A che serve la liturgia? Cos’è? Un cerimoniale antiquato? Uno show? O altro?

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1 • La forma senza il cuore è vuota, il cuore senza la forma è muto

Vorrei aprire questa pagina del blog dicendo una cosa che (apparentemente) potrebbe sembrare un po’ fuori tema.

Immaginate un gruppo di persone costituito dai peggiori individui della storia del genere umano.

Ladri, truffatori, papponi, mafiosi, assassini, stupratori, pedofili…

Aggiungeteci – se volete – anche i peggiori dittatori della storia: Hitler, Stalin, Pol Pot, Kim Jong Un.

Quanti ne vogliamo includere?

I peggiori dieci? Cento? Mille?

Ebbene.

Se il genere umano fosse stato composto UNICAMENTE da queste persone, Gesù Cristo sarebbe comunque morto sulla croce per amore di ciascuna di queste mille, cento, dieci persone.

Perché dico questo?

Perché la liturgia è innanzitutto una celebrazione dell’amore di Dio nei nostri confronti.

Un amore totale, incondizionato… al contrario del nostro:

Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

(Romani 5,7-8)

Se non partiamo da questo, rischiamo di andare fuori strada…

…e infatti spesso le discussioni sulla liturgia finiscono subito fuori strada, e ci si perde dietro a questioni tipo:

  • «La comunione va presa in mano o tirando bene fuori la lingua?»
  • «È meglio la messa in italiano col messale di Paolo VI o quella in latino del vetus ordo?»
  • «Che canti bisogna fare in chiesa? Solo gregoriano a cappella? L’organo si può usare? E le chitarre?»
  • «Si può applaudire in chiesa?»
  • «Come ci si deve vestire per andare a Messa?»
  • «Quanto può durare al massimo un’omelia?»
liturgia puzzette in chiesa

Ecco.

Se perdiamo di vista che tutte queste domande hanno senso solo a partire da quell’amore, rischiamo di confondere i fini con i mezzi.

E quando questo succede, di solito si finisce per cadere in uno di questi due errori – diametralmente opposti e ugualmente gravi:

  • da un lato c’è chi svaluta il rito: «la forma non conta, conta solo la sostanza, l’importante è avere Dio nel cuore»; chi dice questo, pensa che le regole e i gesti liturgici non siano altro che un apparato esteriore: orpelli, apparenza, gesti vuoti… che però non interrogano davvero la coscienza, né convertono il cuore;
  • dall’altro lato c’è chi assolutizza il rito: «conta come fai le cose, e c’è un solo modo giusto di farle»; chi dice questo, misura la fede (propria e altrui) sul rispetto millimetrico delle regole e dei gesti, come se la cura della forma fosse di per sé garanzia di un cuore rivolto a Dio.

Ecco.

Neanche a dirlo, entrambe queste posizioni sono errate.

Il rito non è né un orpello da buttare né un idolo da adorare.

È uno strumento: serve a metterci in contatto con quell’amore da cui siamo partiti.

Al che, qualcuno potrebbe chiedere: perché mai l’amore avrebbe bisogno di uno strumento come la liturgia?

Mi verrebbe da rispondere dicendo che l’uomo non è uno spirito puro, ma un’unità di anima e corpo: ciò che ha dentro lo esprime sempre attraverso qualcosa di esterno – un gesto, una parola, un silenzio.

E allora chi svaluta il rito dimentica che un amore che non prende mai forma è un amore fumoso e inconsistente: il cristianesimo è la religione di un Dio che si è fatto carne, non di un Dio rimasto «nel nostro cuoricino»… del resto è Gesù stesso, nell’Ultima Cena, che comanda di ripetere un gesto preciso: «Fate questo in memoria di me» (cfr. Luca 22,19): non dice «ricordatevi di me»: dice «fate!».

Ma anche chi assolutizza il rito sbaglia – per il motivo opposto: scambia il segno per la cosa significata. È l’errore smascherato da Gesù – quando rimprovera «chi lo onora con le labbra mentre il cuore è lontano» (cfr. Matteo 15,8) – e prima ancora dai profeti, che ricordano al popolo che l’osservanza diventa «menzogna» quando non si sposa con l’ascolto obbediente di Dio (cfr. Geremia 7).

Insomma: la forma senza il cuore è vuota, ma il cuore senza la forma è muto.

E torniamo così a quei mille, cento, dieci individui di cui parlavo in apertura.

La liturgia è la celebrazione di quell’amore che non esclude nemmeno loro: ecco perché non possiamo ridurla né a un sentimentalismo vuoto né a un regolamento da far rispettare.

2 • Cos’è il culto?

Nel 2025-2026 don Fabio Rosini (classe ’61) ha fatto un ciclo di catechesi intitolato «Va’ dove ti porta il pancreas».

Il titolo – evidentemente – è la parodia di «Va’ dove ti porta il cuore», titolo del romanzo di Susanna Tamaro (1994), diventato poi un modo di dire che significa «segui il tuo istinto, i tuoi sentimenti».

Come mai questa storpiatura?

La parola «cuore» ha subito uno slittamento semantico nel corso dei secoli.

Per il popolo ebraico, il cuore (לב, lev) non era l’organo dei sentimenti o degli stati d’animo volatili, ma della volontà e delle decisioni ferme.

Quando nell’Antico Testamento troviamo versetti come «vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ezechiele 36,26), oppure «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male» (1° libro dei Re 3,9), la parola «cuore» non indica l’organo degli stati d’animo, ma la sede della volontà, dell’intelligenza, del discernimento.

