servizio ai tavoli.
“Croce” è non assecondare i propri mortiferi automatismi. È uscire da sé.
Gesù chiede e dona questa libertà da sé, dai propri modi di auto-salvarsi, imprigionandosi nelle proprie sicurezze.

(MIMMO E CINZIA ARMIENTO, Lascerai tuo padre e tua madre: dalla schiavitù dei bravi ragazzi alla libertà dei figli di Dio, Porziuncola, Assisi 2006, p.176)

Conclusione

I «bravi bambini» devono sempre meritarsi l’amore degli altri… anche quello di Dio.

Per questo, non riescono a concepire la gratuità.

Non riescono a credere di poter ricevere qualcosa di bello anche se non se lo meritano.

Un po’ come Pietro, che si scandalizza quando Gesù gli chiede di lavargli i piedi.

Ecco.

Non so se tu che hai letto questa pagina ti sei ritrovato in qualche spunto o pensiero.

Ma per chi di voi – come me – tante volte al giorno corre il rischio di comportarsi da «bravo bambino»

Per tutti noi “infelici” affetti da «bravobambinismo»

…lasciamoci lavare i piedi da Gesù!

Anche se puzzano.

Anzi… proprio perché puzzano.

Anche se non ce lo meritiamo.

Anzi… proprio perché non ce lo meritiamo.

(E – come scrivevo sopra – se necessario facciamoci aiutare da uno psicoterapeuta!)

sale

(Inverno 2025-2026)

Fonti/approfondimenti

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