Per gli ebrei, il cuore è l’organo con cui si sceglie, non quello per cui ci scende una lacrimuccia quando leggiamo un libro di Fabio Volo o un post di Roberto Saviano, o quando ascoltiamo un monologo petaloso di Roberto Benigni intervistato da Fabio Fazio.

Ecco.

Nel nostro contesto culturale noi molto spesso non seguiamo il cuore… ma il pancreas!

E perché proprio il pancreas?

Il pancreas è una ghiandola che lavora in modo totalmente autonomo rispetto alla nostra volontà:

  • butta nell’intestino gli enzimi digestivi (amilasi, lipasi, proteasi) che smontano quello che mangiamo;
  • produce ormoni come l’insulina e il glucagone, che regolano in automatico lo zucchero nel sangue.

Usando questa analogia paradossale, don Fabio alludeva al fatto che il pancreas è un organo “umorale”: l’esatto contrario del cuore biblico, che è l’organo della scelta.

Nel nostro contesto culturale infatti spesso e volentieri agiamo in modo emotivo.

Sentimentaloide.

Per automatismi che non passano mai dal vaglio della ragione e della volontà, ma che subiamo passivamente: in base al meteo, a come abbiamo dormito, a quanti semafori rossi abbiamo preso rientrando a casa da lavoro, a se abbiamo fatto la cacca o no ‘sta mattina…

Ora.

Che c’entra tutto questo con la liturgia?

C’entra, perché quando questa «mentalità pancreatica» entra in chiesa, finiamo per pretendere dalla liturgia ciò che pretendiamo da tutto il resto: che ci emozioni, che ci coinvolga, che ci faccia provare qualcosa.

E così iniziamo a valutare la Messa come valuteremmo un film o un concerto: «mi ha emozionato o mi ha annoiato?», «il prete è stato simpatico?», «i canti mi sono piaciuti?».

spettacolarizzare la liturgia

In un libro-intervista pubblicato negli anni ’80, l’allora cardinale Joseph Ratzinger (1927-2022) diceva queste parole:

La liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese “simpatiche”, di trovate “accattivanti”, ma di ripetizioni solenni.
[…]
Molti hanno pensato e detto che la liturgia debba essere “fatta” da tutta la comunità, per essere davvero sua. È una visione che ha condotto a misurare il “successo” in termini di efficacia spettacolare, di intrattenimento. In questo modo è andato però disperso il proprium liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade Qualcosa che noi tutti insieme non possiamo proprio fare.
Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la Chiesa tutta intera può conferirsi: ciò che vi si manifesta è l’assolutamente Altro che, attraverso la comunità (che non ne è dunque padrona ma serva, mero strumento) giunge sino a noi.
[…]
Invece, la rivolta contro quella che è stata chiamata “la vecchia rigidità rubricistica”, accusata di togliere “creatività”, ha coinvolto anche la liturgia nel vortice del “fai-da-te”, banalizzandola perché l’ha resa conforme alla nostra mediocre misura.

(JOSEPH RATZINGER, citato in VITTORIO MESSORI, Rapporto sulla fede, Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo 2005, p.130)

Più di mezzo secolo prima, il filosofo e teologo russo Pavel Florenskij (1882-1937) era arrivato allo stesso punto, partendo da un’altra angolazione.

Nel suo saggio La filosofia del culto, Florenskij ha provato a rispondere alla domanda che ci stiamo ponendo: che cos’è davvero il culto?

Ecco come lo definisce:

La prima, fondamentale e più sostanziale definizione del culto è proprio questa: è quella specifica parte della realtà, nella quale si incontrano immanente e trascendente, le cose terrene e quelle celesti, quelle di qui e quelle di là, l’istante fugace e l’eterno, il relativo e l’assoluto, il mortale e l’immortale.

(PAVEL FLORENSKIJ, La filosofia del culto. Saggio di antropodicea ortodossa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2016, versione eBook, 6%)

Si capisce quel che vuole dire?

Il culto non è semplicemente qualcosa che “facciamo” per Dio.

Né tantomeno qualcosa che facciamo per sentirci meglio, per darci una sistemata emotiva o per riallineare i nostri chakra.

È un punto di contatto.

Il luogo in cui ciò che è visibile e ciò che è invisibile si toccano.

Il punto in cui incontriamo davvero Dio.

E questo incontro non avviene in modo vago, sentimentale, petaloso.

Avviene attraverso quelle che Florenskij chiama azioni sacramentali:

Dunque, che cos’è il culto? Il culto è un sistema di azioni sacramentali. Capire il culto significa capire quali azioni sacramentali lo compongono e perché proprio quelle e non altre.

(PAVEL FLORENSKIJ, La filosofia del culto. Saggio di antropodicea ortodossa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2016, versione eBook, 23%)

E cosa sarebbero queste fantomatiche azioni sacramentali?

Un’azione sacramentale è un gesto concreto – fatto di parole, movimenti, oggetti utilizzati, silenzi, sguardi, tempi precisi, profumi – che rende visibile ed efficace una realtà spirituale invisibile.

Non è un semplice simbolo.

Non è una sceneggiata.

Attraverso quel gesto succede davvero qualcosa tra l’uomo e Dio.

Il culto, in altre parole, è il modo in cui ciò che è indicibile, invisibile, ineffabile prende forma e diventa esperienza concreta per l’uomo.

Se questo è chiaro, forse si capisce un po’ meglio perché la liturgia non può essere ridotta a uno spettacolo da giudicare in base a quanto «mi prende» o a quanto «mi coinvolge».

Non si tratta infatti di «essere intrattenuto».

Si tratta di entrare in una realtà che non dipende da me.

Questo, ovviamente, vale in modo eminente per la liturgia, per i sacramenti, per la Messa…

…ma non solo lì:

L’esistenza tutta deve essere determinata dal culto, deve ruotare attorno al suo centro assoluto: il Golgota e la resurrezione. Dalla culla alla tomba, ogni condizione ed età, ogni avvenimento della vita, ogni azione e movimento, ogni aspirazione, parola e gesto, anche il più piccolo e insignificante deve essere cultocentrico, deve gravitare attorno al proprio centro così come ogni singola particella dotata di massa tende verso il centro gravitazionale del sistema solare.

(PAVEL FLORENSKIJ, La filosofia del culto. Saggio di antropodicea ortodossa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2016, versione eBook, 24%)

Non so se si capisce la “gravità” e la potenza di questa affermazione?

Il culto, la liturgia, la messa… non sono “una parentesi” nella nostra vita.

Sono il centro.

O almeno: dovrebbe esserlo.

Perché se il culto è davvero il punto in cui cielo e terra si incontrano, allora tutto il resto – il lavoro, il mio tempo libero, le mie relazioni, il blog, le serate con gli amici in cui facciamo i giochi da tavola, la lettura dei libri e dei fumetti, una passeggiata con Paprika – o si collega a quel centro oppure perde consistenza.

E qui torniamo al problema da cui siamo partiti.

Se entriamo in chiesa «in modo pancreatico» – cercando emozioni, stimoli, coinvolgimento – non solo fraintendiamo la liturgia.

Fraintendiamo la vita cristiana.

Fraintendiamo la realtà.

Perché il culto non è qualcosa che deve emozionarmi.

Il culto è una mentalità in cui devo entrare per rendere piena, fruttuosa, ricca e bella la mia vita.

3 • Apologia dell’inutilità

Non so se conoscete lo scrittore britannico Bruce Marshall (1899-1987).

Io mi sono imbattuto per la prima volta in un suo libro negli anni dell’università – sarà stato il 2012 o il 2013 – quando in una catechesi di padre Maurizio Botta ho sentito nominare «A ogni uomo un soldo».

Il romanzo – che è l’apoteosi del british humor – segue la storia di un pretino francese – l’abate Gaston – lungo i decenni a cavallo delle due guerre mondiali; mentre attorno alla piazza della sua parrocchia cambiano cardinali, politici, mode, governi… lui se ne sta lì – gentile e ostinato – vicino agli ultimi, agli scartati, a quelli che nessuno si fila.

Che vi dico? È un libro che ti fa affezionare al protagonista, fa riflettere, fa morire dal ridere, fa commuovere profondamente.

Bello, bello, bello!

Qualche anno dopo volevo tornare a leggere qualcosa di Marshall, e così ho comprato «Tutta la gloria nel profondo : Il mondo, la carne e padre Smith».

In questo caso, la storia è ambientata in Scozia, e segue la vita di padre Tom Smith – un prete con una grande fede e tanto buonumore – dai primi del Novecento fino alla sua morte.

A un certo punto di quest’ultimo romanzo – ci troviamo poco dopo la fine della prima guerra mondiale – padre Smith e padre Bonnyboat (il nuovo parroco) sono affacciati alla finestra, e stanno osservando una lunghissima coda di persone, in attesa per entrare al cinema.

I due hanno questo scambio:

«Forse», disse [padre Smith], «c’è qualcosa che secondo Dio è ancora più importante della liturgia, Padre: voglio dire la giustizia, la carità, la bontà verso i fratelli: proprio quello che adesso non stanno ricevendo coloro che hanno combattuto e rischiato tutto per noi».
Con sua meraviglia, il Padre Bonnyboat, invece di rispondergli risentito, venne a mettersi accanto a lui alla finestra e gli prese il braccio.
«Ha ragione ed ha torto, Padre», gli disse. «Ha ragione perché l’uomo non può vivere di sola liturgia, ed ha torto perché l’uomo ha bisogno anche della bellezza per l’anima, oltre che del pane per la pancia.
Mi dica: cosa crede che aspetti tutta quella gente, lì in coda? Non aspetta forse di togliersi la sete dell’avventuroso, del romantico, del bello?
E Dio è infinitamente più avventuroso, più romantico e più bello di qualunque protagonista di film, ma la gente non lo sa.
E tocca a noi preti della Chiesa cattolica farglielo capire, ed è per questo che facciamo bene a dare alle nostre funzioni la massima bellezza ed austerità possibile, perché così non solo onoriamo Dio, ma lo facciamo onorare dagli altri. E quando onorano Dio, gli uomini non possono fare a meno di essere più buoni e caritatevoli verso i loro fratelli, che sono fatti anch’essi a immagine e somiglianza di Lui.
Lo so, Padre: lei ha fretta di veder uscire il bene da questa orribile guerra che abbiamo attraversato, ma, creda a me, il vecchio sistema lento e sicuro che Dio segue per chiamare gli uomini è ancora il migliore».

(BRUCE MARSHALL, Tutta la gloria nel profondo : Il mondo, la carne e padre Smith, Jaca book, Milano 2015, p.111-112)

Perché facciamo la fila davanti a un cinema?

Perché abbiamo bisogno di cose che non servono a niente.

E – badate bene – lo dico anzitutto a me stesso, che spesso tendo ad avere una mentalità frettolosa, cinica ed utilitarista, e ho quella vocina in testa che mi dice:

  • «Sbrigati! Sei rimasto indietro con le vignette da disegnare! Non c’è tempo di fare una passeggiata… se proprio devi, falla a passo svelto!»
  • «Forza un po’! Devi ancora registrare il podcast! Non mi sembra il caso di organizzare un gioco da tavola con gli amici…»
  • «Dai che devi ancora rispondere a parecchie email di lavoro! Giocherai con i nipotini un’altra volta…»
  • «Una serie tv mentre disegni? Va bene, ma almeno mettila in lingua originale, così ti serve per l’inglese…»
  • «Pregare? Sì, dopo sicuramente… prima però finisci di fare le cose che ti sei prefissato per questo pomeriggio!»

E invece a volte ho proprio bisogno di mandare a cacare la mia mentalità calcolatrice ed efficientista e fare un gioco da tavola.

O giocare a un videogioco.

O leggere un “inutilissimo” romanzo, invece che un saggio.

mentalita calcolatrice

Ora.

Perché ho attaccato questo pippone sulle «cose inutili che però servono»?

Che c’entra col discorso che stavamo facendo prima?

C’entra perché questa mentalità malata di cui vi ho fatto alcuni esempi autobiografici ce l’hanno anche molti cristiani…

…e quando questa mentalità entra in chiesa, le persone iniziano a fare discorsi del tipo: «ma invece di sprecare soldi in incenso, candele, paramenti e organi a canne, la Chiesa non farebbe meglio a pensare a portare la minestra ai poveri?».

Quando qualcuno solleva queste obiezioni, c’è sempre il rischio di cadere nella fallacia logica del falso dilemma.

Come se le opzioni fossero due:

  • celebrare una liturgia curata e piena di significato;
  • andare alla Caritas a dare da mangiare ai poveri.

Invece il punto è un altro.

Chi non capisce perché si incensa l’altare, perché si accende un cero, perché ci si inginocchia davanti al tabernacolo o perché si usa un calice d’oro invece di un bicchiere di plastica… spesso è malato dello stesso efficientismo di cui vi ho fatto alcuni esempi qui sopra su di me.

Cioè: applica anche alla liturgia quella vocina – «a cosa serve?» – che pretende risposte utili da ogni cosa.

E il guaio è che chi inizia a ragionare così sulla liturgia, prima o poi si ritrova a ragionare così su tutto il resto: sul tempo libero, sull’amicizia, sugli affetti… fino ad arrivare alla carità – dato che la carità «non è efficiente».

4 • Forma e sostanza

Avete presente quando in filosofia si parla di «forma» e di «sostanza»?

In parole super-super-super povere:

  • la forma è «come una cosa appare», il suo aspetto, il modo in cui si manifesta;
  • la sostanza invece è ciò che rende una cosa ciò che è, e non un’altra.

Detta così sembra roba da professori di filosofia con la giacca di tweed e il baffetto da intellettuale…

…ma in realtà questa distinzione è molto chiara anche a chi non ha mai aperto un libro di filosofia in vita sua.

Ne è prova il fatto che la nostra lingua è piena zeppa di proverbi e modi di dire che giocano proprio sullo scarto tra forma e sostanza, tra come una cosa appare e ciò che è davvero:

  • «l’abito non fa il monaco», cioè – tradotto in termini filosofici – una cosa può avere una forma/apparenza che poi non corrisponde alla sua sostanza/ciò che è veramente;
  • «non è tutto oro quel che luccica»: l’apparenza dorata (la forma) può nascondere ben altra sostanza;
  • «non giudicare un libro dalla copertina»: la copertina è la forma, la storia dentro è la sostanza.

Questi detti che ho citato mettono in guardia da «una forma bugiarda», che promette una sostanza e ne nasconde un’altra…

Ci dicono di «non fidarci delle apparenze»…

…ma da qui a concludere che la forma sia inutile ce ne passa!

Perché se davvero la forma non contasse niente, non si spiegherebbe come mai:

  • nei programmi televisivi, o ai front desk delle palestre, o agli stand delle fiere, mettono ragazze prosperose che rientrano in certi canoni estetici… e guarda caso funziona, altrimenti non lo farebbero (con buona pace della «body positivity»);
  • al primo appuntamento ci facciamo in quattro – profumo, vestito buono, denti lavati due volte, mentine – quando, se la forma fosse irrilevante, basterebbe presentarsi e dire «fidati, dentro sono una bella persona»;
  • un giudice indossa la toga, un medico il camice, un soldato la divisa: la forma dice qualcosa, segnala un ruolo, conferisce autorevolezza… non so voi, ma se un chirurgo mi accogliesse in costume da bagno, mi fiderei di meno;
forma e sostanza

Detto questo.

Perché ho perso tempo a spiegare i concetti di «forma» e di «sostanza»?

Torniamo alla liturgia.

All’interno della Chiesa (ma anche fuori da essa), ci sono persone che pensano che una delle due non sia importante:

  • chi pensa che la forma non sia importante riduce tutto alla sostanza: «l’importante è avere Dio nel cuore, il resto sono fronzoli»;
  • in modo speculare, chi pensa che la sostanza non sia importante riduce tutto alla forma (vedi quel che dicevo dei tradizionalisti qualche mese fa).

Ora.

Sapete perché la Chiesa si chiama «cattolica» (che in greco significa «universale»)?

Perché – per dirla con un’immagine usata da Chesterton – la Chiesa è il luogo in cui tutte le verità si danno appuntamento (la cito a memoria, ma non ricordo la fonte… se qualcuno ce l’ha, scrivetemi un messaggio!).

Forma e sostanza non sono antitetiche.

Vanno a braccetto.

Et-et.

Come ha scritto Florenskij:

Profondamente empia e nociva suona, invece, al mio orecchio la convinzione di alcuni teologi che la sostanza non stia nella forma, bensì nella disposizione d’animo, e che qualunque sia il modo di tenere le dita, si può pregare bene o male, e che uno o l’altro modo non fa differenza.
Mi è chiaro che un certo tema musicale può, a seconda delle particolari esigenze, essere rielaborato nell’una o nell’altra tonalità, ma sostenere che la tonalità non faccia differenza e che sia lo stesso in che modo venga rielaborato il tema, e che non sia pertanto necessario attenersi alla tonalità scelta, significherebbe dar mostra di una profonda insensibilità alla musica.

(PAVEL FLORENSKIJ, La filosofia del culto. Saggio di antropodicea ortodossa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2016, versione eBook, 25%)

Detto in parole più povere: la forma è importante!

La liturgia, i riti, i paramenti – cioè la forma – sono un linguaggio: dicono qualcosa della sostanza.

I riti non sono un vestito che puoi cambiare a piacere senza toccare il corpo: sono il modo in cui la sostanza diventa visibile, dicibile, condivisibile:

I riti sono le condizioni o le modalità di compimento dei sacramenti.
Sono il “come” dei sacramenti, laddove i sacramenti sono il “che cosa” dei riti.
[…]
I riti creano un ordine intorno ai sacramenti.
Questi ultimi sono il centro della vita della Chiesa, ma in sé e per sé non sarebbe possibile distinguerli dal resto, e pertanto è necessario creare intorno a essi un ordine, ovverosia dotarli di strati, involucri – i riti, insomma – che preparino a prenderne coscienza.

(PAVEL FLORENSKIJ, La filosofia del culto. Saggio di antropodicea ortodossa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2016, versione eBook, 30%)

Ci sono persone che si lamentano del fatto che i riti spesso non sono comprensibili.

Ci sono persone che si lamentano delle antifone mariane in latino, dell’incenso, dei gesti «di una volta» che non si capiscono più.

Ci sono persone che si lamentano dei silenzi, delle pause, dei momenti «morti» in cui non succede niente.

Ci sono persone che si lamentano della durata delle messe.

Onestamente, ogni volta che sento questi discorsi, mi sembrano il solito tentativo di abbassare l’asticella.

Ma – si parli di liturgia, di scuola, di sport o di televisione – ogni volta che da qualche parte si abbassa l’asticella, i risultati sono desolanti.

Quando a scuola si promuovono tutti per non «traumatizzare» nessuno, escono ragazzi che non sanno mettere insieme tre frasi di senso compiuto.

Quando in palestra ci si allena «senza mai faticare», si torna a casa esattamente come si era prima.

Quando un film è costruito apposta per non annoiare neanche per un secondo, di solito è un filmetto usa e getta che hai già dimenticato prima di uscire dalla sala.

Insomma: abbassare l’asticella non avvicina la gente a una cosa, la allontana da ciò che rende quella cosa preziosa.

Prendiamo proprio la lamentela sull’eccessiva durata della liturgia.

Chi se ne lamenta, spesso, ci infila pure lo spiegone dall’aria scientifica: che la soglia di attenzione dell’uomo contemporaneo si è abbassata, che dopo venti minuti il cervello «stacca», che ormai siamo abituati ai reel da trenta secondi e a contenuti sempre più brevi e veloci…

Alcune di queste cose saranno anche vere…

…ma spesso, più che argomentazioni, mi sembrano delle scuse.

Per spiegare un po’ meglio quel che voglio dire, rubo le parole al sacerdote e liturgista statunitense Robert F. Taft (1932-2018):

Quando reagiamo con orrore al pensiero di una liturgia così lunga, dovremmo stare attenti ai nostri giudizi su ciò che i nostri contemporanei tollerano o non tollerano.
Gli adolescenti aspettano fuori in fila tutta la notte, nel cattivo tempo, per comprare i biglietti di un concerto rock.
E, per tradizione, gli studenti di Notre Dame stanno in piedi due ore e mezza / tre in ogni partita di football giocata in casa.
Le persone danno il tempo a qualsiasi cosa sia importante per la loro vita: i concerti rock, il football o la glorificazione di Dio onnipotente.

(ROBERT TAFT, Oltre l’Oriente e l’Occidente. Per una tradizione liturgica viva, Lipa, Roma 1999, p.71)

A questo punto, però, qualcuno se ne potrebbe uscire con un’obiezione un po’ più spirituale, del tipo: «Tutta questa cura per gli altari, la liturgia e i paramenti è roba da gente che ha tempo e soldi da perdere… mica da chi si sporca davvero le mani coi poveri!».

E allora lasciate che vi presenti un signore che di povertà se ne intendeva.

Uno che la «minestra ai poveri» non la teorizzava come fanno certi leoni da tastiera… la viveva:

Un tempo quando dimorava presso Santa Maria della Porziuncola, e i Frati erano ancora pochi, il beato Francesco andava talora per i villaggi e le Chiese nei dintorni di Assisi, annunziando e predicando al popolo di fare penitenza.
E portava una scopa per pulire le Chiese.
Molto soffriva infatti il beato Francesco nell’entrare in una chiesa e vederla sporca.
Così dopo aver predicato al popolo, faceva riunire in un posto fuori mano tutti i sacerdoti che si trovavano presenti, per non essere udito dai secolari, e predicava loro della salvezza delle anime e specialmente inculcava loro di avere la massima cura nel mantenere pulite le chiese, gli altari e tutta la suppellettile che serve per la celebrazione dei Divini Misteri.

(«Compilatio assisiensis», in Fonti Francescane, punto 1565)

E ancora:

Vi prego, più che se riguardasse me stesso, che, quando vi sembrerà conveniente e utile, supplichiate umilmente i chierici che debbano venerare sopra ogni cosa il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e i santi nomi e le parole di lui scritte che consacrano il corpo.
I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, debbano averli di materia preziosa.
E se in qualche luogo il santissimo corpo del Signore fosse collocato in modo troppo miserevole, secondo il comando della Chiesa venga da loro posto e custodito in un luogo prezioso, e sia portato con grande venerazione e amministrato agli altri con discrezione.

(FRANCESCO D’ASSISI, Prima lettera ai custodi, in Fonti Francescane, n.241)

5 • Liturgia… e abusi liturgici

Ad agosto 2024 sono andato a fare una settimana di esercizi ignaziani semiguidati dai gesuiti a Villa San Giuseppe, a Bologna.

Perché proprio lì, chiederete voi?

Non vi mentirò: credevo che i gesuiti fossero ancora cattolici.

Sì, lo so: l’errore è stato mio.

Me la sono andata a cercare.

A onor del vero, il sacerdote che predicava gli esercizi ha anche dato qualche spunto interessante durante le catechesi.

E comunque – spunti o non spunti – quando si passa una settimana di silenzio assoluto a pregare, fare adorazione eucaristica e si segue il metodo per fare gli esercizi spirituali ideato da Ignazio di Loyola (1491-1556), Dio parla – anche se le catechesi sono predicate da un sacerdote “eterodosso”.

Comunque.

Perché vi sto raccontando questo aneddoto?

Nel corso degli esercizi, ci sono state varie red flags che mi hanno fatto storcere il naso e perdere progressivamente la stima nei confronti del suddetto sacerdote.

Non mi riferisco (solo) alle catechesi.

Mi riferisco alla liturgia.

Vi faccio qualche esempio.

Un primo campanello d’allarme mi suona sempre quando un sacerdote spende troppi minuti per fare l’omelia e troppo pochi per fare la preghiera eucaristica.

E voi mi direte? «Sale, scusa, ma che c’è di male se il prete si dilunga un po’ nell’omelia? In fondo la gente ha bisogno di essere nutrita dalla Parola, no? E poi la preghiera eucaristica la sappiamo a memoria… mentre l’omelia è l’occasione per “attualizzare” il Vangelo alla vita concreta e per farci riflettere…»

Il problema è che l’omelia non è il cuore della Messa: il cuore della Messa è la preghiera eucaristica, dove il pane e il vino diventano realmente corpo e sangue di Cristo (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, n.78).

Se un prete inverte le proporzioni, mi sta comunicando – in modo non verbale – che il centro della messa sono le sue più-o-meno-originali idee, e non Gesù Cristo.

Poi.

Un secondo campanello d’allarme – più grave del primo – mi suona quando un sacerdote cambia le parole della liturgia, sostituendo quelle scritte nel Messale, omettendone alcune, aggiungendone altre.

Ad esempio, il suddetto gesuita – al momento dell’atto penitenziale all’inizio della messa – diceva: «Fratelli e sorelle, per celebrare degnamente i santi misteri, riconosciamo le nostre fragilità», anziché dire «riconosciamo i nostri peccati».

Anche qui, forse qualcuno di voi dirà: «Vabbè dai, Sale, ma mica sta cambiando il senso… anzi, rende il rito più comprensibile, più vicino alla gente… anche perché la parola “peccato” può sembrare un po’ troppo divisiva e moralista ai nostri giorni!».

Peccato che… non è vero che non sta cambiando il senso!

Prendiamo le definizioni delle due parole.

La fragilità è la condizione della natura umana ferita, che l’uomo ha ereditato dopo il peccato originale (per chi volesse approfondire, lo rimando a questa pagina).

Tu ed io siamo fragili.

Non c’è da sentirsi in colpa per la nostra fragilità.

Se sento le tentazioni, se agisce nel mio cuore una certa concupiscenza… è normale.

Non c’è nulla di cui vergognarmi o sentirmi in colpa.

Anzi… la mia fragilità è proprio il terreno su cui la grazia di Dio può lavorare.

Il peccato, invece, è tutt’altra cosa: ha a che fare con l’uso della mia libertà.

Io pecco quando la mia volontà sceglie liberamente e deliberatamente un fine sbagliato, sapendo che è sbagliato.

La fragilità è il campo di battaglia.

Il peccato è la resa.

«Fragilità» e «peccato» non sono sinonimi: la prima è una condizione in cui mi trovo mio malgrado, il secondo è un atto che compio.

Cosa produce, allora, un prete che – per paura di pronunciare la parola “peccato” – mi chiede durante la Messa di chiedere scusa a Dio delle mie “fragilità”?

Il contrario di quello che si prefigge: genera nei fedeli un senso di colpa immotivato per ciò che colpa non è (la fragilità), e al tempo stesso disinnesca il pentimento vero per ciò che colpa lo è davvero (il peccato).

Ma andiamo avanti.

Terminato l’esame di coscienza, il sacerdote ha detto: «Dio onnipotente HA misericordia di noi, PERDONA i nostri peccati e ci CONDUCE alla vita eterna!».

Anche qui mi domando: che senso ha usare l’indicativo al posto del congiuntivo previsto dal Messale («Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna»)?

Qui il congiuntivo ha valore ottativo (o desiderativo): esprime un desiderio, un’invocazione; chiedo, imploro, non do per scontato.

L’indicativo invece certifica: come se il perdono fosse già una formalità acquisita, un timbro automatico, non una grazia da implorare.

Perché questo cambio di parole?

Vuoi fare la parte di chi è più cristiano di Gesù, o più buono di Dio?

…

Ora non vi voglio fare la carrellata di tutte le paroline cambiate qua e là lungo la Messa.

frutto della terra e del lavoro dell uomo

Cosa voglio dire con questi esempi?

Bernardo di Chartres diceva che «siamo nani sulle spalle di giganti»…

…i preti che fanno cose del genere durante la Messa sembra che pensino l’esatto contrario: «siamo giganti sulle spalle di nani».

Qual è infatti il pensiero – a volte implicito, a volte ben chiaro – che passa nella testa dei sacerdoti che si mettono a cambiare le parole della liturgia?

  • «La liturgia è migliore se ci metto del mio!»
  • «Ciò che la Chiesa ha elaborato in duemila anni è meno efficace di ciò che posso improvvisare io sul momento!»
  • «Io capisco meglio della Chiesa le parole di cui ha bisogno oggi questa assemblea!»
  • «Se non ci metto qualcosa di mio, la gente non apprezzerà o non capirà abbastanza la liturgia!»
  • «Le mie parole “arrivano” alla gente più di quelle stantie del Messale!»

Insomma.

Io credo che preti così siano semplicemente superbi, autoreferenziali, egocentrici, narcisisti.

Arroganti al punto da credersi più originali, più ispirati, più illuminati di tutta la Tradizione della Chiesa che li ha preceduti.

Qualcuno di voi forse dirà: «Sale, non ti pare un po’ esagerato, per delle cose così “da poco”?».

Non so.

Mi verrebbe da rispondere con le parole di Gesù: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto» (Luca 16,10).

E – viceversa – chi è superbo nel poco, è superbo anche nel molto.

Qualche altra parola sugli abusi liturgici (clicca per espandere)

Il paragrafo precedente è già sufficientemente lungo, e non voglio abusare della vostra pazienza.

Per chi volesse sentire due parole in più a riguardo, in questo mini-paragrafo extra vi riporto alcuni stralci tratti dal libro «La Messa minuto per minuto : Il viaggio del fedele nella celebrazione» della liturgista Valentina Angelucci (classe ’91).

(Per chi poi volesse approfondire ulteriormente, vi rimando alla lettura per intero del libro, che è piccino, ma fa molto molto bene alla testa e al cuore per comprendere un po’ meglio tante cose che facciamo a Messa – a volte col pilota automatico)

In una parrocchia, la sera dell’Epifania, il parroco, a cui voglio bene come a un fratello, ha chiesto al coro di sostituire il Gloria con il canto Gli angeli dalle campagne.
Quando poi c’è stato modo di parlarne, sapendo che questa cosa mi aveva dato un duro colpo al cuore, si è giustificato dicendo: «Quando ero piccolo nel mio paese c’era questo canto il giorno dell’Epifania e quindi io voglio che si canti!».
Gli ho subito detto che avrei inserito questo episodio in questo libro, perché è un ottimo riassunto di come si possa considerare la liturgia una cosa di proprietà da modellare secondo i propri gusti personali: faccio una cosa sapendo che non si può fare, usando un criterio che riguarda solo la mia vita e in cui la comunità che oggi sono chiamato a presiedere non ha nessun ruolo.
Esattamente l’opposto di ciò che la liturgia intende con “creatività”.

(VALENTINA ANGELUCCI, La Messa minuto per minuto : Il viaggio del fedele nella celebrazione, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.39-40)

Spesso accade che la preghiera dei fedeli è il “luogo” usato per coinvolgere i bambini del catechismo o altre categorie di persone presenti per qualche particolare circostanza.
[…]
Ho personalmente ascoltato preghiere del tipo: «Gesù, ti chiedo scusa perché ho tirato i capelli alla mia amica», «Gesù, ti prego di far morire il cane cattivo che abita davanti casa mia». Se davanti a questi misticismi ciò che prevale è il sentimento di tenerezza, non possiamo tuttavia tralasciare di dire che ci sono momenti più idonei per questo, anche solo un momento di preghiera comunitario organizzato al di fuori della celebrazione eucaristica.

(VALENTINA ANGELUCCI, La Messa minuto per minuto : Il viaggio del fedele nella celebrazione, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.65-66)

Ho visto personalmente qualche settimana fa in una parrocchia un cartellone classico (70×100 cm) portato all’altare contemporaneamente da quattordici bambini, tutto purché si dica che il bambino è stato in qualche modo protagonista.
Ma guardando la scena è sorta in me una domanda: venticinque anni fa, quando io avevo la stessa età di quei bambini, facevamo anche noi i cartelloni, anche noi avevamo preghiere dei fedeli infinite lette in maniera incomprensibile dai fanciulli, cantavamo l’Alleluja “delle lampadine”: possibile che nel frattempo non siamo riusciti a inventarci niente di meglio?
Soprattutto, notando che, se l’obiettivo è che i bambini continuino a frequentare la celebrazione eucaristica anche da grandi, a quanto pare questo metodo non funziona.
Osservare la realtà ci dice che trattare la santa Messa come intrattenimento dei bambini non ne fa degli adulti innamorati della celebrazione, ma piuttosto fa sì che la celebrazione sia relegata nella mente a quelle “cose da bambini” che si possono abbandonare appena diventati adulti.
Un’affermazione che ripeto spesso è che si può usare il gioco per parlare della Messa ai bambini ma non si può trattare la Messa come un gioco, perché un bambino che vede nella Messa un gioco sarà un adulto che vedrà l’andare a Messa come qualcosa di infantile, da abbandonare passata la pubertà.

(VALENTINA ANGELUCCI, La Messa minuto per minuto : Il viaggio del fedele nella celebrazione, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, p.72-73)

Conclusione

Nel 2022 papa Francesco (1936-2025) ha scritto una lettera apostolica sulla formazione liturgica del popolo di Dio.

In quella lettera scriveva queste righe:

Prima della nostra risposta al suo invito – molto prima – c’è il suo desiderio di noi: possiamo anche non esserne consapevoli, ma ogni volta che andiamo a Messa la ragione prima è perché siamo attratti dal suo desiderio di noi. Da parte nostra, la risposta possibile, l’ascesi più esigente, è, come sempre, quella dell’arrendersi al suo amore, del volersi lasciare attrarre da lui. Per certo ogni nostra comunione al Corpo e al Sangue di Cristo è stata da Lui desiderata nell’ultima Cena.

(PAPA FRANCESCO, Desiderio desideravi, n.6)

La liturgia non è uno show.

Non è uno spettacolo.

Non è qualcosa che deve toccarci qualche corda o titillarci la ghiandola pineale.

È – come ha detto il papa – la risposta che diamo a quell’amore incondizionato di cui parlavo nel primo paragrafo.

Un amore di fronte al quale si provano contemporaneamente tenerezza e timore reverenziale.

Stupore e soggezione.

Confidenza e rispetto.

E allora curare la liturgia nei minimi dettagli non è questione di bigottismo, né di un fantomatico “galateo liturgico” da rispettare per timore dello sguardo cattivo di Dio su di noi (o delle signore del rosario).

È come quando apparecchi la tavola la vigilia di Natale, o il giorno del compleanno della persona che ami: vuoi che tutto sia a posto, ordinato, curato, bello, perché l’attenzione ai dettagli è già un modo di dire «ti amo».

A tal proposito, mi vengono in mente le parole che Pio da Pietrelcina (1887-1968) scriveva a una sua figlia spirituale:

Entra in chiesa in silenzio e con gran rispetto, tenendoti e riputandoti indegna di comparire davanti alla maestà del Signore.
Tra le altre devote considerazioni, pensa che l’anima nostra è tempio di Dio, e come tale dobbiamo conservarla pura e monda davanti a Dio ed agli angioli suoi e copriamoci il volto di rossore per aver dato tante volte adito al demonio con le sue insidie, con le sue lusinghe al mondo, con i suoi fasti, alla carne con il non aver saputo tener puro il nostro cuore e casto il nostro corpo, per aver dato, dico, adito ai nostri nemici di insinuarsi nei nostri cuori, profanando in tal guisa il tempio di Dio, quale noi divenìamo pel santo battesimo.
Prendi poi l’acqua benedetta e fa’ bene e con lentezza il segno della nostra redenzione.
Appena sei in vista del Dio sacramentato, fa’ devotamente la genuflessione. Trovato il posto, inginocchiati e rendi a Gesù sacramentato il tributo della tua preghiera e della tua adorazione. Confida a lui tutti i tuoi e gli altrui bisogni, parlagli con abbandono filiale, da’ sfogo libero al tuo cuore e lascia piena libertà a lui di operare in te come meglio gli piace.
Assistendo alla santa messa e alle sacre funzioni, usa molta gravità nell’alzarti, nell’inginocchiarti, nel metterti a sedere; e compi ogni atto religioso con la più grande devozione. Sii modesta negli sguardi, non voltare la testa di qua e di là per vedere chi entra e chi esce; non ridere per riverenza al luogo santo ed anche per riguardo a chi ti sta vicino; studiati di non profferir parola con chi che sia, a meno che la carità ovvero una stretta necessità non lo esiga.
Se preghi in comune, pronunzia distintamente le parole della preghiera, fa’ bene le pause e non affrettarti mai.
Insomma, diportati in guisa che tutti gli astanti ne rimangano edificati e siano per mezzo tuo spinti a glorificare e ad amare il Padre celeste.
Nell’uscire di chiesa abbi un contegno raccolto e calmo: saluta per primo Gesù sacramentato, domandagli perdono delle mancanze commesse alla sua divina presenza e non partirne da lui se prima non gli hai chiesto e da lui non ne hai ottenuta l’eterna benedizione.

(PIO DA PIETRELCINA, da una lettera ad Annita Rodote, 25 luglio 1915, in PIO DA PIETRELCINA, Epistolario (3) : Corrispondenza con le figlie spirituali (1915-1923), Voce di Padre Pio, San Giovanni Rotondo (FG) 1980, p.87-88)

Ogni gesto – l’acquasantiera, la genuflessione, il tono della voce, persino il modo di uscire dalla chiesa (*) – è lì PERCHÉ c’è un amore da custodire, non AL POSTO di quell’amore.

(*) (Mortacci delle vecchiette che si mettono a chiacchierare accanto al mio banco al termine della messa, quando io sto ancora lì a pregare in silenzio! Gli venisse un eczema alle emorroidi!)

La forma non è un orpello, e nemmeno un idolo.

È uno strumento che – se usato bene – ci mette in contatto con quell’amore, e ci aiuta a tenere il cuore rivolto nella direzione giusta:

In alto i cuori, è come se ponessimo un’interrogazione e facessimo un avvertimento.
Non l’abbiate quaggiù; sulla terra il cuore imputridisce, elevatelo verso il cielo.

(AGOSTINO D’IPPONA, dal Discorso 229/A, «Nella Domenica di Pasqua»)

sale

(Autunno 2026)

Fonti/approfondimenti

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